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Federico Leoni

La bocca dell'essere
tra Freud e tielde:ggt:r

1. La commedia degli equivoci

noto con quanta severa diffidenza Martin


accolse, per lo pi,
il lavoro di Ludwig Binswanger. Tanto vicino
heideggeriana si
sentiva Binswanger nei suoi studi psichiatrici e antropologici, tanto lontano
dal cuore del problema lo giudicavano le critiche del maestro (di otto anni
pi giovane di Binswanger, che non cess mai, per, di rivolgerglisi come ci si
rivolge ai propri "maggiori"). L'intera impresa di un'opera monumentale,
come le binswangeriane Grundformen und Erkenntnis menschlichen Daseins,
cadeva sotto la scure delle osservazioni che, a pochi anni dalla morte di Binswanger, nel 1969, Heidegger comunicava ancora a Medard Boss con irruenza
neppure vagamente mitigata: Se Binswanger crede di poter oltrepassare il
"male insanabile della psichiatria", come egli lo chiama, intendendo con ci
la scissione soggetto-obietto, facendo "trascendere" una soggettivit fuori da
se stessa verso le cose del mondo esterno, in tal caso, in primo luogo,
non
ha letto il mio scritto Von Wesen des Grundes ovvero ha completamente
frainteso la trascendenza ivi menzionata, e in secondo luogo, egli .don svela in
che modo un trascendere, nel senso sopra menzionato, potrebbe accadere, in
che modo, cio, una soggettivit, rappresentata primariamente in quanto immanenza, sarebbe in grado di avere anche solo il minimo presagio di un
mondo esternol.
L'accusa era, in sostanza, quella di soggettivismo. di coscienzialismo. 0,
il che per Heidegger significa lo stesso, di antropologismo. Tutto il lavoro
martellante di Essere e tempo, tutto lo sforzo profuso da Heidegger in quelle
pagine per regredire alle spalle della soggettivit cartesiana, per guadagnare il
piano di una correlazione trascendentale in cui n io n mondo, n soggetto
n oggetto avessero l'uno sull'altro un qualsiasi privilegio, per afferrare sul
nascere il fenomeno dell'esperienza e la dinamica dell'essere nel mondo, sarebbe stato vanificato proprio da chi si credeva pi saldamente inscritto nel
cammino metodologico dell'analitica esistenziale. Dietro le migliori intenzioni

M. Heidegger, Zollikoner Seminare. t'roto!ej')ueGeTlmlctJe'15rzete.


von M. Boss, KloFrankfurt a.M., 1987, trad. it. di A.
con
di E. Mazzarella,
1M LJU."",VU, annotazioni relative al 14
Guida, Napoli, 1991,20002, p. 319.

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binswangeriane, tornava a fare capolino il fantasma eminentemente moderno,


intellettualistico, astratto, di un ego puro, il cui contatto con il mondo avveniva sempre e strutturalmente in ritardo, accidente in ultima analisi trascurabile
e "qualit" estrinsecamente aggiunta a un soggetto che , dunque, in s, altro
da quella qualit, altro dal mondo, tutt'altro che "ek-sistenza". Nient'altro
che la res cogitans di Descartes, cosa puramente interiore e puramente pensante, resterebbe cos sul terreno dell'analisi binswangeriana, residuo in attesa
di colonizzazione naturalistica a fronte di un mondo gi interamente ridotto a
sistema di oggetti e di rapporti causali tra oggetti. Cancellato 1'accesso al carattere originariamente "estatico" del Dasein, si trovava d'un tratto azzerato,
infatti, ci che rispetto ad esso era lo stesso ma non il medesimo, per usare
un'altra espressione heideggeriana, il mondo come
il mondo come evento vivente.
Si potrebbe aggiungere un'ultima notazione, non
di qualche malizia.
Non sarebbe difficile mostrare che nel colpire tanto duramente chi, come
Binswanger, gli si presentava ancora in una delle ultime lettere come un allievo destinato a mettersi sempre di nuovo in cattiva luce2, Heidegger mirava
anche, e pi nel profondo, a smarcarsi dal suo maestro di un tempo. TI cartesianismo pi o meno nascosto, ora pi ora meno decisivo di Edmund Husserl
era stata da subito la spina nel fianco di una dottrina, quella fenomenologica,
che
avrebbe prolungato con Essere e tempo in direzioni molto pi
autonome
quanto la deferente dedica a Husserl aveva dapprima lasciato
sospettare al dedicatario, che aveva ricevuto in dono il grosso volume ancora
fresco di stampa. Ancora pi curiosa la circostanza per cui la critica di Heia Binswanger colpisce sul medesimo terreno sul quale Binswanger aveva attaccato, con rispetto e con altrettanta franchezza, il suo maestro in psichiatria: Freud riuscito a dimostrare che il dominio del meccanicismo
fino alla regione apparentemente pi libera dello spirito umano, il che
per cos dire "riparare" meccanicamente questo spirito (tecnica psicoanalitica dello smascheramento, eliminazione del lavoro di rimozione
e
attraverso il meccanismo del transfert)>>; al che aggiungeva: Ma
questa una costruzione che pu essere spiegata solo sulla base di una di
struzione
dell'essere dell'uomo).
2 Lettera a
della novembre 1962, in L. 1:Sit:lswang:er,Atl!sge'Wa;blte
Vortril'ge
von M. Herzog, Asanger, Heildelberg,
condannato o
sembro condannarmi da me a mettermi cattiva luce nei suoi
Lo vedr una volta pi scorrendo
alla prefazione alla terza edizione delle
formen, che Le invio io
che la scopra lei stesso nel libro [... ].
) L. Binswanger,
des Menschen im Lichte der Antbropc1log,'ie (1936),
trad. it. di E.
in Freud alla luce
Id., Per
conferenze, a cura di F. Giacanelli,
Milano
1970, pp.

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criticava Freud accusandolo di ridurre l'uomo a homo natura,


e la natura tale uomo "naturale" a determinismo meccanicistico? L'accusa,
dal punto di vista di Heidegger, poteva essere immediatamente rispedita al
mittente. Non che Freud fosse immune da critiche, dal
di vista di Heiche gli rivolgeva in sostanza la medesima accusa coscienzialismo da Binswanger. Ma certo che il soggettivismo
non appariva a Heidegger se non come 1'altra faccia
e del determinismo delle scienze naturali che Binswanger
criticare ricorrendo a
uno sguardo
sulla follia, sul sogno e sull'esistenza. Binswanger
e Freud, lo
soggettivista e lo psichiatra naturalista, non sono che i
figli gemelli
scissione che la modernit ha introdotto al cuore dell'essere.
:elle sue mitologiche entit
Binswanger accusava Freud di perdere, nel
pulsionali, ci che di sempre mio, sempre tuo, sempre nostro4 vive
di ciascuno? L'addebito potrebbe essere di nuovo
contro chi lo aveva formulato. La ]emeinigkeit, 1'esseresernnre-illlIO. che Binswanger
letteralmente dal lessico di Essere e
di privato. Non
tempo, non indica mai alcunch individuale, di
si tratta, per Heidegger, di opporre al determinismo
biologia, della medicina e della metapsicologia freudiana il dominio di un'irriducibile libert
umana, la cui incarnazione sarebbe quella dell'individuo irripetibilmente con. Quando
parla di ] emeinigkeit
segnato al suo destino
parla, di nuovo, non di una qualit antropologica, ma di una dimensione ontologica. E in un certo senso, se c' un punto in cui la psicoanalisi di Freud
sfiora il terreno proprio dell'ontologia heideggeriana, questo punto
colmo dell'ironia, a livello del gigantesco anonimato che le pulsioni e
ti rivestono nella metapsicologia.
l'identit individuale,
st::ml)re mio non sono mai, nella riflessione e nella pratica psicoanalitica, il
dato partenza, il subiectum a cui ogni altra cosa inerisce al modo di un prel'hypokeimenon a cui si aggiunge in seconda battuta la "qualit" del
rapporto con il mondo o il synbebekos di una particolare vicenda biografica.
e soltanto
L'uomo, la dimensione dell'antropologico, il soggetto sono
l'effetto di superficie di una sterminata profondit
se Freud
poteva definire come "natura" non pensava, o non pensava sempre, o non
pensava soltanto, come natura cartesiana.
Questo
non lo ignora, anche se non si esprime in tal senso
ma in occasione di un inall'epoca in cui formula le critiche di cui si
tervento successivo. In un testo intitolato Alla scoperta di Freud egli afferma:
I

4 Ivi, p. 193: Lo psicologo atteggiato nel senso della scienza naturale - ed


contradictio in adjecto - non considera scientificamente il fatto antropologico

cio che la presenza sempre la mia, la tua, la nostra presenza (<<[H.] dass das
nes, je deines, unseres ist).

