LE RELAZIONI ECONOMICHE

INTERNAZIONALI








































LA TEORIA DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE
1. INTRODUZIONE
Lo scambio avviene non solo all’interno di uno Stato, ma anche tra diversi
Stati. Gli scambi di beni che avvengono all’interno di un Paese costituiscono il
commercio interno, mentre gli scambi di beni che avvengono tra imprese (o
famiglie) di Paesi diversi costituiscono il commercio internazionale.
Sia pur a costo di qualche semplificazione, possiamo distinguere tre schemi
teorici principali che mirano a spiegare le determinanti del commercio e della
specializzazione internazionale:
1. la teoria classica (Torrens-Ricardo), che individua tali determinanti nelle
differenze tecnologiche;
2. la teoria di Heckscher-Ohlin, che pone l’accento sulle differenze delle
dotazioni dei fattori produttivi;
3. la teoria neoclassica (che ha una gestazione più lunga: se ne trovano
spunti in Mill, viene ripresa e approfondita da Marshall e portata ad alto
grado di raffinatezza formale da numerosi autori moderni), la quale
appare più generale perché tiene conto simultaneamente delle differenze
tecnologiche, delle differenze delle dotazioni dei fattori produttivi e
inoltre delle differenze dei gusti. Quest’ultimo elemento è in grado di
spiegare l’esistenza di commercio internazionale anche a parità di
tecnologia e di dotazioni dei fattori. La teoria neoclassica (come anche
quella di Heckscher-Ohlin) spiega inoltre la ragione di scambio
internazionale, che invece la teoria classica lascia indeterminata fra due
estremi.
Dal punto di vista cronologico la teoria di Heckscher-Ohlin è posteriore a quella
classica, mentre la teoria neoclassica ha avuto una gestazione più lunga e si è
quindi venuta evolvendo parallelamente alle altre. A scanso di equivoci è bene
precisare che anche la teoria di Heckscher-Ohlin è neoclassica (nel senso in cui
la visione neoclassica della teoria economica si contrappone a quella classica),
poiché essa accetta tutte le premesse logiche e segue la metodologia
neoclassica. In effetti lo schema di Heckscher-Ohlin può essere considerato un
caso particolare della teoria neoclassica in cui si suppone l’identità
internazionale della tecnologia e dei gusti.
Non intendiamo qui entrare nella questione della superiorità dell’una o dell’altra
teoria; quello che ci preme rilevare è che, sebbene la visione neoclassica sia
oggi accettata dalla maggior parte degli studiosi che si occupano di teoria pura
del commercio internazionale, non mancano critiche e tentativi di ritorno ai
classici.
2. IL COMMERCIO INTERNAZIONALE: L’EVOLUZIONE DELLE TEORIE
ECONOMICHE.
Diversi autori fanno risalire le origini della teoria del commercio internazionale
al pensiero mercantilista e a quello fisiocratico.
La dottrina mercantilista (XVI-XVIII sec.) affermava che l’unico mezzo per
aumentare le scorte di metalli preziosi (oro e argento) di un Paese che ne fosse
privo era quello di conseguire un surplus delle esportazioni sulle importazioni.
Tale asserzione fu molto criticata, non solo dai seguaci del pensiero fisiocratico
che ne seguì, ma anche da altri studiosi ancora successivi, quali ad esempio A.
Smith; tale teoria considerava, infatti, i metalli preziosi quali uniche
componenti della ricchezza di un Paese e nel commercio internazionale l’unico
mezzo per aumentarla. Il pensiero fisiocratico riuscì a superare tale idea
riportando il confronto sul terreno della produzione affermando, anzi, che solo
l’agricoltura fosse l’unica attività in grado di creare, appunto, ricchezza ed il
ruolo del commercio era di pura intermediazione per ottenere, per esempio,
manufatti in cambio dell’esportazione di prodotti agricoli.
3. LA TEORIA DEI VANTAGGI ASSOLUTI DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE:
A. SMITH.
Entrambe le teorie precedenti avevano un limite comune e cioè quello di
prendere in considerazione i vantaggi del commercio internazionale da un solo
punto di vista, quello del singolo Paese. Adam Smith supera tale limite ed
afferma che la ricchezza di un Paese è da ricercare nel lavoro come unico
fattore in grado di creare surplus. Solo il lavoro è in grado di dare valore
all’eccedenza, quell’eccedenza che altrimenti darebbe origine ad un eccesso di
produzione di beni ed all’impiego di lavoro non adeguatamente valorizzato, per
la quale, inoltre, non vi è alcuna domanda nel Paese. Scambiando, infatti, tali
merci prodotte in eccesso all’interno con qualcos’altro di cui si ha necessità, si
riesce ad aumentare la soddisfazione di tutti. Tali progressi, secondo Smith,
nascono dalla migliore divisione del lavoro e permettono una maggiore e più
efficiente specializzazione rispetto alle capacità produttive di un Paese,
accrescendosi in tal modo il reddito e la ricchezza reali.
A tale proposito, consideriamo due Paesi, Inghilterra e Portogallo, e due merci,
panno e vino; ipotizziamo, inoltre, che i vari fattori produttivi siano riconducibili
ad uno solo: il lavoro. Infine, semplificando molto, supponiamo che la
produzione di ciascuna merce in entrambi i Paesi avvenga a coefficienti tecnici
fissi così che i costi unitari di produzione nei due Paesi siano costanti e
misurabili utilizzando una comune unità di misura, il lavoro appunto, e che
ciascuno dei due Paesi goda di un vantaggio assoluto nella produzione di uno
dei due beni in questione. Per semplicità vengono trascurati i costi di trasporto
e i prezzi dei beni si intendono proporzionali ai loro costi di produzione.

TABELLA 1.1. – Esempio di vantaggio assoluto
Merci Costi unitari di produzione espressi in termini di lavoro
Inghilterra Portogallo
Panno 6 20
Vino 12 10

Come si può vedere, il costo del panno è più alto in Portogallo che in
Inghilterra e che l’opposto succede per il vino. Se la ragione di scambio
internazionale (cioè il rapporto in cui vengono scambiati panno e vino tra i due
Paesi – quindi anche il rapporto tra i prezzi dei due beni nello scambio
internazionale) avviene in maniera equivalente, cedendo cioè una unità di
panno con una di vino, l’Inghilterra con 6 unità di lavoro (necessarie per
ottenere un’unità di panno) ottiene un’unità di vino, che altrimenti avrebbe
richiesto, se prodotta all’interno, 12 unità di lavoro; naturalmente lo stesso,
ma con un ragionamento uguale ed opposto, vale per il Portogallo. Esso,
infatti, con 10 unità di lavoro (necessarie per ottenere un’unità di vino) ottiene
un’unità di panno che, se prodotta all’interno, sarebbe costata 20 unità di
lavoro. Conclusione di tale approccio è che all’Inghilterra conviene
specializzarsi nella produzione di panno e scambiare con il Portogallo il vino, la
cui produzione per esso risulta vantaggiosa, e viceversa, con beneficio
reciproco. In altri termini, i Paesi si specializzano interamente nella produzione
del bene in cui ottengono il maggior vantaggio assoluto.
4. IL MODELLO DEI COSTI COMPARATI: D. RICARDO.
Nel caso appena esposto tale conclusione sembra abbastanza logica e
naturale; lo è meno, invece, quando sia uno dei due Paesi ad avere un
vantaggio assoluto nella produzione di entrambi i beni ed ancora meno ovvio è
come possa ancora esserci scambio internazionale con vantaggio bilaterale.
La teoria dei costi comparati
1
è stata enunciata da Torrens e Ricardo all’inizio
del 1800 circa; quest’ultimo ha provveduto, inoltre, al suo perfezionamento ed
alla sua riformulazione.
La proposizione di base di tale teoria è che la condizione necessaria perché si
abbia scambio internazionale è l’esistenza di una differenza dei costi comparati
che a sua volta riflette differenze esistenti nelle tecniche produttive; condizione
sufficiente, peraltro, è che la ragione di scambio internazionale sia compresa
tra le ragioni di scambio interne ai due Paesi (ossia i rapporti tra i costi/prezzi
dei due beni nello stesso Paese), senza mai essere uguale ad alcuna delle due.
Verificatesi entrambe le condizioni, ciascun Paese avrà convenienza a
specializzarsi nella produzione del bene in cui ha il vantaggio relativamente
maggiore (o lo svantaggio relativamente minore). Tale teoria si propone,
inoltre, di dimostrare che lo scambio risulta vantaggioso per tutti i Paesi che vi
prendono parte.
Riprendiamo l’esempio visto in precedenza del panno e del vino, mantenendo
invariata l’ipotesi secondo cui i vari fattori produttivi siano riconducibili ad uno
solo: il lavoro, e che la produzione di ciascuna merce in entrambi i Paesi
avvenga a coefficienti tecnici fissi così che i costi unitari di produzione nei due
Paesi siano costanti e misurabili utilizzando una comune unità di misura, il

1
Possono essere definiti come il rapporto tra i costi delle due merci nello stesso Paese. (vedi G. Palmerio)
lavoro appunto. Anche qui, e sempre per semplicità, vengono trascurati i costi
di trasporto e i prezzi dei beni si suppongono essere proporzionali ai loro costi
di produzione. Quello che, invece, cambia è che uno dei due Paesi gode di un
vantaggio assoluto nella produzione di entrambi i beni in questione.
Scrive Ricardo:
“L’Inghilterra può essere in condizioni tali che per produrre la stoffa sia
necessario un anno di lavoro di 100 uomini; mentre se cercasse di fare il vino
potrebbe aver bisogno di un anno di lavoro di 120 uomini. All’Inghilterra
converrebbe, quindi, importare vino, acquistandolo in cambio dell’esportazione
di stoffa.
In Portogallo per produrre vino potrebbe bastare un anno di lavoro di 80
uomini; mentre la produzione di stoffa potrebbe richiedere il lavoro di 90
uomini per lo stesso periodo di tempo. Al Portogallo converrebbe, quindi,
esportare vino in cambio di stoffa. Questo scambio potrebbe aver luogo persino
se la merce importata dal Portogallo potesse esservi prodotta con minor lavoro
che in Inghilterra. Pur potendo fabbricare la stoffa con il lavoro di 90 uomini,
esso la importerebbe da un Paese dove per produrla occorre il lavoro di 100
uomini, perché gli converrebbe impiegare il suo capitale nella produzione del
vino, con il quale otterrebbe dall’Inghilterra una quantità di stoffa maggiore di
quella che potrebbe produrre trasferendo una parte del proprio capitale dalla
coltivazione della vite alla fabbricazione di stoffa.”
2









2
D. Ricardo, On the Political Economy and Taxation, trad. it. Di Anna Bagiotti, Torini, UTET, 1986, p.284.
Schematizzando l’esempio ricardiano, abbiamo:
TABELLA 1.2. – Esempio di vantaggio comparato
Merci Costi unitari di produzione espressi in termini di lavoro
Inghilterra Portogallo
Panno 150 135
Vino 180 120

In termini assoluti il Portogallo è più efficiente sia nella produzione di panno
che in quella di vino; sembra quindi evidente che non ci siano ragioni apparenti
per lo scambio internazionale. Vedremo tuttavia che non è così, ma
procediamo con ordine. Il modello dei costi comparati ci dice, innanzitutto, che
bisogna operare comparando (cioè rapportando) i costi di produzione; avremo
così:
Inghilterra
Rapporto Panno/Vino -> 150/180 = 0,833
1 unità panno = 0,833 unità di vino
Rapporto Vino/Panno -> 180/150 = 1,2
1 unità vino = 1,2 unità di panno

Portogallo
Rapporto Panno/Vino -> 135/120 = 1,125
1 unità panno = 1,125 unità di vino
Rapporto Vino/Panno -> 120/135 = 0,889
1 unità vino = 0,889 unità di panno
Spiegando i rapporti, avremo che in Inghilterra una unità di panno equivale a
0,833 unità di vino; viceversa, una unità di vino equivale a 1,2 unità di panno.
Lo stesso dicasi per il Portogallo, dove una unità di panno equivale a 1,125
unità di vino e una unità di vino equivale a 0,889 unità di panno. Questo vuol
dire ancora che il panno costa relativamente meno in Inghilterra che in
Portogallo e, quindi, all’Inghilterra converrà scambiare il suo panno contro il
vino portoghese, sempre che la ragione di scambio internazionale sia maggiore
di 0,833 e minore di 1,125.
Se, ancora per ipotesi come in precedenza, lo scambio internazionale avviene
in maniera equivalente, cedendo cioè una unità di panno contro una di vino,
l’Inghilterra con una unità di panno riceverà una unità di vino, che se avesse
dovuto produrre internamente avrebbe necessitato la rinuncia ad 1,2 unità di
panno, mentre il Portogallo può ottenere una unità di panno privandosi di una
unità di vino, che se avesse dovuto produrre internamente avrebbe necessitato
la rinuncia ad 1,125 unità di vino.
Che la ragione di scambio internazionale debba essere compresa tra i due costi
comparati senza mai essere uguale a nessuno dei due è ovvio. Se, infatti,
questa fosse uguale ad uno dei due, il Paese il cui costo comparato fosse
uguale alla ragione di scambio internazionale non avrebbe alcuna convenienza
allo scambio, dato che il rapporto di scambio interno (cioè il costo comparato)
sarebbe uguale al rapporto di scambio internazionale. Il Paese in questione
potrebbe ottenere l’altro bene allo stesso prezzo interno. Lo scambio
internazionale a queste condizioni non avrebbe ragione di esistere; la stessa
situazione di inutilità si avrebbe anche qualora la ragione di scambio
internazionale fosse al di fuori dell’intervallo dei costi comparati, cioè maggiore
del più grande o minore del più piccolo di essi, casi in cui uno dei due Paesi
verrebbe addirittura danneggiato dal commercio internazionale.
5. LA DETERMINAZIONE DELLA RAGIONE DI SCAMBIO INTERNAZIONALE.
Come appena visto, il modello ricardiano dei costi comparati non determina la
ragione di scambio internazionale, ma ne individua solo i limiti entro i quali
deve risultare compresa. L’individuazione di tale valore è alla base del teorema
della domanda reciproca di John Stuart Mill, il quale parte dall’assunto che il
commercio sia in realtà riconducibile ad un baratto, essendo la moneta un
semplice strumento di scambio e che: “… non appena aperti i rapporti
commerciali, il valore reciproco delle due merci si livellerebbe in entrambi i
Paesi”
3
. In tal modo Mill perviene alla formulazione di quella che lui definisce
“l’equazione della domanda internazionale”.
Dice Mill: “… la produzione di un Paese si scambia con la produzione di altri
Paesi a quei valori che sono necessari affinché tutte le sue esportazioni
paghino esattamente tutte le sue importazioni. Questa legge dei valori
internazionali non è che un’estensione della legge più generale del valore, che
abbiamo chiamata equazione dell’offerta e della domanda. […] Ma ogni
commercio, fra nazioni o fra individui, è uno scambio di merci, col quale le cose
che quelle nazioni o quegli individui hanno da vendere costituiscono anche i
loro mezzi di acquisto: l’offerta degli uni costituisce la loro domanda per ciò
che viene offerto dagli altri. Cosicché offerta e domanda non significano che
domanda reciproca: è il dire che il valore si adatta in modo tale da eguagliare
la domanda da un lato con la domanda dall’altro”
4
.
Se questa eguaglianza non si verifica e le intenzioni degli operatori non sono
compatibili, si produrranno continui aggiustamenti nei prezzi dei beni (e quindi
nel loro rapporto di scambio internazionale) finché non si verificherà
l’uguaglianza tra le due domande reciproche e la ragione di scambio che si è
determinata è una ragione di scambio di equilibrio. Essa dipende, in ultima
analisi, oltre che dai prezzi che i due produttori dei due Paesi riescono a
praticare sul mercato internazionale (e cioè dalla domanda e dall’offerta),
anche dal grado di elasticità della domanda.
6. OSSERVAZIONI CONCLUSIVE
Riassumendo quanto finora visto, possiamo dire che secondo la teoria in
esame:
 le cause del commercio internazionale risiedono nelle differenze
tecnologiche, quali si riflettono nei costi comparati:
.1. condizione necessaria perché si abbia commercio internazionale è che
vi sia una differenza tra i costi comparati;

3
J.S. Mill, Principles of Political Economy, with some of their Applications to Social Philisopy, trad. it. di A.
Campolongo, Torino, UTET, 1953, p. 552.
4
J.S. Mill, op.cit., pp. 559-560.
.2. condizione sufficiente è che la ragione di scambio internazionale sia
compresa fra i costi comparati, ma non uguale ad alcuno di essi.
 Verificatesi le suddette condizioni, ciascun Paese si specializzerà nella
produzione del bene in cui ha il vantaggio relativo maggiore (o lo
svantaggio relativo minore).
 Lo scambio internazionale è vantaggioso per ambedue i Paesi ed il
vantaggio può essere misurato in termini dell’uno o dell’altro bene.
7. CRITICHE ALLA TEORIA CLASSICA DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE
In maniera molto sintetica, le principali critiche alla teoria classica dei costi
comparati possono essere così riassunte:
 prima di tutto la teoria non spiega, sulla base delle differenze nelle
tecniche produttive che si riflettono in differenze nei costi comparati, le
cause che determinano tali differenze, limitandosi ad assumerle come
date;
 si suppone la costanza dei costi di produzione o l’assenza di rendimenti di
scala crescenti o decrescenti: tale ipotesi non trova molto riscontro nella
realtà;
 manca ogni considerazione circa l’aspetto della domanda;
 nella formulazione del modello si prescinde dalla moneta, e quindi dai
prezzi assoluti, dai salari e dal tasso di cambio;
 i costi unitari di produzione sono espressi in termini reali come quantità
del lavoro incorporato in ogni unità prodotta, lavoro supposto
perfettamente omogeneo. Ne consegue l’identità di salario fra i settori
produttivi dello stesso Paese. Tutto legittimo in mercati di concorrenza
perfetta, ma la realtà sappiamo essere molto diversa. Inoltre bisogna
tener conto della presenza dei costi di trasporto, di assicurazione, dei dazi
doganali, delle sovvenzioni alle esportazioni, ecc.

