Siberia Terra addormentata

© 2010 Daniele Gatti

Prefazione
A cura di Paola Annoni (www.libridiviaggio.it)

“Perché mai qualcuno dovrebbe essere interessato a calpestare una terra tanto solitaria, inospitale, misteriosa e per la maggior parte ancora sconosciuta?”. Più che un viaggio è un allenamento estremo. “Siberia. Terra addormentata” è l’incredibile racconto del viaggio compiuto dall’autore, Daniele Gatti, in compagnia di un amico, con destinazione il punto più estremo della Russia raggiungibile via terra: l’isola di Sakhalin. Ovviamente con il mezzo più economico, ecologico e più lento: il treno. Prendete due silenziosi viaggiatori, mischiateli in tempi dilatati di noia e impossibilità di dialogare con personaggi dai tratti a dir poco coloriti e dal tasso alcolico esorbitante e condite il tutto con controlli alle frontiere come se fossero terroristi e popolazioni che non si lasciano fotografare ed ecco fatto: nasce così un equilibrato mix di questo viaggio ai limiti della fattibilità e del mondo conosciuto e abitato. La parola d’ordine è “mantenere la calma”: il viaggio è infinitamente lungo e i compagni di viaggio occasionali… discutibili. Nonostante i due protagonisti diventino alla svelta “le mascotte del Mosca-Tynda”, si passa dalla compagnia di rissosi che prima vogliono disintegrarli di botte e dopo poco gli offrono allegramente cibo e vodka, una coppia di strani russi che amano viaggiare in treno, l’uomo dei nove bagagli e un pazzo alcolizzato che si inventa di essere un chirurgo… fortunatamente senza dimostrazioni pratiche. Viaggio lungo e carico di tempo per riflettere attraverso “una terra che dorme di un sonno senza sogni”, guardandosi da fuori (“volendo fare un paragone è come se una persona partita dalla Groenlandia in barca a remi approdasse infine in un remoto paesino delle coste lucane, asserendo di essere arrivato a destinazione. Certamente sarebbe guardata con molto interesse… e forse considerata un po’ matta”) e dal di dentro (“mi chiedo cosa succederebbe se si realizzasse il mio antico sogno di viaggiare tutti i giorni dell’anno… un giorno pensavo non ci sarebbe stato nulla di meglio… ora che sono in viaggio da un mese, tuttavia, mi rendo sempre più conto di come il mio pensiero si rivolga spesso alla casa che ho lasciato ad oltre diecimila chilometri di distanza”). La lettura è scorrevole, curiosa, addolcisce l’atteggiamento educato e delicato con cui ogni situazione viene affrontata. E fa capire che qui da noi non fa poi tanto freddo. Consigliato a chi prende il viaggio, nonostante gli incontri, come un momento per sè.

Indice
Il percorso Prologo. La Genesi della Siberia Cap. I) Un vagone sconosciuto a (quasi) tutti Cap. II) Una frontiera difficile Cap. III) Ungheria Cap. IV) Attraversando l’Ucraina Cap. V) Mosca Cap. VI) Ospiti d’onore nella dacia Cap. VII) Una campana e un cannone Cap. VIII) Come sopravvivere a cinque giorni di treno Cap. IX) Tynda, capitale della ferrovia Bajkal – Amur Cap. X) Verkhnezejsk. Un paese fantasma Cap. XI) Due terroristi a Komsomolsk na – Amure Cap. XII Camminando sulle acque Cap. XIII) Sulle sponde del Pacifico Cap. XIV) Un mercantile per noi Cap. XV) Il primo approccio a Sakhalin non è esaltante Cap. XVI) Juzhno – Sakhalinsk. Poco e nulla Cap. XVII) Verso i confini del mondo Cap. XVIII) Okha, la città del petrolio Cap. XIX) Il paese dove non hanno mai visto un italiano Cap. XX) La casa dei pionieri Cap. XXI) Mafia russa Cap. XXII) Nove bagagli per me posson bastare Cap. XXIII) La cabina degli orrori Cap. XXIV) Bivacco in stazione Cap. XXV) Un incontro troppo ravvicinato Cap. XXVI) Seryshevo. Finalmente salvi Epilogo 4 5 11 17 23 27 30 36 44 47 72 80 86 89 92 98 104 108 111 117 124 129 136 142 146 149 156 164 169

Il percorso
Per maggiore leggibilità, è mostrato solo il percorso dell’andata con i principali punti di riferimento.

27.840 chilometri percorsi in treno con il seguente itinerario:
1 - Tradate – Milano 2 - Milano – Venezia 3 - Venezia – Budapest 4 - Budapest – Mosca 5 - Mosca – Tynda 6 - Tynda – Verkhnezejsk 7 - Verkhnezejsk – Komsomolsk 8 - Komsomolsk – Vànino 9 - Vànino – Kholmsk 10 - Kholmsk – Juzhno Sakhalinsk 11 - Juzhno Sakhalinsk – Nogliki 12 - Nogliki – Okha 13 - Okha – Nekrasovka 14 - Nekrasovka – Okha 15 - Okha – Nogliki 16 - Nogliki – Juzhno Sakhalinsk 17 - Juzhno Sakhalinsk – Kholmsk
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18 - Kholmsk – Vànino 19 - Vànino – Khabarovsk 20 - Khabarovsk – Seryshevo 21 - Seryshevo – Belogorsk 22 - Belogorsk – Seryshevo 23 - Seryshevo – Novosibirsk 24 - Novosibirsk – Barnaul 25 - Barnaul – Novosibirsk 26 - Novosibirsk – Ekaterinburg 27 - Ekaterinburg – Rostov 28 - Rostov – Donet’sk 29 - Donet’sk – Kiev 30 - Kiev – Budapest 31 - Budapest – Venezia 32 - Venezia – Milano 33 - Milano – Tradate

Prologo La Genesi della Siberia La parola Siberia evoca gelo, foreste di conifere, immense steppe, isbe di legno, isolamento, solitudine, desolazione. Pochissimi la considerano una terra interessante e ancor meno la scelgono come meta di viaggio. Perché mai qualcuno dovrebbe essere interessato a calpestare una terra tanto solitaria, inospitale, misteriosa e per la maggior parte ancora sconosciuta? In fondo, solo da pochi decenni gli stranieri possono visitarla interamente, seppur sia obbligatorio possedere un passaporto e un visto. Prima del crollo dell’Unione Sovietica, solo poche città erano aperte ai forestieri, e ottenere un visto non era certamente semplice. La Siberia non ha quindi alle spalle una storia di turismo, e del resto non avrebbe nemmeno elementi per stimolarlo. Per il pubblico, la Russia è Mosca e San Pietroburgo, mentre quasi nessuno si ricorda dell’immenso territorio a est degli Urali. Lo si immagina sempre come un’interminabile distesa di alberi e steppe, oppure di ghiaccio e neve, dove sorgono degli sperduti villaggi con poco o nessun contatto con il resto del mondo. A dispetto di ogni luogo comune, che generalmente non corrisponde alla verità, questo stereotipo è molto realistico. Si può viaggiare lungo la Transiberiana anche per migliaia di chilometri, prima di notare un cambiamento nel paesaggio; alcuni raggruppamenti di edifici cadenti e dacie sembrano così precari da far dubitare dell’effettiva esistenza di persone che ci vivono tutto l’anno. La Siberia non rappresenta un granché di invitante per chi non ama immergersi in sensazioni estreme e fuori dal comune, sensazioni che difficilmente si possono provare viaggiando in un territorio molto civilizzato come la moderna Europa. Si può sempre decidere di avventurarsi sulle cime più impervie delle Alpi o di camminare in solitaria per le foreste lapponi, ma si tratterebbe in ogni caso di andarsi a cercare un angolo di pace in un continente ormai riempito di agglomerati urbani e persone. In Siberia, invece, il discorso si fa differente. L’isolamento è tangibile quasi ovunque. Fuori dalle grandi città non serve percorrere migliaia di chilometri e arrampicarsi su cime rocciose per sentirsi in mezzo al nulla. Basta uscire dal paese per poche centinaia di metri, e già l’orizzonte si fa beffe di chiunque con
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la sua irraggiungibilità. Le vastissime pianure lo rendono perfettamente visibile con una facilità impressionante, facendo sentire l’osservatore un puntino minuscolo, sperduto e insignificante. Per quei pochi che sono affascinati da queste sensazioni senza esserne spaventati, la Siberia inevitabilmente esercita una forte attrazione. Il germe del viaggio “estremo” è un qualcosa che in ognuno di noi è presente oppure no. Difficile, se non impossibile, trapiantarne la passione a chi ne è privo. Altrettanto difficile è trattenere chi lo possiede dallo scoprire nuove terre, culture, sensazioni e modi di essere. Nella mente del viaggiatore appassionato, la scintilla non si spegne mai durante tutto l’anno. Egli è sempre in trepida attesa del momento in cui potrà avere qualche settimana di libertà da impiegare per ampliare la propria conoscenza del mondo. La partenza è il momento più eccitante, che cede il passo dopo pochi giorni ad un inevitabile e lieve pentimento, che spinge a chiedersi “Chi me l’ha fatto fare?”. I disagi del viaggio, inizialmente, non mancano di sconfortare. A casa si stava così bene, abituati a tutte le comodità. Tuttavia, questa sensazione dura poco. Con il susseguirsi dei giorni ci si ambienta e ci si rende conto della grandiosità di ciò che si sta vivendo. Ecco che allora lo sconforto si trasforma in puro entusiasmo, in energia debordante. Ogni giorno che passa diventa sempre più intenso. Quando infine il viaggio inizia a esaurirsi, il richiamo di casa rifà capolino. Il ritorno, specialmente dopo un viaggio impegnativo, è un momento felice: niente è meglio che tornare al proprio focolare domestico dopo un lungo periodo di assenza, portando a casa i frutti della propria piacevole fatica. Tutto acquista un nuovo sapore non appena si ritorna alle proprie radici, e si gode al massimo anche di ciò che prima di partire era ormai diventato banale e scontato. Bastano tuttavia poche settimane perché questa condizione inevitabilmente sfumi e il desiderio di ripartire faccia nuovamente capolino. La vita comincia già a farsi troppo ordinaria, ci vuole un nuovo scossone per vivacizzarla. E così il ciclo ricomincia, finché c’è vita, salute e, ahimè, disponibilità di tempo e denaro. Conosciuto l’uomo giusto al momento giusto, appassionato di Siberia e dotato di una buona esperienza di viaggio in queste terre, un’occasione d’oro mi si è presentata e non ho potuto fare a meno di coglierla al volo. Dando ragione solo al proprio raziocinio è
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difficile accettare un viaggio simile. Chi mai vorrebbe sottoporsi a mille difficoltà per attraversare una terra così inospitale e impervia, che apparentemente non ha nulla da offrire? Fortunatamente, non siamo fatti solo di ragione e spesso è l’istinto a suggerirci la scelta migliore. Non capita molto spesso di avere due mesi totalmente liberi da impegni, in un’epoca nella quale il lavoro occupa sempre più le giornate. Poco importava che i mesi del viaggio sarebbero stati tra i più freddi dell’anno: le occasioni vanno colte nel momento in cui si presentano, poiché fin troppo spesso sono uniche e irripetibili. Avremmo dunque affrontato la Siberia invernale, quella abitualmente considerata estrema e inaccessibile, alla portata di pochi. In realtà è alla portata di chiunque abbia un minimo di preparazione e soprattutto di buona volontà. Le temperature invernali sono di certo rigidissime, nell’ordine di decine di gradi sotto lo zero, ma è vero anche che si tratta di zone abitate da persone come noi, e se sopravvivono loro può sopravvivere chiunque. C’è sempre modo di difendersi dal freddo estremo coprendosi maggiormente, cosa che invece non si può fare con il caldo estremo, a mio giudizio ben più problematico da gestire. L’itinerario pianificato appariva a dir poco bizzarro, specialmente perché decidemmo di percorrerlo interamente in treno, senza mai usare l’aereo. Dal cancello di casa fino al termine ultimo del viaggio, e poi da lì di nuovo al cancello di casa, tutto senza mai staccarci dalla madre terra. Una maniera insolita di viaggiare attraverso una nazione abituata a misurare le distanze interne con le ore d’aereo. Perché viaggiare scomodi e lenti, quando si hanno a disposizione gli aerei, che permettono di coprire rapidamente delle distanze enormi? I motivi di questa nostra scelta sono stati molteplici. Il primo e il più importante è l’emozione suscitata da un lungo viaggio effettuato alla “vecchia maniera”, che avrebbe ricordato i tempi nei quali il globo terrestre pareva così vasto solo perché si percorreva nel quintuplo del tempo necessario oggi. Certamente è molto facile salire su un aereo a Milano e ritrovarsi poche ore dopo in qualunque parte del mondo, asetticamente, senza alcuna fatica. È invece molto più difficile, ma anche enormemente più ricompensante, macinare migliaia di chilometri in treno, spostandosi sempre lentamente e assaporando ogni attimo, facendolo proprio e legandolo indissolubilmente ai propri ricordi. Il giro del mondo ormai si può fare in meno di ventiquattro ore, se si hanno a disposizione i mezzi
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adatti. Ma chi, oggigiorno, si mette in testa di percorrere decine di migliaia di chilometri in treno, per il semplice gusto di raggiungere i confini del mondo per via terrestre? Ciò è uno dei fattori più importanti che hanno reso questo viaggio assolutamente peculiare. E non solo per il fattore romantico, ma anche per quello umano. Viaggiare in treno per così tanti chilometri, infatti, obbliga a entrare in contatto con gli altri viaggiatori, a conviverci per giorni interi sopportandone i difetti e osservandone i pregi, fino ad assorbire i tratti della loro cultura. Solo entrando in contatto con le persone del luogo si può dire di aver viaggiato veramente. In caso contrario, si ricade nella categoria dei semplici turisti. Se non si conosce la lingua del posto ciò può essere difficile, ma non mancano mai i momenti in cui uno sguardo e un gesto sono più eloquenti di molte parole. L’importante è l’intenzione, partire con la volontà di scoprire cosa si cela dietro quegli occhi a mandorla e quei visi enigmatici che si andranno a incontrare lungo il cammino. Le difficoltà si superano sempre, se c’è la volontà di superarle. Come meta finale avremmo raggiunto l’isola di Sakhalin. Questa misconosciuta lingua di terra a forma di pesce, situata immediatamente a nord dell’isola giapponese di Hokkaido, sarebbe stata la meta ultima in quanto uno dei luoghi russi più lontani raggiungibili per via terrestre dall’Italia. Nemmeno il mio compare, che pur aveva viaggiato più volte lungo la Siberia, era mai stato a Sakhalin. Un’incognita assoluta per entrambi. Per raggiungere il punto ultimo avremmo quindi dovuto attraversare tutta l’Europa centro – orientale, la Russia europea e infine tutta la Siberia e l’estremo oriente russo, raggiungendo infine l’oceano Pacifico. Un piano ambizioso, ma contrariamente a ciò che si può pensare non impossibile da organizzare in modo autonomo. A patto di conoscere la lingua russa, si intende. Non è pensabile organizzare un viaggio simile se non se ne ha una conoscenza almeno basilare. O meglio, è possibile, ma espone a difficoltà veramente troppo grandi, che renderebbero il viaggio più frustrante che emozionante. La celeberrima Transiberiana e la misconosciuta ferrovia Bajkal – Amur sarebbero diventate i nostri punti di riferimento per diversi giorni. Tutti abbiamo sentito parlare della ferrovia più lunga del mondo, da sempre circondata da un alone quasi fiabesco, ma non è l’unica grande ferrovia russa: anche la parallela Bajkal – Amur, a tratti ben più scenografica, meritava di essere scoperta. Nessuno di
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noi è ingegnere, ma non si può rimanere indifferenti di fronte ad un progetto così mastodontico come quello che ha dato vita alla ferrovia Bajkal – Amur. La bellezza delle strade ferrate non è tuttavia l’ultimo motivo per il quale abbiamo scelto il treno. Il viaggio su rotaia ha infatti un altro importante risvolto, quello ecologico. In un mondo dove volano migliaia di aerei ogni giorno, per non parlare delle automobili, è significativo organizzare un viaggio nel quale sia il rispetto per l’ambiente a fare da padrone. Il treno è forse il mezzo meno inquinante che ci sia. Quale modo migliore di salvaguardare il pianeta se non percorrere quanti più chilometri possibile con un mezzo non inquinante? Con questo programma, unito ad una buona dose di volontà e spirito di avventura, il giorno 11 novembre 2009 ci siamo improvvisamente ritrovati sulla banchina della stazione di Tradate, scelta perché complessivamente più vicina alle dimore di entrambi. La data della partenza è arrivata senza che nemmeno ce ne accorgessimo, e come al solito abbiamo preparato i bagagli all’ultimo minuto, giusto la sera precedente la partenza. Il corredo che ora ci trasciniamo dietro è tragicomico. Portiamo entrambi un grosso zaino sulle spalle, più altri due zainetti e un enorme borsone comprato ad un mercatino cinese, grosso come un baule. Si tratta ovviamente del bagaglio più pesante, che è sufficiente portare anche solo per poche decine di metri per vedere la carne molle delle mani solcarsi e arrossarsi. Pur spingendo, schiacciando e togliendo materiale, non siamo riusciti a ridurne ulteriormente le dimensioni e il peso. Ogni oggetto ha la sua utilità, e del resto non partiamo certo per un viaggetto di una settimana. Lungo il percorso andremo a incontrare alcuni amici, ma per la maggior parte del tempo saremo soli, quindi siamo costretti a portarci dietro tutto ciò che può essere anche solo vagamente utile. Viaggiare in autonomia impone dei sacrifici, ma in compenso siamo pronti per fronteggiare qualsiasi situazione scomoda. Se siete arrivati fino a qui e avete ancora voglia di scoprire questo viaggio, non vi resta che munirvi di vestiti caldi e voltare pagina!