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negli ultimi tempi ho fatto ancora una nuova


1'esperienza che di
fronte al genio creativo di Freud e al suo significato universale anche la critica
antropologica del suo homo natura non pu essere l'ultima parola, ma deve
essere ampliata e approfondita mediante una riflessione ontologica, una riflessione su come Freud intenda l'''essere come natura"5.
2. Il corpo come ((terzo
Sebbene Binswanger non si sia addentrato a fondo nel pensiero di un simile "essere come natura", forse in questa direzione che si deve guardare se
si vuole trovare il filo capace di riannodare i destini della Psychoanalyse e della Daseinsanalyse, da tanto tempo divisi dall'intrico di questi interdetti incrociati. Curiosamente, il punto in cui la fenomenologia di Binswanger pi si avvicina a coniugare l'intenzione freudiana di una genealogia dell'umano con
1'esigenza heideggeriana di una fenomenologia ontologicamente declinata si
trova proprio nel saggio su La concezione freudiana delFuomo. Nel bel mezzo
delle cr)tiche che Binswanger fa piovere senza tregua sul capo dell'inventore
della psicoanalisi, Freud si vede infatti riconoscere d'un tratto un merito inquello della scoperta del carattere "zonale" dell'esperienza corporea.
Binswanger parla in proposito dei singoli motivi zonali in cui il geniale
sguardo indagatore di Freud ha suddiviso la base motivazionale della corporeit in generale retta dal motivo della sessualit; e aggiunge: alludo ai motivi della zona orale e anale, fallica e vaginale, oculare e manuale, pettorale e
ventrale, e cos via6.
Il riferimento alla dottrina freudiana chiaro. Si tratta dell'idea secondo
cui la vita delle pulsioni, e quelli che Freud chiamava i loro "destini", non vivono come un tutto indistinto e non sono l'espressione di una vita corporea
compatta e indifferenziata, ma accadono come 1'espressione di una dinamica
pulsionale sempre divisa da se stessa, sempre data in immagini parziali, sempre embricata in una corporeit a sua volta "polimorfa", segnata da funzioni e
operazioni specifiche, da "motivi", dice acutamente Binswanger, volta a volta
particolari. Anche se alcuni grandi spiriti, precisa Binswanger, da Platone
a Franz von Baader, Schelling o Nietzsche solo per fare qualche nome - si
erano resi conto che l'uomo vive ed esperisce la propria esperienza in modo
profondamente somatomorfico, fin nei pi riposti anfratti della sua spiritualit, solo Freud ci ha fornito una vera e propria somatomorfologia dell'esperienza vissuta, una somatografia dell' Erleben basata sull'osservazione e sulla
5 L.
Mein Weg zu Freud (1957), ed. it. Alla scoperta di Freud, in Id., La psichiatria come
del!'uomo, traduzione, introduzione e note a cura di B.M. d'Ippolito,
Ponte alle Grazie, Firenze 1992, p. 65.
6 L. Binswanger, La concezione dell'uomo ... , cit., p. 180.

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costruzione naturalistiche, di cui non si sottolineer mai abbastanza l'importanza antropologica7.


termiIl riconoscimento netto, anche se venato da un paio di
nologiche che
1'autore dovevano certo avere valenza
ancora
"costruzione naturalistica" che la "somatografia" freudiasotto il segno
na viene posta; ed ancora in direzione "antropologica" che essa, secondo
Binswanger, andrebbe messa a frutto, al di l e forse contro l'intenzione del
suo scopritore. Tuttavia il
compiuto. Il corpo che la fenomenologia
in poi di fronte non pi, ovviamente, il corbinswangeriana si trover
UO-l'\.IUrLJt:r che Husserl criticava a sua volta come "costruzione", come astrazione scientifica, come inindagata
scientifica e come "sustruzione" incapace di fare luce sul
soglia trascendentale di ogni formazione di
comprese quelle
scienze mediche e
le loro
interne nozioni
corpo, di organo, di organismo e cos di seguito. Ma ci
che
guadagna lentamente via Freud, non neppure il corpo-Leib
nonostante i molti meriti finiva con l'essere pensato sempre,
e in ultima analisi, come organo delia
strumento della vodi un io disincarnato, sistema di organi la cui vita subordinata a un
prllnClplo di significato che la verit di
sistema e insieme la sua cancelnella potenza di una vita "superiore". Quello di Binswanger un cordotato di vita
dire cos, o meglio, un corpo
po inedito, un
attraversato da
vite, ciascuna
scava nel corpo una propria
via, ciascuna delle quali d vita a un
corpo, a una
"organizzagli organi in un organismo che ,
zione", a un proprio modo di
UUH4uc;, essenzialmente instabile
eveniente.
questione che qui
pone, attraverso Freud ma oltre
attraverso Husserl ma oltre
attraverso
ma oltre -'- -'-\._.I.\..L''-'''-, in altri termini, quella di un corpo che sia "genere misto", come
chLanla,ra Platone
50 di),
"terzo", genere "metessico". N
spirito n
n ultrasensibile
n io n mondo, n soggetto
n caos
n oggetto, n
n meccanismo, n organizzazione
la psicoaateleologico: questo il corpo, n organicista n coscienzialista,
nalisi
e che la fenomenologia tenta di ripensare "ontologicamente".
delle opposizioni binarie che
in pugno quella che
Tutto il
tie:lde:ggc:r chiamava la storia
tutto il
dei dualismi che attraversano da parte a parte Freud per primo, Husserl nonostante tutto e Binswanger buon ultimo, sembra in queste dieci
revocato in dubbio una volta per tutte. In un certo senso, si tocca qui cuore di quella che
chiamava storia
se vero che a
da Platone la filosofia non
ha cessato di
insieme alla distinzione del sensibile e del sovrasensi7

Ibidem.

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bile, l'esigenza della loro comunicazione o della loro comunanza, e insieme alla constatazione della fratrura dell'essere la necessit della sua ricomposizione
o della sua rammemorazione sub specie unitatis. Che il filo rosso che attraversa quella vicenda come il rovescio del dualismo sia quello della natura, dello
spazio interstiziale, del residuo ingovernabile, della "spazzatura del sistema'>e
in ogni senso, fino a Freud, del "basso", non fa che confermare l'ipotesi' di
Binswanger. L'antologia di Freud, se ce n' una, o l'antologia "per" Freud, se
sar possibile tratteggiarla, andr cercata in questa direzione. Ma non , questo del "terzo", un nome adatto anche per quella regione instabile ed eveniente che Heidegger indicava parlando dell'essere?

3. Il corpo cavo
Binswanger rinvia, a chiusura delle sue annotazioni sul "corpo zonale"
freudiano, ad altri due testi in cui si occupato della medesima tematica: un
celebre saggio come Sogno ed esistenza, del 1930, e un suggestivo contributo
intitolato Sulla psicoterapia, del 1934.
Conviene riprendere da quest'ultimo lo stralcio di una storia clinica che
Binswanger riassume accentuando in modo particolarmente incisivo il "motivo" del corpo e il significato di alcune sue "zone" rispetto alla malattia che egli si trova ad affrontare. Una ragazza gli si presenta un giorno, racconta lo
psichiatra svizzero, afflitta da sintomi che si esprimono principalmente nella
perdita della voce e nel persistere di un fastidioso singhiozzo. Una prima esperienza traumatica, poi una seconda, avevano causato nella paziente, al
tempo dell'infanzia, un episodio di afonia ormai lontano. Ma pi di recente
quelle manifestazioni si erano ripetute. Tutto era cominciato, racconta
Binswanger, quando la madre le aveva proibito di partecipare ad un ballo
dove la nostra paziente sperava di incontrare il giovane che amava. Comparvero dapprima l'insonnia e l'inappetenza, poi vaghe tendenze suicide, poi la
sensazione di doversi ammalare gravemente da un momento all'altro, infine il
desiderio di vedere, al proprio letto di morte, per l'ultima volta l'amato8.
In seguito i sintomi si erano concentrati su ci che la psicoanalisi freudiana non esiterebbe a indicare come la "zona orale" del corpo della paziente. li
singhiozzo, il rifiuto del cibo, i crampi allo stomaco divengono l'espressione
pi caratteristica del males3ere della giovane donna. <<Dopo che "tutto il resto" "stato ucciso", commenta Binswanger, dopo che gli altri e il mondo
circostante sono diventati senza senso, senza scopo, cio appunto inanimati,
la corporeit diventa il vero e proprio rifugio del nostro essere. un rifugio
che non desta per in noi sentimenti di intimit e di familiarit, ma che anzi,
8 L. Binswanger, Ober Psychotherapie (1922), trad. it. di E. Filippini, Sulla psicoterapia, in
Per un'antropologia fenomenologica, cit., p. 152.

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come "sede" della pulsione ormai cieca e senza


alla
diventa
noi "orribile", ci tortura, ci spaventa, ci angoscia9. ancora, a pn)p()s1t:o
questo e di altri analoghi casi clinici: Noi
allora una concreta esplreSSlone della corporeit "che parla" e che comunica
di "manche
e di "digerire" tutto ci che minaccioso per il loro istinto
loro sgradito, che essi insomma non sono capaci di assimilare esistenzialla
mente [... J. Diciamo appunto che l'ammalata non riesce a
bizione materna, non riesce a mandar gi e a
1'offesa alla sua
di amore e di vita 10
Il racconto del caso di questa ragazza non rimasto
stre storia di effetti. Riprendendolo in t'et.wtJzen!otclf!.ta
ponendone in pi punti una parafrasi fin troppo
Ponty, non molti anni pi tardi, rilancia con
tura dell'oralit e della "zonalit", ancora tol1d:amlentalm<:nt:e alntropol()glCOfenomenologica, che Binswanger elaborava in
Il corpo pu
simbolizzare 1'esistenza proprio perch la realizza e ne
scrive
Merleau-Ponty; Esso asseconda il suo duplice movimento di sistole e
le. Infatti, sotto un certo rispetto, il corpo la
la mia esistenza
di fissarsi in una scolastidi rinunciare a se stessa, di farsi anonima e
ca. Nella malata di cui parlavamo, il movimento verso il futuro, verso il predi
di maturare, di entrare in cosente o verso il passato, la
municazione con 1'altro si sono come
in un sintomo corporeo,
divenuto il
di una vital1. Ma
1'esistenza si contratta, il
a queste suggestive notazioni,
assumono "il
in una prospettiva ancora profondamente husserliana, coscienzialistica nonostante tutto, intenta a
pensare il corpo come l'organon di un'esistenza che tutta intera si raccoglie
nell'unit di quel
compatto, "un
che si immagina faciluna
tetra e sicura in
mente al modo di una grotta o di una
cui raccogliersi
da un altrove
poco dopo Merleau-Ponty accosta una considerazione di segno
se non opposto.
Eccola: In quanto porta
di senso, 1'esistenza corporea non riposa
mai in se stessa,
da un nulla attivo, mi fa continuamente
la proposta di
decisiva forse stata pronunciata. La materia del corpo, sia esso
o
"blocc8 t o in un sintomo" o consegnato alla
dell'esistenza", il luogo di un'operazione incessante.
desiderio sono le potenze, in ultima analisi gi

lVle:neaU-yoJ[l'[V, Phnomnologie de la perception (1945), trad. it. di A. Bonomi, Fede'tlaper'cezione, Bompiani, Milano, 2003, p, 232.