8. LE CRITICHE DI HECKSCHER-OHILIN ALLA TEORIA DEI COSTI COMPARATI
Come abbiamo visto, nel modello ricardiano si tiene conto di un solo fattore
produttivo, il lavoro, e si spiega il vantaggio comparato in termini di differenze
internazionali nella produttività del lavoro stesso. Questo modello è però poco
realistico, perché se è vero che le differenze nella produttività del lavoro sono
una delle cause del commercio internazionale, questo è anche determinato da
diversità nelle dotazioni di risorse di ogni Paese e, pertanto, un’analisi realistica
del commercio internazionale deve tenere conto di altri fattori oltre al lavoro
(terra, capitale, ecc.).
Questa osservazione – insieme alla critica precedentemente esposta secondo
cui le determinanti del commercio internazionale vengono spiegate sulla base
delle differenze nelle tecniche produttive che si riflettono in differenze nei costi
comparati, non spiegando però le cause di tali differenze ma limitandosi ad
assumerle come date – sono alla base della teoria sviluppata da due
economisti svedesi, Eli Heckscher e Bertil Ohlin, indicata appunto come teoria
di Heckscher-Ohlin o della proporzione dei fattori produttivi.
Secondo questa teoria ogni Paese tenderà ad esportare quei beni la cui
produzione richiede un uso più intenso (cioè incorpora una quantità maggiore)
del fattore che nello stesso Paese è abbondante. In altri termini, la
specializzazione che i Paesi raggiungono nella produzione di beni destinati
all’esportazione dipende dalla disponibilità relativa dei fattori produttivi. Il
fattore produttivo relativamente più abbondante in un Paese avrà anche un
prezzo relativamente più basso e quindi è conveniente che quel Paese si
specializzi nella produzione ed esportazione di quei beni che prevedono un
maggiore uso di questo fattore. Lo stesso Paese avrà convenienza invece ad
importare quei beni che vengono prodotti con un impiego maggiore del fattore
relativamente scarso.
Il modello in questione considera due Paesi in grado di produrre due beni con
l’impiego di due fattori produttivi (capitale e lavoro) disponibili in quantità
limitate. Come nel modello ricardiano, si suppone poi di operare in un regime
di concorrenza perfetta (il che implica la proporzionalità fra i costi e i prezzi dei
beni), l’immobilità internazionale dei fattori produttivi, l’assenza di costi di
trasporto e di dazi doganali, e che i rendimenti di scala siano costanti.
Ed inoltre:
 assenza di differenze tecnologiche fra i Paesi, il che implica identità della
funzione di produzione nei due Paesi per lo stesso bene;
 identità internazionale nei gusti dei consumatori ed elasticità della
domanda dei due beni rispetto al reddito pari ad 1;
 è esclusa l’inversione delle intensità fattoriali. Ciò significa che se il
rapporto ottimo capitale/lavoro nella produzione di uno dei due beni è
maggiore dello stesso rapporto nella produzione dell’altro bene, la
graduatoria non muta anche cambiando il prezzo relativo dei fattori.
Il teorema di Heckscher-Ohlin comporta come corollario che, nonostante la
teoria classica ipotizzi la perfetta immobilità internazionale dei fattori
produttivi, attraverso la specializzazione produttiva e lo scambio i prezzi dei
fattori produttivi nei Paesi tra i quali si svolge lo scambio internazionale
tendono ad eguagliarsi. Questo punto è stato approfondito in modo particolare
da P. A. Samuelson. Man mano che una nazione in cui vi è sovrabbondanza di
lavoro si specializza nella produzione di beni ad alta intensità di questo fattore,
aumenterà in essa la domanda di lavoro da parte delle imprese e quindi i salari
tenderanno a crescere. La domanda di capitale invece non aumenterà e di
conseguenza il prezzo del capitale tenderà a diminuire. In un Paese che ha
sovrabbondanza di capitale invece, man mano che esso si specializza nella
produzione di merci che contengono intensamente questo fattore e non
produce quindi beni ad alta intensità di lavoro, crescerà la domanda di capitale
e diminuirà quella di lavoro, per cui il prezzo del capitale tenderà ad aumentare
e i salari a scendere. Quando i fattori (capitali e uomini) sono anch’essi mobili
(sia pure parzialmente) da un Paese all’altro, la tendenza all’eguagliamento dei
prezzi dovrebbe rafforzarsi.
L’esperienza però non sembra avvalorare questa teoria. Nei Paesi dove il
capitale è abbondante normalmente si ha un intenso progresso tecnologico con
una conseguente crescita della produttività del lavoro che consente un forte
aumento dei salari, mentre ciò non accade nelle nazioni che hanno
sovrabbondanza di popolazione rispetto al capitale (che sono i Paesi meno
sviluppati). Certo l’esistenza di restrizioni agli scambi e ai movimenti dei fattori
può essere anch’essa un elemento che ostacola la tendenza alla parificazione
dei prezzi dei fattori nei diversi Paesi. Comunque tale tendenza, se pure esiste,
opera lentamente nel lungo periodo, a causa delle molte forze che la
contrastano.
9. LE CRITICHE AL MODELLO HECKSCHER-OHLIN
Anche questo modello presenta diverse imperfezioni e non può essere
accettato come soddisfacente approssimazione della realtà. In particolare, sono
state avanzate due critiche fondamentali:
 la prima riguarda la validità della maggior parte delle ipotesi
sottostanti al modello, non solo troppo astratte ma addirittura
contrarie a ciò che l’esperienza quotidiana mostra essere la regola;
 la seconda fa riferimento all’eccessiva staticità del modello stesso
(viene, ad esempio, del tutto ignorato il ruolo del progresso tecnico).
D’altro canto, lo stesso Ohlin, in un modello che taluni autori

definiscono
“sussidiario”, contrapponendolo al “modello base” di cui finora, elabora in
termini più realistici alcune delle ipotesi di partenza che a lui stesso apparivano
poco credibili.
Pur continuando a ritenere la diversa dotazione dei fattori produttivi come la
causa principale del commercio internazionale, Ohlin mette più volte in
evidenza l’esistenza e l’importanza di elementi più dinamici quali i gusti dei
consumatori e le condizioni della domanda.
Ohlin prende inoltre in considerazione l’esistenza di mercati non concorrenziali
e gli elementi che su tali mercati possono portare ad una divergenza tra costi e
prezzi:
a) l’esistenza di capacità produttiva inutilizzata, che può spingere a vendere un
bene ad un prezzo inferiore al suo costo di produzione al fine di aumentarne
la domanda;
b) i rendimenti di scala crescenti;
c) differenze nella stabilità delle condizioni economiche, che portano gli
imprenditori del Paese meno stabile a chiedere un premio di rischio per
essere disposti ad iniziare la produzione di certi beni.
Altri problemi che sorgono in un mercato di concorrenza imperfetta riguardano
la differenziazione dei prodotti. Ohlin ritenne tuttavia che le obiezioni in merito
non fossero tali da invalidare la sua teoria, in quanto se le differenze fra i
prodotti fossero rilevanti sarebbe stato sufficiente considerare ogni bene come
a sé stante. Questo stesso ragionamento fu adottato da Ohlin per risolvere i
problemi posti dalla non omogeneità dei fattori produttivi.
In conclusione, sebbene Ohlin abbia riconosciuto l’importanza dell’aspetto
dinamico del commercio internazionale, non abbandonò mai l’idea
dell’influenza determinante della disponibilità relativa dei fattori produttivi sulla
struttura degli scambi.
10. IL PARADOSSO DI LEONTIEF
Numerosi sono stati gli studi empirici volti a verificare la validità del teorema di
Heckscher-Ohlin; il più famoso è probabilmente quello di Wassily Leontief:
esaminando i dati relativi al commercio estero statunitense alla fine degli anni
Quaranta, Leontief dimostrò che, contrariamente a quanto previsto dal modello
di Heckscher e Ohlin, gli Stati Uniti risultavano essere un Paese che esportava
beni ad elevato contenuto di lavoro ed importava beni con un’elevata quota di
capitali, nonostante la loro relativa abbondanza di capitale.
La spiegazione di questo apparente paradosso (noto, appunto, come paradosso
di Leontief) dipenderebbe dal fatto che la teoria non distingue tra diverse
qualificazioni del lavoro: i prodotti americani esportati contenevano
prevalentemente lavoro ad alta qualificazione che, come tale, richiede
necessariamente anche l’uso di capitali adeguati (ingegneri o chimici
necessitano di attrezzature e macchinari sofisticati e costosi per svolgere la
loro professione), mentre il lavoro contenuto nei beni importati negli Stati Uniti
era semplicemente meno qualificato.
11. LA TEORIA NEOCLASSICA DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE
Prima di abbandonare la c.d. teoria ortodossa del commercio internazionale ci
rimane da esaminare la visione neoclassica, che tiene conto simultaneamente
delle differenze tecnologiche, delle differenze nelle dotazioni dei fattori e delle
differenze nei gusti dei consumatori. In particolare, queste ultime sono in
grado di giustificare il commercio internazionale anche a parità degli altri due
elementi.
Avevamo dimostrato, nell’ambito della teoria classica, come il commercio
internazionale fosse vantaggioso in quanto consentiva di ottenere determinati
beni ad un costo minore di quello interno di produzione o, alternativamente,
consentiva di consumare combinazioni di beni non ottenibili in autarchia.
Ad analoga conclusione si perviene con la teoria neoclassica.
Iniziamo a vedere che cosa accade in una economia chiusa producente i soliti
due beni: stoffa e vino (Fig. 2.2.).










Fig. 2.2


La curva TV rappresenta la frontiera produttiva del Paese in questione, mentre
il rapporto interno fra i prezzi dei due beni è dato dalla pendenza della retta
pp. In assenza di commercio il punto C rappresenta sia il punto di produzione
sia quello di consumo (cioè il Paese produce e consuma le quantità OC
V
di vino
e OC
T
di tessuto).
O

p

p

Vino

T
e
s
s
u
t
o

T

V

C

C
V
C
T












La Fig. 2.3. mostra invece la situazione dopo l’apertura al commercio
internazionale: la pendenza della retta RR rappresenta la ragione di scambio
internazionale e il punto di produzione diviene C’.
Introduciamo ora la rappresentazione grafica dei gusti dei consumatori, cioè le
curve di indifferenza, ognuna delle quali rappresenta un insieme di
combinazioni di vino e tessuto che procurano all’individuo lo stesso livello di
soddisfazione.
Le curve di indifferenza godono di tre proprietà:
 sono convesse rispetto all’origine (il consumatore attribuisce ad una unità
addizionale di un dato bene un’importanza tanto minore, rispetto agli altri
beni, quanto maggiore è la quantità di esso da lui posseduta) ed hanno una
pendenza negativa (un aumento nella quantità di uno dei beni deve essere
controbilanciato da una diminuzione nella quantità dell’altro bene, se si
vuole che l’individuo mantenga lo stesso livello di utilità);
 curve di indifferenza più alte corrispondono a livelli di soddisfazione più
elevati di quelli delle curve di indifferenza più basse (i punti sulla curva di
R
R
C’
O

p

p

Vino

T
e
s
s
u
t
o

T

V

C

C
V
C
T
Fig. 2.3
indifferenza più elevata rappresentano combinazioni di beni in cui vi è una
maggiore quantità di almeno uno dei beni);
 le curve di indifferenza non possono intersecarsi.
Il Paese in esame, quando si apre al commercio, può muoversi lungo la RR
raggiungendo combinazioni di beni prima irraggiungibili perché esterne alla
curva di trasformazione, e più precisamente si andrà a collocare nel punto di
tangenza fra la retta dei prezzi relativi internazionali e la curva di indifferenza
più alta fra quelle che l’economia può raggiungere.
12. LA TEORIA DEL GAP TECNOLOGICO
Un’ulteriore critica avanzata nei confronti della teoria di Heckscher-Ohlin si
riferisce al fatto che essa non considera il ruolo fondamentale del progresso
tecnico. Sappiamo invece che le innovazioni tecnologiche permettono di
realizzare rendimenti crescenti di scala (o economie di scala), il che significa
che è possibile produrre di più impiegando quantità proporzionalmente inferiori
di inputs: è quindi comprensibile che il progresso tecnico sia un elemento
fondamentale nel processo di sviluppo dei Paesi, con ripercussioni importanti
anche dal punto di vista del commercio internazionale.
Una teoria che ha cercato di spiegare la relazione esistente tra innovazione
industriale ed esportazioni di un Paese è la teoria del gap tecnologico,
elaborata da Michael Posner agli inizi degli anni Sessanta. Secondo questo
teorico i vantaggi comparati che sono alla base del commercio internazionale
dipendono soprattutto dal vantaggio monopolistico di cui temporaneamente
possono godere alcuni Paesi. La teoria distingue tra due gruppi di Paesi: gli
“innovatori” e gli “imitatori”.
Gli innovatori sono di solito i Paesi tecnologicamente più avanzati, che
dispongono di lavoratori altamente qualificati, che investono in spese di ricerca
e sviluppo o che, semplicemente, hanno maggiore capacità creativa e
innovativa: qualunque sia la ragione, i Paesi innovatori sono quelli che danno
vita a nuovi prodotti e a nuovi processi produttivi rispetto ai quali (in alcuni
casi grazie anche all’esistenza di forme giuridiche di tutela quali i brevetti o il
copyright), almeno per un certo periodo di tempo, godono di una posizione di
monopolio nel senso che sono gli unici a produrre ed offrire sui mercati interno
e internazionale questa particolare innovazione.
Con il passare del tempo però altri Paesi, gli imitatori appunto, possono
acquisire queste nuove tecniche produttive e produrre a loro volta il prodotto
innovativo per il loro mercato interno e per quello internazionale. Se il Paese
imitatore può disporre di manodopera in abbondanza e a basso costo, può
accadere addirittura che esso produca ed esporti il bene in questione anche nel
Paese che per primo ha dato origine all’innovazione; quest’ultimo, infatti, può
trovare conveniente destinare le proprie risorse (capitale e lavoro) alla
creazione di altri nuovi prodotti, acquistando a prezzi più bassi il bene, ormai
vecchio, prodotto dal Paese imitatore.
13. LA TEORIA DEL CICLO DI VITA DEL PRODOTTO
L’analisi di Posner consiste dunque nella descrizione del processo dinamico con
cui i prodotti e i processi si rinnovano continuamente e le tecnologie esistenti si
trasferiscono gradualmente ad altri Paesi ed è particolarmente adatta a
spiegare quella parte di commercio che consiste nello scambio internazionale di
beni manufatti fra Paesi sviluppati dotati di condizioni economiche generali
molto simili.
Tuttavia, il modello del “gap tecnologico” presta il fianco ad alcuni rilievi critici.
Innanzi tutto non spiega le determinanti dell’innovazione, cioè perché le
innovazioni nascono in certi Paesi e non in altri. Secondo, il modello fa
dipendere la superiorità tecnologica di un Paese in un certo settore dalle
differenze di epoca di inizio della produzione, senza tener conto della rapidità
con cui l’innovazione stessa si diffonde fra le imprese del ramo. Infine, Posner
trascura completamente il fenomeno delle imprese multinazionali: non spiega
cioè perché l’impresa innovatrice non scelga di sfruttare direttamente i
vantaggi derivanti dalla possibilità di minimizzare i costi di produzione andando
essa stessa a produrre nel Paese dove quei costi sono minori.
Sulla scorta di tali limiti, una successiva estensione della teoria del “gap
tecnologico” ha visto la luce grazie a Vernon (1966) e Hirsch (1967), che
rielaborarono la teoria di Posner attraverso la nozione di “ciclo di vita del
prodotto”. Hirsch, in particolare, sottolinea come col tempo la tecnologia di
produzione di un nuovo bene si vada progressivamente standardizzando e
come questo comporti delle modificazioni nelle intensità e nella qualità dei
fattori impiegati nella sua produzione. Nella sua fase iniziale di produzione e
sviluppo il prodotto nuovo richiede tecniche ad alta intensità di lavoro
qualificato, ma, mano a mano che aumenta la scala produttiva, alle imprese
conviene utilizzare macchinari specializzati, capaci di abbreviare al massimo i
tempi di produzione. Quando poi il prodotto è maturo e le tecnologie
standardizzate, diviene particolarmente importante la disponibilità di lavoro
non qualificato.
Secondo questa visione, le produzioni industriali sono caratterizzate da tre
diverse fasi:
 l’introduzione sul mercato;
 la fase di sviluppo;
 la fase di maturazione.
La prima fase è quella che corrisponde al momento iniziale in cui un nuovo
prodotto, risultato di un’invenzione o di un’innovazione, viene introdotto sul
mercato. In questa fase generalmente la scala di produzione è ridotta perché,
trattandosi di un prodotto nuovo, la domanda è ancora limitata e piuttosto
rigida rispetto al prezzo: il processo produttivo richiede, inoltre, un contenuto
di lavoro altamente qualificato, necessario a perfezionare e introdurre sul
mercato il nuovo prodotto (spese di ricerca e di marketing), il quale, quindi,
sarà venduto a prezzi alti.
Nella seconda fase, definita anche come fase di sviluppo, il prodotto è ormai
perfezionato e pronto per produzioni su larga scala; anche la domanda del
bene, a questo punto, è cresciuta ed è più elastica rispetto al prezzo (se il
prezzo diminuisce i consumatori sono disposti ad acquistare quantità
proporzionalmente sempre più elevate del bene): nuove imprese, anche
straniere, sono interessate alla produzione di questo prodotto. Diminuisce
l’importanza del fattore lavoro nel processo produttivo, mentre aumenta
l’intensità del capitale. Crescendo il numero dei produttori, si riduce il costo di
produzione del bene e ne aumenta l’offerta. Il prezzo del bene di conseguenza
diminuisce.
Il ciclo di vita del prodotto si conclude con la fase di maturazione: la
produzione è ormai standardizzata in quanto il bene non è soggetto a ulteriori
modifiche o innovazioni, vengono utilizzati impianti che permettono produzioni
su larga scala, l’impiego di lavoro qualificato è sempre più marginale, la
domanda di mercato è sempre più estesa. Un aumento del prezzo del bene ora
provocherebbe una consistente riduzione della sua domanda.
L’esperienza dimostra che i Paesi più ricchi, con un reddito pro-capite più
elevato, investono più risorse nella ricerca e nell’innovazione e si specializzano
soprattutto nelle nuove produzioni. Questi nuovi prodotti, frutto della ricerca e
dell’innovazione, vengono esportati durante la prima fase del ciclo di vita anche
nei Paesi meno sviluppati in cui tali processi innovativi non sono praticabili per
la mancanza di risorse finanziarie (capitale) ed umane (lavoro altamente
qualificato). I Paesi innovatori non sono necessariamente quelli più grandi:
Paesi anche con mercati interni certo non estesi, come la Svizzera, l’Olanda o
la Svezia, sono tradizionalmente innovatori in alcuni settori come quello
farmaceutico, chimico e delle telecomunicazioni.
Nelle fasi successive, quando il processo produttivo diventa via via più
standardizzato, la produzione viene introdotta in un numero maggiore di Paesi,
con reddito pro-capite medio o alto, allo scopo di soddisfare la domanda sia
interna sia internazionale. Solo quando il bene è ormai maturo e
standardizzato può essere prodotto ed esportato anche da parte dei Paesi
meno sviluppati che, a questo punto, diventano generalmente concorrenziali in
termini di prezzo grazie al basso costo e all’elevata disponibilità di manodopera
di cui dispongono.
Anche le grandi imprese multinazionali sembrano riprodurre questo processo
evolutivo: nella fase iniziale del ciclo di vita del prodotto la produzione viene
svolta prevalentemente all’interno del Paese d’origine, perché richiede un
elevato impiego di risorse finanziarie ed umane che permettono di perfezionare
e di reclamizzare il nuovo prodotto all’interno e all’estero. Quando poi il
prodotto ha raggiunto la fase matura, sono le stesse imprese multinazionali a
decentrare la produzione ormai standardizzata nei Paesi meno sviluppati, dove
la disponibilità di lavoro non particolarmente qualificato è elevata e il suo costo
è basso.
In conclusione, è quindi evidente come questa teoria attribuisca un’importanza
determinante alla tecnologia ed ai suoi mutamenti per spiegare le correnti
degli scambi internazionali.





