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…e quando miro in ciel arder le stelle; Dico fra me pensando: A che tante facelle? Che fa l'aria infinita, e quel profondo Infinito seren? che vuol dir questa Solitudine immensa? ed io che sono?
Giacomo Leopardi Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

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Capitolo I Un vagone sconosciuto a (quasi) tutti Pur essendo a novembre, non c’è traccia di nebbia, né di nuvole nere cariche di pioggia, né di malinconica tristezza. Regna invece incontrastato un sole incandescente, e l’aria fresca e limpida parrebbe più congeniale ad una vivace mattinata di marzo o aprile, mesi lontani dal grigiore che tradizionalmente attanaglia il mese dei morti. Quello di oggi è un clima ideale per salutare nel migliore dei modi l’esordio del viaggio. Abbiamo ancora a disposizione qualche sprazzo di luminosità e calore, prima che le gelate lande siberiane se li portino via. Ci lasciamo dunque investire dai raggi solari, tentando di assorbirne il più possibile gli effetti benefici, in previsione di due mesi durante i quali il sole scalderà ben poco. Una ben nota sensazione, che mi assale ogniqualvolta osservo il punto di partenza di un viaggio scomparire progressivamente all’orizzonte, non tarda a fare capolino quando la stazione di Tradate viene inghiottita nell’oblio e si defila irrimediabilmente dalla nostra vista. Questa volta la sensazione di distacco, come uno strappo di un cordone ombelicale, è più forte che mai. Non sono mai stato in procinto di rimanere per così tanto tempo lontano da casa mia, né ho mai visitato luoghi tanto distanti. Qualcuno al mio posto potrebbe farsi prendere dallo sconforto al pensiero delle migliaia di chilometri che dovremo percorrere prima di raggiungere l’isola di Sakhalin, per non parlare delle altrettante migliaia necessarie per tornare indietro. Fortunatamente, le energie sono così traboccanti che l’unica sensazione che riesco a provare è la febbre della conquista. Nonostante la splendida giornata, sembra che la sfortuna stia già iniziando ad accanirsi contro di noi. Proprio mentre cerchiamo di filmare il momento della partenza da Tradate, infatti, il copriobiettivo della videocamera si disintegra. Considerando che è la prima volta che la usiamo, non è incoraggiante. Inoltre, una volta arrivati alla stazione di Milano Cadorna, la porta del treno si guasta e non ne vuole sapere di aprirsi, obbligandoci a uscire da un altro lontanissimo portellone. Per poco il controllore non ci costringe a tirare il freno di emergenza, poiché vorrebbe far ripartire il treno ancora prima di averci lasciato recuperare la borsa cinese, rimasta
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indietro perché troppo pesante da portare insieme a tutto il resto. Solo dei vigorosi gesti e le grida di Daniele, mio omonimo compagno di viaggio, impediscono al responsabile del treno di imprigionare la borsa. Cosa deve succedere ancora? Ci auguriamo vivamente che siano state solo delle sfortunate coincidenze, perché se deve continuare così non so dove andremo a finire! Recuperato infine il pesante macigno, è tempo di avventurarci nella metropolitana milanese, dove tutti ci osservano incuriositi. Per fortuna, i vagoni del treno sotterraneo sono quasi vuoti e possiamo sistemare tutto il nostro corredo senza problemi, rimediando solo una figura ridicola. Sembriamo marocchini che si portano dietro a mano un intero chiosco di oggetti da vendere. Tirando in qualche modo il borsone, raggiungiamo la stazione centrale di Milano, dove possiamo finalmente posare in terra i bagagli e respirare un po'. Il cielo è anche qui perfettamente sereno, stranamente libero dal grigiore della Pianura Padana e dall’inquinamento che da sempre stringe questa città in una morsa. L’enorme edificio della stazione non subisce cambiamenti da molti anni, ma non per questo ha perso il fascino derivante dalle sue colonne di marmo bianco, ormai scolorite dal passare del tempo. Tra due ore arriverà il treno per Venezia. Non ci sono molte distrazioni nelle stazioni ferroviarie: ciò che si può fare è osservare la gente che passa e i treni che si avvicendano sui numerosissimi binari. Non siamo lontani dal binario 21, quello che ai tempi delle persecuzioni naziste era usato per i convogli diretti ad Auschwitz. La vista di questo vecchio binario maledetto non può non suggerire un parallelismo con la nostra condizione: fino a non molto tempo fa, infatti, un viaggio in Siberia equivaleva a terrore, stenti e morte nei campi di lavoro. Essere spediti in Siberia ha rappresentato per lungo tempo unicamente una punizione destinata ai peggiori criminali e dissidenti politici: non c’è grande scrittore russo che non abbia descritto la Siberia come un grigio luogo di prigionia. In Delitto e Castigo, Raskol’nikov viene infine spedito in Siberia a scontare la pena per il suo delitto; Dmitrij subisce la stessa sorte, anche se ingiustamente, ne I fratelli Karamazov. La storia dei gulag sovietici è ancora troppo recente perché le ferite possano essersi rimarginate, ma è probabile che non potranno mai ricucirsi del tutto, conferendo alla Siberia un perenne alone inquietante. Non è comunque nostra intenzione viaggiare in Siberia per andare a
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scoprire gli orrori di guerre e martiri, ma per provare le sensazioni che solo una terra addormentata può dare. “Sibir”, infatti, in lingua mongola significa proprio “terra che dorme”. L’unico modo per passare il tempo nell’attesa del treno è fare il punto della situazione, studiando ancora una volta il percorso del viaggio e cercando di rispondere ai mille dubbi che sorgono spontanei ogniqualvolta si parla di visitare un posto nuovo. Anche insultare la borsa cinese è un ottimo modo per svagarsi dall’atmosfera di caos e confusione della stazione milanese. Tra una cosa e l’altra il tempo scorre velocemente, e il treno per Venezia si sta già fermando lentamente su uno dei binari centrali, pronto ad accogliere i suoi passeggeri. Fino ad ora i nostri trasferimenti sono stati interlocutori, ma salire su questo treno ha già un significato diverso. Stiamo infatti cominciando a procedere verso est, direzione nella quale proseguiremo per quasi un mese, fino a raggiungere l’oceano Pacifico. Suona strano associare il capoluogo lombardo e quest'immenso mostro d’acqua multiforme, fino ad oggi visto solamente su una cartina geografica o su un consunto mappamondo. Dopo altre due veloci ore, siamo già alla stazione veneziana di Santa Lucia, peculiare per la sua posizione sospesa tra la terra e l’acqua. Sono solo le quattro di pomeriggio e il treno che aspettiamo partirà alle nove di sera. Abbiamo dunque il tempo di uscire dalla stazione e visitare la città. Ciò mi fa molto piacere: non ho mai avuto l’occasione di vederla degnamente. La prima volta che vi misi piede avevo tre anni, e conseguentemente non ricordo nulla, a parte una coppia di piccioni che si rincorrevano, girando insistentemente attorno ad una colonna. La seconda volta fu nel corso di una gita scolastica, ma per una serie di sfortunate coincidenze riuscimmo a vedere ben poco e non raggiungemmo nemmeno Piazza San Marco. E anche se l’acqua alta raggiunge per prima proprio la famosa piazza, che è il punto più basso di tutta Venezia, quella volta non c’era nemmeno l’ombra di maree. Oltre al danno, la beffa. Questa è la terza volta che capito a Venezia, e ora voglio assolutamente vederla bene. È strano visitarla nel corso di un viaggio diretto in Siberia, ed è ancora più strano il fatto che si tratta solo di una tappa di passaggio, poiché sicuramente sarà la città più bella che vedremo nei prossimi due mesi. Difficilmente tutte le città siberiane messe
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insieme potranno eguagliare la maestosità di questo capolavoro di architettura terracquea, che il mondo intero ci invidia. Essendo in autunno inoltrato, la luce del sole scompare presto, lasciandoci quasi subito nella Venezia serale. La mancanza di luce non fa che rendere ancora più affascinanti i canaletti e le pittoresche viuzze, e non per ultimi i classici: il Ponte di Rialto e Piazza San Marco, che finalmente riesco a visitare, anche se al buio. L'elegante piazza, anche stavolta libera dall'acqua, è illuminata da numerosissime luci artificiali che nascondono tutte le stelle. Finalmente posso vedere il campanile e i quattro cavalli di bronzo, rubati a Costantinopoli da Enrico Dandolo durante la Quarta Crociata. Gli originali sono stati ovviamente sostituiti da copie, per esigenze di conservazione, ma ciò non toglie che la celebre quadriga faccia sempre la sua bella figura. Il poco distante Canal Grande è popolato da decine di gondole vuote che sbattono ritmicamente contro la banchina, assecondando il vento. Una singolare assurdità richiama la nostra attenzione: sulla parete di un edificio è infatti appesa una gigantografia, che recita quasi provocatoriamente “Istanbul: la città più singolare del mondo”, mentre a poca distanza un altro enorme cartellone pubblicitario lascia il Ponte dei Sospiri appena visibile. Il classico stratagemma per pagarsi i lavori di ristrutturazione degli edifici. È vero che Venezia e Istanbul hanno qualcosa da spartire, visto il glorioso passato che ha unito per secoli la famosa repubblica marinara al mondo orientale e in particolare a Costantinopoli, ma c’era veramente bisogno di uno scempio simile? Passiamo oltre tentando di ignorare quest'obbrobrio, anche perché si è fatto piuttosto tardi e ormai il tempo disponibile per tornare alla stazione non è molto. Perdendoci più volte nelle deserte vie periferiche, tutte uguali tra loro, riusciamo infine a tornare alla stazione, nella quale ci attende un treno un po’ particolare. Stando alle poche informazioni in nostro possesso, faticosamente reperite sulla rete Internet, dovrebbe arrivare tra poco un treno composto da un agglomerato di vagoni divisi per destinazione. Qualche carrozza va a Bucarest, qualcun’altra ad Atene, altre ancora a Budapest, Kiev o Belgrado. Infine, un vagone delle ferrovie russe che parte una sola volta alla settimana dovrebbe collegare Venezia a Mosca. Il condizionale è d’obbligo, poiché ancora non sappiamo con certezza se questo vagone esista davvero. Tuttavia, teniamo in mano i biglietti, quindi
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deve per forza esserci. Trovare quei pezzi di carta rosata e stampata in caratteri cirillici è stata un’impresa titanica: abbiamo dovuto farceli spedire per posta da Mosca, perché in Italia, a quanto pare, non si possono comprare. Perfino il capostazione di Santa Lucia si è dichiarato, incredibilmente, ignaro di come funzioni questo collegamento ferroviario, dunque figuriamoci se avrebbe potuto venderci i biglietti. Fortunatamente, ora queste indispensabili carte sono saldamente nelle nostre mani, insieme al passaporto vistato che ci consentirà di superare le numerose frontiere ed entrare infine in Russia. Solo poche persone sembrano aspettare il treno insieme a noi. Due uomini di mezza età, con pochi capelli grigi spettinati, ciondolano pigramente nelle vicinanze del tabellone luminoso, mentre qualcun altro si aggira stancamente per la stazione, apparentemente senza una meta precisa. Come al solito, nessuno porta tanti bagagli quanto noi, facendoci sentire orgogliosamente estranei alla normalità che trasuda ovunque attorno a noi. Questa normalità però è destinata a essere interrotta dall’arrivo di un lunghissimo treno, dall’aspetto ectoplasmico e seriamente inquietante. Nella spettrale penombra della stazione, si estende ora un agglomerato di vagoni apparentemente infinito. Le carrozze sono così numerose che dall’inizio del binario non riusciamo nemmeno a vedere la fine del treno. Basta uno sguardo al tabellone per capire che quell’oscuro serpentone d’acciaio è proprio il nostro treno, e la notizia ci procura un notevole sollievo, venato tuttavia da una leggera inquietudine. Rintracciare la nostra carrozza, infatti, appare un’impresa ardua vista la numerosità delle medesime, ma stavolta pecchiamo di pessimismo. Cinquanta metri di camminata sono sufficienti per trovare su un finestrino la bandiera russa e la scritta “Mosca – Venezia”, stampata sia in caratteri latini sia in caratteri cirillici. Gli ultimi dubbi sono spazzati via: il vagone esiste e sta effettivamente per partire. Esso non ha niente di speciale che lo distingua da una qualsiasi altra vettura, nonostante la sua insolita destinazione: è una banalissima scatola di lamiera verdastra come tutte le altre. Forse è per questo che nessuno in questa stazione si è mai accorto della sua esistenza, come successe a quei tre ghepardi nati e cresciuti all’interno di una stazione ferroviaria e passati inosservati per anni prima di essere casualmente scoperti?
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I due uomini dai capelli grigi che ciondolavano nei pressi dei tabelloni raggiungono proprio la carrozza Venezia – Mosca e vi entrano senza esibire alcun biglietto. È evidente che sono i bigliettai, chiamati in russo “provodniki”. A differenza dei bigliettai italiani, tuttavia, non si occupano solo di controllare biglietti e passaporti, ma provvedono più in generale alle necessità dei passeggeri, fornendogli le lenzuola e offrendogli snack o un bicchiere di buon tè. Inoltre, sono assegnati al loro vagone e non si muovono mai da esso, a differenza di ciò che accade in Italia, dove il controllore è spesso un fantasma che passa quando vuole lui. Daniele scambia con loro le prime parole in russo, lingua che d’ora in poi sentirò parlare costantemente. Il russo è un idioma dalla musicalità insospettabile, ma nello stesso tempo annoda la lingua per l’enorme quantità di consonanti pronunciate in successione. Queste prime frasi, pronunciate in una lingua incomprensibile, mi fanno capire che ormai l’abbandono di casa mia è alle porte. Presto non sentirò più nemmeno una voce parlare in italiano, a parte quella del mio compagno. A tutte le difficoltà cui ho già pensato se ne sta dunque per aggiungere un’altra, e non di poco conto. Cosa significherà dover dipendere sempre da qualcun altro per capire cosa sta succedendo intorno a me? E soprattutto, cosa potrebbe succedere se mi trovassi a dover sbrogliare una situazione da solo, sapendo che praticamente nessuno in Russia (e tanto meno in Siberia) parla una lingua straniera? Mentre cerco una risposta a queste domande, è già tempo di mostrare biglietto e passaporti al provodnik e infine salire su questo treno, che sarà la nostra casa per la bellezza di sessanta ore. I nostri inseparabili amici saranno i rumori del treno e lo sferragliare delle ruote sui binari.