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aristoteliche, cui Merleau-Ponty consegna


tratto operativo che tanto
caratteristico della sua concezione del corpo a livello della Fenomenologia della percezione. Questa immagine di un corpo "travagliato", lavorato dalla potenza di un "nulla attivo", fessurato dal travaglio hegeliano del "negativo"
non abbandoner
la fenomenologia merleau-pontiana. Fino alla prova estrema del Visibile e
Merleau-Ponty non smetter di approfondire
e di radicalizzare questo
di una "zonalit" del corpo, di una disomogeneit
originaria e
durevole dell'omogeneit di superficie, di un corpo che non mai unit ma moltiplicazione di unit, moltiplicazione di corpi,
moltiplicazione di organi e di organizzazioni.
TI corpo, scriver Merleau-Ponty nelle note preparatorie a Il visibile e
fin visibile, "cavo", "creux"13. Nel luogo che era stato del Leib husserliano,
la nuova ontologia fenomp,nologica deve riconoscere il movimento di uno
scavo interminabile. E proprio lungo il cammino che conduce Il visibile e
ripetentinvisibile in tale direzione Merleau-Ponty incrocia di nuovo
do e radicalizzando l'incontro con Freud che anni prima Binswanger gli aveva
offerto con la sua storia clinica. Freud diventa, in modo non esclusivo ma non
meno decisivo, il viatico ideale per traghettare quello che la fenomenologia
tedesca aveva pensato come "corpo proprio" in direzione di ci che si presenta sempre pi chiaramente a Merleau-Ponty come un corpo il cui tratto pi
peculiare quello di un testardo sottrarsi all'istanza della propriet, dell'appropriazione, dell'appropriatezza, in una parola allo statuto dell'organismo,
dell'organizzazione, della gerarchia organizzativa, della sistematicit del sistema di organi biologicamente intesa o spiritualmente declinata. Questo essere "zonale", questa "massa intimamente travagliata", questo corpo incessantemente diviso in "due fogli"14 o in pi fogli, in pi piani o "motivi", come
li chiamava Binswanger, Merleau-Ponty lo chiamer, per differenza dal "corpo", "carne", o "natura".
La transizione per certi versi si trova letteralmente condensata, sotto la
stella polare freudiana, nell'enunciato perentorio di una nota di lavoro del dicembre 1960 del Visibile e finvisibile: La filosofia di Freud non , dunque,
una filosofia del corpo, ma della carne15.
13 M. Merleau-Ponty, Le visible et l'invisible (1964), trad. it. di A. Bonomi, Il visibile e
l'invisibile, a cura di M. Carbone, Bompiani, Milano, 1995; tra i molti luoghi, si veda ad es. la
nota del maggio 1960, intitolata "toucher-se toucher".
14 Sono ancora espressioni tratte da Il visibzle e l'invisibile,
rispettivamente pp. 163 e 153.
Sulla transizione da una fenomenologia del corpo
a una enomencllog;1a della carne inappropriabile mi permetto di rinviare al mio Senso
del mondq
ETS, Pisa,
2005, Parte seconda.
15 M. Merleau-Ponty, Il visibile l'invisibile, cit., p. 281; importanti le pagine che dedica
alla questione M. Carbone in La parola dell'augure, in Id., Una deformazione senza precedenti.
Marcel Proust e le idee sensibili, Quodlibet, Macerata, 2004, pp. 108-141.

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L'annotazione essenziale quanto laconica. Sottrae Freud alla logica del


"corpo", ma solo implicitamente consegna un significato pi preciso alla dimensione che deve sostituirla. Nomina ci che il corpo non , ma non dice
nulla circa l'eventuale prossimit dell'ordine della "carne" rispetto a ci che
Freud ha descritto nella sua metapsicologia nei termini di una successione di
"fasi" e di una giustapposizione di "zone". Suggerisce che la psicoanalisi abbia fatto luce su una corporeit che non quella del corpo come organo dello
spirito, come polarit strumentale di un cogito trascendentale, ma non dice
come pensare la carnalit di una corpo che non un organo, di un corpo che
non strumento o strumento di strumenti o organo di organi. Che il pensiero
della carne abbia a che vedere con l'immagine di un corpo che non organon
n nel senso dell'organicismo biologico e del meccanicismo naturalistico, n
nel senso della concezione "strumentale" del corpo come primo "strumento"
dell'anima, resta detto tra le righe, ma resta detto al modo di un enigma.
Freud non ha mai fatto del termine "carne" una parola tematica del suo discorso, sicch il ponte che Merleau-Ponty ha gettato in quella direzione resta
tutto da attraversare.
4. La bocca delfessere

significativo che Merleau-Ponty ritorni sulla questione, negli stessi anni


e con le stesse parole, durante il corso tenuto al Collge de France tra il 1956
e il 1960 sul concetto di natura. Il segreto di Freud sembrerebbe allora davvero stare nella scoperta di una "natura" che non coincide con la natura delle
scienze naturali, di una natura il cui significato non "ontico" ma "ontologico", di una natura che non nulla di costituito ma sempre e soltanto costituente, potenza inoggettivabile che giace al fondo di ogni oggettivazione, "attivo nulla" che insiste ai margini di ogni "qualcosa" positivamente determinato. Non aveva torto, allora, Binswanger, quando diceva che non si tratta di
accusare Freud di naturalismo, come era capitato di fare anche a lui nel 1936,
ma di comprendere ci che per Freud, e forse al di l di Freud, poteva volere
significare "l'essere come natura", o la pulsionalit come "naturalit", o la vita
"a fasi" e "a zone" del corpo pulsionale come segreto di un essere pi antico
di ogni antropologismo e di ogni oggettivismo, di ogni coscienzialismo e di
ogni meccanicismo.
Le lezioni merleau-pontyane sulla natura ripartono esattamente da qui.
Sollevando senza mediazioni una domanda circa la natura degli "organi" a
cui Freud aveva consegnato la sua scansione in "fasi" dello sviluppo del corpo sessuato e delle pulsioni parziali. Chiede conto del rapporto tra il "corpo"
e gli "organi", del senso del "prevalere" di un organo sul "tutto". Interroga la
natura degli oggetti che un erotismo di volta in volta orale o anale o fallico si
assegna e si destina a incontrare nel mondo. Se in ciascuna fase di tale svilup-

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po prevalgono pulsioni legate all'uno o all'altro organo, veicolo di volta in


volta privilegiato del rapporto tra bambino e mondo o tra adulto e mondo,
come intendere il rapporto tra l'organo in questione e l'intero del corpo che
gli evidentemente presupposto? Se l'orizzonte degli oggetti di desiderio a
sua volta si riarticola di volta in volta in funzione della prospettiva di mondo
inaugurata ora dal prevalere di una data "fase" e di una data "zona", come intendere il gioco del mondo che cos ha luogo, il ritrarsi in ombra di alcune
polarit di un interesse ormai spento, il venire in luce di oggetti congrui con
l'orientamento libidico in quel momento prevalente?
Scrive Merleau-Ponty che il bambino che attraversa la fase orale, il bambino che attraversa la fase anale, il bambino che si avvia alla fase fallica non
sono neppure propriamente rappresentati dai loro organi, ma identificati a
essi, dato che l'organo carico di un significato ontologico, dato che l'organo
dell'ordine della categoria16 Se si pensasse quel rapporto in termini di
rappresentazione, infatti, si presupporrebbe ancora e sempre un'unit pi
profonda e pi vera rispetto alla parzialit di cui portatrice la pulsione "zonaIe". li bambino o il corpo del bambino sarebbero l'intero potenziale di cui
la zona la frazione attuale, T'insieme da sempre dato di ci che solo lentamente si dispiega nella realt. vero che proprio Freud intende la sua scoperta in questi termini. E tuttavia una simile teleologia non avrebbe pi nulla di
genealogico, dato che da sempre il tutto sarebbe dato, e alla storia di ciascuno
non resterebbe che il compito banale dell'esecuzione di uno spartito la cui
conclusione scritta sin dall'inizio. Una sorta di teologia nascosta sarebbe,
cos, il controcanto ininterrotto di ogni organicismo, di ogni idea del corpo
come organon, di ogni sua comprensione strumentale, di ogni presupposizione di unit, sia essa quella funzionale dell'orologio perfettamente congegnato,
sia essa quella spirituale del corpo inteso come servo zelante e stupido di
un'intenzionalit fondamentalmente disincarnata.
L'intero del corpo, questo il paradosso che Merleau-Ponty vuole leggere
nella metapsicologia di Freud, , invece, tutto nelle sue parti, ogni volta soltanto nelle sue parti, ogni volta tutt'altro dalle sue parti. nell'enigma di questa triplice "posizione" che si tratta di addentrarsi per comprendere l'ontologia che Merleau-Ponry si sforza di ricavare dall'indagine fenomenologica
del corpo. La "parte" qui, ogni volta, direbbe Leibniz e ricorda MerleauPonty, "pars totalis", "piega". La "zona orale", per riprendere un esempio
che lo stesso Merleau-Ponty svolge in altro contesto 17 , l'equivalente di ci
che sono l'acqua o il fuoco per Talete o Eraclito, che pensano l'essere attraverso il ricorso a un'arch ogni volta valida come l'intero e la frazione, stoffa
di tutta la natura e singolo filo di quella stoffa. Per questo la gi citata nota di
16 M.
17

Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, cit., p, 347,


M, Merleau-Ponty, Il visibile e l'invisibile, cit., p. 156.