LA POLITICA COMMERCIALE

Come abbiamo visto, la produzione dei beni avviene a costi diversi nei vari
Paesi: quando vi è un divario tra i costi comparati, lo scambio internazionale è
vantaggioso per entrambi i Paesi. Si deduce quindi che una politica ispirata alla
libertà degli scambi (o di libero scambio), cioè una politica che non pone
restrizioni e vincoli agli scambi internazionali, consente ad ogni Paese di
specializzarsi nelle produzioni in cui ha costi minori e avvantaggia tutte le
nazioni. In tal modo infatti tutti i beni vengono prodotti al minor costo
possibile.
Spesso però i Paesi hanno adottato politiche protezionistiche, volte a ridurre le
importazioni e ad espandere le esportazioni: il protezionismo consiste appunto
in quell’insieme di politiche commerciali che mirano a limitare l’importazione di
prodotti dall’estero con lo scopo principale di sostenere o proteggere la
produzione delle imprese nazionali.
Il protezionismo può essere attuato per mezzo di diversi strumenti, in
particolare ricorrendo a:
- dazi o tariffe doganali;
- contingenti di importazione;
- sussidi all’industria nazionale;
- altre barriere non tariffarie.
I dazi o tariffe doganali sono tributi che vengono pagati sui prodotti importati
dall’estero. Essi possono essere specifici o ad valorem.
Il dazio specifico è commisurato alla quantità della merce importata.
Il dazio ad valorem invece è commisurato ad una percentuale del valore
(uguale al prezzo moltiplicato per la quantità) della merce importata.
A seconda dei fini che perseguono, i dazi si distinguono in fiscali e protettivi. I
primi hanno lo scopo di fornire delle entrate finanziarie allo Stato, mentre i
secondi di scoraggiare l’ingresso delle merci straniere nel Paese.
Poiché il dazio fa aumentare il prezzo dei beni importati, è ovvio che la sua
introduzione contribuisce a ridurre l’importazione dei beni tassati a tutto
vantaggio delle imprese nazionali che producono lo stesso bene.
I contingenti di importazione consistono nel determinare la quantità massima
di un prodotto estero che può essere importata; i beni contingentati possono
essere importati soltanto con il rilascio di una speciale autorizzazione, chiamata
licenza di importazione, che permette di tenere sotto controllo la quantità
effettivamente importata del bene contingentato.
I sussidi o premi (del Governo) all’industria nazionale, detti anche premi
all’esportazione, consistono nel pagare somme di danaro (cioè contributi),
oppure nel concedere sgravi tributari o degli oneri sociali alle imprese. Gli oneri
sociali sono i versamenti che le imprese devono fare allo Stato per finanziare
gli istituti previdenziali che erogano le pensioni, l’assistenza sanitaria, ecc. ai
lavoratori.
Queste misure riducono i costi di produzione delle imprese, le quali potranno
così vendere i loro prodotti a prezzi più bassi. In tal modo esse potranno
esportare di più e vendere di più all’interno, determinando una diminuzione
delle importazioni, perché i consumatori interni preferiranno i prodotti nazionali
a quelli importati se i primi hanno un prezzo minore.
Vi sono infine barriere non tariffarie di vario genere che rendono difficile
l’ingresso di un bene prodotto all’estero. Ne costituiscono due rilevanti esempi
le restrizioni volontarie all’esportazione e i regolamenti sanitari.
Le restrizioni volontarie all’esportazione consistono nel fenomeno per cui un
Paese A, facendo uso della sua forza politica, convince un altro Paese B a
ridurre le sue esportazioni verso A.
I regolamenti sanitari, invece, prevedono che il Paese A vieti l’importazione di
una determinata merce dal Paese B, perché essa non è prodotta in B secondo
le regole previste dalle leggi sanitarie nazionali di A.
Dal punto di vista generale non ci sono grosse differenze tra questi strumenti:
tutti vanno sostanzialmente a vantaggio delle imprese nazionali e a svantaggio
delle imprese estere e dei consumatori; si noti, però, che questi ultimi, se nel
caso del dazio possono soddisfare la propria domanda di un determinato bene,
sia pure ad un prezzo più elevato, nel caso dei contingenti di importazione o di
altre barriere non tariffarie potrebbero non avere neppure questa possibilità.
Analizziamo ora gli effetti economici di un dazio e di un contingente di
importazione.
Supponiamo che la domanda di un determinato bene nel Paese A sia limitata e
comunque non in grado di incidere sul prezzo mondiale del bene stesso. Se
non vi fosse possibilità di scambio con l’estero (c.d. autarchia), domanda e
offerta nazionale si eguaglierebbero in corrispondenza di un prezzo
decisamente più elevato rispetto a quello mondiale, a fronte del quale i
consumatori sarebbero disposti a domandare complessivamente una quantità
limitata del bene.
Se, invece, esiste la possibilità di libero scambio con l’estero, il prezzo del bene
in questione scende al livello del prezzo mondiale. I consumatori sanno, infatti,
che a questo prezzo la loro domanda verrà comunque soddisfatta, in parte
dalla produzione nazionale e in parte attraverso le importazioni.
Vediamo adesso di capire quali sarebbero gli effetti di un dazio in questa
situazione: supponiamo che il Paese A, per proteggere l’industria nazionale,
applichi un dazio molto elevato sull’importazione del bene in questione. La
curva di offerta mondiale si sposta parallelamente verso l’alto in
corrispondenza di un nuovo prezzo pari alla somma del livello del prezzo
mondiale del bene (ad esempio, 5.000 €) con l’entità del dazio applicato (ad
esempio, 3.000 €). L’introduzione del dazio, provocando un aumento del
prezzo del bene (5.000+3.000=8.000 €) determinerà un calo della domanda
da parte dei consumatori, un aumento della produzione da parte delle imprese
nazionali e una corrispondente diminuzione delle importazioni.
Gli effetti provocati da un contingente di importazione del bene sarebbero stati
qualitativamente simili. Introdurre un contingente significa sostanzialmente
decidere quale sarà l’ammontare massimo di importazioni ammesso, il che
equivale a stabilire la dimensione del segmento che si colloca tra domanda e
offerta nazionali.
In realtà una differenza tra i due strumenti esiste e consiste nel fatto che i dazi
costituiscono un’entrata per le casse dello Stato, cosa che non avviene nel caso
dei contingenti di importazione. Se il gettito derivante dalle tariffe doganali
venisse utilizzato, ad esempio, per ridurre altre imposte, allora i consumatori
potrebbero essere in parte compensati dalla perdita di benessere arrecata
dall’introduzione del dazio. Sotto questo aspetto, un dazio potrebbe essere
relativamente preferibile rispetto all’introduzione di contingenti.
La maggior parte degli economisti non è tuttavia favorevole all’uso di strumenti
protezionistici poiché è stato dimostrato che la perdita di benessere subita dai
consumatori è comunque superiore rispetto ai vantaggi che derivano dalla
crescita dei profitti da parte dei produttori da un lato e dall’eventuale aumento
delle entrate dello Stato dall’altro.
Un altro svantaggio è legato al fatto che il protezionismo nei confronti delle
imprese nazionali rischia di favorire l’inefficienza, nel senso che molte imprese
poco efficienti, che correrebbero il rischio di fallire di fronte alla concorrenza
esterna, restano sul mercato solo grazie al fatto che l’introduzione di dazi o di
contingenti fa sì che i prezzi interni siano più elevati rispetto a quelli presenti in
condizioni di libero scambio.
Infine, l’adozione di politiche commerciali protezionistiche da parte di un Paese
potrebbe provocare, e di solito provoca, ritorsioni da parte degli altri Paesi ed
estende ulteriormente le conseguenze negative che accompagnano questo tipo
di politiche.
In ogni caso, le ragioni principali che spiegano l’adozione di politiche di natura
protezionistica da parte dei governi sono le seguenti:
 il protezionismo rende indipendente un Paese nei confronti degli altri
Paesi stranieri. Si sostiene infatti che l’eccessiva specializzazione
produttiva può danneggiare l’indipendenza politica di un Paese, se questo
viene a dipendere dal commercio internazionale per i generi alimentari o
per il materiale bellico. Questa argomentazione è stata usata per
proteggere l’agricoltura e diversi rami industriali come la siderurgia,
l’industria chimica e le telecomunicazioni.
 Protegge dalla concorrenza straniera le industrie nascenti (cc.dd.
industrie giovani), soprattutto nei Paesi in via di sviluppo che, in caso
contrario, potrebbero non essere in grado di superare la fase iniziale di
avvio dell’attività produttiva; se questa è la ragione, allora il ricorso a
forme di protezionismo dovrebbe avere una durata limitata al tempo
necessario a garantire la crescita iniziale delle imprese e lo sviluppo
economico del Paese.
 Tutela l’occupazione, soprattutto in periodi di recessione economica,
proteggendo le imprese nazionali con dazi e contingenti di importazione.
La domanda interna aumenta orientandosi in misura maggiore (o totale,
a seconda dell’entità della restrizione al libero scambio) verso la
produzione interna ed incentivando, in tal modo, la creazione di nuovi
posti di lavoro.
Queste ragioni sono in parte facilmente condivisibili, ma sono state anche
molto criticate perché possono comunque dar luogo a situazioni di inefficienza,
soprattutto quando nascondono altre motivazioni reali. E’ stato sottolineato, ad
esempio, che l’attuazione di pratiche protezionistiche da parte di un Paese
comporta il rischio di ritorsioni da parte dei Paesi colpiti da questi
provvedimenti con il risultato, come si è già detto, di moltiplicare le
conseguenze negative provocate dagli ostacoli al libero scambio.
La protezione dell’industria giovane, molto spesso, viene spinta al di là del
tempo strettamente necessario per favorire la crescita delle imprese, con il
rischio di rendere inefficienti le imprese e di ritardare paradossalmente il loro
processo di crescita.
Infine, anche per quanto riguarda la tutela dell’occupazione, è stato
sottolineato come sia possibile ottenere risultati analoghi attraverso opportune
politiche economiche, monetarie o fiscali, che aumentino la domanda e
l’occupazione.
Il rischio, insomma, è che molto spesso dietro a queste apparenti giustificazioni
si nascondano prevalentemente gli interessi di gruppi di pressione (imprese od
organizzazioni dei lavoratori) che temono la concorrenza internazionale e
cercano di salvaguardare le proprie posizioni.

