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Capitolo II Una frontiera difficile Il primo impatto con il vagone non è facile. Il corridoio è strettissimo e fatichiamo non poco a passarci, per via dei bagagli enormi e non certo leggeri. In particolare è il borsone cinese che crea problemi, a causa delle sue enormi dimensioni, ma in qualche modo il mio compare si sobbarca la fatica di portarlo, forte della sua notevole statura e forza fisica. Il treno è un vagone kupè, che in russo significa di prima classe, e ha quindi gli scompartimenti separati e chiusi da porte. Non c’era possibilità di scegliere tra prima e seconda classe, dunque siamo praticamente “obbligati” a viaggiare in prima classe. Una curiosa occhiata al nostro nuovo habitat rivela un antro microscopico ma ben illuminato, dotato di tre brande reclinabili poste una sopra l’altra sul lato sinistro, una poltrona con tavolino e un armadio a muro sul lato destro e pochissimo spazio vitale al centro. Il tutto è racchiuso in un’area di due metri per uno, a voler essere generosi con le misure. Oberati come siamo di borse, dobbiamo faticare e scervellarci non poco prima di riuscire a incastrare il tutto in modo soddisfacente lasciando nel contempo uno spazio sufficiente per poterci muovere. Qualcosa viene messo sotto le brande, qualcos’altro nei portabagagli superiori, qualcos’altro ancora sul pavimento e in mezzo ai nostri piedi, nell'attesa di trovargli una sistemazione migliore. Tocca proprio alla borsa cinese il posto sul pavimento, poiché è talmente grossa da non entrare in nessuna delle sistemazioni portabagagli predisposte. Tutte le operazioni di carico sono ostacolate non solo dalla mancanza di spazio ma anche dall’elevata temperatura interna: il termometro segna oltre ventiquattro gradi centigradi. Presto rimaniamo in maglietta, sudati fradici. Siamo felici di esserci finalmente stanziati su questo vagone, che in tre giorni ci recapiterà a Mosca. Da fin troppo tempo aspettavamo questo momento, e ora l'abbiamo finalmente conquistato. Una conquista simbolica che servirà per fare altre conquiste. Poco alla volta esploriamo tutto lo scompartimento, scoprendo un piccolo lavandino all’interno del mobile e addirittura un frigorifero nascosto sotto la poltrona. La cosa che ci lascia più perplessi è la presenza del terzo posto letto. Le brande, infatti, sono conformate in modo da
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essere sufficientemente distanziate se ci dormono solo due persone, ma vicinissime se devono essere usate tutte e tre. In condizioni normali potremmo giustamente preoccuparci di vedere ad un certo punto un altro viaggiatore prendere posto nel nostro scompartimento, ma l’eventualità è praticamente impossibile. Non appena il treno parte, infatti, ci rendiamo conto di essere gli unici passeggeri su tutto il vagone. Due provodniki che badano a due passeggeri in totale, sembra una barzelletta. Pare che nessuno scelga il treno per raggiungere la Russia dall’Italia, specialmente di questa stagione. Interpellati in merito, i provodniki rispondono alle nostre perplessità spiegandoci che il vagone è solitamente carico di persone durante i mesi estivi, ma che d’inverno parte spesso e volentieri vuoto. Aggiungono anche che è vero che i biglietti si possono comprare solo in Russia, ma è anche possibile pagare il biglietto direttamente in mano ai provodniki, sempre che però vi siano dei posti liberi. Adottare questa tattica d’estate può dunque essere rischioso, ma d’inverno non ci sono mai problemi. Avremmo potuto tranquillamente pagare in questo modo e risparmiare così tempo e fatica, ma come facevamo a saperlo? Come al solito, è stato meglio essere prudenti e non tentare troppo l’avventura. Non sarebbe stato molto piacevole rimanere a piedi già a Venezia, appena poche ore dopo la partenza. I provodniki affermano anche che, se vogliamo, possiamo pagare dieci euro in più e comprare anche il terzo posto, così da essere sicuri al cento per cento che nessuno lo occuperà mai. Ci guardiamo per qualche secondo: è ovvio che vogliono arrotondare lo stipendio, dato che ci sono altri cinquanta posti da riempire prima di questo, ma tutto sommato decidiamo che possiamo concedergli questa mancia e così paghiamo. Gli regaliamo perfino un salamino, poiché ci siamo accorti che le nostre provviste iniziali sono fin troppo abbondanti. Farsi amici i controllori potrebbe sempre tornare utile in futuro, non si sa mai. Raccapezzatomi un attimo, mi sistemo nella branda superiore cercando di adattarmi in fretta a quest’ambiente così angusto. Dopo una mezz’oretta, il provodnik ci recapita in camera le lenzuola, avvolte in un cellophane che reca scritto in cirillico “Buon viaggio!”. Ovviamente, l’augurio è ironico. È infatti quasi impossibile dormire bene su un treno in movimento, e per giunta su una branda così stretta. Rifacciamo i letti per la prima volta nel viaggio, e non sarà
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certo l’ultima vista la quantità di treni che dovremo prendere. I treni russi sono tutti dotati di cuccette, ad eccezione dei treni locali: le tratte sono così lunghe che è praticamente impossibile spostarsi senza dover dormire in viaggio. Su questo vagone si riposa in mezzo a scossoni, sballottamenti, rumori, luci che continuano ad accendersi e spegnersi senza alcuna logica. Anche per mangiare ci dobbiamo arrangiare: il vagone ristorante è costosissimo e non abbiamo tutti questi soldi da spendere. Proprio per questo abbiamo preventivamente deciso di mettere in valigia anche il fornelletto da campeggio, che però servirà più che altro per cucinare in albergo. Avremmo potuto scegliere di risparmiare peso e ingombro non portandolo, ma mangiare sempre cibi freddi alla lunga è veramente nauseante. Così, almeno, potremo cucinarci una pastina o dei ravioli ogni tanto. In ogni caso, sappiamo adattarci a qualsiasi situazione, specialmente quando si tratta di esigenze alimentari. Speriamo solo che durante un’eventuale perquisizione non ci facciano storie per la bomboletta del gas, in quanto potenzialmente infiammabile ed esplosiva. In realtà, il problema più grosso da gestire è anche il più banale, quello che salta immediatamente all’attenzione: la lunghezza dei viaggi. Sessanta ore sono lunghe da trascorrere, e non si tratta nemmeno del viaggio più lungo che ci aspetta. Forse non mi sono ancora reso bene conto di cosa si tratti, travolto come sono dall’eccitazione della partenza. Sono pur sempre tre giorni di reclusione, e i carcerati forse sono più liberi di noi, poiché hanno diritto ad un’ora d’aria al giorno. Certo, ci sarà la possibilità di scendere nelle stazioni, ma quasi sempre per pochi minuti e comunque senza mai potersi allontanare granché dal vagone. Sarà meglio dunque che mi trovi un modo per far passare il tempo. Probabilmente non mi basterà solo parlare col mio compagno, perché si sa che dopo un certo numero di ore di inattività da viaggio passa la voglia di fare qualsiasi cosa e scendere dal treno diventa l’unico desiderio. Dopo qualche ora, ogni bagaglio e indumento si trova al suo posto e abbiamo smesso definitivamente di sudare. Apparentemente sembra che tutto proceda per il meglio. Dal finestrino non riusciamo a vedere niente a causa del buio intenso, ma sappiamo che presto passeremo il confine sloveno. Tra poco lasceremo dunque la nostra nazione per avventurarci nell’enorme dominio
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dell’estero, dove improvvisamente anche la persona più sicura di sé può trasformarsi in un timido coniglietto. Basta non conoscere la lingua ed essere soli, senza salvacondotti né appoggi di qualche guida o agenzia, e tutto cambia radicalmente. Questo ci ricorda come non dovremmo mai sentirci troppo superbi quando stiamo con la testa al caldo, perché a passare nella cella frigorifera ci vuole davvero poco. I provodniki, piuttosto pigri e scarsamente inclini a ottemperare alle nostre richieste, si sono messi a dormire poco dopo averci portato un tè. Non si sono raddolciti nemmeno dopo che gli abbiamo regalato il salamino, nonostante l’abbiano accettato molto volentieri. Versano sempre il tè in modo sbrigativo, servendolo in un bicchiere di vetro alto e stretto a sua volta incastrato in un portabicchiere di metallo finemente cesellato, recante effigi russe e stemmi commemorativi dell’ex Unione Sovietica. Poiché a causa del caldo abbiamo molta sete, chiediamo spesso di portarcene dell’altro, ignari del fatto che non è gratuito e che andrà tutto pagato alla fine del viaggio. Sono furbi: se ci facessero pagare ogni volta che lo portano, probabilmente ci modereremmo, invece così siamo spronati a chiederne di continuo. È lo stesso ragionamento che porta a spendere molto di più quando si paga col bancomat piuttosto che in contanti. Dopo aver consumato una parte della nostra fin troppo fornita scorta di viveri, ci ritiriamo in branda. Speriamo di passare una notte tranquilla nonostante i piccoli disagi e gli onnipresenti rumori. Fossero solo i rumori a disturbare. Intorno alle quattro di mattina, infatti, sentiamo bussare con forza alla porta dello scompartimento. Sono necessari solo pochi secondi per capire che è venuta a farci visita la polizia. Ancora intontiti dal sonno e abbagliati dalla luce che hanno impietosamente acceso alla massima potenza, ci mettiamo a sedere. I visitatori sono agenti della frontiera croata, saliti sul treno a controllare i passaporti. Sono in due, un uomo e una donna. Quest’ultima è probabilmente di grado superiore, poiché si dimostra da subito particolarmente pignola e invadente. Sembra proprio che stasera abbia la luna storta. Il controllo del mio passaporto è veloce e indolore, ma quello del mio compagno viene praticamente sezionato. Evidentemente, i poliziotti sono confusi dal fatto che il mio documento sia nuovissimo e dotato perfino di microchip elettronico, mentre il suo sia vecchio, lacero e costituito di semplice
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carta. O forse è la barba un po’ incolta del soggetto a fargli pensare di avere a che fare con un pericoloso criminale, mentre io non gli appaio per nulla nocivo. Sospettando che il passaporto del mio amico sia falso, l’inflessibile poliziotta passa interminabili minuti a scrutarlo con l’apposito monocolo, facendosi quasi venire un’ecchimosi all’occhio. La mia preoccupazione aumenta minuto per minuto: non si inventeranno mica qualche strana scusa per impedirci di transitare dalla Croazia? Sarebbe un disastro per la nostra tabella di marcia. L’ispezione prosegue, e se la stessimo osservando dall’esterno probabilmente rideremmo a crepapelle. Ci fanno aprire tutte le tasche degli zaini, trovandoci dentro pericolose armi di distruzione di massa come calze, mutande e magliette intime. Potrebbero anche diventare pericolose, ma per ora sono troppo pulite per riuscire ad uccidere qualcuno. Per fortuna non vedono la bomboletta del gas, anche se non credo sia un reato portarsela dietro. Non contenti di non aver trovato nulla, passano ai portafogli. Vogliono vedere con quanti soldi siamo in viaggio. Assurdo. È così difficile rendersi conto che non siamo terroristi né riciclatori di denaro sporco, ma solo due ragazzi in viaggio? Per un attimo mi sfiora la mente l’idea che vogliano requisirceli con una qualunque scusa, ma fortunatamente la legge sembra funzionare anche oltralpe e passiamo indenni il controllo pecuniario. Ci pongono tuttavia diverse domande, le solite stupide domande che si fanno alle frontiere. Da dove venite? Dove andate? E perché ci andate? E perché non siete rimasti a casa? E perché non vi dedicate al giardinaggio subacqueo invece che attraversare la frontiera a quest’ora costringendoci a fare gli straordinari? Accidenti, noi dobbiamo solo transitare da questo maledetto paese, è notte fonda e tra poche ore ce ne andremo di nuovo. Cosa abbiamo fatto di male per meritarci un terzo grado? Il colpo di grazia lo dà il poliziotto maschio, che ancora non ha parlato ma appena apre bocca riesce a rendersi ridicolo. Vuole far leggere a Daniele una frase in italiano, presa a caso sul passaporto, così da sincerarsi della sua reale nazionalità tramite l’analisi della pronuncia. Il problema è che si confondono e la frase la fanno leggere a me, accorgendosi solo dopo di essersi bruciati l’occasione. Ormai siamo al delirio. La poliziotta ci chiede addirittura se siamo padre e figlio. Vero che il mio compagno è alto un metro e novantasette e io solo un metro e
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settanta, ed è vero anche che lui ha la barba e io no, ma dare un occhio anche alle date di nascita? Se avesse prestato un minimo di attenzione quando ha letto i passaporti, avrebbe scoperto che io ho ventidue anni e lui trentuno. Nove anni è un’età un po’ troppo acerba per avere figli, forse. Dopo circa mezz’ora di occhiate e controlli, finalmente i due depositari della forza armata gettano la spugna. Dopo averci timbrato sbrigativamente il passaporto, finalmente se ne vanno. Evidentemente questa notte avevano molta voglia di prendersela con qualcuno, e dato che non c’erano altre persone sul vagone oltre a noi, non hanno nemmeno dovuto scegliere. Vedere due giovani che viaggiano da soli in treno, pieni di zaini dappertutto, gli avrà fatto pensare che sicuramente dovevamo essere degli sbandati o dei drogati. Uno degli svantaggi del viaggio indipendente è proprio questo: è facile essere guardati con sospetto e presi di mira. Basta uscire un attimo dagli schemi comuni ed ecco che iniziano i problemi, specialmente oltre confine. Se avessimo viaggiato fin da subito con un tour organizzato, nessuno ci avrebbe mai detto nulla. Sappiamo già che non sarà l’ultima volta che ci capiterà una situazione simile, ma è un prezzo che avevamo già messo in preventivo ben prima di partire. Non appena i poliziotti scendono, il treno riparte con una fulmineità tale da far sospettare che il macchinista non aspettasse altro che la loro dipartita per rimettere in marcia il treno. Le carrozze ripartono quasi con soddisfazione. Effettivamente, dando un’occhiata agli orari delle fermate scopriamo che grazie alla Santa Inquisizione abbiamo accumulato un ritardo di oltre mezz’ora! E dobbiamo ancora passare le frontiere con l’Ungheria, con l’Ucraina e con la Russia. Se ogni volta deve andare così, tanto vale che ci prepariamo al peggio. Ma almeno la Croazia cessa di essere un problema: alle sette di mattina ne usciamo una volta per tutte. I poliziotti ci svegliano ancora per metterci il timbro di uscita, ma senza chiederci nulla. Siamo entrati in Ungheria, furtivi e silenziosi come dei ladri nella notte, ansiosi di scoprire cosa si celi dietro una porta blindata.

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Capitolo III Ungheria I poliziotti ungheresi si dimostrano molto meno pignoli dei colleghi croati, o forse siamo semplicemente fortunati a non trovarne altri particolarmente in vena di rompere le uova nel paniere. Hanno però una caratteristica comune: non sanno leggere. Anche loro, infatti, ci chiedono se siamo padre e figlio! Comincia a diventare veramente un vizio, ma tutto sommato possiamo sopportare queste domande idiote senza danni e concentrarci un po’ di più su noi stessi quando finalmente le formalità burocratiche e doganali ungheresi sono espletate. Guardando fuori dal finestrino vediamo un tempo piuttosto grigio e depressivo, ma è solo un’impressione, poiché dopo non molto il sole fa capolino col suo disco giallo pallido, riportando un po’ di vita e di allegria. Una bella falce di luna è ancora ben visibile in cielo, e man mano che aumentano i chilometri percorsi aumenta anche la sensazione di libertà che i viaggi indipendenti procurano sempre. Per amplificare questa sensazione non c’è niente di meglio di un po’ di musica: non potevo rinunciare a portare con me la mia fedele compagna e ragione di vita, che rappresenta anche un validissimo aiuto per non impazzire sul treno. Il sole sale sempre più alto nel cielo, mentre il finestrino viene colpito da innumerevoli gocce di pioggia che creano interessanti riflessi. Ci stiamo avvicinando al grande lago Balaton, il maggiore dell’Ungheria. La sua presenza è segnalata inequivocabilmente da numerose stazioni che traggono il proprio nome dal lago stesso. Le zone limitrofe sono immerse nel verde e popolate da casette bianche circondate da staccionate e raggruppate in tranquilli e riservati paesini. Sullo sfondo finalmente appare il lago, e progressivamente la ferrovia gli si avvicina fino quasi a costeggiarlo. Il poderoso specchio d’acqua rimane ben visibile per oltre mezz’ora, fino a quando lascia il posto a campi brulli e incolti, nei quali volpi e daini corrono in libertà. Il piattume paesaggistico continua, fino a quando improvvisamente l’area inizia ad urbanizzarsi e compaiono capannoni, ciminiere e tralicci. Siamo ormai vicini a Budapest. Qui il treno dovrebbe effettuare una sosta di otto ore, per permettere lo scambio dei vagoni che in pratica smembrerà il treno e lo ridistribuirà su chissà quante altre locomotive. Ci sarà molto da fare
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per i lavoratori della ferrovia. Noi ne approfitteremo invece per sgranchirci un po’, sgambettando per la città. Fortunatamente, i provodniki ci consentono di lasciare i bagagli nello scompartimento, evitandoci la noia di cercare un deposito nella stazione. Impensabile girare per una città con tutta questa roba appresso: crolleremmo dalla stanchezza dopo nemmeno un chilometro. Budapest è una città sorprendente. Il lungo e suggestivo Ponte delle Catene ci dà il benvenuto, mentre alle sue spalle spicca lo sfarzoso Parlamento. Merita un plauso anche il castello situato sulla collina, popolato da torrette dal tetto appuntito e da numerosi bastioni e mura. Una chiesetta con il tetto maiolicato e colorato completa il quadro in modo eccellente. Non mancano parchi, statue, fontane, ampie zone verdi percorse da sentieri pietrosi e tortuosi. Lungo le strade incontriamo perfino un singolare autobus, con il muso che ricorda vagamente la forma di un vascello. Si tratta infatti di un bus anfibio, che dopo i classici giri per le vie continua il tour sul fiume, lasciandosi letteralmente scivolare in acqua. Chissà cosa potrebbe pensare un passeggero che vi salisse, ignaro di tutto e convinto che sia solo un normale autobus turistico…e che ad un certo punto lo vedesse tuffarsi con decisione nell’acqua! Siamo tentati anche noi dal farci un giro, ma purtroppo il tempo è tiranno e dobbiamo rientrare in stazione: è sempre meglio presentarsi con un certo anticipo. Inoltre sta calando velocemente la sera, non c’è proprio più nulla che le strade di Budapest possano dirci. La stazione est è tremenda: non c’è un posto a sedere nemmeno a pagarlo oro. Tutte le persone, infatti, stanno in piedi con gli occhi rivolti al tabellone, sperando che il numero del binario compaia in fretta così da potersi finalmente sedere sul treno. Per non stare troppo tempo in piedi, ci arrampichiamo su una sorta di cubo di cemento e lo usiamo come panchina, ma ben presto inizia a calare un freddo deciso e cominciamo ad accusare il colpo. Il mio termometro digitale portatile, che ho comprato apposta per registrare i minimi delle temperature siberiane, segnala dieci gradi sopra lo zero. La cosa non è incoraggiante: se già qui sento freddo, come farò a resistere a temperature che possono arrivare anche a trenta o addirittura quaranta gradi sotto zero? È vero che ora sono vestito in modo leggero, ma basteranno tutti i vestiti che mi sono portato? Le giacche che ho scelto saranno sufficientemente calde? Un po’ però mi consolo da queste angosciose domande, nel
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momento in cui Daniele afferma di soffrire il freddo anche lui. In effetti siamo fermi da più di un’ora e siamo praticamente all’aperto, poiché la stazione non è chiusa. Non bisogna dimenticarsi nemmeno del fatto che la percezione del freddo ha anche una componente mentale: se si è veramente motivati a fare qualcosa, perfino il freddo più freddo verrà avvertito molto meno. Passiamo il tempo osservando alcuni barboni che cercano mozziconi di sigaretta da fumare, raccogliendoli da terra e tentando in qualche modo di ricomporli dopo che sono stati calpestati da innumerevoli persone. Sembrano indifferenti al vento che ci sta raggelando. Forse vi sono semplicemente abituati, oppure hanno un foglio di giornale nascosto sotto gli sporchissimi maglioni che indossano. La stazione si riempie sempre di più di persone che, costrette a stare in piedi, fissano insistentemente i tabelloni per sapere da quale binario partirà il loro treno. L’umidità è intensa e ormai non ne posso più di stare all’aperto, ma finalmente il treno riapre le sue porte e riprendiamo possesso del nostro scompartimento. I bagagli sono ancora al loro posto, nessuno li ha toccati. Sembra che non sia salito nessun altro passeggero, dunque siamo ancora gli unici occupanti del vagone, che mentre eravamo a spasso per la città è stato agganciato al treno quotidiano Budapest – Mosca. A farci compagnia ci sono le carrozze che vanno da Uzhgorod a Mosca, da Budapest a Leopoli e da Budapest a Kiev. Ora non effettueremo più soste, bensì tireremo dritti come un fuso fino a Mosca, fermandoci solo per una mezz’ora in ciascuna delle principali città ucraine. Ci vorranno ancora circa trentacinque ore prima di poter calpestare il suolo moscovita. Non è poco, ma finora è andato tutto bene, la temibile apatia non mi ha preso e credo di poter sopportare tranquillamente un altro giorno e mezzo di treno. Sempre che non ci siano altre piacevoli emozioni alle frontiere, ovviamente. Si sta facendo nuovamente buio ed è tempo di prepararsi per la seconda notte sul treno, consapevoli che verremo ancora una volta svegliati nel cuore della notte al passaggio della frontiera ucraina. Gli orari del treno sono programmati talmente male che tutte le frontiere si superano di notte o di mattina presto, perciò praticamente non si riesce mai a dormire. Per ingannare il tempo, abbiamo a disposizione la carta d’immigrazione ucraina da compilare: questa noiosa formalità è necessaria per transitare in
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territorio ucraino, ma non possiamo lamentarci, dato che prima serviva un vero e proprio visto. Adesso almeno ce la caviamo con un pezzettino di carta che non ci costa nulla. Dobbiamo stare attenti a non sbagliare nemmeno una virgola compilandolo, per non dare ai poliziotti di frontiera il pretesto di controllarci meglio, anche se non abbiamo nulla da nascondere. Farci vivisezionare un'altra volta sarebbe alquanto seccante. Fortunatamente, l’unico fastidio che i poliziotti ucraini ci procurano è lo svegliarci, poiché passiamo la frontiera assolutamente indenni. Tuttavia dobbiamo rimanere fermi a Chop, sul confine ungaro – ucraino, per le tre ore necessarie a smontare le ruote e a rimontarle in accordo con il diverso scartamento ferroviario vigente nei territori dell’Est europeo. Rumori importanti invadono la nostra cabina, privandoci di qualche ora di sonno, ma ormai ci siamo abituati e non ci facciamo quasi più caso.