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lavoro dci dicembre 1960, dopo aver enunciato l'appartenenza dcila speculazione freudiana a una "filosofia della carne" piuttosto che a una "filosofia dci
corpo", poteva concludere che ci che awiene in ciascuna fase e attraverso il
transitorio privilegio di ciascuna zona non che la fissazione di un "carattere" grazie a un investimento dell'apertura all'essere in un singolo ente18. Le
feci, per il bambino impegnato nella fase anale dci suo sviluppo, sono, come
l'acqua per Talete, la parte totale nel cui segno e nella cui direzione di senso
l'intero mondo si d a frequentare e a manipolare e a significare. Il capezzolo
materno, o il dito che lo sostituisce nei momenti in cui la madre indisponibile, sono, per il bambino immerso nell'oralit delle sue prime fasi di vita, esattamente come il fuoco per Eraclito, il medio e la via attraverso cui incontrare
ci che lo circonda nel segno di una gigantesca anamorfosi, che nulla risparmia e che tutto ristruttura e traduce nci proprio linguaggio.
Comprendiamo allora in tutta la sua pregnanza la definizione che nci saggio su La concezione freudiana dell'uomo Binswanger dava dci carattere orale
o anale, fallico o vaginale del corpo libidinale freudiano. L'oralit, l'analit
sarebbero dei "motivi", diceva lo psichiatra svizzero. Dei "motivi zonali",
precisava. La potenza del corpo ogni volta tutta raccolta in ciascuna delle
sue "zone", e ogni volta ciascuna zona , nella fase corrispondente, tutto il
corpo, "motivo" dominante di un'intera vita vivente. "Motivo" dice quindi
esattamente, in Binswanger, ci in Merleau-Ponty dice la parola" carattere".
Quella anale, quella fallica, quella orale non sono solo regioni di un corpo
consegnato alle classificazioni di un atlante di anatomia e alle necessit di una
funzione una volta per tutte definita, n sono regioni corrispettive del mondo
che si offre al bambino o all'adulto in forma di oggetti una volta per tutte definiti e circoscritti da una connotazione univoca. Il corpo e il mondo si inseguono di volta in volta nella luce mutevole di un "carattere" prevalente e ininterrottamente fluente nei suoi effetti di senso. Zone diverse del corpo e oggetti diversi del mondo possono di volta in volta esprimere un dato "motivo" o
lasciarlo in ombra, prestarlo a zone del corpo e a cose dci mondo correlate o
cancellarlo a favore di un altro carattere e di un altro motivo.
Esattamente questa era stata una delle scoperte pi caratteristiche di
Freud. Un medesimo carattere, ad esempio quello fallico, pu, in certe condizioni non necessariamente psicopatologiche, migrare dal luogo che letteralmente gli pertiene a quello che metaforicamente pu corrispondergli, in
un'incessante riformulazione dell'anatomia che solo l'astrazione di un manuale di medicina pu fissare in un insieme di sensi "proprio" per differenza dal
quale ricavare il territorio infinito dei sensi "impropri", dunque delle patologie della fisiologia o della psicologia. Vi sono zone erogene predestinate,
scrive Freud nei Tre saggi sulla teoria sessuale, come dimostra l'esempio del18

:;'

Ivi, p. 324.

492

FEDERICO LEONI

la suzione. Ma lo stesso esempio insegna anche che qualsiasi altro punto della
pelle o della mucosa pu assumersi i servigi delle zone erogene [... J. Una
dislocabilit [VerschiebbarketJ del tutto analoga ritorna poi nella sintomatologia isterica19. Sicch il corpo desiderante ogni volta tutto in ciascuna zona, e insieme eccede ogni volta i confini di quella zona come una potenza
interamente attuata in quella singola direzione, resta ancora e sempre da attuare in ciascuna delle altre. Le zone sono eventi e non regioni anatomiche, e
cos gli oggetti del desiderio orale o anale e le mete del relativo investimento
libidico.
Non un'ontologia, scoprono per questa via Freud, Binswanger, MerleauPonty, ma una kairologia. Carne, natura, corpo, zonalit non dicono altro che
l'aver luogo di parti ogni volta totali, l'accadere di potenze ogni volta interamente attuate e ogni volta interamente inattuabili, il dispiegarsi di mondi ogni
volta assolutamente compiuti, mancanti di nulla, perfetti nella loro tonalit, e
ogni volta assolutamente manchevoli,
da parte a parte dalla riserva
dell'inesauribile, bucati dal vuoto di ci
resta ancora e sempre da fare e
da desiderare, da costituire e da consumare.

5. Senza centro e senza oggetto


Con questo
giro, l'intuizione di Binswanger passata di mano in
mano, Merleau-Ponty l'ha raccolta e l'ha ontologicamente declinata, infine
l'ha tradotta, di slittamento in slittamento, in una tesi che non sarebbe difficile ritrovare gi in Freud. L'evento del soggetto l'evento del mondo, l'evento
del corpo 1'evento della cosa, 1'evento del fantasma 1'evento dell'oggetto.
Ogni volta accadono insieme, cio, il mondo nella luce dell'orallt e il corpo
nell'unit dello schema del succhiare, il mondo come sistema delle cose che
hanno a che fare con le labbra e il corpo come organo dell'intenzionalit che
succhia. Tutto pu essere allora succhiato, tutto deve essere a fior di labbra, e
tutto serve a succhiare, anche le mani catturano e diventano bocche, il capo
non pi che un supporto delle labbra, l'intero schema gestuale raccolto
nello slancio di quella sua zona. Al di qua e al di l della linea uno stesso
ficato si divide nei suoi poli di soggetto e oggetto, di azione e di passione.
di qua e al di l delle labbra si disegna un mondo che inizia ad essere un
mondo di cose esterne e succhiabili, e un mondo interno di gesti succhianti.
Mondo che si divide nel "vuoto attivo" dei gesti e dei desideri che lo attraverin carne del mio mondo e carne del mio corpo,
sano, carne che si
come diceva Merleau-Ponty. Mondo che sta di qua e di l dalla soglia che 0"zonalit" e ogni "fase" disegnano. Mondo che viene incontro a s in ogni
19 S. Freud, Drei Abhandlungen zur Sexualtheorie (1905), trad. it. di M. Montinati, Tre saggi sul
la teoria sessuale, in Id., Opere, a cura di C. Musatti, Boringhieri, Torino, 1967 sgg., voL IV, p. 493.

LA BOCCA DELL'ESSERE

493

zona, motivo carattere, secondo un movimento la cui natura radicalmente


autoerotica.
Forse che al di l delle labbra non c' mondo? Certo che s. Forse che al
di qua delle labbra c' altro dal mondo? Certo che no. Il mondo da un lato
e dall'altro, unica "stoffa", nel linguaggio merleau-pontiano, unica "carne"
che ogni volta si divide e che ogni volta vede sorgere da se stessa la potenza
che la divide, unica "natura" destinata a smembrarsi da s nei propri eventi e
nei propri gesti, e che soltanto in quello smembramento accade ogni volta
come mondo (e come soggetto), come sistema di cose (e come intreccio di
desideri oggettuali), come luogo del fuori (e come interiorit correlata). Non
fosse che
l'attivo nulla che prestissimo Merleau-Ponty ha posto al centro
delle sue
niente mai si muoverebbe, niente mai verrebbe all'espealmeno per me, non sarebbe, come conrienza, e quel che anche ci
cludeva argutamente Kant al cuore della Critica della ragion pura, nelle prime
delfappercezione2.
battute del paragrafo 16, Dell'unit sintetica
Non fosse che per la cavit che la sensazione scava incessantemente nel mio
corpo, e cio nel corpo della natura, non vi sarebbe mai alcunch di sentito
n alcunch di senziente. Nessuna Vr-leilung, come avrebbe detto in pieno
clima kantiano Holderlin, che in quei termini poneva, non a
la questione dell'essere in un frammento per
tempo attribuito a
Nessun
soggetto e nessun mondo.
Ma io
e ci
anche che io "mi" vedo, notava Merleau-Ponty,
io tocco e "mi" tocco. questo corpo che vede e dunque "si" vede, che tocca
se stesso come tocca le cose, come
discende fra di esse, come toccante le domina tutte e ricava da se stesso questo rapporto, e anche questo
doppio rapporto, per deiscenza o fissione della sua massa22. Il corpo queVrteilung, esso
sto dividersi, questo fessurarsi. E poich questa
sar lo spettacolo stesso del mondo, l'incessante uscita da s della natura,
l'ininterrotta esperienza della parentela tra la nostra carne e la carne del mondo, come la chiama Merleau-Ponty. Questo grande corpo della natura che noi
siamo e che ininterrottamente abbandoniamo, che nostro e che senza sosta
ci si sottrae, lascia cos sul terreno in ogni istante la differenza tra il fuori delle
cose, l'oggettivit della "natura naturata", e il nostro "dentro", il luogo del
volta l'invenzione di
soggetto come
d'interiorit, il "noi" che
un'anima, di uno spirito puro, di una libert disincarnata. Come dire: il luogo
che Binswanger assumeva come primo e ultimo sprofonda via via genealogi-

20

rivo

I. Kant, Kritik der reinen Vernunft (1781), trad. it. di G. Gentile e G. Giovanni Radice,
Mathieu, Critica della
Laterza, Roma-Bari
132.
F. Holderlin, Urteil und
trad. it. di R. Ruschi,
ed essere, in Id.,
a cura di R.
SE, H ........U,.' ,,"v'v
M. Merleau-Ponty, Il visibile e l'invisibile, cit., p. 161.