ECONOMIA INTERNAZIONALE MONETARIA
1. IL FUNZIONAMENTO DEL MERCATO DEI CAMBI
Rispetto agli scambi commerciali che avvengono tra agenti all’interno di uno
stesso Paese, gli scambi internazionali tra agenti che appartengono a Paesi
diversi risultano complicati dal fatto che ciascun Paese ha una propria moneta.
Così, ad esempio, il produttore italiano di automobili quando vende le sue auto
ad un rivenditore americano vuole essere pagato in euro. Allo stesso modo, il
negoziante italiano che vuole acquistare impianti hi-fi dal Giappone deve
essere in grado di effettuare la sua transazione in yen, il che significa
acquistare yen in cambio di euro e usarli per pagare la merce al fornitore
giapponese.
Oltre all’esportazione e all’importazione di beni e servizi, tra i Paesi si creano
anche importanti movimenti di capitali, vale a dire flussi di attività finanziarie
in entrata e in uscita da un Paese, che si verificano ogni qual volta i privati
cittadini o lo Stato concedono od ottengono prestiti da cittadini o governi di
altri Paesi. Queste attività possono riguardare l’acquisto o la vendita di azioni,
obbligazioni e titoli di Stato ma anche altre forme di investimento reale, come
l’acquisto o la vendita di terreni, case e così via. Per semplicità parleremo di
capitali o di attività finanziarie in generale, intendendo però tutto l’insieme di
questi investimenti.
Affinché nel mondo ci sia un regolare funzionamento degli scambi è
indispensabile che vi sia un sistema finanziario internazionale che permetta alle
monete dei diversi Paesi di circolare. Il mercato valutario (o mercato delle
valute, delle divise, dei cambi) è il luogo in cui si scambiano le monete dei
diversi Paesi. Per ogni valuta vi sono una domanda e un’offerta, le quali
dipendono rispettivamente dal prezzo di una valuta in termini di un’altra.
La domanda di dollari, ad esempio, dipende dalla quantità di euro che bisogna
sborsare per ottenere 1 dollaro: è questo il cambio, ovvero il tasso di cambio
dollaro-euro, cioè il prezzo del dollaro in termini di euro.
Il cambio euro-dollaro è naturalmente il reciproco del precedente: la quantità
di dollari che occorre pagare per ottenere 1 euro sul mercato dei cambi.
In generale il tasso di cambio tra due monete A e B è la quantità di moneta B
necessaria ad acquistare una unità della moneta A.
Ora, quanto maggiore è la quantità di dollari che un americano deve sborsare
per comprare un euro (cioè quanto maggiore è il cambio euro-dollaro), tanto
minore sarà la domanda di euro da parte degli americani. Pertanto la domanda
di euro è funzione decrescente del tasso di cambio euro-dollaro.
D’altra parte, per ragioni analoghe, quanto maggiore è la quantità di dollari che
un cittadino dell’UEM può ottenere vendendo euro (cioè quanto maggiore è il
cambio euro-dollaro), tanto maggiore è la quantità di euro che i cittadini
dell’UEM saranno disposti a vendere, cioè ad offrire (per avere in cambio
dollari). Pertanto l’offerta di euro è funzione crescente del tasso di cambio
euro-dollaro.
Le curve hanno lo stesso andamento di quelle di domanda e offerta di un bene.
L’intersezione tra di esse determina il cambio di equilibrio, che eguaglia la
quantità domandata di euro a quella offerta.
Accanto agli operatori esteri che domandano e offrono valuta sul mercato dei
cambi per effettuare le transazioni commerciali e finanziarie, opera anche
un’altra categoria di operatori, quella degli speculatori, che agiscono sui
mercati internazionali con il solo scopo di trarre profitto dalle variazioni dei
cambi. Essi ad esempio, se prevedono che il cambio euro-dollaro in futuro
salirà, acquistano oggi gli euro per rivenderli quando il cambio sarà aumentato
e avere così un profitto. In tal modo essi però, aumentando la domanda di
euro, faranno aumentare già ora il cambio e, rivendendo gli euro in futuro,
faranno scendere il cambio futuro.
In tal modo gli speculatori svolgono un’azione di stabilizzazione dei cambi,
evitando brusche variazioni di questi. L’esperienza però mostra che non è
sempre così, anzi spesso la speculazione aggrava le oscillazioni dei cambi
determinando una grande incertezza ed instabilità sui mercati internazionali.
Quando il prezzo di una moneta aumenta rispetto ad un’altra si parla di
apprezzamento della prima moneta rispetto alla seconda. Viceversa, si ha un
deprezzamento quando il prezzo di una moneta diminuisce rispetto ad un’altra.
Nel linguaggio comune, anziché parlare di apprezzamento e deprezzamento
della moneta, si usano spesso come sinonimi i termini di “rivalutazione” e
“svalutazione”.
Per rivalutazione si intende un rialzo del valore della moneta (come avviene nel
caso dell’apprezzamento).
La svalutazione indica invece la perdita di valore della moneta (come avviene
nel caso di un deprezzamento).
Nel linguaggio economico queste definizioni si riferiscono però a due situazioni
diverse: l’apprezzamento/deprezzamento fa riferimento a variazioni del tasso
di cambio dovute a modificazioni spontanee della domanda e dell’offerta di una
valuta; La rivalutazione/svalutazione, invece, sono il risultato di un intervento
specifico da parte dell’autorità monetaria allo scopo di correggere il tasso di
cambio.
2. I DIVERSI SISTEMI DI TASSO DI CAMBIO
Il sistema finanziario internazionale rappresenta l’insieme di norme, di
disposizioni e di istituzioni che permettono di regolare gli scambi tra Paesi
diversi. All’interno di questo sistema è particolarmente importante il modo in
cui è regolato il mercato dei cambi. Nel corso del tempo sono stati sperimentati
almeno tre diversi meccanismi di funzionamento di questo mercato:
- cambi flessibili;
- cambi fissi;
- cambi amministrati.
In regime di cambi flessibili o fluttuanti o oscillanti il tasso di cambio viene
fissato dall’incontro fra domanda e offerta. Sul mercato dei cambi operano, da
un lato, gli importatori di beni e servizi che domandano l’ammontare di valuta
estera necessario ad effettuare i loro acquisti; dall’altro operano, invece, gli
esportatori, che offrono valuta estera in cambio di beni e servizi. In queste
circostanze il tasso di cambio è soggetto a frequenti oscillazioni in base alle
condizioni di domanda e di offerta e questo rende incerte e variabili le
condizioni di scambio tra gli operatori. Il produttore che, ad esempio, si
impegna a fornire a distanza di un mese ad un cliente estero una certa
quantità di beni di sua produzione, o l'investitore che intende investire il
proprio denaro in un Paese straniero, non possono sapere con certezza quale
sarà il prezzo effettivo a cui avverrà la transazione e potrebbero trarre un
vantaggio oppure subire una perdita a seconda di come verrà a fissarsi il tasso
di cambio.
Un sistema diametralmente opposto è invece quello dei cambi fissi: in questo
caso, ogni Paese fissa un dato tasso di cambio della propria moneta rispetto a
tutte le altre e le banche centrali acquistano e vendono qualunque ammontare
di una certa valuta in cambio di un valore prefissato di moneta nazionale.
Contrariamente al caso dei cambi flessibili, un regime a cambi fissi assicura la
massima certezza agli operatori, i quali non devono preoccuparsi del fatto che i
tassi di cambio possano improvvisamente variare rendendo meno convenienti
le loro transazioni e i loro investimenti; in questo senso, il sistema a cambi fissi
favorisce gli scambi commerciali e le attività finanziarie. D'altro lato, però, esso
può comportare problemi rilevanti per le autorità monetarie dei Paesi, le quali
devono disporre di cospicue riserve in valuta straniera per far fronte agli
squilibri tra domanda e offerta, con il rischio ulteriore di dar fondo ad ogni
riserva nel caso in cui questi squilibri siano rilevanti o perdurino nel tempo. Un
altro limite è rappresentato dal fatto che il sistema a cambi fissi può funzionare
bene solo se i prezzi interni dei fattori e dei beni sono vicini a quelli
internazionali. Per capire perché, proviamo ad immaginare che cosa accade se,
a seguito di un aumento del livello generale dei prezzi (inflazione) o del costo
dei fattori produttivi (ad esempio, del lavoro), i prezzi interni di un Paese sono
più alti rispetto a quelli praticati negli altri Paesi. In questo caso, il Paese perde
competitività e gli operatori stranieri non saranno disposti ad acquistare beni e
servizi da un Paese che pratica prezzi più elevati rispetto a quelli internazionali.
La quantità di valuta estera che affluisce nel Paese diminuisce, ma poiché i
cambi devono restare fissi la banca centrale del Paese che ha perso
competitività dovrà difendere la parità del tasso di cambio; a questo scopo
essa dovrà, in sostanza, vendere quantità di oro o di valute straniere in cambio
di moneta nazionale (in tal modo, infatti, aumenta la domanda di valuta
nazionale e l'offerta di valuta straniera). E' evidente che, alla lunga, interventi
del genere non sono sostenibili poiché alla fine la banca centrale dovrà dar
fondo alle proprie riserve per mantenere la parità del tasso di cambio. Perché
un regime di cambi fissi possa essere mantenuto è allora necessario che i
prezzi delle merci, così come i rendimenti delle attività finanziarie, non siano
molto diversi tra Paesi, perché in caso contrario si assisterebbe ad uno
spostamento della domanda mondiale di beni, servizi e attività finanziarie
verso i Paesi in cui i prezzi sono più bassi. E' quindi necessario che le politiche
economiche attuate nei diversi Paesi siano molto simili e possibilmente
coordinate tra loro.
In una posizione intermedia tra un regime di cambi perfettamente fissi e uno di
cambi perfettamente flessibili si colloca il sistema dei tassi di cambio
amministrati o controllati (detto anche fluttuazione sporca): in questo caso, le
autorità monetarie e di governo normalmente intervengono sul mercato delle
divise per influenzare e tenere sotto controllo l'andamento del tasso di cambio,
acquistando e vendendo valuta in modo da smorzare le fluttuazioni del cambio
determinate dall'operare quotidiano delle forze di mercato.
3. BREVE EXCURSUS STORICO SUI SISTEMI DI CAMBIO
Dal punto di vista storico il primo e forse più importante sistema a cambi fissi è
rappresentato dal sistema aureo o gold standard, che entrò in vigore dopo il
1870 (non tutti i Paesi che aderirono a questo sistema lo adottarono
contemporaneamente) e venne mantenuto fino al 1914, data di inizio della
prima guerra mondiale. In base al sistema aureo ciascun Paese fissava il valore
della propria moneta in termini di oro: il sistema era basato su alcuni
presupposti, che venivano accettati e quindi rispettati da tutti i principali Paesi
del mondo sviluppato di quell'epoca, cioè in pratica da quelli dell'Europa e
dell'America del Nord; tali presupposti erano: parità fissa tra ciascuna moneta
e l'oro; convertibilità di ciascuna moneta in oro; legame tra la quantità di
moneta in circolazione e la quantità di oro posseduta da ciascun Paese.
Nel sistema aureo il cambio tra due monete è determinato dalla parità tra le
stesse ed è fisso, salvo la possibilità di oscillazioni entro limiti ristretti e
determinati detti punti dell'oro, i quali si determinano aggiungendo (punto
superiore dell'oro) e sottraendo (punto inferiore dell'oro) dalla parità tra le due
monete (che è determinata dal rapporto tra le parità delle due monete rispetto
all'oro) le spese di spedizione e di assicurazione dell'oro da un Paese all'altro.
Negli anni Venti, però, questo sistema venne messo a dura prova dagli eventi
storici e dalla difficoltà, registrata da numerosi Paesi, di mantenere la parità
con l'oro. Negli anni compresi fra il 1918 e il 1939 (anno in cui scoppiò la
seconda guerra mondiale) si alternarono, quindi, periodi in cui i tassi di cambio
venivano lasciati fluttuare liberamente ad altri in cui, proprio a causa
dell'incertezza e delle conseguenze negative sugli scambi commerciali prodotte
dalle oscillazioni del tasso di cambio, veniva ripristinato il sistema a cambi fissi.
In altri termini, l'abbandono del sistema aureo nel periodo tra le due guerre
mondiali portò ad un regime di cambi flessibili, che in alcuni periodi divennero
controllati. Non essendo più le divise convertibili in oro, il cambio tra due
monete non risultava più fisso come in regime aureo (in cui le oscillazioni del
cambio sono minime, perché non possono superare i punti dell'oro), ma
oscillava liberamente senza limiti a seconda della domanda e dell'offerta delle
valute. La domanda e l'offerta delle valute si ritenevano influenzate dal potere
d'acquisto che esse avevano all'interno dei rispettivi Paesi, pertanto il cambio
di equilibrio (determinato dalla domanda e dall'offerta delle valute) risultava
essere quello corrispondente al rapporto tra i poteri d'acquisto interni delle due
monete (teoria della parità dei poteri d'acquisto di G. Cassel).
La collaborazione internazionale, che era stata assai intensa nel periodo dal
1870 al 1914, quando la maggior parte dei Paesi aveva rispettato le regole del
sistema aureo e in particolare la convertibilità delle monete, si affievolì
fortemente nel periodo tra le due guerre mondiali, quando ciascun Paese,
perseguendo politiche ispirate all'egoismo nazionale, cercava di avere quel
cambio che gli garantisse la piena occupazione all'interno, anche se ciò
danneggiava altre nazioni o riduceva gli scambi internazionali. Diversi Paesi,
per espandere le esportazioni, svalutavano il cambio e inoltre cercavano di
ridurre le importazioni mediante misure protezionistiche e altri strumenti di
politica valutaria miranti ad incidere direttamente sui movimenti di valuta.
Questi provvedimenti determinarono un controllo dei cambi da parte dei
governi: i cambi non risultavano più determinati dalla domanda e dall'offerta di
valuta che si formavano liberamente sul mercato, ma erano controllati dai
governi attraverso misure di politica valutaria.
Praticamente, dagli anni Venti fino alla seconda guerra mondiale, il dollaro e la
sterlina furono le uniche monete che potevano essere convertite in oro e le
banche centrali di tutto il mondo detenevano queste monete come valute di
riserva. Il valore di ciascuna moneta era fissato rispetto all'oro e, nel caso di
squilibri rispetto alla parità ufficiale, le banche centrali intervenivano
utilizzando le loro riserve valutarie in dollari e sterline. Se gli squilibri erano
particolarmente gravi e duraturi la moneta veniva svalutata, cioè veniva rivisto
e modificato il cambio (o parità) ufficiale.
Un ulteriore tentativo di mantenere fissi i tassi di cambio fra le valute dei
diversi Paesi venne fatto nel 1944 con gli accordi di Bretton Woods. Questi
accordi non si limitavano a regolare il mercato dei cambi ma prevedevano un
più ampio programma di cooperazione internazionale, attraverso la creazione
di appositi organismi e istituzioni che dovevano cercare di favorire gli scambi
internazionali, garantendo nello stesso tempo la stabilità monetaria,
indispensabile per la ripresa delle economie soprattutto dopo le drammatiche
conseguenze prodotte dalla Grande Depressione degli anni Trenta. In pratica,
dopo la seconda guerra mondiale si decise di tornare ad un ordine nei rapporti
economici internazionali basato su di un sistema multilaterale di relazioni
gestito dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Questo, che ha sede a
Washington, nacque proprio con gli accordi di Bretton Woods del 1944,
stipulati inizialmente tra 39 nazioni e a cui hanno successivamente aderito
quasi tutti i Paesi del mondo. Ne sono rimasti fuori per lungo tempo l'Unione
Sovietica e gli altri Paesi a regime comunista, che avevano un'economia in cui
il commercio con l'estero era concentrato nelle mani dello Stato.
Per quanto riguarda più direttamente il mercato dei cambi, invece, secondo gli
accordi di Bretton Woods ciascun Paese doveva fissare la parità della propria
moneta rispetto al dollaro e impegnarsi a mantenere il tasso di cambio entro
limiti di oscillazione non superiori all'1% al di sopra e al di sotto della parità
stessa: questa scelta dipese dal fatto che in quegli anni gli Stati Uniti, oltre ad
essere la maggior potenza economica mondiale, erano anche la nazione che
deteneva la maggior parte delle riserve auree mondiali. Mentre ogni Paese
dichiarava la parità della propria moneta nei confronti del dollaro, questo aveva
una sua parità rispetto all'oro; il reciproco di questa era il prezzo ufficiale
dell'oro fissato dal Governo americano a 35 dollari per oncia (1 oncia=circa 31
grammi) nel 1934 e rimasto inalterato fino al 1972.
Nel sistema di Bretton Woods era prevista una forma di convertibilità assai più
limitata di quella del regime aureo. Ciascun Paese si impegnava ad adottare la
convertibilità della propria moneta in dollari per i non residenti sulla base della
parità dichiarata. Quindi uno straniero o un cittadino italiano residente
all'estero poteva portare lire alla Banca d'Italia e chiederne in cambio dollari. I
cittadini italiani invece non avevano questo diritto, anche se le leggi interne di
molti Paesi consentivano ai residenti di ottenere valuta straniera, di solito però
per fini precisi quali turismo all'estero o pagamento di merci importate.
Oltre alla convertibilità delle monete nazionali in dollari esisteva la
convertibilità dei dollari in oro, che però era limitata alle banche centrali. Solo
queste potevano chiedere al Tesoro degli Stati Uniti di convertire i dollari in
oro. Il sistema di Bretton Woods era perciò chiamato sistema a cambio aureo
(gold exchange standard). I cambi erano praticamente fissi, però erano
ammesse modificazioni delle parità delle monete rispetto al dollaro. Un
Governo, se riteneva che nella sua economia si fossero determinate modifiche
strutturali tali da dover ridefinire la parità della propria moneta, poteva
mutarla, ma, una volta fissata la nuova parità, doveva mantenere il cambio
entro i limiti di oscillazione dell'1% al di sopra e al di sotto di essa mediante
interventi nei mercati valutari. Il sistema di Bretton Woods era quindi
profondamente diverso da un regime di cambi flessibili, in cui le monete si
svalutano e si rivalutano ogni giorno sul mercato dei cambi a seconda della
domanda e dell'offerta di valuta. Se la variazione della parità superava il 10%,
il Paese che l'attuava doveva chiedere l'autorizzazione al FMI. Il limite del
10% veniva calcolato tenendo conto di tutte le variazioni intervenute dal
momento della prima dichiarazione della parità.
Per oltre vent'anni, seppur con alterne vicende, il sistema funzionò: il dollaro
rappresentava la moneta "forte" del sistema finanziario ed economico
internazionale, poiché la maggior parte degli scambi commerciali e dei
movimenti di capitali erano regolati in dollari e le banche centrali detenevano
le loro riserve in questa valuta. Alla fine degli anni Sessanta, però, i Paesi che
partecipavano all'accordo cominciarono a presentare livelli di inflazione molto
diversi: i prezzi statunitensi salivano determinando una perdita di
competitività, mentre Paesi come il Giappone e soprattutto la Germania, al
contrario, registravano un attivo dai loro scambi con l'estero accumulando
dollari. La speculazione a favore del marco e contro il dollaro contribuì ad
aumentare il flusso di capitali in uscita dagli Stati Uniti il che, insieme alle
spese sostenute dal governo americano per finanziare la guerra in Vietnam e
agli investimenti in Europa da parte delle imprese americane, determinò deficit
di bilancio pubblico e della bilancia dei pagamenti sempre più grandi. Questa
situazione determinò una profonda sfiducia nel dollaro cosicché molte banche
centrali cercarono a più riprese di convertire i dollari in loro possesso in oro. Di
fronte a questa situazione insostenibile per la moneta americana, nell'agosto
1971 l'allora Presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, dichiarò
l'inconvertibilità del dollaro in oro, decretando ufficialmente la fine del sistema
a cambi fissi, di fatto già avvenuta negli anni immediatamente precedenti, dato
che già da tempo la quantità di dollari fuori degli Stati Uniti era enormemente
maggiore delle riserve auree americane.
Da allora l'economia mondiale segue un sistema di cambi in qualche modo
"ibrido" rispetto ai due opposti sistemi di cambio fissi e flessibili. Dopo aver
sperimentato gli svantaggi e le difficoltà di mantenere un sistema di cambio
rigorosamente fisso e le incertezze legate all'instabilità della fluttuazione delle
valute, l'attuale sistema monetario si propone di bilanciare e contrastare i
vantaggi e gli svantaggi di entrambi. Anche se risulta difficile da delineare con
precisione, le sue caratteristiche principali sono le seguenti:
 i cambi non sono più ancorati all'oro, ma vengono determinati
dall'interazione tra domanda e offerta;
 un ruolo centrale nel sistema finanziario internazionale è svolto da tre
principali monete - il dollaro, l'euro e lo yen; si tratta, come è evidente,
di tre monete "forti", relativamente stabili rispetto ad altre valute e a cui
corrispondono tre fra le principali economie mondiali (USA, Europa e
Giappone). Questo fa sì che la maggior parte delle transazioni mondiali si
svolga in queste tre monete, le quali rappresentano anche le principali
valute di riserva per gli altri Paesi;
 in generale, i Paesi lasciano che la propria moneta fluttui liberamente
intervenendo tuttavia, nella maggior parte dei casi, per ridurre le
oscillazioni e garantire una certa stabilità del cambio verso quello che si
ritiene sia il suo livello appropriato;
 alcuni Paesi si sono accordati fra loro per stabilizzare il tasso di cambio
delle loro monete, lasciando però che esse fluttuino liberamente nei
confronti delle valute degli altri Paesi. Il più importante di questi accordi
è quello che ha portato dapprima alla nascita del Sistema Monetario
Europeo (SME) e poi all'introduzione della nuova moneta unica europea,
l'euro;
 altri Paesi, infine, piccoli, poco sviluppati e con quote di commercio
internazionale molto ridotto, non riescono ad utilizzare la loro moneta
nazionale come mezzo di scambio poiché si tratta di monete scarsamente
affidabili; per questa ragione sono costretti ad effettuare i loro scambi
con valute straniere, ottenendo generalmente prestiti da parte di appositi
organismi internazionali come la Banca Mondiale.
4. COME SONO MISURATI GLI SCAMBI INTERNAZIONALI: LA BILANCIA DEI
PAGAMENTI
Cerchiamo adesso di chiarire come sono contabilizzati gli scambi internazionali,
cioè in quale modo sono classificate e registrate le transazioni commerciali e
finanziarie esistenti fra un dato Paese e il resto del mondo.
Il documento che registra tutti i rapporti economici che un Paese ha con
l'estero prende il nome di bilancia dei pagamenti; più specificamente, trattasi
di un rendiconto economico-contabile che annota l'insieme delle transazioni
economiche tra i residenti in un Paese e i non residenti, definiti generalmente
con il termine resto del mondo. Dal punto di vista contabile, il concetto di
"residente" e "non residente" è diverso da quello di "cittadino": residente è
colui che esercita la propria attività economica principale sul territorio;
analogamente, è considerato non residente chi, al di là della propria
cittadinanza, svolge l'attività economica principale in altri Paesi.
La bilancia dei pagamenti di un Paese si riferisce ovviamente ad un periodo di
tempo determinato, normalmente l'anno. In essa cioè vengono registrati i
rapporti economici che si verificano dal 1
o
gennaio al 31 dicembre dell'anno
considerato.
Le componenti della bilancia dei pagamenti sono:
- il conto corrente;
- il conto capitale;
- il conto finanziario;
- errori ed omissioni.
Il conto corrente o delle partite correnti o bilancia delle transazioni correnti è il
blocco della bilancia dei pagamenti in cui vengono registrate le transazioni tra
operatori residenti e non residenti di natura non finanziaria. In particolare,
esso comprende: 1) la c.d. bilancia commerciale, ovvero le esportazioni e le
importazioni di merci (rientrano in questa voce le merci in generale e quelle in
lavorazione, le riparazioni, le provviste di bordo e l'oro non monetario); 2) le
partite invisibili, ossia le esportazioni e le importazioni di servizi come il
turismo; 3) i redditi, che possono essere da lavoro, quali salari o stipendi, e da
capitale, quali gli incassi che si generano dal possesso di attività finanziarie
estere e i pagamenti relativi a passività finanziarie verso non residenti; 4) i
trasferimenti unilaterali correnti, che sono movimenti di valuta che non
nascono da uno scambio e quindi non danno luogo a un corrispondente
movimento di beni o prestazione di servizi, i quali possono avere natura
pubblica o privata e comprendono, a loro volta, le rimesse degli emigranti, le
donazioni, gli interessi e i dividendi.
Se il saldo del conto corrente risulta positivo significa che l'economia del Paese
in questione è florida; infatti, in questo caso le esportazioni sono superiori alle
importazioni e ciò implica che il settore produttivo è competitivo, cioè riesce a
produrre e a vendere a prezzi competitivi rispetto agli altri Paesi. Al contrario
un saldo negativo del conto corrente indica la debolezza dell'apparato
produttivo del Paese considerato, che con le esportazioni non riesce a coprire il
volume delle importazioni di beni e servizi.
Nel conto capitale trovano collocazione: 1) i trasferimenti unilaterali in conto
capitale, che includono i trasferimenti di proprietà di beni capitali, i fondi
collegati all'acquisto o alla vendita di beni capitali e la remissione di debiti; 2)
le attività intangibili, ossia i brevetti, i diritti d'autore e l'avviamento
commerciale.
Un saldo attivo del conto capitale è indice della buona profittabilità degli
investimenti nel Paese considerato; il contrario, invece, nel caso in cui il saldo
risulti passivo.
Nel conto finanziario vengono registrati i movimenti di capitali distinti in: 1)
investimenti diretti, che attengono l'acquisizione di una quota del capitale
sociale di una società estera, con l'intenzione di acquisirne il controllo,
compresa tra il 10% e il 25%; 2) investimenti di portafoglio, riguardanti titoli
azionari e obbligazionari a breve, medio o lungo termine che non comportano
l'acquisizione del controllo di una società estera; 3) derivati, voce che
comprende le transazioni relative a strumenti finanziari complessi quali i
futures, gli swap, i forward e le options, che conferiscono al possessore il
diritto o la facoltà di acquistare o vendere, ad una certa data, gli strumenti
finanziari principali (azioni, titoli di stato e indici di mercato) ai quali sono
collegati; 4) altri investimenti, quali i crediti commerciali, i prestiti, i depositi,
ecc.; 5) variazione delle riserve ufficiali, costituite dalle attività in valuta
diversa dall'euro e che sono dotate di grande liquidità e commerciabilità.
Se il saldo del conto finanziario è positivo significa che vi è nel Paese una
stabilità dei mercati finanziari e, ovviamente, dell'economia. Un saldo negativo
implica, invece, delle considerazioni opposte.
La voce errori ed omissioni è una voce residua che si riferisce, appunto, ad
errori e ad imprecisioni dovute al cambio tra la moneta dei diversi Paesi o a
sfasamenti nella registrazione del conto corrente, del conto finanziario o ad
omissioni legate al conto capitale (mancata registrazione di movimenti di
capitali).
Dal punto di vista contabile, la bilancia dei pagamenti presenta un saldo pari a
0, poiché ogni qual volta vi sono squilibri tra conto corrente e conto capitale
(oltre alla voce "errori ed omissioni") questi danno luogo a variazioni delle
riserve ufficiali di pari ammontare. In altri termini, tutte le voci (cioè le partite)
della bilancia dei pagamenti determinano entrata o uscita di oro o di valute
estere per un Paese. Quando in un dato periodo di tempo le entrate totali di
valuta in un Paese superano le uscite totali di valuta da quel Paese, diremo che
la bilancia dei pagamenti di quel Paese è in avanzo, o in attivo o in surplus, o
che ha un saldo positivo (attivo). Il saldo della bilancia dei pagamenti è dato
dalla differenza tra le entrate e le uscite totali di valuta. Quando invece le
entrate e le uscite di valuta sono uguali, la bilancia dei pagamenti è in pareggio
(cioè in equilibrio), e il suo saldo è uguale a 0. Quando le uscite di valuta
superano le entrate, la bilancia dei pagamenti è in disavanzo, o in passivo, o in
deficit (ha un saldo negativo o passivo). Abbiamo visto che ogni Paese dispone
di una certa quantità di riserve valutarie. Pertanto, se in un dato periodo la
bilancia dei pagamenti è in deficit, il Paese finanzierà questo deficit (pagherà
cioè la differenza tra uscite ed entrate di valuta) con le riserve valutarie che
possiede, le quali pertanto diminuiranno. Ma è chiaro che tale situazione non
può durare a lungo. Infatti, se sistematicamente (ogni anno) le entrate totali di
valuta estera fossero inferiori alle uscite, prima o poi le riserve valutarie del
Paese si esaurirebbero. Al contrario, se un Paese ha la propria bilancia in
avanzo, facendo aumentare la quantità di moneta interna, crea pressione
inflazionistica nel Paese (cioè un aumento dei prezzi). Pertanto ciascun Paese,
anche se per un certo tempo può avere squilibri nella bilancia dei pagamenti
(deficit o surplus), nel lungo periodo si adopererà per avere la propria bilancia
dei pagamenti in equilibrio.
5. L'AGGIUSTAMENTO DELLE BILANCE DEI PAGAMENTI
 SISTEMA A CAMBI FISSI (GOLD STANDARD)
Nel regime aureo vi era un meccanismo automatico che riportava in equilibrio
le bilance dei pagamenti tutte le volte che queste erano in squilibrio, cioè in
disavanzo o in avanzo.
Consideriamo due Paesi, l'Italia e la Germania, e supponiamo che l'Italia abbia
la bilancia dei pagamenti in deficit mentre la Germania ce l'abbia in surplus.
Supponiamo inoltre che il deficit e il surplus siano dovuti entrambi alla bilancia
commerciale. Quindi l'Italia ha un eccesso di importazioni sulle esportazioni e
la Germania un eccesso di esportazioni sulle importazioni.
Per semplicità supponiamo che il mondo sia costituito solo da questi due Paesi,
per cui le esportazioni dell'Italia sono eguali alle importazioni della Germania e
viceversa. Per pagare le importazioni (dalla Germania) gli importatori italiani
domanderanno marchi sui mercati valutari, mentre i tedeschi, per pagare le
merci che importano dall'Italia (cioè le esportazioni dell'Italia), domanderanno
lire. D'altra parte gli italiani per acquistare marchi offriranno lire in cambio, per
cui la domanda di marchi è uguale all'offerta di lire. Allo stesso modo la
domanda di lire (da parte dei tedeschi) è uguale all'offerta di marchi sul
mercato dei cambi.
Poiché gli italiani importano più di quanto esportano, la domanda di marchi
sarà più alta dell'offerta di marchi. Poiché la domanda di marchi supera
l'offerta di marchi, il prezzo del marco in termini di lire, cioè il cambio marco-
lira, comincia a salire. L'ascesa del cambio marco-lira però si arresterà al punto
superiore dell'oro. Una volta che il cambio ha raggiunto il punto superiore
dell'oro, gli italiani non acquisteranno più marchi sul mercato delle valute, ma
spediranno oro in Germania. Quindi l'oro comincerà a defluire dall'Italia verso
la Germania, o meglio dai forzieri della Banca d'Italia a quelli della Banca di
Germania.
Gli italiani danno alla Banca d'Italia lire (per avere in cambio l'oro da inviare
alla banca centrale tedesca). Queste lire quindi vengono sottratte alla
circolazione interna. Pertanto in Italia si verifica una diminuzione della quantità
di moneta in circolazione. La Banca d'Italia è obbligata a rispettare la terza
regola del gioco, per cui non può reimmettere queste lire in circolazione (ad
esempio mediante operazioni di mercato aperto, cioè comprando obbligazioni),
perché non ha più una quantità di oro sufficiente a convertire queste lire.
La Banca di Germania, in cambio dell'oro che riceve, dà marchi agli italiani, i
quali li utilizzano per fare pagamenti in Germania. Quindi la quantità di moneta
in Germania aumenta. Anche la Banca di Germania deve rispettare la terza
regola del gioco, per cui, aumentando le sue riserve auree, deve lasciar
espandere la quantità di moneta. Non deve quindi ad esempio effettuare
operazioni di mercato aperto (vendita di obbligazioni), che ritirerebbero una
parte della moneta in circolazione.
Ma la teoria quantitativa della moneta, e in particolare l'equazione di Fisher, ci
insegnano che un aumento della quantità di moneta in circolazione determina
un aumento del livello generale dei prezzi e viceversa, per cui i prezzi delle
merci italiane diminuiranno e quelli delle merci tedesche aumenteranno. A
questo punto sia i tedeschi che gli italiani troveranno più conveniente comprare
le merci italiane anziché quelle tedesche. Pertanto la domanda di merci italiane
e di conseguenza le esportazioni italiane aumenteranno, mentre la domanda di
merci tedesche e quindi le esportazioni tedesche (cioè le importazioni italiane)
diminuiranno. Le bilance dei pagamenti dei due Paesi tenderanno così a
tornare in equilibrio.
Un processo di aggiustamento analogo si verifica anche se si accetta la teoria
keynesiana e si fa l'ipotesi che nei due Paesi vi siano delle risorse (cioè uomini
e macchinari) disoccupate.
Riprendiamo infatti il nostro esempio al punto in cui in Italia è diminuita la
quantità di moneta in circolazione, mentre in Germania è aumentata.
Nella teoria keynesiana un aumento della quantità di moneta determina una
diminuzione del tasso di interesse. Questa a sua volta genera un aumento degli
investimenti, che, attraverso il moltiplicatore, determina un aumento del
reddito nazionale e dell'occupazione. Una diminuzione della quantità di moneta
invece genera un aumento del tasso di interesse, quindi una diminuzione degli
investimenti, del reddito e dell'occupazione. Pertanto, nel nostro esempio, in
Germania aumentano reddito nazionale e occupazione, mentre in Italia
diminuiscono. I tedeschi, avendo un maggiore reddito a disposizione,
aumenteranno le importazioni, mentre gli italiani importeranno di meno,
avendo subito una diminuzione del loro reddito.
Quindi, anche se nei Paesi considerati vi è disoccupazione, nel sistema aureo vi
è sempre un meccanismo automatico che tende a riportare in equilibrio le
bilance dei pagamenti.
Finora abbiamo considerato solo le esportazioni e le importazioni, cioè la
bilancia commerciale, ma il processo di aggiustamento investe anche i
movimenti di capitali.
Infatti, quando in Italia diminuisce la quantità di moneta in circolazione, le
banche italiane, per poter avere più danaro da prestare alle imprese,
aumenteranno il saggio d'interesse che pagano sui depositi dei clienti. Le
imprese inoltre, per rastrellare danaro dai privati, emetteranno obbligazioni a
un più alto saggio d'interesse. Ma allora i tedeschi verranno a depositare i loro
soldi nelle banche italiane e compreranno obbligazioni italiane. Si ha quindi un
afflusso di capitali (cioè di investimenti finanziari) dalla Germania all'Italia. In
Germania, d'altra parte, accadrà esattamente il contrario. Pertanto, anche i
movimenti di capitali tendono a sanare il disavanzo italiano e a ridurre il
surplus della bilancia tedesca.
 SISTEMA A CAMBI FISSI (GOLD EXCHANGE STANDARD)
La caratteristica fondamentale del sistema di Bretton Woods (gold exchange
standard) è la sostanziale fissità dei tassi di cambio ottenuta mediante gli
interventi delle banche centrali sui mercati valutari.
Supponiamo che l'Italia abbia un deficit nella bilancia dei pagamenti costituito
da un eccesso di importazioni sulle esportazioni. Ciò comporta, come
sappiamo, che sui mercati valutari la domanda di dollari da parte degli italiani
per pagare le importazioni (cioè l'offerta di lire) è maggiore della domanda di
lire da parte degli stranieri che devono pagare le nostre esportazioni. Si ha
quindi una diminuzione del cambio lira-dollaro. Ma, quando la svalutazione
della lira raggiunge l'1% sotto la parità, la Banca d'Italia interviene
acquistando lire. Per fare ciò deve cedere dollari, e quindi le sue riserve
valutarie diminuiscono. E' chiaro che tale situazione non può durare a lungo
(altrimenti le sue riserve si esaurirebbero), per cui occorre riequilibrare la
bilancia dei pagamenti.
Vediamo subito che un certo automatismo, analogo a quello del sistema aureo,
esiste anche nel sistema di Bretton Woods, perché il deficit della bilancia dei
pagamenti determina una diminuzione della quantità di moneta all'interno.
Infatti gli importatori italiani cederanno lire alla Banca d'Italia (da cui
otterranno dollari per pagare le importazioni). Gli esportatori daranno i dollari
ottenuti in pagamento dall'estero alla Banca d'Italia e avranno in cambio lire.
Essendo il valore delle importazioni superiore a quello delle esportazioni,
otterranno meno dei soldi effettivamente ceduti dagli importatori italiani alla
Banca d'Italia. La quantità di moneta in circolazione in Italia così diminuisce;
inoltre, l'acquisto di lire da parte della Banca d'Italia per sostenere il cambio
determina anch'esso una riduzione della quantità di moneta in circolazione.
La diminuzione della quantità di moneta fa diminuire i prezzi dei beni italiani
(meccanismo della teoria quantitativa della moneta) e determina un aumento
delle esportazioni. Essa inoltre fa aumentare il saggio d'interesse, diminuire gli
investimenti e quindi il reddito nazionale (meccanismo keynesiano).
Diminuendo il reddito nazionale, cioè la domanda globale, diminuiranno anche
le importazioni (che sono la domanda di beni stranieri). In tal modo la bilancia
dei pagamenti tenderà a tornare in equilibrio.
Se un Paese ha un surplus nella bilancia dei pagamenti, si verifica il contrario.
Il surplus della bilancia dei pagamenti fa aumentare la circolazione monetaria
all'interno del Paese e lo stesso effetto avrà l'intervento della Banca d'Italia
volto ora a vendere lire, per impedire che il cambio superi il limite dell'1% al di
sopra della parità.
L'aumento della quantità di moneta farà aumentare i prezzi e, attraverso una
caduta del tasso di interesse, farà crescere gli investimenti e il reddito. Ciò
determinerà una diminuzione delle esportazioni e un aumento delle
importazioni, e la bilancia dei pagamenti tenderà a tornare in equilibrio.
Anche i movimenti di capitali agiscono in modo da riequilibrare le bilance dei
pagamenti. Infatti, nel paese che ha un deficit (l'Italia), come abbiamo visto, si
verifica una diminuzione della quantità di moneta e un aumento del saggio di
interesse. Un aumento del saggio di interesse sui depositi o sulle obbligazioni
indurrà gli stranieri a investire i loro capitali in Italia (sotto forma di depositi
presso banche italiane, di acquisto di obbligazioni italiane, ecc.). Ciò farà
diminuire il deficit della bilancia dei pagamenti.
Esattamente il contrario accadrà per un Paese in surplus.
 SISTEMA A CAMBI FLESSIBILI
Nel sistema di cambi flessibili gli squilibri delle bilance dei pagamenti vengono
corretti da variazioni nel cambio, mentre in un primo tempo i livelli dei prezzi,
del reddito e dell'occupazione nei diversi Paesi non mutano.
Consideriamo due Paesi, gli Stati Uniti e l'Inghilterra. Gli Stati Uniti hanno un
deficit nella bilancia dei pagamenti, l'Inghilterra un surplus. Supponiamo anche
ora che il deficit e il surplus riguardino la bilancia commerciale. Gli Stati Uniti
quindi importano più di quanto esportano, mentre per l'Inghilterra accade il
contrario.
Supponiamo che gli Stati Uniti importino merci per un totale di 100 milioni di
dollari e che esportino merci per un totale di 80 milioni di dollari. La domanda
di dollari da parte degli inglesi, che acquistano le esportazioni americane, è
quindi di 80 milioni; mentre gli americani, per pagare le importazioni
dall'Inghilterra, devono comprare l'equivalente in sterline di 100 milioni di
dollari, per cui l'offerta di dollari (uguale alla domanda di sterline) è di 100
milioni. Quindi l'offerta di dollari supera la domanda di dollari, per cui il prezzo
del dollaro in termini di sterline, cioè il cambio dollaro-sterlina, diminuisce. La
diminuzione del cambio continuerà finché la domanda e l'offerta di dollari non
diventano eguali.
Ma perché la domanda e l'offerta di dollari tendono a diventare eguali man
mano che il prezzo del dollaro scende?
Quando il cambio dollaro-sterlina scende, si dice che il dollaro si svaluta;
quando il cambio dollaro-sterlina sale, si dice che il dollaro si rivaluta.
Quando il dollaro si svaluta, si verifica il seguente effetto: se prima il cambio
dollaro-sterlina era tale per cui occorreva 1 sterlina per comprare 2 dollari,
dopo la svalutazione ad esempio occorre solo 1/2 sterlina per comprare 2
dollari. Quindi, benché i prezzi, espressi in dollari, delle merci americane non
mutino, le merci americane diventano meno costose per gli stranieri per effetto
della svalutazione (del cambio) del dollaro. Infatti i prezzi delle merci
americane, espressi in sterline, diminuiscono. Ciò determina un aumento della
domanda di merci americane da parte degli stranieri, cioè un aumento delle
esportazioni americane. Sul mercato dei cambi ciò comporta un aumento della
domanda di dollari da parte degli inglesi. Si vede quindi come l'oscillazione del
cambio (nell'esempio la svalutazione del dollaro) tenda a riportare in equilibrio
la bilancia dei pagamenti americana.
Il processo può essere visto naturalmente anche dal punto di vista della
sterlina. La svalutazione del dollaro significa nel nostro esempio rivalutazione
della sterlina. Un americano che voglia acquistare un prodotto inglese che
costa 1 sterlina, mentre prima doveva sborsare 2 dollari, dopo la svalutazione
del dollaro deve sborsare 4 dollari. Quindi le merci inglesi diventano più
costose per gli americani per effetto della rivalutazione della sterlina. I prezzi
delle merci inglesi, espressi in sterline, non mutano; però gli stessi prezzi,
espressi in dollari, aumentano. La domanda di merci inglesi da parte degli
americani (cioè le importazioni americane), di conseguenza, diminuisce.
Anche da questo punto di vista la fluttuazione del cambio tende a riportare in
equilibrio le bilance dei pagamenti degli Stati Uniti e dell'Inghilterra. Sul
mercato valutario una contrazione delle importazioni americane dall'Inghilterra
comporta una contrazione della domanda di sterline e, se questa è
sufficientemente forte, una diminuzione dell'offerta di dollari. Anche per questa
via quindi il cambio tende a raggiungere quel valore che, eguagliando la
domanda e l'offerta di dollari, eguaglia le esportazioni e le importazioni
americane, portando in equilibrio la bilancia commerciale americana.
In ogni caso, la svalutazione del cambio accresce sì la competitività delle
esportazioni, ma rende più costose le importazioni. Per un Paese la cui
economia è basata sulla trasformazione in manufatti di materie prime
importate (è questa la situazione di molti Paesi industrializzati) non è possibile
ridurre le importazioni senza creare disoccupazione nel settore industriale.
Inoltre la svalutazione del cambio, rendendo più costosa l'importazione di
materie prime, genera un aumento dei prezzi interni (inflazione da costi). I
sindacati potrebbero reagire chiedendo e ottenendo aumenti salariali (o questi
potrebbero essere generati automaticamente da meccanismi di indicizzazione
esistenti nel sistema economico, come era in Italia la scala mobile), e si
potrebbe innescare per questa via un processo inflazionistico da conflitto
sociale, che potrebbe portare a ulteriori aumenti dei prezzi, ulteriore deficit
della bilancia dei pagamenti e a una successiva svalutazione del cambio, con
ulteriore inflazione da costi. Si avrebbe cioè una spirale svalutazione-
inflazione-svalutazione, come è accaduto in diversi Paesi (ad esempio
l'Inghilterra e l'Italia) negli anni Settanta del secolo scorso (quando, come
oggi, vigeva un sistema di cambi flessibili). La rivalutazione del cambio nei
Paesi eccedentari d'altra parte, facendo diminuire le esportazioni, può
determinare disoccupazione in alcuni settori produttivi. Non è detto poi che la
svalutazione del cambio migliori la situazione della bilancia dei pagamenti in un
Paese deficitario. Infatti la svalutazione fa sì che lo stesso volume di
esportazioni dia luogo a introiti di valuta straniera minori (perché per comprare
una data quantità di merci del Paese la cui moneta si è svalutata occorre una
minore quantità di valuta estera) e che lo stesso volume di importazioni
comporti un esborso maggiore della moneta nazionale che si è svalutata.
Affinché in seguito alla svalutazione del cambio la differenza tra uscite ed
entrate di valuta straniera (cioè il deficit della bilancia dei pagamenti)
diminuisca, bisogna che il volume delle esportazioni aumenti e/o il volume
delle importazioni si riduca in misura sufficiente a bilanciare (e superare)
l'effetto negativo che abbiamo visto.
Risulta chiara l'importanza che assumono, in questo quadro, i valori delle
elasticità delle esportazioni e delle importazioni (il riferimento da farsi è
all'elasticità della domanda rispetto al prezzo). Ad esempio, se la domanda (da
parte degli stranieri) delle merci esportate dall'Italia è molto elastica, una lieve
svalutazione del tasso di cambio dell'euro, determinando una lieve diminuzione
dei prezzi delle merci italiane espressi in valuta straniera, farà aumentare
notevolmente la domanda e quindi il volume delle esportazioni italiane. Se la
domanda (da parte degli italiani) delle merci che importiamo è rigida, una
svalutazione anche notevole del tasso di cambio dell'euro, che pure farà
aumentare notevolmente i prezzi, espressi in euro, delle merci estere, farà
diminuire di poco la quantità delle merci importate.
Si può dimostrare che la svalutazione migliorerà la situazione della bilancia dei
pagamenti solo se la somma delle elasticità delle esportazioni e delle
importazioni è superiore ad un certo valore che, fatte certe semplificazioni, è
uguale a 1. Questo risultato è noto come la condizione di Marshall-Lerner, dai
nomi degli autori che l'hanno enunciata (detta anche condizione delle elasticità
critiche).
Diversi economisti hanno messo in evidenza che non sempre il miglioramento
della bilancia dei pagamenti si verificherà. Infatti la convenienza ad acquistare
un bene non dipende soltanto dal prezzo ma da altri elementi come la qualità
del bene, il fatto che esso sia conosciuto sui mercati e, se si tratta di un bene
che ha bisogno di manutenzione e riparazioni, dall'esistenza di una rete non
solo di vendita ma di assistenza tecnica. Tutti questi elementi fanno sì che una
svalutazione del cambio può non determinare, nel breve periodo, un aumento
consistente delle esportazioni. Inoltre, come abbiamo visto, un Paese le cui
importazioni sono costituite da materie prime ben difficilmente le potrà ridurre,
almeno nel breve periodo, senza compromettere la produzione interna e
l'occupazione. Nel lungo periodo però le imprese possono adottare delle
strategie per penetrare nei mercati esteri e quindi la svalutazione del cambio
può produrre un consistente aumento delle esportazioni. Allo stesso modo il
Paese che ha svalutato la propria divisa potrà in parte sostituire le importazioni
con beni prodotti all'interno.
In conclusione, la svalutazione del tasso di cambio difficilmente potrà
migliorare la situazione della bilancia dei pagamenti nel breve periodo, ma
potrà farlo nel lungo periodo. Vi sarà dapprima una fase di peggioramento (o
diminuzione) del saldo della bilancia dei pagamenti e successivamente una fase
di miglioramento (o aumento). Poiché questo andamento può essere
rappresentato dalla forma della lettera J, si dice che la svalutazione del tasso di
cambio di solito produce l'effetto J.