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Capitolo IV Attraversando l’Ucraina La mattina presto attraversiamo i monti Carpazi. Le casette di legno e le fitte foreste di conifere passano silenziose e veloci, appena illuminate da un tenue sole che inizia solo ora a sorgere. In men che non si dica abbiamo già attraversato quattro nazioni e abbiamo messo piede in Ucraina. In senso metaforico, ovviamente, dato che ancora non siamo scesi dal treno e i piedi a terra proprio non li abbiamo poggiati. Ora iniziano a farsi sentire le prime avvisaglie della tanto temuta apatia da viaggio: la noia aumenta e non è affatto mitigata dal paesaggio né dalla musica, i discorsi che possiamo fare tra noi iniziano a diventare pesanti e nessuno ha più granché voglia di parlare. Anche la fame diminuisce. Stiamo un po’ vegetando in questo scompartimento e cresce la voglia di scappare via. Pare strano, ma a entrambi sembra di essere via da molto più di tre giorni. Sembra che sia passata una vita da quando siamo partiti da Tradate, e pensare che erano solo pochi giorni fa. È un effetto collaterale del viaggio in treno: la sua proverbiale lentezza rallenta conseguentemente l’incedere del tempo e altera le percezioni temporali. Pur felici come siamo di essere in viaggio, questa strana sensazione è leggermente angosciosa: è passato così poco tempo e già ci sembra di essere in viaggio da una vita. Cosa succederà allora, quando saremo via da quaranta, cinquanta giorni? Per distrarmi tento di guardare fuori dal finestrino e cercare qualcosa che stimoli la mia immaginazione, ma l’Ucraina mi offre ben poco. Si nota però chiaramente che ci stiamo spostando sempre di più verso l’Est europeo. Le case si fanno più povere e appaiono tanti agglomerati di orrendi capannoni industriali, probabilmente abbandonati, o almeno così mi pare che siano. Forse sono in piena attività e si tratta semplicemente delle strutture industriali più brutte che abbia mai visto. Intendiamoci, non esistono strutture industriali belle nel senso stretto del termine, ma esistono quelle brutte e quelle orripilanti. Queste appartengono senza dubbio alla categoria delle orripilanti. Ogni tanto tra gli alberi si fanno strada alcune vie fangose e piene di pozzanghere, lungo le quali alcune automobili arrancano con una certa fatica, fiancheggiando case che meriterebbero di più l’appellativo di baracche. Nessuno in Ucraina
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lava l’automobile: sono tutte costantemente sporche di fango. A vivacizzare il tutto ci sono anche diversi cimiteri, sparsi per il terreno paludoso e visibilmente trascurati. In queste condizioni non è facile resistere all’apatia da viaggio, e infatti comincio a essere piuttosto stufo di stare qui e non vedo l’ora di arrivare a Mosca. Anche Daniele non dà più grandi segni di vita: è stato preso anche lui dallo spettro strisciante della noia. Con questo stato d’animo arriviamo a Leopoli, nome italianizzato di L’vov. Siamo nella parte più occidentale dell’Ucraina, a due passi dalla Polonia, ed è la prima grande città ucraina che raggiungiamo. La stazione è pulita e ordinata, ben tenuta. Daniele scende per scattare qualche fotografia, ma io resto su. Non ho nemmeno voglia di scendere dal treno. Quasi tutte le persone che si aggirano per la stazione sono armate di mascherina antibatterica. La terribile minaccia dell’influenza suina deve aver particolarmente impressionato gli ucraini. Forse non sono stati ben informati sulla reale natura di quest'ennesima panzana mediatica, ma pazienza. Eviterò di soffiarmi il naso in loro presenza, un po’ perché da queste parti è maleducazione, un po’ per evitare che qualche poliziotto un po’ troppo zelante mi noti e mi inviti a passare una notte in ospedale per accertamenti. Passati i venticinque minuti di sosta a Leopoli, è tempo di proseguire verso Kiev, la capitale della nazione. Il paesaggio non migliora nemmeno spostandoci ancora un po’ verso est: sempre le solite paludi e la solita tristezza che ci investe dal finestrino con le sue eloquenti immagini di degrado. Lungo la strada per Kiev non si vede nient’altro che qualche casa dai muri scrostati e scoloriti, giardini incolti, alberi spogli con strane palle di sterpi incastrate tra i rami, enormi costruzioni squadrate piene di scritte sui muri, spesso diroccati o crollati per metà. Sembra veramente che sia passato un tempo immemorabile da quando siamo partiti da Tradate, e ad ogni chilometro percorso questa sensazione si acuisce sempre di più. Eppure oggi è solo il terzo giorno di viaggio! È davvero strano come possa essere mutevole la percezione del trascorrere del tempo a seconda della situazione in cui ci si trova. Sono certo che questo viaggio finirà in un lampo, come succede sempre quando si sta vivendo una bella esperienza, ma ora come ora il tempo sembra essersi quasi fermato. Lo scompartimento mi appare sempre di più come una cella, il sedile è diventato insopportabile, ma il pensiero che ormai non manca molto alla fine di questa sferragliata è
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consolante e mi impedisce di lamentarmi troppo. Già domani saremo a Mosca, dove ci attende il nostro amico Andron, il quale ha promesso di ospitarci e guidarci per la città. Per sdebitarci in anticipo della sua annunciata ospitalità, gli stiamo portando un culatello, un barattolo di funghi sardi sott’olio e due bottiglie di vino. Tutte cibarie che pesano svariati chilogrammi e delle quali saremo felici di liberarci. In qualche modo tiriamo avanti fino a sera. Ormai è buio e mancano solo tre ore all’arrivo nella capitale ucraina. Mi sono un po’ riscosso dalla noia e ho recuperato un po’ di energie mentali, ed è un peccato che non possa incanalarle in una qualsivoglia attività, poiché sul treno non c’è veramente nulla da fare. Non ci siamo nemmeno portati un mazzo di carte per giocare, niente di niente. Siamo soli con i nostri pensieri e con le nostre menti. Una scodella di borsh, la tipica minestra russa, allieta un po’ la serata a entrambi. Non ne possiamo già più di mangiare sempre formaggi e salami con le fette di pane: qualcosa di caldo ogni tanto ci vuole. La pietanza è soddisfacente: si compone di patate, cavoli, verze, barbabietole, un cucchiaio di maionese e infine un pezzetto di carne bollita che galleggia solitario nell’acqua rossastra. Il sapore è molto forte e speziato, com'è consuetudine nella cucina russa. Certo che il pagare cinque euro per una scodellina di minestra ci spingerà a riflettere molto bene prima di ordinare un’altra volta qualche pietanza al vagone ristorante. In un batter d’occhio siamo già a Kiev. Non abbiamo modo di accorgerci della bellezza della città, osservandola solo dal vagone: qualche guglia si intravede in lontananza, ma per il resto siamo immersi in uno squallido paesaggio ferroviario e industriale. Scendiamo tutti e due per una decina di minuti, giusto il tempo di dare un’occhiata alla stazione. Poggiare piede a terra dà un certo sollievo, ma solo l’arrivo a Mosca potrà risolvere il problema dell’apatia, ormai arrivata a livelli considerevoli. Salutiamo l’Ucraina con poco entusiasmo, aspettando tempi migliori.

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Capitolo V Mosca

L’ingresso in Russia avviene mentre il sole sta guardando da un’altra parte nel cosmo, e stranamente il passaggio della frontiera non crea alcuna complicazione. Il nostro visto ha ora acquistato validità e finalmente siamo entrati nella nazione che ci interessa, dopo aver attraversato ben cinque confini nazionali in pochi giorni. Ci accoglie un tempo estremamente umido e piovoso, che osserviamo dal finestrino con una lieve punta di preoccupazione: Mosca sarà sicuramente fredda, e viste le condizioni probabilmente anche molto umida. Un cocktail pericoloso. Solo la Siberia profonda ha fama di possedere un clima molto secco, che dovrebbe compensare le bassissime temperature rendendole più sopportabili. Inoltre, a infastidirci ulteriormente sta il fatto che non abbiamo riposato nemmeno stanotte per via del controllo doganale, e sono ormai tre notti che non dormiamo decentemente. Fortuna che ora stiamo per arrivare in un luogo dove un amico e una casa ci attendono. Il treno entra lentamente in una delle numerosi stazioni di Mosca, fermandosi esattamente alla fine del binario. Pare incredibile, ma le tanto temute sessanta ore sono terminate, e l’enorme capitale russa è finalmente raggiunta. Recuperiamo borse e zaini e scendiamo dalla carrozza, salutando i due provodniki che ricambiano sbrigativamente i saluti augurandoci buona fortuna per il nostro viaggio. Non facciamo in tempo a capire dove siamo e già Andron è davanti al portellone ad aspettarci. Questo muscoloso uomo di mezz’età ha gli zigomi molto alti, un prominente pizzetto e due
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occhi azzurrissimi, che non nascondono una grande gioia nel vederci finalmente arrivare nella sua città. I suoi modi sono rudi e sbrigativi, ma mai sgarbati e sempre cordiali. Si offre di portare lui la borsa cinese, risparmiandomi almeno stavolta la gioia di portarla per l’affollatissima stazione e poi per l’altrettanto gremita metropolitana. Con un paio di cambi e qualche autobus navetta, nei quali vengo sistematicamente trascinato senza capire assolutamente niente, raggiungiamo la sua casa, posta nella grigia e anonima periferia moscovita. Qui lo splendore della Piazza Rossa e del Cremlino non esiste: tutto ciò che appare davanti agli occhi è un’infinita distesa di caseggiati tutti uguali, fiancheggiati da alberi spogli e anneriti dal fumo dell’intenso traffico moscovita. Non c’è neve per le strade e la temperatura è lievemente rigida, ma per nulla proibitiva. Prima di entrare in casa dobbiamo farci otto rampe di scale: è una legge universale, quando si è stanchi e pieni di borse pesanti i posti da raggiungere sono sempre all’ultimo piano e non c’è l’ascensore. Sudando da ogni singolo poro, finalmente entriamo in casa, gettiamo le borse a terra e ci togliamo le scarpe, come immediatamente ci invita a fare Andron. Le pareti di questo piccolo appartamento sono colme di mobili ripieni di libri e oggetti di ogni tipo, ma soprattutto pietre preziose e cristalli. Andron è infatti un geologo e viaggia spesso in Siberia, un po’ come stiamo facendo noi adesso, anche se lui lo fa per lavoro. Ogni volta che torna da qualche posto si porta a casa dei ricordini di roccia, e si vede che è stato veramente in molti luoghi, poiché ne possiede a bizzeffe e di ogni varietà. Sulle pareti sono appese in bella mostra numerose cartine geografiche, con dimensioni che vanno dal piccolo al gigantesco. Una stupenda ed enorme mappa stellare reca in cirillico i nomi di stelle e costellazioni visibili dai due emisferi del pianeta. So leggere le lettere dell’alfabeto russo, anche se ho bisogno di un po’ di tempo per decifrarle, ma per leggere queste carte non ce n’è quasi bisogno poiché per riconoscere le stelle mi basta trovarne la posizione. Quando poi mi metto a tradurre i nomi scopro che sono identici a quelli italiani, come a conferma che l’astronomia è qualcosa di universale, che unisce tutte le culture del mondo. La scienza più antica del mondo ha affascinato popoli di ogni epoca e origine, e lo ha fatto semplicemente grazie a dei puntini luminosi che solo di notte si accendono e brillano nel cielo. Basti solo pensare a quanto tempo
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gli uomini hanno trascorso prima di scoprire cos’erano quelle fiammelle tremolanti, che migliaia di anni fa brillavano con il triplo della forza, grazie ad un cielo molto più buio di quello odierno. Anche se oggigiorno abbiamo attribuito un nome ad ogni oggetto celeste che siamo riusciti a individuare con i nostri telescopi, la magia degli oggetti celesti è rimasta la stessa di allora. Di nuovo non posso fare a meno di ricordarmi che mi sto recando in Siberia, uno dei luoghi al mondo con la più scarsa illuminazione artificiale. Uno dei pochi nel quale si può ancora trovare un cielo veramente buio, senza doversi inerpicare sulle Ande o sui massicci dell’Australia centrale. Basta uscire da una dacia e guardare in alto. L’ora di pranzo mi riscuote dall’estatica ammirazione per la carta stellare ed è destinata a procurarmi altra devozione, seppur di altro genere. Sulla piccola tavola troviamo da mangiare una grandissima varietà di pietanze tra cui addirittura degli spaghetti, cucinati in nostro onore. Non hanno alcun sapore, ma sappiamo che Andron li ha preparati per farci piacere e diamo segno di apprezzarli moltissimo, per non offenderlo. In fin dei conti abbiamo una fame da lupo e non stiamo certo a sottilizzare. Quando si ha fame, ogni pietanza commestibile è buona. Arrivano poi polpette di carne, funghi, salse, verdure, litri di tè, ma niente acqua. In Russia non si beve l’acqua durante il pasto. Si comincia bevendo un bicchierino di vodka o un altro alcolico forte, a stomaco vuoto. A ciò segue immediatamente l’ingestione di un primo antipasto, usualmente delle fettine di pane, per impedire all’alcool di essere assorbito subito. Poi si inizia il pranzo vero, e alla fine si conclude con quantità generose di tè o caffè. La mancanza d'acqua è difficile da sopportare per chi è abituato a berla sempre durante i pasti, ma ci si fa velocemente l’abitudine. Durante il pranzo i discorsi si sprecano, anche se ne capisco ben poco. Aver studiato centinaia di parole ed espressioni sul frasario russo è stato utile fino a un certo punto, giusto per conoscere un po’ di vocabolario di base e imparare a leggere le lettere, ma com'era prevedibile non è servito a nulla per imparare a sostenere una conversazione, nonostante il libretto si chiamasse proprio “manuale di conversazione”. Anche ammettendo di riuscire a pronunciare correttamente la frase “Vorrei dell’altro pane”, ci sono miliardi di risposte possibili che l’interlocutore può usare. I gesti e le espressioni facciali rimangono l’unico metodo di comunicazione veramente efficace, facile da usare in qualsiasi parte
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del mondo, anche se le eccezioni non mancano nemmeno in questo senso: non in tutte le nazioni del mondo, infatti, i gesti hanno lo stesso significato. Il padrone di casa è comunque molto gentile e si premura di farmi capire ciò che sta dicendo, incoraggiando Daniele a tradurre per me il più possibile. Ci viene offerto il bis più volte, e la tavola presto è piena anche di ottimi biscotti e altri dolci, che non abbiamo certamente intenzione di rifiutare. Proprio in questo momento fa capolino la figlia, alta, giovane e bionda, molto simpatica anche lei. Come il padre, parla solo russo, ma sono sufficienti un paio di sorrisi per presentarci e per capire che entrambi siamo contenti di essere dove siamo in questo momento. Ora che sono tutti e due presenti è il momento di tirare fuori i regali, che vengono accolti con gioia: scorre dunque vino a fiumi, per festeggiare il nostro arrivo. La moglie non c’è: Andron è infatti pluridivorziato e l’ultima moglie se n’è andata chissà quando, così che ora i due vivono da soli. Andron inoltre vive a Mosca solo d’autunno e d’inverno, per il resto è in giro per la Siberia a lavorare. La figlia rimane a casa da sola? Sarà fidanzata con qualcuno? Sono tutte cose che potrei chiedere se solo conoscessi il russo, e ora mi rendo conto che in questi mesi che passerò in Russia mi perderò molte cose per via di questo handicap comunicativo. Dopo i festeggiamenti, le formalità burocratiche iniziano tuttavia a bussare alla nostra porta. Non si può, infatti, soggiornare per più di un certo tempo in una città russa senza farsi registrare la presenza dalle autorità, ed è per questo che stanotte non possiamo dormire da Andron ma dobbiamo pagare una stanza d’albergo, dove ci compileranno la registrazione. Inutile stare a spiegare le impossibili pratiche burocratiche russe, gli assurdi regolamenti e le ridicole lungaggini. Basti sapere che sul mio visto reco un invito ufficiale di una fantomatica impresa turistica di San Pietroburgo, città nella quale non metteremo mai piede. Gli inviti formali sono obbligatori, ma in realtà fittizi. Vengono emessi dalle agenzie senza alcuna logica, praticamente solo per fornire ai viaggiatori un motivo ufficiale per essere in Russia. È teoricamente possibile anche essere invitati da un privato cittadino, ma le procedure e le scartoffie necessarie sono così tremende da indurre anche il viaggiatore più ottimista a lasciar perdere. Siamo dunque obbligati a prendere questa camera, nella quale possiamo finalmente lavarci un po’ e riposare prima della giornata di domani, che si prospetta intensa. La
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notte ci fanno compagnia alcuni allarmi di automobili dalle mille tonalità diverse, più un treno che ogni tanto passa sui vicini binari facendo vibrare i doppi vetri delle finestre. Tutto ciò non è però sufficiente a tenerci svegli: dopo tre notti consecutive dormite poco e male, presto crolliamo in un sonno finalmente ristoratore. Alle otto di mattina abbandoniamo definitivamente l’albergo e ci ritroviamo nuovamente in casa di Andron per fare colazione. Come primo pasto della giornata è insolito: iniziare la giornata con un tè unito a formaggio e polpette non è esattamente ciò cui siamo abituati, ma ingurgitiamo ugualmente il tutto con voluttà. Non appena abbiamo finito di mangiare, subito Andron ci incita a vestirci per uscire, poiché le cose da vedere sono tante e il tempo è poco. In un batter d’occhio siamo nuovamente fuori alla fredda aria di Mosca. Oggi abbiamo modo di osservare meglio la metropolitana, decorata e ricca come un museo. Percorrendo le sue maggiori stazioni si ha l’impressione di essere in una chiesa o in un monumento classico, più che in una metrò. Abbondano capitelli e arcate affrescate, unite a volte di marmo arancione. Ignoravo del tutto l’esistenza di una tale bellezza nelle profondità di questa ex base militare, costruita ben settanta metri sottoterra. Percorrendo le scale mobili che ci portano in basso, ho l’impressione di non arrivare mai. In più, ho modo di notare la presenza di un addetto in fondo alle scale, chiuso in un gabbiotto di vetro, che ha il compito di controllare che non succedano disordini o borseggi. Ore e ore fermo ad osservare una scala in movimento, piena di persone che si accalcano le une sulle altre. Un lavoro in grado di mandare fuori di testa chiunque. Non invidio affatto questi sfortunati dipendenti pubblici. Riemersi finalmente alla poca luce che la giornata offre, ci troviamo a visitare un museo dedicato alla seconda guerra mondiale. Un grosso obelisco, su cui stanno incisi tutti i nomi delle città sovietiche che hanno partecipato maggiormente alla guerra, reca alla base la statua di San Giorgio che uccide il drago, simbolo del diavolo. Un lungo colonnato introduce al museo vero e proprio, recante al suo interno tutte le armi dismesse. Bombe a mano, cannoni contraerei, vecchi manifesti propagandistici, estratti della Pravda (il giornale nazionale russo) con le foto del dittatore Stalin, monumenti recanti i nomi dei caduti, più altre chicche come eliche di aerei sfondate.
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Avendo entrambi a che fare con la professione infermieristica, non possiamo fare a meno di confrontare i set da chirurgo di sessant’anni fa con gli strumenti che usiamo noi oggi. Devo constatare che, a parte le siringhe di vetro, non c’è molta differenza. Un’eccezione però c’è: non abbiamo mai usato, né speriamo di dover usare mai, le pinze emostatiche per le amputazioni degli arti… La visita al museo si esaurisce velocemente, osservando con interesse tutti i reperti di questa scellerata guerra. Andron ha la buona idea di non riportarci a casa sua dopo il museo, bensì di farci vedere la sua dacia (ciò che noi chiameremmo un cottage di legno), poco fuori città. Accettiamo volentieri, entusiasti di poter passare una giornata in una “vera” casa russa, dove si respira molto di più l’aria tradizionale e si possono apprendere molte più cose su come vivono i russi. Per raggiungere questa casetta dobbiamo prendere tre metropolitane più un autobus, che in un’ora attraversa tutta la periferia di Mosca. In questo tragitto ho modo di vedere gli estremi limiti della capitale, deludenti come mi aspettavo. Solo agglomerati industriali intervallati a superstrade, poche case cadenti o condomini fatiscenti, e poco altro. Noto anche che tutte le automobili, sia parcheggiate sia in movimento, sono completamente coperte di polvere su ogni lato. Non ce n’è una che sia pulita. Evidentemente i russi, come gli ucraini, non amano molto lavare le proprie vetture. L’unica cosa veramente sorprendente che mi salta agli occhi lungo il tragitto su questo scassato e rumoroso autobus è un grosso svincolo che appare sul lato sinistro della strada. A prima vista mi sembra un’enorme autostrada in costruzione, ma in realtà è uno scivolo da sci. Neve ne hanno in abbondanza, ma ciò che manca sono le montagne.