494

FEDERICO LEONI

camente attraverso la falla aperta dall'intuizione del corpo "zonale", fino a


toccare il fondo ontologico che Binswanger indicava nell'''essere come natura" freudiano. Essere che si dice in molti modi, dunque, e che tuttavia si dice
in ogni modo e
volta nell'unico modo della piega, dell'unit del duplice,
del taglio singolare che divide ciascuna
della zona che "una" insistenza dello stesso nello stesso e sullo stesso.
Ogni visione, conclude Merleau-Ponty, affonda le radici in una condizione di possibilit che essenzialmente narcisistica. Ma ci va esteso a ognuno
dei cinque sensi e a ciascuno degli infiniti
che compiamo. Se al di qua e
al di l della linea non c' che corpo, il corpo che incontra se stesso ad ogni
gesto tattile, ad ogni esplorazione orale, ad
suzione, afferramento, carezdella linea e al di l della linea non c' che
za, pressione, graffio. Se al di
mondo, il mondo che si
in ogni mio sguardo, ed il mondo che si afferra attraverso le labbra del bambino ogni volta che il suo corpo "orale" incontra il mondo in figura di cose "succhiabili". Che una cosa sola siano
1'evento del mondo orale e 1'evento del corpo
significa che in quella zona la carne del mondo si taglia, si ritaglia, si dischiude, si disgiunge, dandosi a
se stessa secondo il movimento di una duplicazione speculare. Ma appunto: il
vedente e il visto, il succhiante e il succhiato sono anzitutto lo stesso, sono in
linea di principio "reversibili", come dice Merleau-Ponty23. il mio corpo che
vedo, insieme alle cose del mondo. il mio corpo che succhio, insieme alle
cose del mondo. Solo un lento apprendistato insegna a distinguere il mio corpo visto dalle altre cose viste, il pollice che il bambino succhia dal capezzolo
della madre. Solo questa riflessione dello stesso nello stesso, questa divisione
che l'essere narcisistico della carne deve attraversare
volta di nuovo, assicura la partizione tra un dentro e un fuori, un soggetto e un oggetto che sono,
dunque, non cose in s ma eventi di senso, non oggetti ma eventi di "zona".
La zona e il senso dicono anzi, in ogni senso, il medesimo. L'essere natura e
la natura evento, ma 1'evento piega dell'essere e
ripiegamento e
divisione e ricongiungimento,
dispiegamento della natura su di s e via da
partizione e parentela; in una parola, potremmo dire, "zonazione".
L'essere di questa piegatura ontologica tutt'altro che estraneo alla speculazione di Freud. Per lui la natura della pulsione , infatti, in primo luogo autoreferenziale. L'erotismo della visione, ad esempio, anzitutto autoscopico.
Lo slancio e il soddisfacimento di ogni desiderio in origine narcisistico. Si
tratta di enunciati da sempre problematici per la metapsico1ogia, perch mettono in questione lo statuto stesso della psicoanalisi, sembrano sottrarre ogni
consistenza al suo oggetto, ne fanno non tanto un'indagine sulla vita della
psiche, quanto una genealogia di ci che ogni volta resta da costituire"come"
psiche, come "dimensione" di un'interiorit strutturalmente incompiuta, co23

Ivi, p. 157; su questo che il senso secondo e pi profondo del narcisismo, cfr. p. 155.

LA BOCCA DELL'ESSERE

495

me traccia di un'antropologia che non


ma risultato strutturalmente precario. Un passo di Pulsioni e loro
su
altro, risulta in
ai
senso perentorio: Abbiamo preso l'abitudine, scrive Freud
Tre saggi, di chiamare narcisismo l'antica fase evolutiva dell'io durante la
le pulsioni sessuali di quest'ultimo si soddisfano automaticamente; e ci
senza affrontare subito il discorso dei rapporti tra narcisismo ed autoerotismo. Dobbiamo quindi dichiarare, a proposito della fase preliminare della
il piacere di guardare ha
pulsione di guardare, di quella fase cio nella
come oggetto il proprio corpo, che essa appartiene al narcisismo, che una
formazione narcisistica24.
Il significato di questa stringente dinamica autoerotica in cui 1'essere freudiano, per dire cos, va risolvendosi, va per intesa in tutt'altro senso da
lo di una massiccia compattezza ontologica. Non si tratta di
si
dell'essere "che " e che" uno", ma di una fenomenologia dell'essere
dice al
natura polimorfa, ininterrotta punteggiatura dei propri eventi,
incessante analogia di s. Che la pulsione del soggetto si indirizzi dapprima al
soggetto, non significa, infatti, altro se non che il soggetto ha qui la natura
ambivalente di un essere
che ancora non ha oggetti e che dunque
non ha nulla per differenza dal quale trarre il senso della propria separatezza.
Non bisogna temere che il nodo freudiano del narcisismo e dell'autoerotismo
consegnino il soggetto a un solipsismo di natura autistica ( noto, peraltro,
che proprio sottraendo al termine "autoerotismo" il suo riferimento all' eros
Bleuler aveva coniato la parola "autismo")25. Un soggetto, a questo livello
"genealogico",
ancora non c'. Nient'altro che questo significa
che la pulsione manchi di un "centro", come rileva ancora Freud26. Ci che
per ora, un corpo "dislocabile", un molteplice accadere di corpi che
prendono corpo ad ogni Verschiebung, ovunque si apra a s e insieme via da
di una carne essenzialmente anonima: "una parte delle
s il taglio o la
labbra, la lingua, un qualsiasi altro
raggiungibile della pelle, persino
quale eseguire il succhiamento"27.
l'alluce vengono presi per oggetto
sono d'obbligo)
Nessun pericolo, dunque, che il "soggetto" (le
resti prigioniero entro confini che ancora non sono stati tracciati. Sebbene il
termine possa trarre in inganno, proprio l'autoreferenzialit dell'autoerotismo
non ci che
ci che attesta il carattere originariamente estatico del
lo nega; ci che rende possibile 1'apertura al mondo, ci
"" apertura al
24 S. Freud, Triebe und ihre Schicksale (1915), trad. it. di R. Colomi, Pulsioni e loro destini,
in Id.,

cit., val. VIII, p. 27.


Introduzione ad AA.VV., L'autismo. L'umanit nascosta, a cura di S. Mistura,
Torino 2006, p. VIII.
S. Freud, Tre saggi, cit., p. 537: la pulsione, dunque, nell'et infantile non ha un centro
di
autoerotica.
e dapprima
27 S.
cit., p. 400.
2.5

496

:FEDERICO LEONI

mondo, non ci che dev'essere reso possibile dall'apertura al mondo di uno


spazio inizialmente chiuso. Che il soggetto sia originariamente "autoerotico"
non significa altro che questo: il soggetto deve raggiungersi e deve desiderarsi,
di un possesso istantaneo e di una
e cio non dato a se stesso nella
stabile coincidenza con s. Dall'autoerotismo la pulsione passa a soddisfarsi
nel mondo soltanto perch il soggetto, non possedendosi da sempre, da sempre risulta spossessato in una non-coincidenza con s che la prima dislocazione dell'essere o il primo awento dell'essere in quanto dislocazione, e in
ogni caso il primo nome del mondo e dell'essere nel mondo. Cos, la formula
freudiana pi vicina
heideggeriana "in-der-Welt-sein" forse
da rintracciare nella buffa
con cui si trova descritto, in uno dei 'Tre saggi,
il desiderio narcisistico del bambino catturato nell'orizzonte del suo originario autoerotismo orale: "che peccato non potermi baciare!"28.
L'intima riluttanza di
di fronte all'ontologismo heideggeriano
ha, in questo caso, mancato un'occasione. L'essere che Freud scopre un essere di corpi sempre "parziali": di pulsioni parziali, di oggetti parziali, di soddisfacimenti parziali. Mai il corpo del soggetto e il corpo del mondo che si dischiudono l'un 1'altro nelle zone e nelle fasi della genealogia freudiana del desiderio sono dati nella forma dell'essere della semplice totalit. L'essere freunon mai
diano si dice in molti modi perch si "fa" in molti modi e
altrove che nei modi di questo suo farsi e cio di questo suo dislocarsi. E come la citt leibniziana, che tutta in
sua piega monadologica e tuttavia
tutt'altra da ciascuna piega e da ciascuna monade, cos 1'essere carnale che
Freud scopre tutto in ogni sua zona e tutt'altro da ciascuna sua zona, tutto
in ogni sua fase e tutt'altro da ogni sua
tutto in ogni suo evento e
tutt'altro da ogni suo evento. La marca dell'oralit un "motivo" perch al
suo margine fluisce la mancanza che specifica i suoi caratteri per via di toglieavranno
re, lasciando in essi il calco negativo di ci che non sono e che
da essere. L"'orale" traduce all'interno della propria logica ci che ai margini
di essa seguita a premere come la possibilit del fallico, dell'anale e cos via.
Non solo il bambino dei Tre saggi, ma la carne del mondo l'esplosione di
una felice, perverso "polimorfismo", e l'''essere come natura" che Binswanger
inseguiva in Freud ogni volta per tutte "una natura" e "tutta" la natura, solo
nel senso che la natura di quel "tutto" e di quell'''ogni volta per tutte" di essere ciascuna volta un "ogni volta di nuovo", un "ogni volta una volta
un "ogni volta
tutte le volte".
e dell'Enteignis, ancorch riNon siamo
vicini al gioco
messo in qualche modo "sui piedi", come Marx diceva della dialettica
liana e come Busserl o Merleau-Ponty avrebbero potuto dire dell'estetica traLa frase di MerJeau-Ponty si trova nel Visibile e
nei Tre saggi, cit., p. 492.

cit., p. 163; quella di Freud

LA BOCCA DELL'ESSERE

497

scendentale di Kant? L'essere in effetti l'essere del corpo, l'ontologia


un'ontologia della carne, dunque il corpo non mai "il corpo" ma un suo evento. O una sua zona, o una sua piega, o un suo motivo.

