Pierre Reverdy

Circostanze della poesia Circonstances de la poésie

I quaderni del Letterato Frans Laszlo Melas

Traduzione di Salvatore Leopaldi Testo originale tratto da: Pierre Reverdy, Cette émotion appelée poésie, ecrits sur la poésie (1932-1960), Paris, Flammarion,1974

Nota del traduttore L'opera, Circostanze della poesia, apparve per la prima volta all'interno della rivista L'Arche, n. 21, del novembre 1946. Il testo qui tradotto riproduce le correzioni apportate dallo stesso Reverdy sulla sua copia di L'Arche e si rifà alla versione pubblicata nel 1974 dalla Flammarion, poi diventata la versione canonica del testo.

Circostanze della poesia La forma pura, astratta, assoluta, indipendentemente dalla materia, è tanto inconcepibile, indocile allo spirito quanto quella stessa materia pura, astratta e assoluta immaginata dai filosofi del passato, libera da tutte le forme. Fredde allucinazioni dello spirito. La materia legnosa non è accessibile che sotto forma di albero, di mobile, di porta, ecc... così come la pietra sotto forma di cava, di blocco, di casa o di statua; l'acqua, in mare, fiume o pioggia; l'elettricità in scintille o nel filamento incandescente della lampadina; e l'aria, assolutamente impensabile un tempo, è divenuta tale solo dopo la scoperta della stratosfera, per cui la mia immaginazione se la figura come una gigantesca bolla in cui sono immersi la terra e le nuvole. Panorama fantastico che mi riporta in mente chi scoprì che il nostro occhio ha un orifizio simile a quello di certi portapenne che incantarono le ore eterne della nostra infanzia studiosa. Nell'arte, non più che nella natura, la forma non dovrebbe essere il fine. Non si va alla ricerca di una forma preconcetta, la si trova, attraverso la sorpresa. È una conseguenza, un risultato certamente necessario di una attività unicamente svolta per raggiungere l'essenza delle cose. Tale materia, lavorata in una certa maniera assumerà una certa forma; lavorata in un'altra, altra sarà la forma. Quello che conta, dunque, è la materia e la maniera in cui viene lavorata. La forma viene da se. È lo stato della materia grazie al quale diviene intellegibile e sensibile per lo spirito. * Ma la poesia continuerà ad essere considerata, come un tempo la materia e lo spirito, come una cosa vaga, assoluta, astratta e indistinguibile, presente da per tutto e non percepibile in alcuna maniera, perfetta e indefinibile – o si potrebbe, dopo aver esaminato tutto quello che sicuramente non è, provare a dire, almeno approssimativamente, quello che è e dove si trovi? Certamente la poesia non è nelle cose, altrimenti tutti la troverebbero con facilità, nella stessa maniera in cui tutti trovano con facilità il legno negli alberi, l'acqua nel fiume o nel mare. Non esistono, di conseguenza, parole più o meno poetiche di altre, ma tutte le cose possono diventare poesia con l'aiuto delle parole, quando il poeta riesce a dargli la sua impronta. La poesia non è niente e non si trova da nessuna parte poiché può essere portata in ogni cosa. Ma niente avviene senza che ci sia una vera transmutazione di valore. Nell'impotenza a conoscere, a identificare dove si trovi, si preferisce dichiarare che sia da per tutto e che sia sufficiente saperla trovare. O, è perfettamente evidente che sia una assenza, una mancanza nel cuore dell'uomo, e, più precisamente, nel constatare che il poeta ha il dono di mettere in evidenza questa assenza, questa mancanza. E non c'è