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Capitolo VI Ospiti d’onore nella dacia L’autobus ci recapita in un piazzale dove ci sta già aspettando Vadim, uno dei nipoti di Andron. Ha anche lui due occhi azzurrissimi, un fisico robusto e una Lancia Ypsilon verde, che userà per portarci fino alla casetta in campagna. Dopo aver comprato qualcosa al vicino negozio di alimentari, per assicurarci di avere sufficienti cibarie per la serata, montiamo in macchina e percorriamo strade sempre più deserte, fino a inoltrarci in un boschetto che conduce ad un passaggio chiuso da una sbarra. Vadim pare conoscere l’uomo addetto a far passare chi deve e a non far passare chi non deve, infatti si salutano calorosamente, agitando le braccia, e la sbarra non tarda ad alzarsi. Dopo poche centinaia di metri, la macchina imbocca una piccola e dissestatissima traversina che conduce ad una ridente casetta. Questa dimora di legno è molto simpatica, e anche piuttosto grande: dispone di numerose stanze, che ci vengono puntigliosamente mostrate una per una. Gli stanzini da letto sono davvero pittoreschi, per non parlare della soffitta. Ora sì che mi sento veramente partecipe della situazione. Tuttavia, inizia a fare piuttosto freddo, poiché ai piani superiori non c’è alcun riscaldamento, e infatti non vedo l’ora che questa esibizione finisca per potermi rintanare nella sala da pranzo, dove ho intravisto un camino acceso e scoppiettante. Il mio desiderio viene presto esaudito, quando Vadim si accorge che il mio compare non ha portato con sé la giacca. Nel salotto ci sono numerose persone, tra cui un robusto donnone e una minutissima e giovane ragazza, che ci salutano inchinandosi e sorridendoci con tutti i denti di cui dispongono. Daniele informa tutti che non parlo russo, ma loro non sembrano preoccuparsene granché e continuano a parlarmi in russo. Del resto, se conoscono solo quella lingua, in che altro modo dovrebbero comunicare? Devo arrangiarmi dicendo quelle poche parole che conosco, se non voglio dipendere sempre dal mio amico, ma i miei tentativi di farmi capire non vanno sempre a buon fine. Ad un certo punto mi siedo al tavolo e decido di seguire la corrente, facendo qualcosa solo se mi viene detto di farlo in italiano o tramite eloquenti gesti. È meglio fare così, anche perché non so bene come comportarmi in casa di
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estranei russi e non conosco la loro cultura e le loro abitudini. Potrei involontariamente fare qualcosa che per loro è sconveniente. Non conoscere la lingua, però, porta anche alcuni vantaggi: mentre Daniele deve obbligatoriamente parlare con i due nipoti di Andron e con le due donne, Tatyana e Olga, io posso concentrarmi unicamente sul cibo che tutti mi stanno offrendo generosamente. La grossa tavola è infatti imbandita in modo sontuoso e carica di cibarie di ogni genere, sulle quali spiccano prepotentemente alcune bottiglie di superalcolici già aperte. Nel caldo ambiente della dacia facciamo conoscenza anche con Vladimir, il secondo nipote di Andron. Lui si trovava già qui da prima, e aspettava il nostro arrivo. Non ha l’aspetto peculiare dei russi, e a prima vista si potrebbe scambiare per un italiano. Inizialmente non si cura molto di me, dandomi l’impressione di essere un po’ antipatico, ma con il passare del tempo scopro che parla portoghese, in quanto la sua ex moglie è per l’appunto portoghese. Ho così l’occasione di rispolverare un po’ il mio scalcinato spagnolo, mischiato a quei pochi elementi di portoghese che mi sono rimasti in testa, e di intavolare una rudimentale conversazione. Non avrei mai pensato di poter comunicare in spagnolo con un russo. La giornata sicuramente riserva ancora molte sorprese. Tanto per cominciare, il cibo sembra non finire mai. La tavola continua a riempirsi sempre di più con il passare delle ore, così come continuano a riempirsi i nostri bicchierini. Non potranno mai svuotarsi, se i due nipoti continueranno a rabboccarli non appena vedono che sono pieni per meno della metà. Ed è inutile far finta di bere, poiché se ne accorgono e incitano subito a bere più in fretta, così da poter riempire nuovamente il bicchierino. Andron è sparito da un po’, ma ogni tanto lo vediamo passare per la stanza, apparentemente intento in qualche lavoro. Probabilmente deve sistemare la casa e predisporla anche per la notte, poiché abbiamo già capito che non torneremo più a Mosca e passeremo la notte qui. I discorsi intavolati da Daniele e dai nipoti di Andron mi vengono tradotti solo in parte, anche perché Daniele stesso a volte ha difficoltà a star dietro ai ragionamenti dei due ragazzoni, i quali iniziano a dare segni di visibile ebbrezza già dopo poche ore. In particolare, il parlante portoghese sta alzando sempre di più il tono
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di voce, e ogni volta che finisce di bere “appoggia” il bicchiere sul tavolo con un po’ troppa forza, sfidando le leggi della gravità. Siamo arrivati in questa casa alle tre di pomeriggio e abbiamo subito iniziato a mangiare e bere. Ora sono quasi le sei, e non abbiamo ancora finito. Mi chiedo quanto andremo avanti ancora. Secondo il mio compare, continueremo a bere fino a quando tutte le sei o sette bottiglie di superalcolici saranno terminate, ma mi sembra una previsione piuttosto esagerata. Confido che tutti crolleranno dal sonno prima di riuscire a finire quell’immane quantità di alcool. O forse no? In Russia, eccedere nel bere non è considerato alcolismo per come lo possiamo intendere noi italiani, cioè un problema occasionale che colpisce solo alcuni individui. Qui vige una vera e propria cultura del bere: essere alcolisti qui non è nulla di trascendentale, ma rappresenta quasi la normalità, così come le popolazioni andine trovano normale masticare foglie di coca e i marocchini trovano normale fumare. Non c’è da stupirsi se in questo paese l’aspettativa di vita per le donne raggiunge i settantacinque anni, mentre per gli uomini arriva a sfiorare a malapena i sessanta. Noi italiani non siamo così smodatamente amanti delle bevande alcoliche, se paragonati ai russi, ma il problema è che nessuno l’ha spiegato ai padroni di casa. Sembra proprio, infatti, che il mio compagno ci abbia visto giusto. Ormai sono le otto di sera e non ne posso più di vedere il mio bicchierino costantemente pieno di un qualche genere di alcolico. Difficilissimo, se non impossibile, rifiutare le offerte: decidono loro cosa, quando e come devo bere, e ho ben poche possibilità di oppormi al loro volere, anche perché loro sono i padroni di casa e rifiutare ciò che un russo offre può essere vissuto come un insulto. Non posso fare a meno di ricordarmi la leggenda di quell’eschimese che, ricevendo nel suo igloo un viaggiatore, gli offrì tutto quello che aveva, perfino sua moglie per una notte. Il viaggiatore accettò tutto, tranne la nottata con la moglie, poiché imbarazzato dalla singolare offerta. L’eschimese per tutta risposta si arrabbiò terribilmente e lo uccise con un colpo di lancia, perché nessuno gli aveva mai fatto uno sgarbo simile. Niente poteva essere rifiutato. Ecco, questa è la situazione in cui mi sembra di trovarmi: sebbene abbia la ragionevole certezza che qui nessuno mi pianterà un ferro acuminato nella milza, l’impossibilità di rifiutare le offerte è
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praticamente la stessa. Quello che fino a pochi giorni fa era solo un luogo comune sui russi che stazionava in qualche angolo della mia mente, ora è diventato realtà e lo sto vivendo in prima persona. D’altronde, i viaggi servono proprio a questo, ed è in situazioni come queste che si impara a entrare in contatto con le culture e a vedere nuove realtà, confrontandosi con esse. Altrimenti per cosa viaggeremmo? Per rinchiuderci in un villaggio turistico, portandoci gli spaghetti in valigia e non lasciando mai nulla al caso? Tanto varrebbe rimanere a casa. Ormai abbiamo spazzolato quasi tutte le cibarie, tra cui il pollo, le patate, i cetrioli e i pomodori, il pane nero, le torte farcite e molto altro ancora. Non riesco più a mangiare nulla e per fortuna le offerte di cibo sono temporaneamente cessate, ma non è così per quelle di alcool. L’enorme quantità di vivande che ho ingurgitato mi aiuta a “fare il fondo” nello stomaco e quindi a non assorbire troppo etanolo, ma non potrò resistere ancora a lungo a questo ritmo. Daniele mi sembra più rilassato da questo punto di vista, anche se sta parlando con loro ormai da ore e accusa segni di stanchezza. In questo momento è davvero un bene che io non conosca il russo, poiché altrimenti verrei trascinato anch’io nel vortice dei loro discorsi alcolici. Daniele ha smesso da un pezzo di tradurmi le loro frasi, ormai sempre più inconcludenti e vertenti su giochi linguistici che comunque non potrei capire. Mi ritaglio dunque un attimo di pace e decido di darci un freno con i bicchierini, proponendomi di rifiutare qualsiasi ulteriore offerta con inflessibile gentilezza. Sono disposto a prendermi il rischio di far arrabbiare un russo, ma per fortuna non ce n’è bisogno: ci è offerta una tregua quando i nipoti escono a fumare e ci invitano fuori con loro. Almeno prenderemo un po’ d'aria fresca e per un po’ non toccheremo alcool. Vladimir è visibilmente provato da tutto il porto e la vodka che ha bevuto, e continua a lasciar cadere dalla giacca numerose banconote da mille e cinquemila rubli (corrispondenti rispettivamente a circa venti e cento euro). Sembra un distributore automatico di banconote, che piovono a decine tra i suoi gesti scomposti, ma nonostante l’alcool le vede tutte e le raccoglie prontamente, senza perderne nessuna tra il fogliame. Cosa mai ci farà in giro con tutti quei soldi, lo sa solo lui. Dopo altri discorsi che non riesco a capire, ma dei quali intendo benissimo la natura goliardica e strampalata,
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ritorniamo dentro. Troppo presto, accidenti, non saranno passati nemmeno dieci minuti. Ora sicuramente si riprenderà a bere…e infatti, in men che non si dica, i due baldanzosi giovanotti decidono di aprire la cantina per recuperare altro alcool. È un incubo. Le bottiglie che mi sembravano così tante sono già tutte vuote, e nonostante ciò la bevuta non accenna a finire! Dunque tutti giù in cantina, che è semplicemente un buco scavato sotto la casa, raggiungibile sollevando una botola. Vengo reclutato anch’io per intrufolarmi in quell’antro umido e polveroso, poiché sono più piccolo e agile di loro e riesco più facilmente a recuperare le bottiglie. Dopo aver fatto una buona scorta di vino, è il momento di pelare le patate, poiché c’è ancora del cibo in arrivo. Vengo reclutato nuovamente per aiutare a pelare i tuberi, e mi becco anche un piccolo rimprovero, perché secondo loro li ho pelati male. Non è così facile essere precisi, obnubilati da tutto quell’alcool, ma chi glielo spiega? E soprattutto, quando si fermeranno col mangiare e col bere? Non mi aspettavo un’abbuffata così pantagruelica. Mi viene in mente che forse Daniele potrebbe aver avuto ragione per quanto riguarda le loro reali intenzioni: temo che vogliano veramente finire tutto l’alcool che tengono in casa, per fare onore agli ospiti, anche se non capisco come ciò sia umanamente possibile. La serata si anima sempre di più, a mano a mano che trascorrono i minuti e le ore. Vadim ad un certo punto mi afferra in corrispondenza delle anche e mi solleva senza alcuna fatica fin sopra la sua testa, solo perché non credeva che pesassi così poco come dico. Sono indubbiamente simpatici, ma stanno decisamente esagerando con l’alcool e ora ho smarrito la bussola, non ho veramente idea di dove potranno arrivare. Usciamo ancora a prendere un po’ d’aria e a fumare. L’alcool mi ha riempito la vescica in modo indegno, ma non esiste un bagno interno nelle dacie: per le necessità c’è un gabbiotto all’esterno, ma non è consigliabile andarci adesso con il freddo che tira, da cui decido di urinare direttamente nel prato. Mi allontano tranquillamente andando in mezzo al giardino. Ma quando ho finito con i miei bisogni, Vadim mi avverte ridendo che ho appena urinato sul monumento di suo nonno, epico e riverito costruttore della dacia. Ubriachi come sono, ne stanno inventando veramente di tutti i colori…