6. La ((trovata)) che cura


Ritorniamo a Binswanger e al suo saggio Sulla psicoterapia, che non manca
di addentrarsi nella questione, enigmatica, che alcuni giovani medici gli avevano posto invitandolo a tenere quella conferenza: come "agisce" una psicoterapia?
Il racconto attraverso cui Binswanger tenta una risposta sorprendente.
Di fronte alla sua paziente, afona e singhiozzante, si vede costretto a intervenire (<<nonostante il monito di Freud, aggiunge; anche nei suoi confronti
questo allievo geniale si sentiva destinato a mettersi in cattiva luce). Ricordo che d'improvviso mi venne una trovata o, se si vuole, una ispirazione:
mi avvicinai tranquillamente alla giovane sul letto, le misi le dita della mano
destra intorno al collo e premetti tanto forte sulla trachea da farle mancare il
fiato e da indurle il tentativo di liberarsi, di modo che, quando allentai la presa, comp un forte atto di deglutizione. Il singhiozzo si interruppe di colpo e,
dopo due o tre manovre analoghe, scomparve definitivamente29.
Non seguiremo Binswanger nelle belle considerazioni che svolge intorno
all'accaduto. Egli evoca la necessit di sollecitare nella paziente una forza vitale capace di contrastare la radicata potenza del sintomo e del "motivo" che
esso incarna, e osserva che, cos come l'impossibilit di "mandare gi" il divieto che la madre aveva opposto alla sua "fame d'amore" l'aveva consegnata
all'impasse, allo stesso modo la "fame d'aria" che la trovata di Binswanger aveva indotto improvvisamente aveva potuto restituire 1'esistenza della ragazza
alla sua apertura vitale. Il gioco delle metafore si insegue con magistrale scioltezza, e davvero consente di toccare con mano l'arte consumata con cui un
grande medico sa inserirsi nella tessitura dei "motivi" della vita e della nevrosi
della sua paziente, traendo dall'interno di quella fitta orchestrazione lo spunto per la cadenza che ne conduce in porto la vicenda.
Se si guarda all'essenziale, la movenza decisiva quella che oppone, nella
"trovata" di Binswanger, la potenza della vita alla potenza che tiene in scacco
la vita, quella che suscita contro una forza vitale diabolicamente perturbante un altro potere, capace di fronteggiarla. Come intendere allora il rapporto tra questi due elementi vitali? Come pensare il gesto che istituisce tale
rapporto? Come pensare il gesto della restituzione, a cui da sempre la medicina ha consegnato il senso del suo fare terapeutico intendendolo come" restitutio ad integrum"? A quale condizione d'integrit restituisce il gesto che cu29 L. Binswanger, Sulla psicoterapia, cit., p. 142.

498

FEDERICO LEONI

ra? E quale soggetto, per la precisione, viene restituito all'integrit di un intero che propriamente non c' mai se non come parte e come effetto di partizione, come zona e come evento, come dislocazione di un essere che,
quanto a s, non possiede alcun luogo naturale se non quello della Ver-

schiebung?
La prima circostanza notevole che, per esprimerci fin troppo grossolanamente, Binswanger non presenta, qui, la malattia come una "diminuzione"
della salute. L'essere della vita, se si sta alla lettera del testo binswangeriano,
, anzi, altrettanto pienamente presente nell'una come nell'altra situazione,
cos come l'esistenza della paziente interamente consegnata alla forza "diabolicamente perturbante" della sofferenza quanto alla "fame d'aria" e alla
"fame d'amore" che Binswanger rawiva con il suo intervento. In questo senso Binswanger pu definire come forza "vitale" tanto il perturbamento della
malattia quanto la potenza capace di farvi fronte. La mossa , peraltro, caratteristica di tutto Binswanger e si estende, con un coraggio che all'epoca pochi
seppero condividere, anche al dominio della psicosi, a sua volta pensata come
un modo d'essere nel mondo non minore e non inferiore, ma semplicemente
diverso da quello che vale "anzitutto e per lo pi". chiaro, d'altra parte, che
questa movenza del tutto congenere con quella che regola, nelIa lettura merleau-pontyana, la dislocabilit freudiana e binswangeriana della vita pulsionale attraverso le diverse "zone" del corpo, il suo essere tutta in tutte le sue espressioni, per dire cos, senza mai ridursi a nessuno di questi investimenti e
senza smettere di giocare al margine di ciascuna espressione come ci che
"resta", come ci che si presenta in assenza, come ci che si d in un'essenziale non-coincidenza.
Se cos , salute e malattia sono, per Binswanger, del tutto omologhe alle
differenti vedute e prospettive della citt di cui parlava Leibniz in un celebre
passaggio della Monadologia 3o . Ogni monade una piega dell'essere, ogni
prospettiva sulla citt una linea o un movimento lungo il quale la stoffa o la
carne del mondo si incurva, awolgendosi in una singolarit che nell'oscurit
delle sue pi lontane propaggini racchiude il tutto del mondo e coincide infine con esso. Coincide con esso, ma nella sua differenza, nella sua prospettiva,
nella singolarit di quella piega che non nessun'altra piega sebbene sia fatta
della stoffa di ogni altra piega. Ciascuna prospettiva W1a prospettiva integrale della citt o della vita. Tutta Roma vista dalla Cupola di San Pietro, tutta
Roma vista dai giardini di Villa Borghese. Nulla fuori campo, se non la pos30 G. \'1/. Leibniz, Les principes de la philorophie ou la Monadologie (1714), trad. it. e cura
di S. Cariati, Monadologia, Bompiani, Milano 2001, 57, p. 85: E cosi come una medesima
citt, se guardata da punti di vista differenti, appare sempre diversa ed come moltiplicata
prospetticamente, allo stesso modo, per via della moltitudine infinita delle sostanze semplici
[scil.: delle monadil, ci sono come altrettanti universi differenti, i quali tuttavia sono soltanto
prospettive di un unico universo secondo il differente punto di vista di ciascuna monade.

LA BOCCA DELL'ESSERE

499

sibilit di altre prospettive, dunque di altri infiniti universi; sicch nulla e tutto, in effetti, fuori campo in ogni campo. Ogni parte una parte ed una
parte totale. Ogni piega una piega ed tutta la stoffa. Ogni zona un elemento della natura, un suo motivo, ed la natura stessa. Binswanger, con il
suo gesto improvviso, non pu dunque avere restituito la vita "diminuita" di
una paziente nevrotica alla pienezza di una salute finalmente integra. La salute non che una figura della vita, non la vita stessa. La restituzione non pu
andare dall'una all'altra, ma, per dire cos e per usare ancora una volta questa
espressione, dall'una e dall'altra in direzione di un che di "terzo". Come intendere quest'ultimo?
Ricapitoliamo. Proprio perch integrale, ciascuna prospettiva incompossibile con ciascun'altra. Si pu godere dell'una "o" dell'altra vista, non
dell'una "e" dell'altra, dato che si "" quel punto di vista, e non semplicemente lo si "ha", al modo di quel tardivo trascendere che Heidegger imputava a Binswanger. Salvo che dal punto di vista di Dio, per dire cos. Salvo
che dal punto di vista della monade di tutte le monadi, della prospettiva di
tutte le prospettive, che non una prospettiva e non un punto di vista, e
che perci si vede offerta la citt di tutte le citt, che non nulla di simile a
una citt ma , come diceva Leibniz, il suo geometrale. Proprio questo effetto d'apoteosi, allora, sembra avere realizzato Binswanger con la sua "trovata". Proprio questo tragitto incarna quella restituzione della vita sana e
della vita malata a una vita "terza" che ne il geometrale, l'essere segreto,
l'attivo nulla sempre fungente al fondo. Egli ha per cos dire costruito, con
la sua trovata, la scena in cui potevano sfiorarsi, nel brusco attrito di pochi
secondi, dimensioni che mai si erano trovate e mai si sarebbero potute trovare fianco a fianco, le potenze che per definizione dovevano restare incompossibili, la vita nella "prospettiva" della salute e la vita nella "prospettiva" della malattia, l'esistenza pienamente raccolta nel motivo o nel carattere del benessere e l'esistenza integralmente espressa nel motivo o nel carattere del malessere, l'esperienza in figura di bocca che desidera e l'esperienza
in figura di bocca che rifiuta, di oralit che ha fame e di oralit che si chiude
singhiozzando. Nell'istante di una vertiginosa coincidenza degli opposti,
l'una si trovata alla presenza dell'altra e l'una e l'altra si sono trovate alla
presenza di ci che non dell'ordine della presenza, la citt stessa, la vita
indec1inabile che giace al fondo di ogni declinazione, la totalit che non se
non nelle parti e come ci che manca alle parti.
Una simile esperienza non poteva che essere contrassegnata dallo stigma
di un'essenziale subitaneit (<<Ricordo che d'improvviso mi venne una "trovata" o, se si vuole, un'ispirazione [Ich erinnere mich nun, \Vie mir plotzlich