6. IL MODELLO MUNDELL-FLEMING
6.1 Introduzione
Per analizzare gli effetti delle politiche macroeconomiche (fiscali e monetarie)
in un contesto di economia aperta, tradizionalmente si fa riferimento ad uno
schema che sintetizza i contributi proposti negli anni Sessanta del secolo
scorso, in maniera autonoma, da Robert Mundell e J. Marcus Fleming, che
costruirono quello che è noto come modello Mundell-Fleming o modello IS-LM-
BP. Tale schematizzazione rappresenta un’estensione del modello IS-LM, dal
momento che oltre a prendere in considerazione l’equilibrio sul mercato dei
beni (rappresentato dalla curva IS) e l’equilibrio sul mercato della moneta
(rappresentato dalla curva LM), inserisce anche l’analisi dell’equilibrio dei conti
con l’estero (rappresentato dalla curva BP).
Prima di procedere con l’analisi del modello, è bene richiamare alcuni concetti
relativi alle determinanti e alla forma delle tre curve coinvolte:
• La curva IS esprime le combinazioni di reddito e tasso d’interesse che
garantiscono l’equilibrio sul mercato domestico dei beni e servizi; essa
presenta un’inclinazione negativa, in quanto reddito e tasso d’interesse sono in
relazione inversa. Tale pendenza sarà tanto più marcata quanto maggiore è il
valore del moltiplicatore keynesiano e quanto più gli investimenti sono sensibili
a variazioni dei tassi. Riguardo al posizionamento, nel piano (,) la scheda IS
si muove verso destra come conseguenza di incrementi nella domanda
autonoma, di politiche fiscali espansive o deprezzamento (se in regime di
cambi flessibili, o svalutazione, se in regime di cambi fissi) del tasso di cambio;
• La curva LM esprime la relazione di equilibrio sul mercato della moneta tra
tasso d’interesse e ogni possibile valore del reddito; la sua inclinazione positiva
è data dalla relazione positiva che sussiste tra la sensibilità della domanda di
moneta speculativa al tasso d’interesse e la sensibilità della domanda di
moneta transattiva al reddito; nel piano (,) la scheda LM si sposta verso
destra a seguito dell’aumento dell’offerta di moneta determinato da politiche
monetarie espansive o a seguito di un aumento endogeno della base
monetaria;
• La curva BP è il luogo delle combinazioni di reddito e tasso d’interesse
compatibili con l’equilibrio dei conti con l’estero. L’inclinazione di tale curva è
positiva, tanto più quanto è elevato il valore del parametro , che definisce il
grado di mobilità dei capitali tra Paesi; a tal riguardo, si distinguono tre casi
possibili (figura 1):