poesia reale che là dove è stato riempito questo vuoto che non potrebbe assolutamente essere riempito da nessun altra attività o materia reale della vita. Quando, un giorno, alcuni poeti hanno preteso che ci fosse tanta poesia nelle stazioni o in una locomotiva quanta in tutti gli altri luoghi o cose, io mi domando se quello che volevano dire fosse che una stazione o una locomotiva non gli hanno ispirato più ripugnanza, infine, di una stazione di cavalli o di una diligenza! Oppure che non ci sia più poesia dentro una diligenza di quanta non ce ne sia in una locomotiva. Né più, né meno. Non ve ne è alcuna. E l'amore, il sentimento nostalgico che può avere nei confronti di una diligenza non ha nulla a che vedere con la poesia. L'amore che una madre nutre per il figlio non è più poetico dell'odio che due poeti possono provare l'uno per l'altro. La madre abbracciando il figlio lo manifesta, lo prova a se stessa e lo urla al mondo intero, questo suo amore. Lei dice che avrebbe preferito morire piuttosto che perderlo, ma la poesia non c'entra niente. Si tratta di un effusione di sentimenti come la baruffa tra due vagabondi all'angolo della strada ne è un altro esempio. Non sono più poetiche, in se, non esprimono altro che quello. * Bisogna pertanto decidersi a dire che la poesia non è intellegibile allo spirito e sensibile al cuore se non sotto forma di una certa combinazione di parole, nelle quali si concretizza, si precisa, si fissa e assume una realtà particolare che la rende incomparabile a tutte le altre. Dico una certa combinazione di parole apposite, perché, in effetti, se nella forma albero si è sempre sicuri di trovare la materia legnosa, nella forma sonetto, per esempio, si è meno sicuri di trovarvi, in ogni occasione, la sua dose di sostanza poetica. Un sonetto può essere assolutamente perfetto nella forma senza che, tuttavia, la minima particella di poesia vi sia inclusa. Nell'assemblaggio delle parole che lascio, per il momento, libere, la qualità, la ricchezza della materia daranno la forma che, tanto meno ortodossa di quanto appaia, sarà – e non dimentico le obiezioni che non mancheranno di arrivare – sempre preferibile a quella, prestabilita, nella quale si sarà colata una sostanza povera e priva di virtù. Non è la forma sonetto, per esempio, a rendere certe poesie di Baudelaire belle e particolarmente patetiche, né è ammirabile l'impresa sonetto, che a volte tira per i capelli, ma la linfa del pensiero e del sentimento con cui ognuno dei suoi versi è gonfiato all'eccesso come una vena, e si può immaginare quello che questa linfa avrebbe potuto guadagnare a circolare più liberamente, se non fosse stata costretta dalla forma ridicola e mutilante del sonetto. Ma aggiungo subito che lui non ebbe niente da dire a tal riguardo. C'è in Baudelaire qualcosa che doveva spingerlo al sonetto, e ogni altra ipotesi è vana. Era un aspetto della sua forma. Tuttavia questo non serve a dimostrare

ulteriormente che la forma non è in se una cosa di primaria importanza, perché, quando ci pensiamo, ora, non pensiamo che si tratti di una domanda ma di un pensiero forte e potente, di immagini di una grandezza ammirabile, di lucidità. In verità, l'unica impresa sta in quella comunione tra il pensiero e i sentimenti che fu in grado di realizzare preservando senza errori l'espressione poetica. Ritornando al discorso iniziale. Che cosa è l'aurora? Un soggetto poetico, principalmente. Non più che la notte stessa. L'aurora è il preludio al sorger del sole sull'orizzonte. Tutto qui. Tuttavia costituisce uno degli spettacoli più emozionanti che possa offrire la natura, solo nel caso in cui vi si sia testimoni, resta quindi un fenomeno di ordine fisico quotidiano destinato alla contemplazione di quei pochissimi uomini che si preoccupano di sacrificare un poco del loro sonno. Ma quando il poeta ha detto: l'aurora dalle dita di rosa, là è intervenuta la poesia. Là è la chiave di tutta l'operazione poetica. La poesia è unicamente un'operazione dello spirito del poeta in grado di esprimere gli accordi del suo essere sensibile con la realtà. Tra il rosa delle dita e i colori di una aurora, c'è una distanza e un margine, tanto maggiore dato che nessuna forma interviene a sostegno. Tuttavia, niente ci impedisce di vedere il sole che sorge come una mano o come uno scoppio di petali di rose. Niente ce lo impedisce, perché la caratteristica di un'immagine giusta, grande e forte, è quella di consentire e suscitare, di supportare tutti i rapporti che ognuno sarà in grado di trovare e aggiungerli alla propria fonte. Essa stessa sarà una fonte, nutrice di fonti, per coloro che, ben inteso, hanno da aggiungere qualche cosa alla loro. Quanto dico sull'aurora, si potrebbe ripetere per la notte, oscura o luminosa, tiepida o gelata, accogliente oppure ostile quando soffia il vento o se qualche nemico è nascosto in attesa di assalirci. Non è la poesia che si nasconde là, tanto quanto le esalazioni non celano profumi gradevoli. Ma quando Baudelaire scrive: “Sentite, mia cara, sentite la dolce notte che marcia” l'azione poetica è compiuta. E come? Tramite l'assurdo e l'irrazionale. Precisamente perché la notte non marcia. Qui è il caso di parodiare Tertulliano. Ammiro e credo ciò che è assurdo. * Si chiede allo psicologo, al moralista di scoprire, di rivelare le verità difficilmente discernibili senza dubbio, tuttavia quali di quelle che sono state stabilite vere, sono perfettamente dimostrabili ed evidenti per tutti. La psicologia moderna si vanta di essere esclusivamente sperimentale. L'anima è stata spodestata, il suo modo di introspezione più certo è il bisturi. Un taglio di qua, si passa qui, ed ecco i risultati. Non c'è niente da obiettare, il diagramma è registrato, lo spirito si gonfia, soddisfatto. Applicata alla poesia, una simile dimostrazione ne causerebbe la morte, poiché, seppure sia in grado di sopportare cose alquanto brutali, due ce ne sono di cui una l'avversa