500

FEDERICO LEONI

der Einfall, wenn sie wollen, die Eingebung kamJ31). Ci che la


della
non-contraddizione solita distinguere e la vita quotidiana godere o
in
separate sedi, viene a coincidere in una "trovata" che per un istante sembra
concedere alla paziente lo sconcertante
di un Dio leibniziano.
non
"mandare gi" il
L'oralit "buona" e l'oralit "cattiva", la bocca
divieto materno e le labbra che hanno "fame d'aria" e
l'innamodi una stessa scerato, si incontrano per la prima e l'ultima volta nello
na, e l'uno di
molti appare a se stesso doppiato
suoi modi e accompagnato dal
enigmatico delle sue declinazioni, delle sue pn)Spettlve,
delle sue
delle sue
dei suoi motivi. E in quel
teadal
tro ciascuna declinazione si trova come smascherata e insieme
lampo di un'inimmaginabile
ciascuna coincidente e non coincidenciascuna assolutamente
te con la "forza" che si era incaricata di
al pieno di quella "potenza" e
inadeguata al farsi vuota
potenza di fronte all'imperfezione di ogni possibile riempimento,
ciascuna perfettamente necessaria nel suo esprimere un destino d'esistenza in
di fame
o di dolorosa
e ciascuna perfettamente accinel suo tradurre quel destino in questa piuttosto che in quella
o zona, o carattere, o elemento.
nel luogo inabitabile della coinciCi a cui il transito di un
denza
opposti deve avere restituito la vita di quella giovane donna rimadell'ordine della
del sapere infine trasta senza nome, non ,
sparente, del sentimento
Non si tratta qui di una restitutio ad integrum, dunque, o non si tratta di una qualsiasi integrit, nel
di questa restituzione. Ci che offerto in simili momenti , forse, con una parola di
Jacques Lacan, dell'ordine del sentore. Si avverte, in ciascuno dei "motivi" e
in ciascuna delle
, il sentore della somiglianza e della dissimiglianza
Merleau-Ponty, l'adeguata
della vita
con il nulla di cui
all'ininterrotto evento di se stessa.
forse e pi esattamente, si avverte o si
incarna, qui, il sentore di un movimento, il movimento di una dislocazione,
l'accadere incessante dell'inadeguato adeguarsi della vita al suo ininterrotto
volta e ugualmente in se stessa e da se stessa.
accadere, il suo salvarsi

31 L.
und Au/satze, Francke,
Bern, 1947,
it.
traduce gustaJnetlte,
nell'edizione
citata,
con
, ma il termine
altrettanto
all'irruzione dell'accadimento inatteso, all'evento imprevedibile, all'improvviso precipitare dei fatti.

PREFAZIONE
di
Alfredo Civita

saggi di Franco Paracchini e Luigi Fraschini, che formano


!comune:
questo volume, presentano un'importante caratteristica
s'interrogano in una prospettiva strettamente filosofica sullo statuto epistemologico delle teorie di Binswanger. L'argomento e lo stile espositivo dei due autori sono diversi, ma entrambi mi sembrano guidati dalla stessa esigenza: impiegare gli strumenti della filosofia per chiarire la natura, l'ubi consistam del discorso di Binswanger.
Sebbene non manchino significative eccezioni, un atteggiamento del genere piuttosto raro nella letteratura su Binswanger, nella quale prevalgono due principali tipologie: le
opere interessate in prevalenza alle tematiche psichiatriche e
psicopatologiche; e quelle, ben pi numerose, nelle quali l'interesse psichiatrico si unisce e talora si confonde con !'interesse filosofico.
indubbio che fu lo stesso Binswanger a sollecitare nei
lettori questo secondo atteggiamento nei confronti della sua
opera. Il motivo attiene alla natura profonda del suo modo di
pensare e teorizzare. Il pensiero di Binswanger viaggia sui
crinali di discipline differenti, come se non si accontentasse
mai di limitare lo sguardo a un unico territorio disciplinare.
Una maniera peculiare e ben poco accademica di far avanzare la conoscenza che certamente all'origine del fascino che
Binswanger ha esercitato su tanti studiosi; ha per avuto l'inevitabile conseguenza di suscitare, nei lettori pi accorti,
l'impressione di un discorso nel quale le diverse discipline,
prime fra tutte la psichiatria e la filosofia, non giungono a
un'armoniosa composizione, ma generano piuttosto un ibrido, una mescolanza non ponderata. Il presente volume ci offre una serrata e rigorosa riflessione critica su questo punto.

IL PRISMA BINSWANGER

Poich il nodo della questione riguarda principalmente la


psichiatria e la filosofia, pu essere utile fornire qualche
informazione sul modo in cui si andato dipanando il rapporto tra queste discipline nell'evoluzione del pensiero di
Binswanger. Ma prima occorre una precisazione.
Quali che siano i filosofi dai quali Binswanger ha tratto ispirazione, il suo atteggiamento epistemologico non si modificato nel corso del tempo. Le teorie filosofiche alle quali Binswanger si rivolto non hanno mai rappresentato per lui un completamento o una giustificazione del proprio pensiero. La filosofia non gli mai servita per legittimare le proprie dottrine
psichiatriche. Tanto meno le citazioni dai filosofi hanno avuto,
come talora accade, il carattere di decorazioni narcisistiche
delle sue teorie psichiatriche e psicopatologiche.
Niente di tutto questo: Binswanger si sempre affidato alla filosofia con un sentimento di indispensabilit. Egli era indubbiamente consapevole della propria creativit nel campo
delle scienze psichiatriche, ma era fermamente convinto, a
nostro parere, che solo le grandi filosofie avrebbero consentito alla ricerca e anche alla pratica psichiatrica e psicoterapeutica non di rinnegare ma di oltrepassare i limiti delle posizioni naturalistiche, che Binswanger individuava nella psichiatria organicista e nella psicoanalisi freudiana, verso la
quale peraltro simpatizzava vivamente!.
La filosofia non rappresenta pertanto una legittimazione
post hoc della psichiatria. Il rapporto inverso: prima viene
la filosofia; dopo la psichiatria che potr attestarsi come una
disciplina in grado di valicare i limiti del naturalismo solo se
dalla filosofia si lascia guidare.
L'attitudine a percorrere i crinali emerge chiaramente gi
a partire da questa esigenza di costruire una psichiatria capace di andare al di l del naturalismo. Qual , infatti, il significato di tale esigenza se non quello schiettamente filosofico di

L. Binswanger, Ricordi di Sigmund Freud, trad. it. di L. Agresti,


Astrolabio, Roma 1971.

PREFAZIONE

non accontentarsi delle cause e di spingere la ricerca verso


ci che d origine alla catena causale?
Si possono individuare tre fasi nell'evoluzione del pensiero
di Binswanger. La prima si apre nel 1923, con la pubblicazione
di Sullafenomenologia 2 , e si chiude all'inizio degli anni Trenta.
In questo periodo Husserl il filosofo a cui Binswanger attinge
a piene mani, e a partire dal quale costruisce la prima versione
della sua psichiatria fenomenologica. In essa rivestono un ruolo centrale il concetto di intenzionalit, il metodo dell'epoch
fenomenologica e la dottrina della visione delle essenze.
La seconda fase profondamente segnata dalla lettura di
Essere e tempo (1927) di Heidegger3 . Le opere principali e pi
celebri di Binswanger si collocano proprio in questo periodo
che dagli anni Trenta si estende fino al 196o. Dai saggi contenuti nel presente volume il lettore potr farsi un'idea perspicua
del modo in cui Binswanger ha ingegnosamente e liberamente
portato l'analitica esistenziale di Heidegger sul terreno della
psichiatria, della psicopatologia e dell'antropologia.
La terza fase rappresenta una sorta di ritorno a Husserl.
Inizia con la pubblicazione, nel 196o, di Melanconia e Mania e
si chiude con l'ultima sua opera, Delirio, pubblicata nel 19654
Binswanger, ottantaquattrenne, morir l'anno successivo.
In queste due tarde opere si affaccia un progetto di grande
interesse: indagare la genesi delle forme psicopatologiche alla
luce della dottrina husserliana della costituzione trascendentale dell'oggetto dell'esperienza. Ma nel perseguire questo obiettivo, a fianco di Husserl, e in un ruolo preminente, si fa largo
anche la filosofia trascendentale di Kant, un altro filosofo che,

L. Binswanger, Sulla fenomenologia, in Id., Per un'antropologia


fenomenologica, a cura di F. Giacanelli, trad. it di E. Filippini, Feltrinelli, Milano 1970.
3 M. Heidegger, Essere e tempo, trad. it. di P. Chiodi, Longanesi,
Milano 1970.
4 L. Binswanger, Melanconia e mania. Studifenomenologici, trad. it.
di M. Marzotto, BOIinghieri, Torino 1971; Delirio. Antropoanalisi e
fenomenologia, trad. it. di G. Giacometti, Marsilio, Venezia 1990.
2

la

IL PRISMA BINSW ANGER

come giustamente nota Paracchini nel suo saggio, ha sempre


esercitato una profonda influenza su Binswanger, seppure in
modo meno appariscente rispetto a Heidegger e Husserl.
La filosofia ha dunque rappresentato per Binswanger una
fonte non solo determinante ma anche, come s' detto, indispensabile per la costruzione delle sue teorie. Si pone a questo punto il problema al quale gi abbiamo accennato: che
cosa significa trasportare una teoria filosofica sul terreno
della ricerca empirica? La risposta di Binswanger a questa
domanda non del tutto coerente. Da un lato egli afferma
che questa trasposizione non presenta nulla di problematico;
le sue teorie non perseguono ambizioni filosofiche o ontologiche, ma si limitano semplicemente a declinare in senso empirico (o ontico, per dirla con Heidegger) una concettualizzazione filosofica; da un altro lato questa affermazione viene
pi volte contraddetta dalla natura intrinsecamente filosofica
delle sue dottrine.
Occorre in realt riconoscere che Binswanger non ha mai
sentito il bisogno di meditare in profondit sul problema del
passaggio dalla filosofia pura alle scienze empiriche; o forse
meglio esprimersi cos: non ha mai preso veramente sul serio
il problema. Per esempio, andando agli esordi della sua carriera di pensatore originale, egli non si mai domandato se
la sospensione del giudizio (o epoch), praticata da Husserl
nelle sue ricerche di fenomenologia trascendentale, confrontabile con la sospensione del giudizio dello psichiatra che
desidera comprendere dall'interno, con la mente scevra da ogni pregiudizio, l'essenza della personalit del suo paziente.
Che vi sia qui un importante problema di ordine epistemologico fuori di dubbio.
Oppure, per andare alla fase conclusiva del suo pensiero,
Binswanger non si domandato se ha senso, nell'ottica di
Husserl o di Kant, ipotizzare un difetto o un'alterazione nel
processo di costituzione dell'oggetto. In realt l'idea di un'alterazione della costituzione sembra comportare necessariamente una psicologizzazione della prospettiva trascendentale, kantiana o husserliana che sia.