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Ormai sono le undici di sera e sto iniziando a crollare dal sonno. Oltretutto Andron è un fantasma, non c’è mai, se non per pochi fugaci momenti nei quali compare per le stanze, apparentemente intento in chissà quali lavori di manutenzione. Andron non ha bevuto quasi nulla ed è quindi sobrio, ma non interviene mai a salvarci dal vortice alcolico, forse perché pensa che ci stiamo divertendo. Dopo l’avventura sulla presunta tomba del nonno, però, troviamo nel soggiorno proprio Andron, indaffarato a prepararci le brande in uno stanzino. Forse è arrivato finalmente il momento di dormire, penso e spero. Invece no. Dopo che Andron ha finito di spiegarmi a gesti quale sia il mio letto e quale sia invece quello destinato al mio compagno, i due nipoti mi richiamano a gran voce e mi invitano a continuare a bere con loro. I miei propositi di “linea dura” vanno in fumo. Rifiutare è semplicemente impossibile. Accetto di trangugiare un altro bicchierino di porto o chissà quale altro alcolico, ormai non riesco più nemmeno a distinguerli l’uno dall’altro. La mia resistenza fisica ha però un limite. Approfittando di un momento in cui sono ignorato da tutti, mi intrufolo nelle cuccette, chiudendo bene la porta. Da un momento all’altro mi aspetto che qualcuno faccia capolino nella stanza e mi tiri fuori a forza dalla cuccetta per costringermi a bere ancora, ma non accade nulla di ciò. Finalmente hanno mollato la presa. Forse hanno avuto pietà. Mi sdraio sulla cuccetta, tutto sommato piuttosto comoda, coprendomi bene con tutte le coperte che ho a disposizione. Fa freddo, meglio esagerare che tirare al risparmio. Non mi gira la testa, ma non sono nemmeno in buone condizioni. Fortunatamente, la nausea non fa capolino. Sarebbe imbarazzante mettermi a vomitare adesso. Nonostante la stanchezza e l’alcol assorbito, tuttavia, tentare di prendere sonno è improponibile: il gruppetto che ho appena abbandonato è distante solo pochi metri da me, e la robusta porta non riesce purtroppo a filtrare efficacemente le risate, le grida e i discorsi frenetici che mi giungono alle orecchie come un blob indefinito. Gli amici russi hanno anche acceso la radio a tutto volume, e un rocambolesco disc – jockey parla a macchinetta, intervallando i suoi discorsi con una musica veloce e ritmata che non fa che peggiorare la situazione. La scena continua per ben due ore, finché finalmente rientra in stanza Daniele, anche lui visibilmente provato dall’alcool. Si schianta a letto
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disordinatamente, quasi a peso morto. Dopo esserci lamentati tra noi per le eccessive abitudini alcoliche che vigono in questa casa, finalmente prendiamo sonno tutti e due. La mattina mi sveglio con una prevedibile e intensissima secchezza delle fauci. L’unico pensiero che ho in testa è di bere acqua, tantissima acqua. Non riesco nemmeno ad articolare nella mia mente la parola “alcool”, e ho il terrore che i due amici russi mi offrano della birra per colazione. Stranamente, non ho il classico cerchio alla testa che si presenta puntualmente dopo una bevuta eccessiva: forse la qualità sopraffina degli alcolici russi mi ha aiutato sotto questo punto di vista. Il mio intestino è tuttavia in ribellione, e questo non sono riuscito a evitarlo; mi auguro che non mi presenti poi un salato conto da pagare. Ancora un po’ barcollante, metto piede nella sala da pranzo e trovo Andron in mutande, intento a lavarsi in una rustica tinozza di legno. Mi chiede com’è andata la notte, e mento rispondendogli con decisione “Kharashò!”, che significa “bene”. In realtà ho una sete indomabile. Sul tavolo, fortunatamente, non c’è l’ombra di alcolici. Non so se siano finiti o meno, non voglio saperlo, potrebbero anche avere un’autobotte piena di vodka dietro la dacia, ma l’importante è che non la tirino fuori adesso. Vadim è intento a preparare il tè e non mostra segni di cedimento; Vladimir invece è scomparso. Chissà se è ancora a letto a smaltire la sbornia. Considerando quanto ha bevuto, non è improbabile: credo che in tutta la giornata si sia “fatto” almeno trenta bicchierini. Un numero indubbiamente osceno, ma per loro probabilmente è normale amministrazione. In preda alla sete, cerco dappertutto dell’acqua, ma ovviamente non ce n’è neanche una goccia e mi devo accontentare di una tazza di tè. Definirlo caldo è un eufemismo: il termine corretto sarebbe rovente, ma almeno mi aiuta a reintegrare qualche liquido. È proprio mentre bevo il tè, centellinandolo prudentemente per non ustionarmi la lingua, che mi accorgo che fuori dalle finestre è tutto imbiancato dalla neve! Ha sicuramente nevicato a partire da notte inoltrata, poiché ieri sera non c’era nemmeno un cristallo di ghiaccio. La visione della prima neve russa, nel selvaggio perimetro della dacia, mi riempie di meraviglia, anche se a casa mia l’ho vista tutti gli inverni e non è una novità come potrebbe esserla per un boscimano. Dimenticandomi per un attimo delle mie precarie condizioni di salute, esco ad osservare come
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appare ora il disordinato cortile, popolato da piante mai potate. Fuori però fa decisamente freddo e rientro in fretta a scaldarmi, trovando Daniele intento come me a cercare una bevanda non alcolica da trangugiare. Anche lui si deve accontentare del tè, con mia leggera soddisfazione. Non sarebbe giusto che lui trovasse dell’acqua, quando io ho dovuto soffrire atrocemente ingoiando quel liquido bollente. Andron ci esorta a finire in fretta la colazione, poiché tra poco lui e Vadim ci riporteranno a Mosca e dobbiamo ancora visitare la città. Nemmeno il tempo di riprenderci ci danno! Ora come ora preferirei starmene recluso in casa a dormire tutto il giorno, ma come sempre in viaggio bisogna adattarsi a tutte le situazioni, specialmente quando si è ospiti in casa d’altri. Per fortuna, il mio intestino ha smesso di agitarsi. Recuperiamo i cappotti e usciamo, diretti all’automobile. Appena uscito, casualmente mi casca l’occhio nel punto del giardino in cui ho urinato la sera prima, e vedo che effettivamente c’è un monumento…che reca la foto del defunto nonnetto. L’avevo scambiato per un albero. Che figura! Loro mi hanno ospitato in casa, offerto da mangiare e bere come ad un matrimonio, trovato un letto per dormire, e io per risposta cos’ho fatto? Ho insozzato di urina la tomba del costruttore della casa. Una gaffe imperdonabile. Vadim ci riporta in macchina fino a Mosca, guidando in una maniera che definire azzardata è un eufemismo. Ignora beatamente le nubi di spruzzi sollevate dalle macchine di fronte a lui in autostrada, tirando i centoventi l’ora senza il minimo dubbio, anche quando il parabrezza è così saturo di goccioline da non vedere quasi più niente. Non voglio nemmeno parlare del rispetto della distanza di sicurezza, praticamente inesistente, né della velocità con cui affronta le curve, rese insidiosamente bagnate dall’acqua mista a neve. L’ultima volta che mi sono trovato in macchina con qualcuno che non conoscevo e che guidava in questo modo, abbiamo tamponato un furgone in autostrada. Fortunatamente non succede nulla, e con un’agile mossa Vadim ci recapita su un marciapiede moscovita, proprio di fianco alla stazione degli autobus. Mi sento finalmente in salvo. Ringraziamo per l’ospitalità e per il trasporto (anche se gliene direi volentieri quattro) e ci tuffiamo di nuovo per le vie di Mosca insieme all’infaticabile Andron.

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Capitolo VII Una campana e un cannone Anche se si è solo di passaggio, una permanenza a Mosca impone almeno la visita del Cremlino e della Piazza Rossa. Ora che ha pure nevicato, questi storici simboli della capitale russa saranno sicuramente ancora più suggestivi. Prima di tuffarci nella visita della città, però, si passa a casa del nostro amico per il pranzo. Non abbiamo esattamente voglia di ingurgitare altre pantagrueliche porzioni, ma non possiamo rifiutarci di assaggiare ogni pietanza che viene portata in tavola. È meglio che io abolisca la parola “rifiutare” dal mio archivio mentale, qui in Russia è una moneta fuori corso. Andron ci serve dei canederli di zucca, intrisi nella panna acida, e come contorno dei frutti di bosco in una specie di marmellata. Se stessimo mangiando in un qualunque altro momento, ci sembrerebbero tutte delle primizie, ma la nausea dovuta all’alcool non è ancora passata e le pietanze scendono nello stomaco un po’ di malavoglia. In particolare ci gettiamo avidamente sul tè e sull’acqua, e finalmente dopo averne bevuto innumerevoli bicchieri ci sentiamo molto meglio. La giornata è grigia, nevica abbondantemente e la temperatura si prospetta molto più bassa di ieri: meglio coprirsi bene. A malapena abbiamo il tempo di finire di mangiare: Andron è un frettoloso di natura e ci incita a fare presto, poiché la città ci sta aspettando. Ci buttiamo dunque velocemente addosso sciarpe e cappotti, e via di nuovo. Dopo i numerosi cambi necessari per raggiungere il centro, sbuchiamo finalmente dalla metropolitana. Passando di fronte all’imponente statua di Dostoevskij, in men che non si dica è già visibile il ponte che collega la strada alla cittadella fortificata, che altro non è che il Cremlino. I suoi cipollotti d’oro, visibili anche da lontano e ora ammantati da un lieve velo di neve, sono assolutamente inconfondibili e sono uno dei simboli con i quali il mondo conosce la Russia. Molti meno simboli avrà da offrire la Siberia, quando ci arriveremo. Il controllo all’entrata è rigoroso, vista l’importanza istituzionale del luogo, e infatti il nostro coltellino svizzero non sfugge ai metal detector e viene trattenuto all’ingresso. Forse un eccesso di puntiglio, ma sappiamo che i russi hanno un po’ l’ossessione della sicurezza, e la prendiamo con filosofia. Oltre il
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ponte, sormontato da un’alta torre in mattoni rossi, si trova un ampio marciapiede sul quale si può camminare liberamente, ma che costituisce il limite per i turisti. Non si può infatti camminare sulla strada, è zona proibita. Finché non si sorpassa la linea del marciapiede è tutto a posto, ma meglio non mettere nemmeno un piede al di là, poiché si potrebbe attirare l’attenzione delle guardie, le quali sono armate di fucile nonché di colbacco antigelo. Non ho mai invidiato questi sfortunati militari, costretti a buttar via buona parte delle loro ore di vita per stare ritti in piedi a fare la guardia a non si sa bene cosa. Queste grottesche precauzioni di sicurezza non mi impediscono però di ammirare la bellezza delle costruzioni presenti: le chiese bianchissime con i loro cipollotti d’oro abbondano da ogni parte. Alcune di esse hanno degli splendidi affreschi all’entrata. Lungo la strada troviamo anche delle curiosità storiche: il cannone e la campana più grandi del mondo, che però non hanno mai sparato né suonato. La campana non è intera: mentre la issavano precipitò e un pezzo saltò via. Quel frammento, ora appoggiato di fianco alla campana stessa, pesa circa undici tonnellate. Il freddo è piuttosto pungente e umido, complici le vicinanze della Moscova, il fiume che attraversa la città e che crea inevitabilmente un forte vento. È meglio affrettarci, poiché non è il caso di ammalarsi proprio ora che stiamo per ripartire verso la Siberia. La visita alla Piazza Rossa è però d’obbligo, anche perché è vicinissima. Le sue costruzioni sono assolutamente inconfondibili: tanto per cominciare, hanno tutte un colore rosso cupo, come recita il nome stesso. La parte sinistra è purtroppo avvolta da un orribile cantiere. La sfortuna mi perseguita, poiché ogni volta che visito un monumento importante lo trovo inevitabilmente deturpato dalle impalcature. Basta però rivolgere lo sguardo in avanti, oppure a destra, per vedere delle cose veramente degne di nota. Sulla parte destra splendono il monumento a Lenin e la torre dell’orologio; appena dietro alla medesima, si intravede il ponte stradale a sei corsie, sul quale, in piena guerra fredda, un giovane aviatore tedesco di nome Mathias Rust atterrò con il suo Cessna, beffando i sistemi di sicurezza sovietici. Frontalmente, invece, la cattedrale di san Basilio fa un’incredibile figura con la sua peculiare architettura e i suoi mille colori, appena sporcati da un po’ di neve. Si narra che Ivan il Terribile abbia fatto accecare l’architetto che costruì la
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cattedrale non appena l’ebbe terminata, per evitare che ne potesse costruire un’altra uguale o più bella in altre parti del mondo. La nostra fugace visita a Mosca si conclude così. Torniamo velocemente a casa di Andron, dove ci aspettano un divano e un ammasso di sacchi a pelo gettati per terra e sovrapposti l’uno all’altro, i quali fungeranno da giaciglio. Logicamente speravamo in un letto vero, ma ci accontentiamo volentieri anche di queste sistemazioni di fortuna: l’importante è che siano gratuite e che l’ambiente sia riscaldato. La mattina successiva salutiamo Andron e la figlia, ringraziandoli per l’ottima ospitalità, poi dobbiamo andare subito a prendere altri mezzi pubblici per arrivare alla stazione Kazan. Proprio da qui avrà inizio il prossimo spostamento in treno, con il quale raggiungeremo la città di Tynda, capitale della ferrovia Bajkal – Amur situata nell’estremo est della Siberia. Un totale di 6500 chilometri di viaggio, equivalenti a centoventi ore filate di treno. Un annunciato massacro, ma che siamo disposti a compiere a qualunque costo. Mentre aspettiamo sotto le volte bianche e verdi di quest'enorme edificio, diversi personaggi ci avvicinano. Tre di loro tentano di venderci alcuni telefoni cellulari, molto probabilmente rubati, poi una babuska (vestita di tela e stivali di gomma tenta di venderci da mangiare per il viaggio, ma senza successo. Abbiamo già quel che ci serve. Vorremmo scattare alcune foto al bel soffitto della stazione, ma è meglio essere prudenti e non tirar fuori la macchina fotografica, considerato il genere di persone dal quale la stazione è popolata. Non aspetto altro che appaia il numero del binario sul tabellone luminoso. Curiosamente, questo è l’unico treno russo che prenderemo per il quale l’ora segnata dal tabellone coincide con l’ora di partenza effettiva del treno. Su tutto il territorio russo, infatti, gli orari dei treni sono calcolati sull’ora di Mosca. Se ogni treno riportasse l’orario di partenza in accordo con l’ora locale, gestire i treni a lunga percorrenza diventerebbe un’impresa impossibile. L’uniformità dell’orario, però, complica le cose a chi deve spostarsi attraverso tutta la nazione, poiché ogni volta bisogna calcolare lo scarto delle ore. Solo i treni locali sono esclusi da questa convenzione, poiché pur percorrendo centinaia di chilometri non escono mai dal proprio fuso orario. Finalmente il numero del binario appare: uscendo dalla stazione per raggiungere il treno, diamo finalmente l’ultimo saluto a Mosca. Ora tocca alla Siberia.
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Capitolo VIII Come sopravvivere a cinque giorni di treno La provodnitsa, cioè la donna che esamina i biglietti, non crede ai suoi occhi quando legge che percorreremo la tratta da un capolinea all’altro. Non trattiene un’esclamazione di curioso stupore, ma non si sofferma troppo a farci domande: il suo lavoro le impone di continuare a controllare i biglietti e i documenti di tutti i passeggeri, per fare in modo che nessuno salga abusivamente. Il controllo dei biglietti è qui molto più rigoroso che in Italia: invece di lasciar salire chiunque per poi controllare una volta partiti, si controlla tutto quando il treno è ancora fermo, e chi non ha biglietto o documenti validi viene respinto immediatamente. Precauzione pressoché indispensabile, poiché sistemarsi su un vagone russo significa affittare lenzuola e mettere in moto tutta una serie di processi che tutti hanno l’interesse a far filare più lisci possibile. La provodnitsa ci restituisce i biglietti strappando la parte posteriore, quella che le serve per tenere traccia in ogni momento di chi deve scendere dal treno e dove. Quando anche i passaporti ritornano nelle nostre mani, possiamo infine salire sul vagone, che è l’ultimo dell’intero convoglio. Si tratta di una carrozza platskartnyj, equivalente pressappoco alla seconda classe italiana. Consiste in un insieme di sedili – cuccetta disposti in due file e divisi in blocchi, che per semplicità chiamerò maggiori e minori, separati solo da un corridoio largo non più di una cinquantina di centimetri. Sulla parte sinistra del vagone vi sono i blocchi maggiori, ciascuno composto da quattro cuccette, due inferiori e due superiori. Tali letti sono posti trasversalmente alla direzione del treno, e i blocchi stessi sono separati gli uni dagli altri solo da alcune sottili pareti divisorie. La privacy lascia a desiderare, in quanto non esistono porte né tende da tirare. I blocchi minori, invece, corrono parallelamente al vagone per tutta la sua lunghezza e sono composti da letti in gruppi di due, uno superiore e uno inferiore, come in un letto a castello. Ogni blocco è separato dal successivo tramite piccole pareti. I posti dei blocchi minori sono i più scomodi, per via di vari fattori: innanzitutto non è possibile stendere completamente le gambe, poiché la branda è piuttosto corta ed entrambe le estremità terminano con una parete (a differenza delle altre cuccette, dove
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un’estremità dà direttamente sul passaggio). Inoltre, il posto inferiore è normalmente costituito da due sedili e un tavolino mobile, e per potersi sdraiare bisogna ribaltare il tavolino in modo da farlo coincidere con il piano dei sedili, andando così a formare una cuccetta. Il problema è che ogni volta che si vuole mangiare qualcosa, e quindi riportare il tavolino alla posizione originaria per appoggiarvi il cibo, bisogna buttare all'aria il letto per poi rifarlo una volta finito di mangiare. Come ultima cosa, i blocchi laterali sono i più indesiderabili anche dal punto di vista della privacy, che è molto scarsa. Se nei blocchi maggiori si ha un minimo di riservatezza garantita dai separé, negli altri si è visibili da praticamente tutti i passeggeri che occupano i tre blocchi maggiori circostanti. Inoltre, le persone che passano nello stretto corridoio urtano e disturbano costantemente. Fortunatamente, avendo avuto la possibilità di prenotare il biglietto con largo anticipo e quindi di accaparrarci i posti migliori, viaggeremo in un blocco maggiore. Occupiamo un lato intero del blocco, cioè un posto inferiore e uno superiore dello stesso lato. In questo modo potremo alternarci per dormire e star seduti, e avremo comunque una metà scompartimento “autonoma” dove stipare i bagagli, gestendo il nostro spazio senza interferire con nessuno. A me tocca il posto superiore, dato che l’altezza del mio compagno è eccessiva per permettergli di dormirci bene. La cuccetta è piuttosto rigida e scomoda, e inoltre nel posto superiore non si può stare seduti, poiché il soffitto è troppo basso. Si può solo stare sdraiati. Per sedersi bisogna scendere nel posto inferiore, sempre che non vi stia dormendo qualcuno. In tal caso, chi dorme sotto deve spostarsi e sedersi a sua volta per fare posto a chi è appena disceso dalla branda, e non sempre accetta di buon grado. Per questo motivo, i posti superiori sono generalmente poco ambiti, e tutti cercano sempre di guadagnarsi i posti inferiori al momento della prenotazione. Sui treni a lunga percorrenza, infatti, i posti sono assegnati e non si cambiano. Per mangiare abbiamo a disposizione un tavolino piuttosto lungo e adiacente al finestrino. Tutto sommato, c’è molto più spazio qui rispetto al precedente treno. Questa volta, però, dovremo condividerlo con altre persone, nel rispetto di comuni regole che su un treno sono particolarmente importanti, essendo costretti a passare lunghe giornate a stretto contatto. Il resto del vagone è
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composto dallo scompartimentino dove alloggia il provodnik e dove si può comprare anche qualcosa da mangiare. Non si può certo ordinare caviale e tartufi con contorno di foie gras, ma bisogna accontentarsi di qualche snack dallo scarso valore nutritivo, oltre a bustine di tè e zucchero. Accanto al gabbiotto del provodnik è sempre presente un samovar, che è una sorta di grossa teiera che eroga acqua mantenuta costantemente prossima al punto di ebollizione. Con l’acqua di un samovar si può preparare un tè a qualsiasi ora, semplicemente spingendo una manopola (e stando attenti a non ustionarsi atrocemente). Completano il quadro i due bagni, sempre presenti all’inizio e alla fine di ogni vagone. Non sono terribilmente sporchi e infetti come si potrebbe pensare, ma non sono nemmeno i bagni dell’Europarlamento. Utilizzarli è molto scomodo, poiché i continui scossoni del treno rendono il posizionamento sulla tazza un vero esercizio d’equilibrio. Questo ambiente sarà la nostra casa per i prossimi cinque giorni, e lo condivideremo con la bellezza di cinquanta persone, poiché il treno sta per partire da Mosca carico di passeggeri fino all’orlo. Il vagone è ancora spento e dunque buio e silenzioso, complice anche la scarsa illuminazione della stazione. Il mio compagno sa già come muoversi nel platskartnyj e sa dove bisogna sistemare i bagagli: appena arrivato, infatti, solleva subito il sedile inferiore, che internamente nasconde un vano cavo, per piazzare al suo interno la borsa cinese e uno degli zaini. Il resto trova una sistemazione nell’altro vano bagagli, posto sopra la cuccetta superiore e a diretto contatto con il tetto del treno. Io non conosco ancora praticamente nulla di questi vagoni, perciò mi muovo in modo incerto, cercando di non attirare troppo l’attenzione, e soprattutto esamino a fondo le persone attorno a me. Nel posto inferiore opposto al nostro vi è una grassa signora dall’aria paciosa e serafica, mentre nel posto superiore si è sistemato un uomo con un enorme tatuaggio sulla schiena e l’aria un po’ svampita. Nel blocco minore immediatamente alla nostra destra ci sono due ragazze dagli evidenti tratti mongoli, mentre nei posti più periferici stanno altri uomini con tratti somatici orientali, che discutono sommessamente tra loro. Un assortimento di persone piuttosto curioso, e il bello è che non potrò comunicare con nessuno se non tramite il mio compagno, poiché su questo vagone non c’è traccia di stranieri né tanto meno
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di italiani. La situazione che ne deriva è sicuramente interessante, ma non esclude un certo timore. Essere gli unici stranieri in un vagone di cinquanta persone, infatti, potrebbe esporci a episodi poco piacevoli, se per caso incontrassimo le persone sbagliate. Cedere al razzismo è facile, molto di più che non cedervi. Siamo saliti sul treno da oltre mezz’ora, ma ancora non si parte. I passeggeri, infatti, vengono sempre fatti salire con almeno trenta minuti di anticipo, per permettergli di sistemare tutte le loro cose quando il treno è ancora fermo. Quando però scatta il trentunesimo minuto, il treno comincia finalmente a muoversi. Inizialmente arranca con estrema lentezza, come se si fosse appena svegliato da un coma ventennale. Ora sono ufficialmente intrappolato in questo vagone, lanciato in una lenta corsa verso la Siberia. In tutto, il treno effettuerà circa ottanta fermate, come recita la tabella di marcia che ci siamo previdentemente procurati, e ognuna di queste soste segnerà un nuovo confine. Ad ogni chilometro percorso e ad ogni nuova stazione raggiunta, non sarò mai stato così lontano da casa mia. Questa continua ridefinizione proseguirà per molte migliaia di chilometri: ad ogni stazione un nome nuovo, un luogo inesplorato, un’incognita da vivere. Potrei addirittura esserne spaventato, se la parte di cervello che comanda la paura non mi fosse stata già precedentemente anestetizzata dall’idea del viaggio, la stessa che mi rende ottimista sulle mie capacità di resistenza, le quali ora verranno sicuramente messe a dura prova da questa lunghissima traversata. Ma se ho resistito sessanta ore senza alcuna lesione cerebrale permanente, perché non dovrei resisterne il doppio? Ancora una volta, si tratta solo di valutare quanto si è disposti a sopportare per raggiungere un obiettivo prefissato. Un’altra cosa consolante in tal senso è il fatto che questo sarà il viaggio in treno più lungo che faremo. Tutti gli altri spostamenti saranno più brevi, perciò se sopravviveremo a questo avremo superato la prova del nove. La prima volta che tento di salire sulla cuccetta superiore, quasi tiro un calcio al passeggero di fianco a me. Devo ancora capire dove mettere i piedi e dove fare forza per salire con leggerezza e non semplicemente ruzzolando alla meglio. Dopo qualche ora, ho preso confidenza con il mio nuovo loculo e mi sembra di aver trovato un sistema efficace per sopportare il caldo, che paradossalmente è molto intenso. Anche su questo treno, infatti, il riscaldamento è tenuto alto e la temperatura si aggira intorno ai venticinque gradi
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centigradi. La sensazione di afa che ne deriva non è eliminabile, si può solo farci l’abitudine. Aprire i finestrini è impensabile, visto che fuori la temperatura è sotto zero: abbassare il riscaldamento è improponibile, essendo centralizzato in tutto il vagone e indipendente dalla volontà della provodnitsa. Tendo dunque a starmene nel mio giaciglio, in maglietta a maniche corte, rimanendo il più fermo possibile per evitare di sudare. Il pensiero che sono passate solo due ore e ne rimangono altre centodiciotto è piuttosto frustrante ora, se penso che potrei passarle tutte in queste condizioni di calore asfissiante, ma confido che la situazione non rimarrà così statica. So bene, infatti, che le situazioni cambiano continuamente e non si può mai essere certi di conoscere a fondo le loro evoluzioni. L’uomo che ho di fronte nel posto superiore si comporta fin da subito in modo piuttosto strano. La sua voce ha già un che di femminile, ma non è questo che mi preoccupa. Più che altro non capisco perché ogni volta che va al bagno mi lasci il suo cellulare, invitandomi a guardare una galleria di foto pornografiche. Ringrazio del gentile pensiero, ma chi gliel’ha chiesto e soprattutto chi lo conosce? Mistero. La signora sottostante è invece intenta a cucire. Scenderà a Novosibirsk, città industriale posta esattamente al centro della Siberia, e quindi rimarrà con noi per altri due giorni circa. Sono molto contento di ciò: sembra proprio una persona normale e la sua presenza impedirà a potenziali ubriaconi di occupare proprio quel posto. Praticamente, ci fa da scudo umano contro i molesti. L’incognita del compagno di viaggio è sempre presente in tutti i treni, ma in Russia è particolarmente importante: presumibilmente, infatti, una persona che sale su un treno a lunga percorrenza ci rimarrà per parecchio tempo, e se si tratta di una persona molesta bisogna trovare il modo di conviverci. Ancora una volta, posso solo sperare di non ricevere in regalo dei compagni di viaggio troppo fastidiosi. Per adesso l’unica compagna fedele è la musica diffusa per tutto il vagone, proveniente da cassette proposte alla provodnitsa dai viaggiatori stessi. A quanto mi dicono, si può portare qualsiasi cassetta e poi chiedere di metterla a viva voce sul treno, a patto che contenga musica russa. I generi proposti sono vari: si va dalla dance alla musica popolare, fino addirittura ad una canzone metal. Ovviamente è tutto cantato in russo: su questo