pericolosamente, cioè la troppa coincidenza con la realtà; mentre l'altra l'uccide, cioè l'evidenza. Ma allora come è possibile che sia solo questa anomalia dell'assurdo a dargli vita? La giustezza. Non c'è altra verità nell'arte, come in ogni altra cosa, forse, che la giustezza. E se l'immagine che ho precedentemente preso ad esempio ha avuto la forza di arrivare intatta fino a noi è perché, malgrado la sua assurdità, è irreprensibilmente giusta. Ed è questa giustezza dentro l'assurdo che, abbinandola con lo spirito umano, gli conferisce tutto il suo valore e la sua immortalità. Giusta e ingiustificabile, non controllabile quindi. Il sigillo impresso, dallo spirito sovrano del poeta, sul reale. Quelle dita di chissà quale donna, è anche questo un tema, sparse e gettate attorno al sole nell'atto di liberare la terra dal velo della notte. Quella notte di cui gli altri, a loro volta, s'impadroniscono, venuto il momento di andare a dormire, e che lui fa dolcemente scivolare come un lungo sudario trascinato ad oriente. Assurdità suprema e definitiva. Tuttavia sincerità suprema agli antipodi della menzogna. * Ciononostante, il poeta non vede le cose diversamente dagli altri essere umani. Non potrebbe fare un passo. Ma è colui che, quando ha bisogno di esprimersi, e si serve di cose per farlo, scopre al loro interno rapporti inediti che egli stesso non poteva, nell'inazione, supporre, e che quindi lo porteranno un giorno a non poter più scrivere che per quel fine, inconfessato, di scoprire questi meravigliosi rapporti. Allora, ovviamente, voi non vorrete più lasciarlo vivere. Cosa avete chiesto al poeta fino ad oggi? Di rivelarvi almeno il contenuto del suo cassetto più segreto. Dove avete richiesto che questa acqua che imperla la fronte della vittima abbia avuto origine? Negli ultimi strati del sottosuolo, l'anima per dire in una sola parola la sua sensibilità e la sua intelligenza, il suo cuore e il suo spirito, i modi più rari con cui esprime le reazioni del contatto con la realtà. Ed eccolo allora quel reale drizzarsi all'improvviso in un avvenimento dalle proporzioni incommensurabili e dalle orribili fattezze, pietrificate. Non volete ammettere che l'irruzione brutale di questo mostro in una coscienza piena di spigoli abbia prodotto una vera e propria distruzione? L'equilibrio interiore di un poeta, per definizione solitario, è rovinato; la fortezza, senza grandi difese, devastata. Il poeta è morto, la poesia non ha lasciato tracce. Perché, infine, colui che pretendeva di aver considerato le cose che si sono svolte interamente da un punto di vista poetico, io sarei curioso di andarle a vedere da vicino. No, un uomo realmente in pericolo non reagisce scrivendo. Dico lo stesso di un uomo la cui coscienza è schiacciata sotto i piedi dell'infelicità e dell'ignominia, per poco non è stato privato di ogni sensibilità, si lascia facilmente sommergere dalla sua miseria di uomo. Potrebbe essere che i grandi dolori non siano tutti muti.

Potrebbero, tuttavia, esserlo stati. Quando lo scrittore, conserva una esperienza dentro il suo cassetto, sente risalirgli il respiro e la parola, si è già liberato delle macerie. Ma ha ritrovato il suo rifugio, ritrovati i suoi strumenti che piacevolmente si passa di mano in mano. Ha superato il suo stupore. Pertanto, quello che si potrebbe domandare di meglio, è che il suono della sua voce s'accordi d'ora in avanti all'importanza e alla gravità dell'avvenimento che vive. E forse vale la pena di attendere un poco. Poiché, facciamo bene a dirlo, il poeta si libera nella misura in cui l'uomo si libera, e l'uomo libero permette al poeta di impegnarsi. Che il poeta vada a far le barricate è un bene – anche meglio – ma non vi può andare e cantare le barricate allo stesso tempo. Ha bisogno che le canti in un secondo momento. Dopo, sarà più prudente, il che equivale a dire che l'uomo sarà più impegnato e il poeta di meno. No, non c'è poesia dentro la natura, ma la poesia è la scena particolare, l'impronta indelebile che l'uomo pone sulle cose – un marchio di fabbrica supremo – un timbro di nobiltà e di possesso. È l'acquisizione sovrana dell'uomo sulle cose della creazione. È niente, in se, nella realtà. Non può manifestarsi, con qualche diritto da acquisire, se non in quel giusto cielo che l'uomo ha forgiato per se, per i suoi bisogni, contestabile forse, ma superiore, in cima, alla punta estrema del reale.

I quaderni del Letterato Franz Laszlo Melas Maggio 2013