1. La BP è orizzontale quando vi è perfetta mobilità dei capitali tra Paesi, e ciò
avviene quando le attività finanziarie sono perfettamente sostituibili tra loro,
ossia =∞: ogni minima deviazione del tasso d’interesse domestico da quello
estero si traduce in un flusso infinito di capitali verso l’estero (se il tasso
domestico è inferiore di quello estero) o viceversa se il tasso domestico è
maggiore, innescato dall’azione degli arbitraggisti. Naturalmente, quando si
prevede un flusso infinito di capitali, si verifica una fortissima pressione sul
tasso di cambio: in un regime a cambi flessibili, il tasso di cambio si aggiusterà
autonomamente fino ad una nuova situazione di equilibrio, mentre in un
regime a cambi fissi la banca centrale dovrà acquistare o vendere quantità
sufficienti di valuta domestica contro valuta estera per bilanciare tale pressione
sul cambio;
2. Quando vi è una mobilità imperfetta dei capitali, rappresentata da un
compreso tra 0 e ∞, la curva BP è inclinata positivamente, ma meno della
curva LM; le attività finanziarie non sono perfettamente sostituibili;
3. Se =0, ci troviamo nel caso estremo di assenza totale di mobilità dei
capitali, il che implica una BP verticale. Tale situazione è tipica di economie con
un settore finanziario altamente regolamentato e protetto.
Se l’equilibrio interno, ovvero l’intersezione tra le curve IS ed LM, si trova al di
sopra della scheda BP, il livello del tasso d’interesse domestico stimolerà un
enorme flusso in entrata di capitali (per un certo livello di reddito) volto a
mantenere in equilibrio la bilancia dei pagamenti; viceversa, quando l’equilibrio
interno è al di sotto di tale curva, si osserva che per quel determinato livello di
reddito si verificano flussi di capitali insufficienti a mantenere l’equilibrio della
bilancia dei pagamenti. In entrambi questi casi saranno necessari degli
aggiustamenti:
• in regimi di cambi fissi, la banca centrale stabilizzerà il disequilibrio
attraverso interventi ufficiali di acquisto o vendita di quantità di valuta
domestica sufficienti a mantenere gli accordi di cambio; in tali condizioni la
curva BP non si muove mai: le correzioni vengono effettuate attraverso
interventi di politica monetaria, ossia con movimenti della curva LM;
• in regimi di cambi flessibili, invece, al prezzo delle valute è consentito di
aggiustarsi liberamente, al fine di restituire in maniera simultanea all’economia
un equilibrio sia interno che esterno. Quando il tasso di cambio oscilla, ciò si
riflette sul livello delle esportazioni nette: ad esempio, quando la valuta
domestica si deprezza, tale livello cresce. La variazione della valuta, e il suo
effetto sulle esportazioni, producono conseguenze sia sulla curva IS che sulla
BP.
Assumiamo inizialmente che i tassi di cambio siano fissi e, per semplicità, che
anche i prezzi interni e internazionali siano fissi. In un'economia aperta le
esportazioni X aumentano la produzione di un Paese, poiché oltre a soddisfare
la domanda aggregata che proviene dalle famiglie e dalle imprese nazionali
occorre ora far fronte anche alla domanda di prodotti nazionali da parte dei
Paesi stranieri. Poiché abbiamo assunto che i tassi di cambio sono fissi, le
esportazioni dipendono soltanto dalle decisioni di acquisto del resto del mondo
(legate, ad esempio, alla variazione dei gusti dei consumatori stranieri o
all'aumento del loro reddito).
Anche le importazioni M condizionano la produzione e il reddito nazionale. In
generale, le importazioni di un Paese crescono al crescere del reddito (cioè M
dipende da Y): il che significa che se il reddito delle famiglie aumenta, una
parte di questo reddito viene destinata all'acquisto di prodotti stranieri,
incrementando quindi le importazioni; la quota di reddito destinata all'acquisto
di beni e servizi importati dall'estero, che possiamo indicare con m, viene
definita come propensione marginale alle importazioni.
Dal punto di vista contabile, la produzione e il reddito di equilibrio sono
pertanto pari a:
Y = C + I + G + X - M
La differenza tra importazioni ed esportazioni rappresenta il saldo di parte
corrente della bilancia dei pagamenti e viene anche definita con il termine di
esportazioni nette:
Bilancia commerciale (XM) = Esportazioni - Importazioni = X - M
Se il volume delle esportazioni è superiore a quello delle importazioni (X > M)
la bilancia commerciale è in avanzo (XM > 0); viceversa, se le esportazioni
sono inferiori rispetto alle importazioni (X < M) la bilancia commerciale è in
disavanzo (XM < 0). Quando esportazioni e importazioni si compensano
perfettamente la bilancia commerciale è in equilibrio (XM = 0).
Poiché le esportazioni non sono altro che una componente della domanda
aggregata, dal punto di vista dello schema IS-LM un aumento delle
esportazioni determina uno spostamento della curva IS verso destra.
Gli spostamenti di capitale, e quindi le decisioni di investire nel proprio Paese o
in un Paese straniero, dipendono invece dal tasso di interesse (ricordiamo che
stiamo ipotizzando tassi di cambio fissi e quindi, da questo punto di vista,
l'andamento dei tassi di cambio non può influenzare le decisioni degli
investitori): a parità di ogni altra condizione, infatti, gli investitori spostano i
loro capitali laddove i rendimenti sono più elevati; questo determina un
afflusso di valuta estera nel Paese coi rendimenti maggiori e quindi il saldo dei
movimenti di capitali (cioè la differenza tra capitali stranieri in quel Paese e
capitali di quel Paese all'estero) sarà positivo.
Sappiamo inoltre che la bilancia dei pagamenti nel suo complesso (BP) è la
somma algebrica tra il saldo della bilancia commerciale (XM) e il saldo conto
capitale e il saldo conto finanziario (indicati con K) e quindi possiamo scrivere:
BP = XM - K
Di nuovo, in condizioni di equilibrio le due componenti si compensano
perfettamente e quindi abbiamo che BP = 0. Poiché abbiamo detto che le
importazioni crescono al crescere del reddito e l'afflusso di capitali cresce al
crescere del tasso di interesse, possiamo rappresentare graficamente la curva
BP di equilibrio con una retta crescente:


Tutti i punti che si trovano sulla retta BP esprimono possibili combinazioni di
tassi di interesse e di livelli produzione/reddito per cui la bilancia dei pagamenti
è in equilibrio (c.d. equilibrio esterno). Se il reddito Y aumenta, succede che le
famiglie aumentano la loro domanda di importazioni in relazione al coefficiente
m che definisce la loro propensione marginale alle importazioni: ma se le
esportazioni non variano, un aumento delle importazioni determina un passivo
della parte commerciale della bilancia dei pagamenti. Se anche il tasso di
interesse i non varia, questo squilibrio delle partite correnti non verrà neppure
compensato da un maggior afflusso di capitali e quindi la bilancia dei
pagamenti, nel suo complesso, registra un deficit (BP < 0).
In sintesi, tutti i punti a destra della retta BP identificano un passivo della
bilancia dei pagamenti. Per ritornare ad una condizione di equilibrio esterno è
allora necessario che i tassi di interesse aumentino favorendo l'afflusso di
capitali oppure che il reddito nazionale diminuisca e con esso si riducano le
importazioni. In modo del tutto simile tutti i punti che si collocano a sinistra
della curva BP determinano un surplus della bilancia dei pagamenti (BP > 0).
In conclusione, si può affermare quindi che il modello Mundell-Fleming non è
altro che un'estensione del modello di Hicks all'economia aperta, nel quale si
introduce l'equazione del pareggio contabile della bilancia dei pagamenti
espressa per coppie di valori di tasso d'interesse e reddito, che consentono di
affermare come all'aumentare del reddito, aumentando il livello delle
importazioni e date le esportazioni, la bilancia commerciale va in disavanzo e
questo disavanzo può essere compensato dall'aumento del tasso d'interesse
interno rispetto a quello estero, che consente un maggior afflusso di capitali, e
quindi l'avanzo nel conto finanziario compensa il disavanzo delle partite
correnti lasciando in pareggio contabile la bilancia dei pagamenti. In altri
termini, considerando le importazioni funzione diretta del reddito e indiretta del
tasso di interesse, e le esportazioni come una grandezza esogena, se il reddito
aumenta, aumentano le importazioni: la bilancia commerciale va in disavanzo,
che può essere compensato dall'aumento del tasso di interesse nazionale, che
a sua volta comporterebbe una diminuzione delle importazioni; se il tasso di
interesse nazionale è maggiore del tasso di interesse estero, il deflusso di
capitali dovrebbe ridursi e l'afflusso dei capitali dovrebbe aumentare: ciò
determina un avanzo nel conto finanziario, che compensa il disavanzo nelle
partite correnti, pertanto si avrà il pareggio contabile della bilancia; se il tasso
di interesse nazionale è minore del tasso di interesse estero, le esportazioni di
capitale aumentano (cioè aumenta il deflusso di capitali), il saldo dei
movimenti di capitali tenderebbe a peggiorare, pertanto il conto finanziario va
in disavanzo e non compensa il disavanzo dato dall'aumento delle importazioni
nelle partite correnti.
6.2 I dilemmi di politica economica


Osserviamo ora la figura 17.5, in cui al tradizionale schema IS-LM è stata
semplicemente sovrapposta la curva rappresentante l'equilibrio dei conti con
l'estero.
Sappiamo che quando la curva IS e la curva LM si incontrano ci troviamo in
una condizione di equilibrio la quale, però, ora è importante precisarlo,
descrive una condizione di equilibrio interno del sistema economico. Ad
esempio, nel punto E sappiamo che il mercato dei beni (rappresentato dalla
retta IS) e il mercato delle attività finanziarie (rappresentato dalla retta LM)
sono in una condizione di equilibrio interno in corrispondenza del tasso di
interesse i0 e del livello di produzione Y0. Sappiamo anche, però, che tutti i
punti al di sotto della curva BP, e quindi anche il punto E, descrivono una
condizione di disavanzo della bilancia dei pagamenti: poiché abbiamo assunto
che i cambi sono fissi, la banca centrale deve intervenire utilizzando le proprie
risorse valutarie per mantenere la stabilità del tasso di cambio. La quantità di
moneta circolante nel Paese diminuisce e se la banca centrale non interviene
modificando l'offerta, il risultato che si ottiene è uno spostamento verso
sinistra della curva LM fino a quando questa va ad incontrare la retta BP. E' ciò
che accade, nel nostro grafico, in corrispondenza del nuovo punto di equilibrio
E
I
, dove equilibrio interno ed esterno sono contemporaneamente ristabiliti. Le
conseguenze non sono però irrilevanti per l'economia perché l'equilibrio, sia
interno che esterno, è stato raggiunto al prezzo di una recessione: il prodotto
nazionale è infatti diminuito e il tasso di interesse è aumentato. Per evitare che
ciò accada la banca centrale può anche tentare un'altra strada, cioè decidere di
svalutare la propria moneta: in questo modo, i prodotti nazionali diventano più
competitivi, aumentano le esportazioni e questo può contribuire a riportare in
pareggio la bilancia dei pagamenti aumentando inoltre il reddito nazionale. Ma
in questi casi c'è il rischio di mettere in moto una spirale inflazionistica: i
prodotti stranieri che vengono importati sono ora più costosi e questo
contribuisce a far aumentare il livello generale dei prezzi. Se poi i beni
importati vengono utilizzati come mezzi di produzione (ad esempio, quando si
tratta di materie prime), anche i prodotti nazionali ottenuti con l'impiego di
questi input subiranno un aumento dei prezzi (inflazione da costi) contribuendo
a far crescere ulteriormente il livello dei prezzi.
Il rischio di conseguenze non desiderate si sarebbe verificato anche nel caso in
cui l'incontro tra la curva IS e la curva LM, e quindi il punto di equilibrio iniziale
E, si fosse trovato a sinistra della retta BP. In questo caso la bilancia dei
pagamenti avrebbe fatto registrare un avanzo, con un conseguente afflusso di
valuta straniera. Ciò avrebbe determinato anche un aumento della liquidità in
circolazione nel sistema, la curva LM si sarebbe spostata verso destra e con
essa anche l'equilibrio macroeconomico interno ed esterno: i tassi di interesse
sarebbero diminuiti e il reddito di equilibrio sarebbe aumentato. Questa
situazione sembra di per sé più favorevole rispetto alla precedente, ma se il
sistema economico era già in una condizione iniziale di pieno impiego,
modificazioni come quelle descritte possono comportare spinte inflazionistiche.
Questa particolare situazione in cui vi possono essere conflitti nell'uso degli
strumenti di politica economica necessari a raggiungere contemporaneamente
l'equilibrio interno ed esterno viene definita con il termine di dilemma della
politica economica ed è raffigurata nella figura seguente:


Manteniamo l'assunzione di un regime di cambi fissi. La curva BP rappresenta
l'equilibrio esterno con la bilancia dei pagamenti in pareggio, mentre la retta
verticale Ỳ corrisponde al livello di produzione di piena occupazione che
assumiamo come condizione di equilibrio interno: obiettivo di un qualunque
Paese è di trovarsi, nel lungo periodo, in una posizione di equilibrio sia interno
che esterno, vale a dire con la bilancia dei pagamenti in pareggio e con la
piena occupazione delle risorse.
I quattro punti indicati in figura (A, B, C, D) rappresentano quattro situazioni in
cui né l'equilibrio interno né quello esterno sono assicurati: ciò che vogliamo
capire è quali forme di intervento possono mettere in atto i governi per
raggiungere entrambi gli obiettivi.
Iniziamo ad esaminare cosa accade nel punto A: in corrispondenza di questo
punto il Paese si trova in una situazione in cui la bilancia dei pagamenti è in
avanzo (siamo al di sopra della curva BP) mentre il livello di produzione è al di
sotto del suo equilibrio di pieno impiego (ci troviamo infatti a sinistra della
retta Ỳ). In questo caso la situazione non è particolarmente difficile da
risolvere. Ricorrendo a una politica fiscale espansiva (riduzione delle imposte o
aumento della spesa pubblica) che permetta di raggiungere la piena
occupazione e a una politica monetaria espansiva che riduca il tasso di
interesse è possibile spostare l'economia dal punto A verso il punto E
ripristinando l'equilibrio sia interno che esterno.
Il punto C rappresenta una situazione esattamente opposta a quella descritta
in A: la bilancia dei pagamenti è in disavanzo e il sistema economico è in una
condizione di sovraoccupazione, il che significa che la banca centrale è
costretta a dar fondo alle proprie riserve valutarie per compensare il disavanzo
della bilancia dei pagamenti e nello stesso tempo la produzione al di sopra del
livello di pieno impiego può comportare rischi di inflazione. Anche in questo
caso però non c'è conflitto nelle scelte di politica economica: politiche fiscali e
monetarie entrambe restrittive possono permettere al sistema economico di
spostarsi verso il punto E di equilibrio interno ed esterno.
È nei restanti punti B e D che si manifesta invece un dilemma di politica
economica. Consideriamo il punto D, in cui il sistema economico si trova in una
condizione di disavanzo della bilancia dei pagamenti ma contemporaneamente
di produzione al di sotto del livello di pieno impiego con la presenza quindi di
disoccupazione. Per favorire l'occupazione occorrerebbero politiche di tipo
espansivo che provochino un aumento del reddito, ma questo finirebbe per
peggiorare la situazione dei conti con l'estero; d'altra parte, politiche restrittive
che permettano di ripristinare l'equilibrio della bilancia dei pagamenti
porterebbero ad un'ulteriore recessione con un peggioramento anche sul fronte
dell'occupazione.
Come possiamo risolvere questo dilemma? Semplicemente utilizzando due
diverse politiche per realizzare i due diversi obiettivi: si tratta cioè di utilizzare
contemporaneamente una politica fiscale espansiva che porti ad un incremento
dell'occupazione associandola ad una politica monetaria restrittiva che,
attraverso un aumento dei tassi di interesse, consenta di realizzare il pareggio
della bilancia dei pagamenti. Gli effetti depressivi sul prodotto di un aumento
dei tassi di interesse verrebbero in questo caso compensati dalla politica fiscale
espansiva.
Al contrario, considerando il punto B, in cui il sistema economico si trova in
una condizione di avanzo della bilancia dei pagamenti ma
contemporaneamente di produzione al di sopra del livello di pieno impiego con
la presenza quindi di sovraoccupazione, occorrerebbe una politica fiscale
restrittiva che porti ad un ridimensionamento dell'occupazione associandola ad
una politica monetaria espansiva che consenta di realizzare il pareggio della
bilancia dei pagamenti.
6.3 L'efficacia delle diverse politiche economiche
Abbiamo visto come in un regime a cambi fissi si possa convivere con un
surplus della bilancia dei pagamenti, perché questo si traduce in aumento delle
riserve ufficiali e della massa monetaria in circolazione. Supponendo che
questo abbia effetti sui prezzi molto lenti, è una situazione più facile rispetto a
quella che si verifica con il disavanzo dei conti con l'estero: questo significa
decurtazione delle riserve ufficiali e conseguente impoverimento del Paese nei
confronti del resto del mondo. Pertanto, se convivessero disoccupazione e
deficit si privilegerebbe perseguire l'obiettivo esterno. La politica monetaria,
andando ad incidere - tramite la variazione dell'offerta di moneta - sui tassi di
interesse, diventa importante nell'aumentare o ridurre il desiderio da parte
della collettività di spostare capitali da un Paese all'altro. La politica fiscale
questo non può farlo. Sicuramente le variazioni che una politica fiscale
espansiva o restrittiva riesce ad attuare sono maggiori sull'equilibrio interno,
perché sull'esterno agisce solo sull'importazione di beni e servizi e non sul
movimento dei capitali. Di conseguenza, la politica fiscale è più indicata per
perseguire obiettivi di equilibrio interno, mentre quella monetaria per
perseguire obiettivi di equilibrio esterno.
Partendo dall'esistenza di un equilibrio sul mercato della moneta e sul mercato
dei beni, a parità di conti con l'estero, e ipotizzando che il livello di reddito non
sia corrispondente a quello di pieno impiego delle risorse, possiamo verificare,
per coppie di valori di tasso di interesse e reddito, l'efficacia di una politica
fiscale o monetaria, in regime di cambi fissi e flessibili, sia in assenza che in
perfetta e imperfetta mobilità dei capitali, con prezzi sia fissi che flessibili.

Politica Fiscale. Supponiamo che per cercare di portare il reddito di equilibrio
verso il livello di piena occupazione delle risorse si decida di intraprendere
misure di politica fiscale, che si sostanziano essenzialmente in un aumento
della spesa pubblica; ciò provoca un aumento della domanda globale che,
tramite il moltiplicatore del bilancio pubblico, genera una variazione in
aumento del reddito. L'aumento del reddito causa uno squilibrio sul mercato
della moneta, perché - a parità di moneta offerta - aumenta la componente
della domanda di moneta che dipende dal reddito. Poiché l'offerta di moneta è
una grandezza esogenamente data e non si modifica, per ristabilire l'equilibrio
sul mercato della moneta - controbilanciando l'aumento di domanda di moneta
a fronte di un'offerta insufficiente - la collettività cede le sue attività
finanziarie. Tale cessione deprime il valore dei titoli e si traduce in un aumento
del tasso di interesse. L'aumento del tasso di interesse si riversa sul mercato
dei beni, riducendo la spesa per l'investimento privato, date le aspettative degli
imprenditori. La riduzione degli investimenti privati fa diminuire la domanda
globale e, quindi, il livello del reddito (c.d. effetto spiazzamento della spesa
pubblica e della spesa privata). Alla fine del processo di aggiustamento il
sistema avrà raggiunto un nuovo livello di equilibrio interno caratterizzato da
maggior reddito e maggior tasso di interesse.
In un regime a cambi fissi e prezzi fissi è ritenuta una politica efficace quanto
più è sostenuta da una politica di mobilità dei capitali. Questo perché il
maggior reddito si traduce in un aumento delle importazioni che, dato il livello
delle esportazioni, determina un disavanzo della bilancia commerciale.
L'aumento del tasso di interesse, a sua volta, si traduce in un aumento degli
afflussi di capitale se considerassimo esistente, sia in maniera perfetta che
imperfetta, la mobilità dei capitali. Se, invece, consideriamo del tutto assente
la mobilità dei capitali, l'aumento del tasso d'interesse muoverebbe comunque i
capitali, ma il disavanzo della bilancia commerciale verrebbe a corrispondere
col disavanzo della bilancia dei pagamenti. Pertanto, il sistema avrebbe
raggiunto un maggior livello di reddito, ma al prezzo di un non pareggio dei
conti con l'estero. Dato che siamo in un sistema a cambi fissi, il disavanzo dei
conti con l'estero si traduce in una diminuzione delle riserve ufficiali; di
conseguenza, si riduce la moneta in circolazione e il tasso di interesse
aumenta. Quindi l'effetto sul reddito è nullo: la politica è inefficace, risultando
solo temporaneamente efficace se la banca centrale intervenisse iniettando
liquidità nel sistema (c.d. sterilizzazione), perché questo impedirebbe
l'aumento del tasso di interesse, ma comunque la bilancia sarebbe in
disavanzo.
Pertanto, la politica fiscale è efficace solo nel momento in cui abbiamo una
sostenuta o perfetta mobilità dei capitali, perché anche se il maggior reddito fa
aumentare le importazioni, il maggior tasso di interesse fa affluire capitali e la
bilancia dei pagamenti va in avanzo. Quanto è maggiore l'afflusso di capitali
tanto è maggiore l'efficacia della politica fiscale, in quanto l'afflusso di capitali
determina un avanzo nel conto finanziario che più che compensa il disavanzo
nella bilancia commerciale: la bilancia dei pagamenti va in avanzo, il quale
comporta aumento delle riserve ufficiali, aumento della massa monetaria in
circolazione, riduzione del tasso di interesse, aumento degli investimenti,
aumento del reddito.
In un regime a cambi flessibili e prezzi fissi, invece, la politica fiscale è ritenuta
una politica inefficace. Essa determina, come abbiamo visto, un sistema con
maggior reddito e maggior tasso di interesse. L'aumento del reddito causa
l'aumento delle importazioni e quindi un disavanzo nella bilancia commerciale;
l'aumento dei tassi di interesse genera un afflusso di capitali, nei casi di
perfetta e imperfetta mobilità dei capitali stessi. Il conto finanziario sarà quindi
in avanzo e potrebbe più che compensare il disavanzo della bilancia
commerciale, portando la bilancia dei pagamenti in surplus. Tuttavia, l'avanzo
nella bilancia dei pagamenti determina il fatto che la moneta sia molto
domandata, pertanto questa si apprezza. Conseguentemente, i beni e i servizi
in essa denominati perdono competitività, le esportazioni diminuiscono e, allo
stesso modo, anche la domanda globale e il livello del reddito.
La politica fiscale espansiva potrebbe avere efficacia solo in totale assenza di
mobilità di capitali: nei regimi a cambi flessibili, infatti, il prezzo di una moneta
rispetto ad un'altra è determinato dalla legge della domanda e dell'offerta. Se il
sistema economico avesse un deficit nei suoi conti con l'estero, la sua moneta
sarebbe maggiormente offerta, quindi perderebbe potere d'acquisto nei
confronti delle altre monete. Ciò determinerebbe un aumento della domanda,
l'acquisto di competitività dei beni e servizi denominati nella valuta del Paese
che ha disavanzo nella bilancia dei pagamenti, aumento delle esportazioni e
riduzione delle importazioni; ove risulti verificata la condizione dell'elasticità
critica di Marshall-Lerner, la bilancia commerciale dovrebbe riaggiustarsi.
Introducendo ora la flessibilità dei prezzi e volendo analizzare un sistema di
cambi fissi e prezzi flessibili, l'equilibrio iniziale che valeva per un certo livello
dei prezzi, adesso che il reddito e il tasso di interesse sono aumentati, avrà
assunto una nuova posizione compatibile con un nuovo livello dei prezzi.
L'aumento dei prezzi comporta che l'offerta reale di moneta diminuisca, perché
all'aumento dei prezzi il valore della moneta si riduce (ossia, il suo potere
d'acquisto). Di conseguenza, la domanda è maggiore dell'offerta e quindi si
cedono titoli per procurarsi moneta: il valore di mercato dei titoli diminuisce e i
tassi di interesse aumentano. Quindi, sul mercato della moneta abbiamo
un'altra spinta all'aumento dei tassi di interesse, che sono praticamente
aumentati due volte: per l'effetto spiazzamento della spesa pubblica e per
l'effetto dell'aumento dei prezzi. Questo forte aumento dei tassi di interesse
farà affluire molti capitali e porterà all'avanzo della bilancia dei pagamenti. In
un regime a cambi fissi l'avanzo della bilancia comporta aumento delle riserve
ufficiali, quindi aumento della massa monetaria in circolazione; pertanto si
riducono i tassi di interesse, aumentano gli investimenti e aumenta il reddito:
la politica fiscale risulta efficace.
In regime di cambi flessibili e prezzi flessibili, invece, si deve ragionare non più
in termini di tasso di cambio nominale ma in termini di tasso di cambio reale.
Questo è dato dal tasso di cambio nominale moltiplicato per il rapporto tra i
prezzi all'esportazione (i prezzi interni) e i prezzi all'importazione (i prezzi
esteri); quindi se i prezzi aumentano, anche il valore di questa frazione
aumenta. Se i prezzi alle esportazioni aumentano meno dei prezzi alle
importazioni, il tasso di cambio si apprezza. Se, invece, i prezzi interni
aumentano più di quelli alle importazioni, il tasso di cambio si deprezza; in
quest'ultimo caso, le esportazioni nette aumentano, quindi - via moltiplicatore
- anche il reddito aumenta: la politica fiscale risulta efficace.
Politica monetaria. Supponiamo ora che per cercare di portare il reddito di
equilibrio verso il livello di piena occupazione delle risorse si decida invece di
intraprendere misure di politica monetaria espansiva, avente come obiettivo
l'aumento della massa monetaria in circolazione. Tale aumento è effettuato
dalla banca centrale e si traduce in una riduzione del tasso di interesse, che a
sua volta, date le aspettative degli imprenditori, causa un aumento degli
investimenti privati. Un aumento degli investimenti fa aumentare il reddito via
moltiplicatore. L'aumento del reddito mette in discussione l'equilibrio sul
mercato della moneta, poiché aumenta la domanda di moneta che dipende dal
reddito e si riduce la domanda di moneta che dipende dal tasso di interesse.
Dato il riaggiustamento sul mercato della moneta, il nostro sistema economico
raggiungerà un nuovo equilibrio caratterizzato da maggior reddito e minore
tasso si interesse.
L'aumento del reddito determina un aumento delle importazioni e, ferme le
esportazioni, la bilancia commerciale va in disavanzo. La riduzione del tasso di
interesse determina un deflusso dei capitali verso l'estero: il conto finanziario
sarà in disavanzo, che sommandosi al disavanzo della bilancia commerciale,
determina un disavanzo della bilancia dei pagamenti complessivamente
considerata.
In un regime a cambi fissi e prezzi fissi il disavanzo della bilancia dei
pagamenti si traduce in una riduzione delle riserve ufficiali, che determina a
sua volta una riduzione dell'offerta di moneta, cioè della moneta in
circolazione. Conseguentemente, il tasso di interesse aumenterà, gli
investimenti si ridurranno, così come si ridurrà anche il reddito: la politica
monetaria è inefficace.
Se invece i cambi fossero flessibili e i prezzi continuassero a rimanere fissi,
anche qui la politica monetaria espansiva avrebbe fatto raggiungere un nuovo
equilibrio al sistema, con maggior reddito e minore tasso di interesse. Un
aumento del reddito determina un aumento delle importazioni, quindi la
bilancia commerciale va in disavanzo. La diminuzione del tasso di interesse
determina un deflusso dei capitali dal Paese, quindi il conto finanziario va in
saldo negativo. Avendo due conti in disavanzo, anche la bilancia dei pagamenti
sarà in disavanzo. Il disavanzo della bilancia dei pagamenti si traduce in una
svalutazione della moneta, cioè rende i beni e i servizi in essa denominati più
appetibili; di conseguenza, aumenteranno le esportazioni, la domanda globale
e, via moltiplicatore del commercio estero, anche il reddito. Pertanto, la politica
monetaria è efficace in cambi flessibili e lo sarà tanto di più quanto maggiore
risulterà essere la mobilità dei capitali.
In assenza di movimenti dei capitali, invece, aumenta la massa monetaria in
circolazione, diminuisce il tasso di interesse, aumentano gli investimenti, il
reddito cresce e crescono le importazioni. Ciò determina un disavanzo della
bilancia commerciale. La politica in tal caso è inefficace, ma la banca centrale
potrà intervenire iniettando moneta nel sistema.
Introduciamo ora la flessibilità dei prezzi. Se applichiamo una politica
monetaria espansiva in regime di flessibilità dei prezzi e dei cambi, essa sarà
totalmente o parzialmente inefficace. Nel momento in cui aumenta la moneta
in circolazione e il tasso di interesse diminuisce, aumentano gli investimenti,
date le aspettative degli imprenditori, e quindi aumenta anche il reddito.
Abbiamo quindi un nuovo equilibrio con maggior reddito e minore tasso di
interesse. Il maggior reddito determina un livello di prezzi più alto. Nel
momento in cui consideriamo la variazione dei prezzi dobbiamo tenere
presente che il potere d'acquisto della moneta si è ridotto: nel mercato della
moneta si crea uno squilibrio, poiché si verifica un eccesso di domanda di
moneta e, quindi, i tassi di interesse aumentano.
Bisogna poi tenere presente il tasso di cambio reale, dato dal prodotto tra
tasso di cambio nominale e rapporto tra prezzi interni e prezzi esteri. Quindi se
i prezzi aumentano, anche il valore di questa frazione aumenta. Se i prezzi alle
esportazioni (cioè i prezzi interni) aumentano meno dei prezzi alle importazioni
(cioè i prezzi esteri), il tasso di cambio si apprezza. Se invece i prezzi interni
aumentano più di quelli alle importazioni, il tasso di cambio si deprezza. La
flessibilità dei prezzi comporta che il tasso di cambio reale possa subire delle
modificazioni: l'aumento del tasso di cambio comporta una maggiore
competitività per le merci nazionali e quindi un aumento delle esportazioni. Ma
l'aumento dei prezzi determina all'interno un peggioramento del potere
d'acquisto della moneta. Di conseguenza, si determina una discrasia tra offerta
reale di moneta e domanda reale di moneta. A fronte di un aumento della
massa monetaria nominale in circolazione, se i prezzi crescono più di quanto è
cresciuta l'offerta nominale è come se l'offerta reale si fosse ridotta. Questo
comporta una diminuzione delle esportazioni nette, quindi diminuisce il reddito
e, pertanto, la politica monetaria risulta inefficace.
