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vagone non solo non c’è traccia di stranieri, ma nemmeno di musica straniera. Osservare il paesaggio non può essere considerato uno svago: il bassopiano siberiano occidentale, che abbiamo appena iniziato ad attraversare, è mortalmente piatto e monotono. Immense distese di terra si alternano alle foreste, ovviamente imbiancate da neve e ghiaccio, e nulla di diverso appare alla vista per ore e ore. Finora abbiamo percorso solo qualche centinaio di chilometri, e so che sono troppo pochi per notare un cambiamento in un territorio così vasto, ma mi chiedo quanti ce ne vorranno ancora. Tutto ciò mi fa sorridere al pensiero di quanto spesso vedremmo mutare il paesaggio se stessimo viaggiando in Italia o più in generale in Europa. Per quanto possa sembrare noioso, tuttavia, il paesaggio visibile dal finestrino ha qualcosa di tremendamente affascinante. Vedere così tanta terra passare davanti agli occhi eleva alla quarta potenza la sensazione di piccolezza in confronto al resto del mondo, e soprattutto il senso di solitudine che ne deriva. Posso essere padrone nella mia casa, che non è altro che un piccolo e insignificante agglomerato di legno e cemento che verrebbe facilmente spazzato via da un uragano. Ma qui è la natura a fare da padrona, ricordandomi che non posso in alcun modo averla vinta contro di lei. In questa stagione i giorni sono molto brevi, e difatti già alle tre del pomeriggio il sole inizia a scendere, rabbuiando le immense pianure che mi scorrono lentamente davanti agli occhi, sempre uguali a sé stesse. Raramente il treno supera i cinquanta chilometri orari, contribuendo ad acuire la sensazione di pesantezza. Alla prima fermata in una città importante, il treno si arresta per circa mezz’ora. Le pause nelle stazioni maggiori sono spesso molto lunghe, per permettere ai passeggeri di sgranchirsi le gambe dopo ore di immobilità ed eventualmente fare una scappata alla stazione per comprare da mangiare, ma spesso non serve nemmeno camminare fino alla stazione. Puntualmente, orde informi di venditori ambulanti aspettano sulla banchina l’arrivo del treno, pronti ad assaltare i passeggeri appena scesi. Li osservo dal finestrino mentre portano in spalla ogni tipo di merce, dalle frittelle ai fiori, dalle cinture ai vestiti caldi, fino al pesce fresco raccolto in mazzi. Qualcuno degli ambulanti sale addirittura sul treno, declamando a gran voce ciò che vende e percorrendo lo stretto corridoio a velocità sostenuta. Probabilmente corrono così perché
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vogliono attraversare tutto il treno in fretta e avere in questo modo maggiori probabilità di trovare un acquirente. Passa anche un uomo che deposita una pila di giornali su ogni tavolino del vagone, passando dopo pochi minuti a riprenderseli e sperando che nell’attesa qualcuno li abbia sfogliati e abbia deciso di comprarli. Nessuno attorno a me sembra interessato a fare acquisti, e presto tutti i venditori se ne vanno per tentare negli altri vagoni. Magari saranno più fortunati. Sulla banchina esterna intravedo perfino qualcuno che vende vasi cinesi e aquile impagliate. Buona parte dei viaggiatori scende per riattivare la circolazione degli arti inferiori, non dimenticando però di coprirsi con un cappotto caldo. Solo pochi individui pigri come me preferiscono rimanere a crogiolarsi sulle cuccette. Non ho intenzione di scendere dal treno: un po’ perché non voglio prendere freddo, ma soprattutto perché non ho voglia di avventurarmi là fuori. Il posto superiore si libera dallo strano individuo tatuato, che se ne va silenziosamente e senza degnarmi di un’occhiata. Qualcun altro salirà al suo posto? Che tipo di persona potrà essere? Domande come queste mi frullano in testa insistentemente, e aspetto la ripartenza del treno con una certa trepidazione, sperando che non salga nessuno o che perlomeno nessuno si sistemi proprio davanti a me. O almeno, se proprio qualcuno deve sedersi qui, che sia una persona tranquilla. L’eterna contraddizione: si viaggia per conoscere nuove culture e persone, ma contemporaneamente non si vuole entrare in contatto con qualcuno nel modo che non abbiamo deciso noi. Aspettare che una persona occupi il sedile di fianco al proprio è quanto di più lontano dalla prevedibilità possa esistere, e non sempre l’imprevedibilità è desiderabile. In situazioni di particolare vulnerabilità si ragiona in modo diverso. Mentre attendo la mia sorte, sento dei forti colpi metallici risuonare dal fondo del treno, colpi che si avvicinano progressivamente al mio vagone, aumentando ritmicamente di intensità. Qualcuno dall’esterno sta menando delle gran legnate contro il treno. Dopo che anche la mia carrozza è stata colpita un paio di volte, i tonfi si allontanano in direzione opposta. Guardando meglio fuori dal finestrino, scopro un operaio delle ferrovie che ha il compito di verificare che le deiezioni ghiacciate non vadano ad ostruire lo scarico dei bagni. Le toilette, infatti, non hanno un serbatoio di raccolta, e tutto ciò che i passeggeri producono viene fatto cadere
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direttamente sulla ferrovia, azionando un pedale che apre il fondo della tazza. Per questo motivo, i bagni vengono sempre chiusi in prossimità delle stazioni: senza questo accorgimento le medesime diventerebbero in breve tempo degli immensi porcili. L’operaio sta dunque frantumando le stalattiti di urina, che scivola lungo il metallo dello scarico e a volte si congela prima di toccare terra. Il treno riparte senza che nessuno abbia occupato i posti rimasti liberi di fronte a noi. Per ora la situazione non si evolverà in modo significativo. Un forte strattone, dato dalla locomotiva, scuote i vagoni apparentemente restii a cominciare a muoversi. Sembra quasi che il possente locomotore li abbia scudisciati perché troppo pigri. Peccato che lo strappo l’abbiano sentito anche gli incolpevoli passeggeri. Se infatti non ci fossero le piccole spondine di protezione, un viaggiatore addormentato sulle cuccette superiori potrebbe essere scaraventato di sotto da uno di questi violenti sobbalzi, che si ripetono puntuali ad ogni ripartenza. Anche i bicchieri poggiati sui tavoli e trasportati dalle persone lungo il passaggio sono a rischio di rovesciarsi, se ci si fa cogliere impreparati. Mentre il treno accelera progressivamente fino ad arrivare alla sua abituale velocità di crociera, inizio a sentire un lieve pizzicorio al naso, che purtroppo conosco bene. Sono le prime avvisaglie di un raffreddore, probabilmente contratto a Mosca durante i trasferimenti in metropolitana, dove c’è tanta gente in spazi ristretti ed è molto facile entrare in contatto con i microbi. Fortunatamente ho una buona scorta di fazzoletti di carta, portati appunto per fronteggiare situazioni potenzialmente irreparabili come questa. Il naso inizia a colare, all’inizio blandamente e poi sempre più intensamente. Il bello è che devo soffiarmi il naso con delicatezza, poiché qui lo considerano un gesto maleducato come potrebbe essere per un italiano lo sputare in un posacenere. A costo di attirare l’attenzione di tutto il vagone, però, mi soffio il naso ugualmente, cercando di essere il più delicato possibile, per non soffocare nelle mie stesse secrezioni. Tento di sdraiarmi per stare al caldo e rilassarmi un po’, finché finalmente cado in uno stato di semi – incoscienza. Fuori è ormai quasi buio. Il debole sole russo è rimasto nascosto tutto il giorno dietro una spessa coltre di nubi grigiastre, ed è ormai sceso sotto l’orizzonte, come un fuggiasco. Standomene rintanato nel mio cantuccio, riesco infine a trovare una posizione adatta per impedire al naso di colare troppo.
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Ormai è il momento di tentare di dormire, ma non so quanto riuscirò a riposare in queste condizioni. La prima notte in treno è sempre la più difficile. Si è sufficientemente stanchi per aver voglia di dormire, ma non abbastanza per addormentarsi davvero, in mezzo all’inevitabile baccano prodotto da un treno in movimento e carico di passeggeri. Spero che il sottile e sporchissimo materasso che mi hanno fornito insieme alle lenzuola non mi causi troppe piaghe da decubito. Le possibilità di muovermi, infatti, sono molto limitate, e solo girandomi o cambiando posizione ho quasi paura di cadere dal letto, vista la scarsa larghezza dello stesso. La protezione della spondina è ridicola, ma pur sempre meglio di niente. Tuttavia, alla fine riesco a rilassarmi, ascoltando i rumori e i borbottii della gente che si fanno sempre più sommessi e ovattati, la radio che viene abbassata sempre di più fino a spegnersi, il treno che sferraglia sulle rotaie producendo un rumore ossessivo ma alla lunga ipnotico e conciliante il sonno. L’atmosfera notturna del platskartnyj è incredibilmente accogliente, se si riesce a entrare in sintonia con essa e con i suoi rumori. La sensazione di precarietà viene meno, e mi sento quasi nel posto più sicuro del mondo. Le luci vengono infine messe in modalità notturna, e lentamente scivolo in un sonno leggero e non privo di vividi sogni. La mattina veniamo svegliati dalla radio, che dolcemente dà il buongiorno all’intero vagone con una musichetta gradevole, ma fin troppo banale e scontata per piacermi. Con ben poca voglia mi sollevo dal sedile, scendendo per sedermi al posto inferiore, e constato che il raffreddore è peggiorato. La seconda giornata sul Mosca – Tynda passa per entrambi in uno stato di lieve apatia, causata in eguali parti dall’immobilità e dall’inattività forzata, dalla temperatura, dall’insistente raffreddore e dalla mancanza di stimoli dati dal paesaggio. Possiamo ingannare il tempo preparandoci a ripetizione del tè e del caffè, ma sono tutti rimedi temporanei che fanno guadagnare solo qualche minuto. Perfino il passaggio dei monti Urali, storico confine tra l’Europa e l’Asia, scivola come l’acqua sul vetro. In realtà, in corrispondenza della Transiberiana queste famose montagne sono poco più che insignificanti collinette, e si superano senza nemmeno accorgersene. Mi sembra di non essermi mai mosso dallo stesso posto, tanto è uguale ciò che vedo fuori dallo sporchissimo finestrino. Mi viene in mente ora quello che ho letto tempo fa su una rivista scientifica. Essa riportava che,
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per far assumere al nostro pianeta la densità di un buco nero, cioè il corpo celeste più denso che si conosca, bisognerebbe comprimere il pianeta stesso fino a ridurlo alle dimensioni di una biglia. Questa curiosità scientifica mi pare ancora più eccezionale, se sommo l’enorme quantità di terra che ho visto ieri a quella che anche adesso mi sta passando davanti agli occhi. Anche solo comprimere questi pochi ettari nello spazio di qualche millimetro sarebbe un’impresa inconcepibile, e sto parlando solo di una piccolissima parte della Siberia. Questi paradossi aiutano a capire meglio l’inconcepibilità di un territorio così vasto come la Siberia, la sua mancanza di senso. Tra fermate, ripartenze e discorsi inconcludenti, arriva di nuovo il momento in cui le luci vengono abbassate. Ma stasera non si dorme: il caldo afoso del platskartnyj e i suoi mille rumori, sommati alle oscillazioni e ai sobbalzi del treno, vanificano costantemente i miei tentativi di prendere sonno. Hanno perso quella carica ipnotica che ieri mi ha fatto addormentare con relativa facilità. Anche se sono molto più stanco di ieri e in teoria dovrei crollare più velocemente, la sensazione è quella che il corpo si faccia beffe di me e mi dica “No, tu non puoi dormire, prima devi soffrire ancora un poco”. Sono però stufo di fissare ossessivamente il basso soffitto che ho sopra la testa, perciò decido di andare in bagno a svuotare la vescica e anche a sgranchirmi un po’ le gambe, rattrappite dalle troppe ore di immobilità. Potrei sostare davanti alla porta del bagno, dove c’è un po’ di spazio libero. Oppure potrei mettermi nel punto di collegamento tra i vagoni, dove però di solito la gente si rintana a fumare e dove tra l’altro il riscaldamento non funziona. Non so dove voglio andare, ma troverò qualcosa. Devo però attendere qualche minuto prima di poter scendere dal mio giaciglio, poiché è appena salito un gruppo di ragazzi ad una fermata, e uno di loro si sta sistemando nel posto superiore di fronte a me. Ora tutti e quattro i letti del nostro pseudo - scompartimento sono occupati. Non voglio disturbarlo mentre sistema le sue cose, così aspetto che finisca e intanto lo osservo con attenzione. Ha un fisico robusto e muscoloso, capelli rasati a zero, lineamenti del volto grossolani. Quando ha finito di mettere a posto i suoi bagagli, scendo per andare al bagno, ma non appena ho messo piede sul pavimento percepisco che l’atmosfera del vagone è diversa da com’era prima. C’è una lieve tensione che aleggia nell’aria, qualche sommesso mormorio. Non saprei spiegare perché, ma mi sento osservato, e
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non in modo positivo. Dopo qualche minuto ho finito di sbrigare le mie necessità in bagno e faccio per tornare a letto, ma non appena rimetto piede in corridoio lo trovo invaso da agenti di polizia armati. Misericordia, che è successo? Un agente sta controllando proprio il ragazzone pelato che si è sistemato davanti a me. Altri poliziotti chiedono i documenti ai suoi amici, che si sono sistemati nell’ultimo dei blocchi maggiori, proprio di fianco al bagno dal quale sono appena uscito. Torno al mio posto, fingendo indifferenza ma cercando di non farmi troppo notare. Sarà sicuramente un controllo di routine, anche se la sgradevole sensazione di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato non mi abbandona. Da dove sono venuti i poliziotti, tra l’altro? Si sono materializzati dal nulla? In attesa di capirci di più, mi siedo dove dorme il mio compagno, anche perché la strada per arrampicarsi sulla mia cuccetta è involontariamente bloccata da uno dei poliziotti. Daniele evidentemente stava fingendo di dormire, poiché subito si leva e si siede a fianco a me. Dalla sua espressione intuisco che lui ha capito qualcosa che io ancora ignoro, qualcosa di spiacevole. Gli chiedo se per caso ci siano dei problemi, e la risposta è “Sì”, data fra i denti e con una punta di tensione. A quanto pare, il gruppo di ragazzi appena saliti ce l’ha con noi. Non si sa bene per quale motivo, ma ce l’hanno proprio con noi. Forse si sono accorti che siamo stranieri e la cosa non gli garba, oppure sono ubriachi e hanno voglia di una rissa, oppure una combinazione delle suddette cose. La cosa strana è che non abbiamo fatto assolutamente nulla che potesse innervosirli: non abbiamo aperto bocca, né li abbiamo urtati per sbaglio, insomma non gli abbiamo dato neppure il più insignificante dei pretesti per una ritorsione. A quanto dicono nei loro deliranti discorsi, che io non posso capire, gli allegri masnadieri vorrebbero picchiarci e mandarci via dal vagone, e ne hanno parlato poco fa mentre io ero al bagno, facendosi sentire da tutti i passeggeri e in particolare dalla provodnitsa, la quale ha tempestivamente chiamato la polizia prima che la situazione degenerasse. Non sapevo, infatti, che su tutti i treni russi fosse sempre presente un corpo di polizia armato, a protezione dei viaggiatori. Non appena apprendo cosa sta succedendo, il naso smette immediatamente di colarmi e comincio a sudare freddo. Ci mancava anche di trovarci in questa situazione, adesso. Quali reali intenzioni