12

IL PRISMA BINSWANGER

Lasciamo volentieri al lettore lo studio del testo di Paracchini, per limitarci a citarne un brano conclusivo. per noi
interessante capire che cosa pensa l'autore circa la correttezza epistemologica del pensiero di Binswanger. Facendo riferimento a Delirio, dove Binswanger riconduce la genesi del
delirio a un'alterazione nella costituzione dell'oggetto, Paracchini scrive: si deve riconoscere che il percorso avviato da
Binswanger ben lontano dal potersi considerare positivamente concluso. E ci a causa di una domanda legittima, che
riapre l'intero discorso: a che cosa dobbiamo addebitare le
alterazioni psicopatologiche delle regole che presiedono al
buon funzionamento delle sintesi trascendentali? In Delirio,
questa domanda non solo non trova risposta, ma non viene
neppure formulata. E non si tratta di una questione di poco
conto, che possa essere trascurata. Anzi, proprio le difficolt
che essa solleva evidenziano quelli che sembrano essere i limiti di fondo dell'impostazione di Binswanger, in quanto il
fare ricorso al soggetto delle facolt trascendentali, come al
principio esplicativo ultimo, comporta il ricadere su una soluzione non meno enigmatica di quelle in cui si postula, all'origine del delirio, una non meglio precisata "trasformazione
del significato".
Una piena comprensione di questo brano presuppone la
conoscenza dell'intero saggio dell'autore (parlando di trasformazione del significato, per esempio, Paracchini fa riferimento all'interpretazione del delirio fornita da H. W. Gruhle e da K. Jaspers, un'interpretazione che Binswanger, in Delirio, sottopone a una dura critica, di cui Paracchini nel suo
saggio d ampiamente conto). Noi ci limiteremo a un breve
commento relativo alla questione del rapporto tra filosofia e
psichiatria, la quale ovviamente una scienza empirica, nonch una pratica clinica. Nel brano citato, Paracchini osserva
che il ricorso al concetto di soggetto trascendentale conduce
a una soluzione enigmatica del problema dell'origine delle alterazioni delle sintesi trascendentali. La ragione di questa
critica fondamentale e pu essere cos riassunta: Binswanger interpreta la prospettiva trascendentale in chiave sogget-

PREFAZIONE

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tivistica, precludendosi in tal modo l'opportunit di utilizzarla fruttuosamente per una rigorosa comprensione della genesi e della natura delle forme psicopatologiche.
Eccoci dunque di fronte a un sostanziale fraintendimento,
da parte di Binswanger, di un importante e complesso concetto filosofico, un fraintendimento che, secondo Paracchini,
non pu portare a nulla di buono.
Fraschini affronta un ponderoso testo di Binswanger, mai
tradotto in italiano, che si colloca nel pieno della fase heideggeriana del suo pensiero: Grundformen und Erkenntnis menschlichen Daseins (1942)5. Nell'ambito della produzione di
Binswanger, Grundformen un'opera atipica. Le tematichE
psicopatologiche e psicoterapeutiche restano sullo sfondo:
mentre in primo piano campeggia l'interesse antropologicc
verso la conoscenza della natura umana e delle sue forme basilari - prima fra tutte la forma dell' amore. Lo scritto di Fra
schini ha dunque un primo notevole merito: fornisce al lettorE
italiano un'informazione essenziale intorno a questa opere
fondamentale di Binswanger. Heidegger, nei Seminari di zoz.
likon (1965)6, la critic aspramente, parlando di un grossolano fraintendimento del proprio pensiero; Binswanger replic osservando che si trattava s di un fraintendimento, mc
di un fraintendimento produttivo.
Il saggio di Fraschini affronta inoltre fino in fondo la do
manda sull'inafferrabile identit intellettuale e disciplinan
del discorso di Binswanger, ed il suo secondo merito. An
che questa volta non ci soffermeremo sul testo di Fraschin
che, al pari di quello di Paracchini, molto denso ma altret
tanto limpido: Binswanger opera una commistione di no
zioni e paradigmi eterogenei, effettivamente difficile da gesti
re sul piano epistemologico. Da quanto emerge, il discorse

5
6

L. Binswanger, GrundJormen und Erkenntnis menschlichen Da


seins. Niehans. Zurich 1942.
M. Heidegger, Seminari di Zollilcon, a cura di E. Mazzarella, trae
it. di A. Giugliano, Guida, Napoli 1991.

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IL PRISMA BINSW ANGER

sull'essere umano sviluppato in Grundformen si svolge tra


due "fraintendimenti"; inizia con un fraintendimento "produttivo" della filosofia di Essere e tempo e termina con un
fraintendimento del pensiero husserliano. Quest'ultimo faintendimento si rivela altrettanto produttivo; i suoi esiti si manifesteranno pienamente nelle ultime opere di Binswanger,
Melanconia e mania (1960) e Delirio (1965), nelle quali la
fenomenologia trascendentale diventa indispensabile per indagare la genesi dei mondi psicotici.
La posizione pi tollerante di Fraschini fa da contraltare
alla severa critica di Paracchini. Il primo, pur riconoscendo
l'inconsistenza epistemologica dei pensiero di Binswanger,
sposa la tesi dello stesso Binswanger di un fraintendimento
non sterile bens produttivo, capace di elaborare strumenti
conoscitivi e operativi preziosi per comprendere e curare la
malattia mentale.
Come rendere conto di queste differenti letture dell'opera
di Binswanger? La risposta si trova, a mio parere, nella peculiare natura del pensiero di Binswanger, il quale, come gi si
osservato, ama viaggiare avventurosamente sui confiDi di
discipline diverse, senza mai decidersi a mettere radici in un
territorio. I saggi dei nostri due autori, insieme all'intera letteratura su Binswanger, dimostrano che la sua opera si presta a essere fruita in maniere differenti, a seconda del vertice
osservativo che si presceglie. Ricorrendo a Wittgenstein, potremmo dire che il tipo di fruizione dipende dalla risposta alla seguente domanda: a quale gioco linguistico appartengono le opere di Binswanger?
Paracchini risponde che i giochi linguistici da prendere in
considerazione sono quelli della filosofia e della scienza; in
entrambi occorre, tra le altre cose, rispettare questa regola:
quando si recepisce un concetto da un altro autore, esso deve
poi essere sempre impiegato in conformit ai caratteri che originariamente lo definiscono. Se invece il concetto viene autonomamente rielaborato, la rettifica deve essere adeguatamente giustificata. Binswanger ha sistematicamente violato
questa regola, che appartiene, se cos si pu dire, all'uso ra-

PREFAZIONE

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zionale del pensiero. Pertanto, se consideriamo Binswanger


un filosofo o uno scienziato, il giudizio di condanna ineluttabile. Un simile giudizio venne formulato a suo tempo da Heidegger, e viene ora riformulato, con diverse argomentazioni,
da Paracchini.
La posizione pi tollerante di Fraschini, come di tanti altri
autori, discende dalla scelta di un diverso gioco linguistico
pi difficile da definire; cercher di visualizzarlo attraverso
una metafora.
Binswanger non ha mai indossato i panni del filosofo di
professione, ma si sempre comportato come un corretto
cliente del mercato filosofico. Acquistava concetti filosofici,
pagando poi onestamente il dovuto: riconosceva apertamente la fonte (Husserl, Heidegger, Kant), che veniva per giunta
gratificata di sincera venerazione. Il rapporto con la filosofia
terminava per completamente dopo l'acquisto. Chi acquista
qualcosa pu farne poi l'uso che pi gli aggrada. Cos Binswanger: i concetti che acquisiva dalla filosofia li impiegava in
due direzioni; in funzione delle sue esigenze pratiche di psichiatra e psicoterapeuta; e in funzione del suo estro creativo
nel campo della psichiatria e della psicopatologia.
In conclusione, credo che ambedue le posizioni siano legittime. Ha ragione Paracchini nel segnalare, con alto rigore
filosofico, le patenti scorrettezze filosofiche nelle quali Binswanger incappato. Ma non ha torto Fraschini nel lasciare a
Binswanger la libert di utilizzare come meglio crede i concetti filosofici dei quali il suo pensiero psichiatrico si nutrito. Del resto, il diritto di esercitare questa libert legittimato dal dato storico della sua proficua influenza sulla psichiatria, la psicopatologia e la psicoterapia del secolo scorso.

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