INTEGRAZIONE EUROPEA, UNIONE MONETARIA E
RUOLO DELLA BCE
1. IL PROCESSO D'INTEGRAZIONE EUROPEA
L'integrazione economica europea, che ha portato alla nascita dell'Unione
Europea, ha avuto una prima formulazione organica con la stipulazione, nel
1951, del trattato istitutivo della Comunità Economica del Carbone e
dell'Acciaio (CECA) tra l'Italia, la Francia, la Germania Ovest, il Belgio, i Paesi
Bassi e il Lussemburgo.
I buoni risultati ottenuti dalla CECA nei suoi primi anni di attività portarono, nel
1957, alla firma del Trattato di Roma istitutivo della Comunità Economica
Europea (CEE) e della Comunità Europea dell'Energia Atomica (CEEA/Euratom)
cui aderivano i sei Stati già firmatari del trattato CECA; nel 1973 entrarono a
far parte della Comunità il Regno Unito, la Danimarca e l'Irlanda; nel 1981 la
Grecia; nel 1986 la Spagna e il Portogallo; nel 1995, infine, l'Austria, la Svezia
e la Finlandia. Gli obiettivi principali della CEE possono essere riassunti nelle
quattro libertà che essa si impegnava a promuovere: libertà dell'impresa, del
consumatore, del capitale e del lavoro.
Successivamente, gli stati decisero di promuovere ulteriormente la
cooperazione attraverso la creazione di un'unione economica sancita dall'Atto
Unico Europeo ( entrato in vigore nel luglio 1987), il cui obiettivo principale era
la realizzazione, a partire dal gennaio 1993, del mercato unico europeo, ultima
tappa verso la completa integrazione.
Fu così elaborato il Trattato sull'Unione Europea (TUE), firmato il 7 febbraio
1992 a Maastricht ed entrato in vigore nel novembre 1993. Il trattato, tra
l'altro, ha modificato la denominazione della Comunità Economica Europea in
Comunità Europea (CE) ed ha istituito l'Unione Europea, un'organizzazione
fondata sulle comunità europee (CE ed Euratom) e sulle politiche e forme di
cooperazione previste dal trattato stesso (ovvero politica estera e di sicurezza
comune e cooperazione nel settore della giustizia e degli affari interni).
Ancora il Trattato di Amsterdam, firmato il 2 ottobre 1997, ha introdotto azioni
più efficaci nell'ambito delle politiche dell'Unione; dal dicembre 2009, infine, è
entrato in vigore il Trattato di Lisbona col quale la denominazione di Unione
Europea ha definitivamente sostituito l'espressione Comunità Europea e il
Trattato istitutivo della CE (TCE) ha assunto la nuova denominazione di
Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea (TFUE); ad esso si affianca il
TUE, la cui denominazione resta immutata ma il cui contenuto è stato
profondamente modificato.
L'UE, formata oggi da 27 Paesi, è, dunque, una zona di libero scambio,
caratterizzata dall'avere una moneta unica, una banca centrale, un'unione
doganale, una politica comune agricola, commerciale e della pesca.
2. L'UNIONE ECONOMICA E MONETARIA
Il Trattato di Roma non conteneva disposizioni che impegnassero gli Stati
membri dell'allora CEE a cedere alle istituzioni comunitarie competenze in
materia di politica economica e monetaria, pur prevedendo un coordinamento
delle rispettive politiche nazionali.
Tale coordinamento fu rafforzato solo negli anni Settanta con la creazione del
Sistema Monetario Europeo (SME), meccanismo entrato in vigore il 13 marzo
1979 che stabiliva tra le economie dei Paesi membri non soltanto relazioni di
cambio più stabili, ma anche una disciplina comune nel campo della politica
economica e monetaria.
Nel settore monetario, in particolare, si intendeva procedere all'adozione di un
meccanismo di convergenza tra monete nazionali che superasse il fallimento
del precedente serpente monetario, ossia dell'accordo siglato nel 1972 per
impegnare le banche centrali degli Stati membri a ridurre progressivamente i
margini di fluttuazione tra le monete europee entro un limite del 2,25%.
Il serpente monetario era nato in seguito alla decisione, da parte del governo
statunitense (nell'agosto 1971), di sospendere la convertibilità del dollaro; tale
decisione aveva posto fine, di fatto, al sistema di cambi fissi in vigore fin dal
dopoguerra noto come gold exchange standard (che costituiva una variante del
gold standard, sistema di regolazione delle relazioni monetarie internazionali
prevalso tra il 1870 e il 1914).
Da alcuni anni infatti gli Stati Uniti avevano adottato la prassi di finanziare le
loro spese maggiori stampando moneta, cioè dollari. Il dollaro però non era
solo la valuta nazionale statunitense, ma anche il mezzo di scambio preferito
dai maggiori attori del commercio internazionale. L'immissione di una grande
quantità di dollari nel mercato generava dunque pericoli di inflazione un po'
ovunque nel mondo. Le conseguenze in Europa erano tipicamente un
apprezzamento del marco tedesco, che veniva acquistato come bene rifugio al
posto dei dollari svalutati, e un deprezzamento di altre valute europee come la
lira italiana e il franco francese. Questo alterava i flussi di commercio
intraeuropei, perché le esportazioni dalla Germania diventavano più difficili
(era più costoso comprare in marchi), mentre quelle francesi e italiane erano
avvantaggiate. Fu dunque per favorire una maggiore compattezza all'interno
dell'Europa che si pensò di creare lo SME.
Esso infatti si poneva come obiettivo quello di creare una zona di stabilità
monetaria in Europa grazie all'attuazione di determinate politiche in materia di
cambi, crediti e trasferimenti di risorse, per evitare che il disordine monetario
ostacolasse il processo di integrazione europea; il suo elemento cardine era
l'European Currency Unit (ECU), rispetto al quale le monete nazionali potevano
variare nell'ambito di una banda di oscillazione inizialmente pari - ancora una
volta - al 2,25% o, per i Paesi con una maggiore debolezza monetaria come
l'Italia, al 6% (da ridurre appena le condizioni economiche lo consentissero).
Tra il 1992 e il 1993 lo SME ha attraversato una fase di profonda crisi, dovuta
all'ampliamento della banda di oscillazione al 15% e alla decisione dell'Italia
e della Gran Bretagna di abbandonare il sistema nell'autunno 1992 (la lira vi
fece poi rientro nel 1996).
L'esperienza dello SME è comunque terminata con l'adozione della moneta
unica europea, l'euro, a partire dal gennaio 1999, che non ha reso più
necessario il meccanismo di stabilizzazione dei cambi per i Paesi aderenti; per i
Paesi non appartenenti all'eurozona il Consiglio europeo di Amsterdam del 16
giugno 1997 ha invece istituito lo SME-2, inaugurato nel 1999 quale
meccanismo di cambio su base volontaria tra le rispettive monete nazionali e
l'euro.
Qualche anno prima, inoltre, l'Atto Unico Europeo aveva gettato le basi per una
cooperazione in materia di politica economica e monetaria, trasposta anche nel
Trattato CEE all'art. 102, che prevedeva la realizzazione di una vera e propria
unione economica e monetaria.
Il Trattato di Lisbona ha sostanzialmente confermato la disciplina previgente: il
nuovo art. 119 TFUE conserva l'asimmetria esistente tra le politiche di bilancio
nazionali e la politica monetaria europea prevedendo che, per il conseguimento
dell'obiettivo enunciato dall'art. 3 TUE (vale a dire quello di assicurare uno
sviluppo sostenibile dell'Europa basato su una crescita economica equilibrata,
sulla stabilità dei prezzi e su un'economia sociale di mercato fortemente
competitiva), l'azione degli Stati membri e dell'UE debba perseguire una
politica economica fondata sullo stretto coordinamento delle politiche
economiche nazionali. Tale azione comprende una moneta unica (l'euro) e la
conduzione di una politica monetaria e del cambio unica finalizzata a
preservare la stabilità dei prezzi e, subordinatamente, a sostenere le politiche
economiche generali dell'Unione.
Le nuove disposizioni concernenti la politica economica e monetaria dell'Unione
consistono in:
- disposizioni di politica economica, che riguardano il coordinamento delle
politiche economiche nazionali al fine di raggiungere gli obiettivi dell'Unione e
prevedono rigide regole per il controllo sulle finanze pubbliche degli Stati
membri;
-disposizioni di politica monetaria, che attengono la moneta unica e affidano a
uno specifico dispositivo istituzionale (il SEBC e la BCE) la competenza
esclusiva in tale materia;
- disposizioni istituzionali che regolano la composizione , i compiti e i poteri
degli organi deputati alle politiche economica e monetaria;
- disposizioni specifiche per gli Stati membri che hanno adottato l'euro e che
istituiscono un regime di cooperazione speciale tra questi ultimi;
- disposizioni transitorie, concernenti quei Paesi dell'UE che il Consiglio non
ritiene soddisfino ancora le condizioni necessarie per l'adesione all'euro.
3. LA BANCA CENTRALE EUROPEA
La Banca Centrale Europea (BCE) costituisce il cuore del Sistema Europeo delle
Banche Centrali (SEBC), il cui obiettivo principale è il mantenimento della
stabilità dei prezzi, e solo compatibilmente con tale obiettivo il SEBC sostiene
le politiche economiche generali dell'Unione (crescita economica, piena
occupazione, sviluppo sociale, ecc.).
Funzione principale della BCE è, così come per qualsiasi altra Banca Centrale, il
controllo della liquidità. Altrettanto importante è la funzione di vigilanza
prudenziale sugli enti creditizi e le altre istituzioni finanziarie. La BCE, inoltre,
viene consultata in merito a qualsiasi proposta di atto dell'Unione che rientri
nelle sue competenze, nonché dalle autorità nazionali sui progetti di
disposizioni legislative che rientrino nelle sue competenze, ma entro i limiti e
alle condizioni stabilite dal Consiglio. Può, infine, formulare pareri da sottoporre
alle istituzioni, agli organi e agli organismi dell'Unione o alle autorità nazionali
su questioni di propria competenza e irrogare sanzioni alle imprese che non
osservano gli obblighi imposti dai regolamenti e dalle decisioni da essa
adottati.
La decisione di avviare la procedura d'infrazione spetta al Comitato esecutivo
della BCE, d'ufficio o su richiesta della banca centrale nazionale dello Stato
membro nella cui giurisdizione si è verificata l'infrazione.
La BCE gestisce insieme all'ECOFIN, cioè il Consiglio dei Ministri economici e
finanziari dei Paesi dell'Unione, la politica monetaria dell'UE; ad essa, quindi,
spetta anche il compito di tutelare gli interessi dell'Unione in tale settore nei
rapporti con gli organismi monetari internazionali (quali FMI, G8, G20, ecc.).
4. LA TEORIA DELLE AREE VALUTARIE OTTIMALI
Il processo di integrazione europea è stato essenzialmente condotto al fine di
raggiungere un livello di benessere per gli Stati maggiore rispetto a quello che
questi avrebbero raggiunto se ciascuno di loro avesse operato
indipendentemente dall'altro. Tuttavia, per Robert Mundell, padre della teoria
delle aree valutarie ottimali, l'unione monetaria europea avrebbe costituito - da
questo punto di vista - un serio fallimento.
Le aree monetarie ottimali sono gruppi di regioni con economie strettamente
legate fra loro per lo scambio di prodotti e servizi, e per la mobilità dei fattori;
questa definizione deriva dall'osservazione che un'area a cambi fissi è tale
nell'interesse di tutti i Paesi partecipanti, e ciò se il volume degli scambi e la
mobilità dei fattori tra questi Paesi sono elevati.
Come ha spiegato Mundell nel 1961, il costo principale di rinunciare alla
flessibilità del cambio tra diverse regioni, in presenza di rigidità di prezzi e
salari, dipende dall'entità degli shock asimmetrici che colpiscono quelle regioni.
Gli economisti definiscono shock asimmetrici quei cambiamenti imprevisti nella
domanda e/o nell'offerta aggregata di un Paese che non avvengono
contemporaneamente in altri Paesi. Ad esempio, una caduta violenta e
improvvisa della domanda per investimenti in Italia che non colpisca
simultaneamente la domanda aggregata in Irlanda è da considerarsi uno shock
asimmetrico. In questi casi, senza la flessibilità del tasso di cambio, il
riallineamento dei prezzi relativi, che è necessario per riportare le due
economie in equilibrio, dovrà avvenire attraverso variazioni dei prezzi e dei
salari relativi, oppure attraverso lo spostamento da un Paese all'altro di fattori
produttivi.
In generale, i fattori che possono ridurre i costi di un'unione monetaria (e
quindi della rinuncia ad usare la flessibilità del tasso di cambio) sono:
 un'elevata mobilità del lavoro tra regioni;
 un alto grado di apertura al commercio tra regioni;
 l'assenza di shock asimmetrici.
Pertanto, un'area monetaria o valutaria ottimale dovrebbe presentare le
suddette caratteristiche.
L'avvio in Europa dell'Unione Economica e Monetaria (UEM) nel gennaio del
1999 si può definire un evento epocale. In quella data undici Paesi membri
dell'UE (Belgio, Germania, Francia, Spagna, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi
Bassi, Austria, Portogallo e Finlandia) hanno adottato una moneta comune,
l'euro. Due anni dopo, sono stati seguiti dalla Grecia. Questa decisione ha dato
luogo ad un'area monetaria di oltre 300 milioni di consumatori - più popolosa
di circa il 10% rispetto agli USA (oggi, con l'ingresso di altri cinque Paesi -
Slovenia, Cipro, Malta, Slovacchia ed Estonia - la percentuale è ancora
maggiore).
La nascita dell'euro, come è noto, ha comportato tassi di cambio fissi tra tutti
Paesi membri dell'UEM. Tuttavia, nel decidere di adottare una moneta comune,
i Paesi dell'UEM hanno rinunciato a una parte maggiore della sovranità sulle
loro politiche monetarie nazionali rispetto a quanto non richieda normalmente
un sistema di tassi di cambio fissi. Essi hanno accettato di rinunciare
completamente alle loro monete nazionali e di affidare il controllo delle loro
politiche monetarie ad un comune Sistema Europeo di Banche Centrali (SEBC).
Una nazione che, assieme, ad altri Paesi, decide di abolire la propria moneta
per adottarne una comune aumenta il proprio benessere?
A questa domanda i diciassette Paesi dell'UE che al momento formano
l'eurozona hanno dato una risposta positiva. Altri - come il Regno Unito, la
Danimarca e la Svezia - continuano a dibattere la questione.
In ogni caso, per rispondere a questo quesito è necessario procedere ad
un'analisi sistematica dei costi e dei benefici associati all'adozione di una
moneta unica. Solo successivamente, possiamo chiederci se l'UEM si può
considerare un'area valutaria ottimale.
I costi di un'unione monetaria derivano dal fatto che, nel momento in cui
rinuncia alla propria moneta nazionale, un Paese rinuncia anche a uno
strumento di politica economica, cioè perde la capacità di gestire una politica
monetaria nazionale. In un'unione monetaria completa la banca centrale o
cesserà di esistere oppure non avrà un potere effettivo. Di conseguenza, una
nazione che aderisca a un'unione monetaria non sarà più in grado di modificare
il prezzo della propria valuta (attraverso svalutazioni e rivalutazioni) o di
determinare la quantità di moneta nazionale in circolazione o di variare il tasso
d'interesse a breve.
Procediamo all'analisi costi-benefici di un'unione monetaria secondo il modello
di Mundell.
Supponiamo che due Paesi - Italia e Germania - formino un'unione monetaria e
consideriamo uno spostamento della domanda: ipotizziamo che per una
qualche ragione i consumatori modifichino le preferenze, passando dai prodotti
italiani a quelli tedeschi.
Graficamente, tracciamo le curve di domanda e offerta aggregata in economia
aperta:


Entrambi i Paesi dovranno fronteggiare un problema di aggiustamento. In Italia
la produzione è minore e la disoccupazione è maggiore, mentre la Germania
entra in una fase di espansione con pressioni al rialzo dei prezzi e
accumulazione di avanzi delle partite correnti.
Esiste un meccanismo di aggiustamento che conduce automaticamente a un
riequilibrio senza che i Paesi debbano ricorrere a svalutazioni e rivalutazioni?
Secondo Mundell la risposta è affermativa; esistono due meccanismi:
1. flessibilità salariale
2. mobilità del lavoro

1. Flessibilità salariale:


Spostamenti di AS, per la flessibilità salariale nei due Paesi, tendono a
riportare l'equilibrio nella posizione iniziale. Inoltre, effetti indotti sulla AD
rafforzano il meccanismo di equilibrio: i salari e i prezzi più alti in Germania
rendono i prodotti italiani più competitivi e provocano uno spostamento verso
l'alto della AD dell'Italia (analogamente, spostano verso il basso la AD
tedesca).

2. Mobilità del lavoro: i lavoratori italiani disoccupati si trasferiscono in
Germania dove c'è un eccesso di domanda di lavoro. Ciò elimina la necessità di
far diminuire i salari in Italia e di aumentarli in Germania, pertanto il problema
della disoccupazione in Italia scompare e le pressioni salariali inflazionistiche in
Germania svaniscono. Tuttavia, se queste condizioni non sono soddisfatte il
problema dell'aggiustamento non scomparirà: se i salari in Italia non
diminuiscono, nonostante la disoccupazione, i lavoratori italiani non si
trasferiscono in Germania, quindi l'aggiustamento del disequilibrio in Italia
assumerà la forma di inflazione in Germania.

Che cosa sarebbe accaduto se i due Paesi non avessero aderito ad un'unione?
L'Italia avrebbe svalutato e la Germania avrebbe rivalutato la propria moneta.
Riassumendo, se i salari sono rigidi e se la mobilità del lavoro è limitata, i Paesi
che formano un'unione monetaria incontreranno maggiori difficoltà ad
adeguarsi a variazioni della domanda rispetto a Paesi che hanno mantenuto le
proprie monete nazionali e che quindi possono ricorrere a manovre sui cambi.
Un'unione monetaria tra due o più Paesi è ottimale se è soddisfatta una delle
seguenti condizioni:
a) vi è sufficiente flessibilità salariale;
b) vi è sufficiente mobilità del lavoro.
5. PRINCIPALI CRITICHE ALLA TEORIA DELLE AREE VALUTARIE OTTIMALI
Tra le principali critiche alla teoria delle aree valutarie ottimali di Mundell si
deve segnalare il fatto che:
1. si può mettere in discussione l'opinione che le differenze tra i Paesi siano
così importanti da dover essere tenute in considerazione;
2. lo strumento del tasso di cambio potrebbe non risultare così efficace nel
correggere le differenze tra le nazioni;
Secondo la Commissione europea - posizione questa successivamente sposata
anche dallo stesso Mundell - in una futura unione monetaria gli shock
differenziali di domanda saranno meno probabili: lo scambio commerciale tra le
nazioni europee industrializzate è per la maggior parte uno scambio
intraindustriale, cioè i Paesi acquistano e vendono tra loro le stesse categorie
di prodotti; tale struttura degli scambi porta a una situazione in cui la maggior
parte degli shock sulla domanda colpirà questi Paesi in maniera del tutto
simile.
Secondo l'economista Paul Krugman (1991), invece, l'integrazione
commerciale che si verifica come risultato delle economie di scala conduce
anche alla concentrazione regionale delle attività industriali. L'idea
fondamentale è che quando gli ostacoli allo scambio diminuiscono si verificano
due effetti opposti sulla localizzazione delle industrie:
 è possibile produrre più vicino ai mercati finali;
 è possibile concentrare la produzione in modo da approfittare delle
economie di scala (sia statiche che dinamiche).
Ciò spiega perché l'integrazione commerciale può condurre a una maggiore,
piuttosto che minore, concentrazione delle attività regionali. Di conseguenza,
gli shock che colpiscono uno specifico settore potrebbero anche diventare gli
shock di uno specifico Paese.
Rappresentiamo graficamente i due punti di vista tra integrazione economica e
shock asimmetrici:

1. Posizione Commissione europea:

All'aumentare del grado di integrazione economica diminuisce la
frequenza degli shock asimmetrici e, quindi, i differenziali di reddito nei livelli
occupazionali dei Paesi membri tenderanno ad affievolirsi (semiretta inclinata
negativamente). Pertanto, quanto maggiore sarà l'integrazione commerciale
tra i Paesi dell'unione tanto minori saranno le differenze tra loro in termini di
produzione e di occupazione.

2. Posizione di Krugman (New Economic Geography):


Al crescere dell'integrazione economica i Paesi aderenti ad un'unione
tenderanno a specializzarsi sempre di più, risultando così esposti ad un numero
sempre maggiore - e non minore - di shock asimmetrici (semiretta inclinata
positivamente) (vedi esperienza negli USA, tab.2.1).





Chi ha ragione?
La risposta non è univoca, anche se la posizione della Commissione europea
sembra leggermente preferibile.
Questo perché:
 i confini nazionali dei Paesi perdono sempre più importanza come fattore di
localizzazione delle attività economiche, pertanto gli shock asimmetrici
colpiranno delle aree regionali più che i singoli Paesi dell'unione;
 analisi empiriche non danno risultati univoci sulla relazione tra integrazione
economica e impatto degli shock asimmetrici:
- Frankel e Rose (1998) e altri studiosi rilevano che, con il procedere
dell'integrazione economica e commerciale negli anni Ottanta e Novanta, i cicli
economici dei Paesi europei sono diventati via via più correlati;
- Rose (2000) rileva che il solo fatto di appartenere ad una stessa unione
monetaria raddoppia l'entità dei flussi di scambio;
 il settore dei servizi, in cui le economie di scala non sembrano rivestire un
ruolo rilevante, ha assunto un'importanza sempre maggiore.















Michele Brindisi