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potrebbero avere questi simpatici giovanotti? Le loro minacce saranno solo deliri alcolici, oppure questi hanno veramente intenzione di farci la festa? Anche se non posso fare a meno di paventare il peggio, è necessario mantenere la lucidità e la calma necessaria per pensare a cosa è meglio fare, perché so che mostrando paura o agitazione non faremmo altro che peggiorare la situazione, già precaria di suo. Passiamo in rassegna velocemente tutte le possibili strategie. Potremmo tentare la fuga, scendendo dal treno alla prima fermata, ma che fine faremmo? In piena notte, in una stazione sconosciuta dalla quale non sapremmo come andarcene? Forse non è una buona idea. Potremmo non fare nulla, sperando che siano tutte soltanto parole a vanvera? Oppure rispondere al fuoco, nel caso diventino violenti? Non sembrano idee incoraggianti. Non è incoraggiante nemmeno il fatto che la situazione venga risolta solo grazie all’intervento della polizia: verosimilmente dovremo convivere con questi balordi ancora per parecchio tempo, e non è giusto né desiderabile che stiano buoni solo perché hanno paura delle autorità. Come faremmo a condividere uno scompartimento con gente che non ci vuole e che aspetta solo il momento giusto per prendersela con noi? Dopo qualche minuto di tensione, sempre con la polizia che percorre il vagone e tiene sott’occhio la banda dei sei, Daniele prende l’iniziativa e va a parlare con gli agenti, per capire come si stia evolvendo la situazione. Rimango seduto da solo sulla branda per alcuni interminabili minuti, resi così lunghi anche dal fatto che non capisco nulla di quello che dice la gente di fianco a me. Aspetto febbrilmente che il mio compare ritorni per comunicarmi buone notizie. Dopo qualche minuto, un poliziotto mi si avvicina e pare che stia cercando proprio me, poiché non appena mi vede mi chiede qualcosa nella sua lingua. Rispondo, con quel poco di russo che conosco, che non capisco nulla, e lui sorride e fa un cenno di approvazione, come per mostrare di aver capito perché quei ragazzi se la sono presa con noi: semplicemente perché non siamo russi. È facile prendersela con due stranieri sperduti, specie se prima di salire sul treno si ha un po’ esagerato con la vodka. Daniele torna infine dalla sua spedizione e sono proprio contento di vederlo, anche se non so ancora che notizie porta. Sembra però che
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la situazione si sia risolta: egli mi assicura che non c’è da preoccuparsi, che ha parlato con chi di dovere e gli hanno assicurato che se questi ci daranno fastidio li butteranno immediatamente fuori dal treno. Afferma anche di aver trovato delle persone che ci hanno offerto il loro aiuto nel caso venissimo infastiditi. Perfino la provodnitsa si è offerta di rompergli lo scopettone in testa, se solo proveranno a fare qualcosa di sbagliato. Non so se lo dica solo per farmi stare tranquillo oppure se sia proprio così, ma in ogni caso è un’ottima notizia. Un poliziotto raggiunge la nostra postazione e inizia a parlare imperiosamente al ragazzo pelato, che nel frattempo si è seduto davanti a me, sul posto occupato dalla grassa signora. Non capisco nulla delle parole, ma è chiaro che il poliziotto ha il coltello dalla parte del manico, poiché il ragazzo non osa nemmeno ribattere alla ramanzina e tiene gli occhi bassi tutto il tempo, come un docile agnellino. Sono tutti capaci a fare gli splendidi finché non arriva qualcuno più grosso e cattivo. Dopo pochi minuti, la polizia lascia il vagone e Daniele si rimette in branda con una calma olimpica. Prima, però, mi ammonisce a non andare al bagno dalla parte dove sono andato prima, bensì dalla parte opposta, per non incrociare nuovamente il bellicoso gruppetto. Dopodiché, poggia la testa sul cuscino e non da più segni di vita, forse per continuare la tattica dell’indifferenza simulata, o forse perché veramente non c’è più altro da fare. Non riesco proprio a capire come faccia ad essere così serafico: io sono ancora piuttosto scosso e non ho minimamente pensato di rimettermi a dormire come se nulla fosse, anche perché adesso il pelatone si è messo a letto e se mi giro sul fianco sinistro non posso fare a meno di guardarlo. Non è un bel vedere, anche perché so che un tizio instabile potrebbe arrabbiarsi solo perché l’hai guardato per più di quattro secondi di fila. Alla fine però, incoraggiato più volte dal mio compagno, mi rimetto a letto anch’io, ma non ho nessuna intenzione di dormire. Meglio tenere gli occhi aperti ancora per un po’. Nonostante la situazione sembri risolta, anche dopo parecchi minuti non riesco a tranquillizzarmi del tutto. Maledico il fatto di essere su questo vagone, ingabbiato per altri tre giorni. Ecco la vulnerabilità di cui parlavo, l’imprevedibilità del vicino di posto. Poteva capitare anche la persona ostile, e puntualmente è capitata. Spero solo che l’allegra compagnia non debba rimanere troppo su questo treno, poiché noi ci dovremo rimanere fino alla fine. Il ragazzone pelato
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apparentemente non si cura più di noi, e lentamente la tensione si stempera, tuttavia un piccolo accenno di preoccupazione mi torna quando vedo il figuro scendere di nuovo dalla branda e sedersi dove sta riposando Daniele. Per un attimo penso che voglia provocarlo, ma i due si mettono semplicemente a parlare. Daniele sta intelligentemente tentando di ingraziarselo. Come già detto, non è bene accontentarsi di questa calma garantita solo dall’intervento della polizia: è meglio cercare di “convincere” le persone bellicose che la loro ostilità non ha senso. Farsele amiche, poi, sarebbe il massimo. Il ragazzo si chiama Ivan. Non posso capire cosa si dicono i due, ma dopo qualche minuto di conversazione Ivan offre da mangiare al mio compagno, come se nulla fosse. Ma fino a mezz’ora fa non voleva picchiarci? Ogni tanto sporgo prudentemente la testa dalla branda per vedere cosa stia facendo, e ogni volta lo vedo tirare fuori scatolette di tonno, pane, uova, birra e quant’altro, per poi offrirle generosamente a Daniele. Quest’ultimo non si sogna certo di rifiutarle, nonostante siano ormai passate le undici di sera e non sia esattamente questa l’ora di abbuffarsi. Ivan chiede in prestito il coltellino svizzero per tagliare il pane, dato che non sa più dove sia il suo. Ancora una volta non posso trattenere un sussulto, mentre vedo questo poco raccomandabile individuo brandire il nostro coltello con la sua mano tozza. Ma è solo un’ombra di una preoccupazione che non ha più ragione di essere, poiché l’unica cosa cui Ivan sembra pensare ora è il cibo da condividere con il suo “nuovo amico”. Il ragazzo non sa usare bene il nostro coltellino, di tipo differente dal suo, e si taglia il pollice aprendo la scatoletta di tonno, facendoci cadere dentro alcune gocce di sangue. Pur disgustato, Daniele mangia anche quel tonno al sangue umano, perché non sarebbe saggio rifiutare ciò che Ivan gli sta offrendo. È già tanto che abbia messo da parte l’ostilità. In Italia probabilmente non succederebbe. Se un po’ di teste calde vengono fermate dalla polizia prima che riescano a picchiare a sangue uno straniero, è difficile che poi le stesse persone vadano a offrire da mangiare alla loro vittima. Il pensiero dell’odio è univoco, inarrestabile, cieco. Questo non è odio, ma più che altro forte ubriachezza, che a differenza dell’odio, prima o poi passa.
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Ivan accende il telefonino e mette in viva voce della musica dance ad un volume altissimo, dirigendosi poi verso il bagno. Ha lasciato il cellulare sul tavolo, dicendo semplicemente a Daniele di “ascoltare la musica”. Come se ci trovassimo in una discoteca di Las Vegas. Egli non si cura minimamente del fatto che la musica possa disturbare l’intero vagone, ma probabilmente è così ubriaco da non rendersene nemmeno conto. Inoltre temiamo che qualcuno si lamenti, facendoci passare per i veri disturbatori del vagone, ma la gente non fa un fiato, forse intuendo la situazione. Quando Ivan ritorna, Daniele viene trascinato in un crescendo di ospitalità e offerte. Ivan lo porta a fumare, poi gli offre della vodka, poi chiama addirittura qualcuno dei suoi amici perché faccia amicizia anche con lui. In pochi minuti si scatena un viavai di persone, anch’esse del tutto indifferenti all’ora tarda e al sonno degli altri passeggeri. Sono molto infastidito da queste intrusioni, ma non posso farci niente: a volte non c’è altra scelta che lasciarsi trascinare dalla corrente. Di sicuro, però, la situazione attuale è notevolmente migliorata rispetto a prima. Ora Ivan tratta Daniele come se fosse un suo amico d’infanzia, continuando a offrirgli cose da mangiare e chiedendogli cosa fa nella vita, come mai è in viaggio per la Russia, se ha moglie, e altri simili convenevoli. Solo in tardissima serata, o meglio a notte fonda, il mio compagno riesce a liberarsi della presa, ma solo perché anche Ivan sta crollando dal sonno. Adesso sta tornando anche a me la voglia di dormire, mentre la tensione è passata quasi completamente. Solo un dettaglio incrina la mia ritrovata tranquillità: Daniele mi ha appena comunicato che sia Ivan che i suoi amici scenderanno a Tynda. Come volevasi dimostrare, le cose non vanno mai come dovrebbero, e ora siamo obbligati a sorbirci la loro compagnia fino alla fine. Un modo come un altro per vivacizzare un po’ il viaggio… La mattina mi sveglio stranamente riposato e tranquillo, con il sole già alto nel cielo e il naso ormai già in fase di guarigione. Quasi non ricordo di aver passato dei brutti momenti, poche ore prima. Non appena riprendo pienamente coscienza, però, voglio per prima cosa valutare le nostre condizioni di sicurezza. Un rapido esame rende evidente che non abbiamo più nulla da temere: Daniele e Ivan stanno infatti chiacchierando amabilmente, e vengo a sapere che il caro Ivan sta chiedendo a Daniele le stesse cose che gli ha domandato la sera prima, come se avesse rimosso tutto dalla
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memoria. Quanto deve essersi ubriacato prima di salire sul treno, se ha perso la memoria in maniera così preoccupante? O forse è semplicemente così tonto che non se le ricorda per davvero? In effetti, questo grosso malcikko non ha l’aria molto intelligente. A me ricorda vagamente un cavallo da tiro, mentre Daniele lo definisce “intelligente come un toro”. In ogni caso, a tutti e due sembra un animale, sia per l’aspetto che ha, sia per le quantità di cibo che ingurgita. Uno dei vantaggi di essere gli unici non russi sul vagone è quello di poter liberamente parlar male di chiunque, ad alta voce, con la certezza di non essere capiti. Su un qualunque treno europeo potremmo sempre avere il dubbio che siano presenti anche degli italiani, o comunque qualcuno che capisca la nostra lingua, ma qui proprio non c’è pericolo. La giornata prende fin da subito una piega molto movimentata. Al piattume del paesaggio, che anche una volta superata Novosibirsk non offre alcunché da gustare se non i soliti spazi immensi e vuoti, si contrappone l’allegra brigata che ci fa visita continuamente. La grassa signora, che abbiamo scoperto all’ultimo momento essere un’infermiera di sala operatoria, ha ora lasciato il posto vuoto, e chissà se qualche altro ragazzo turbolento lo occuperà. Ma nel caso ci difenderà Ivan insieme ai suoi amici, poiché stiamo rapidamente diventando le mascotte del treno. Nuovi masnadieri si sono aggiunti alla lista: il primo è Aleksej, l’amico di Ivan dalla parlata costantemente biascicata. Poi c’è Vladimir, dotato di tre denti d’acciaio che brillano quasi di luce propria. Infine c’è Vasia, che però ci abbandona dopo poche ore, scendendo ad una fermata in uno stato di alcolismo acuto. Tuttavia, se ne aggiungono sempre di nuovi. Parlando del più e del meno, scopriamo che Ivan e Aleksej sono due taglialegna e lavorano insieme da molti anni. Ora si stanno recando in un paese in prossimità di Tynda, dove spaccheranno tronchi per due mesi prima di tornare a casa. Un lavoro stagionale, e si suppone anche ben pagato, poiché stanno già fantasticando su quanto alcool potranno comprare una volta che avranno ricevuto lo stipendio. La nostra postazione si è ormai riempita di persone che vanno e vengono a tutte le ore, non più per picchiarci bensì per offrirci cibo e alcool (acqua mai) e per sapere un po’ da dove veniamo e come mai abbiamo deciso di passare l’inverno in Siberia a morire di freddo. Rimaniamo sempre sul vago, mentendo anche un po’.
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Siamo italiani, abbiamo parenti in Russia e stiamo andando a trovare degli amici. Punto e stop. Meglio non dilungarsi sulla mole di località che intendiamo visitare, e soprattutto non dire che siamo qui solo per fare un viaggio. Potrebbero accidentalmente capire che per intraprendere un viaggio simile dobbiamo essere equipaggiati di denaro. Non molto, a dire la verità, ma farcelo rubare sarebbe seccante in ogni caso. I soldi sono ben protetti, dunque dubito che potrebbero trovarceli facilmente: ma di fronte ad una rapina a mano armata, chi avrebbe il coraggio di fingere che non esistano? Tutto sommato, i ragazzi non sembrano malvagi, anche se non ho certo dimenticato lo spavento di ieri sera e mi comporto ancora in modo estremamente guardingo nei loro confronti. Ogni volta che posso mi ritiro nel mio giaciglio, per non farmi trascinare nel loro vortice. Il terzo giorno sul treno passa così, tra l’apatia che ormai sta cominciando a invadermi la mente e il baccano creato dall’allegra compagnia di masnadieri. L’apatia però sta iniziando a prevalere su tutto. Progressivamente perdo il conto delle ore e dei giorni passati, non scendo quasi dal letto, mi passa la fame. Rimango in branda non solo per non incontrare la combriccola, ma principalmente perché non ho proprio voglia di muovermi. Fortunatamente, la temperatura interna si è assestata su livelli accettabili e l’afa dei primi giorni è ormai un lontano ricordo. L’unico ostacolo contro cui devo combattere è la noia. Tuttavia, ormai mi posso definire quasi un veterano di questo vagone. Inizio a conoscere a menadito la geometria del mio loculo, e ormai mi sono familiari le abitudini dei vicini di posto, i suoni e le vibrazioni che produce il treno quando effettua una curva stretta o quando si lancia in velocità, il consueto strappo della locomotiva al quale devo sempre prestare attenzione. Le lenzuola cominciano a essere notevolmente sporche, coperte di peli, capelli e briciole. Il tavolino è ormai ridotto ad un campo di battaglia, tra residui di pesce fresco, fazzoletti di carta usati, bicchieri di birra lasciati a metà e altrettante lattine vuote. Le condizioni igieniche personali sono altrettanto precarie: non c’è modo di lavarsi decentemente con quel microscopico lavandino che c’è in bagno, dal quale esce un filo d’acqua che solo per miracolo non si divide in singole gocce. Il nostro sistema immunitario è certamente stimolato a dare il meglio, almeno tanto quanto il sistema nervoso. Ora che non devo più pensare a come salvarmi la pelle, però, posso pensare ai luoghi che sto attraversando. Qualche cenno storico è
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indispensabile per comprendere al meglio l’importante svolta che attende il nostro viaggio di qui a breve. Tutti conoscono la grandiosa linea Transiberiana, che stiamo ormai percorrendo ininterrottamente da migliaia di chilometri: costruita tra gli ultimi dell’Ottocento e i primi del Novecento, è tutt’oggi la ferrovia più lunga al mondo con i suoi novemiladuecento chilometri, che si snodano attraverso tutta la Russia partendo da Mosca e terminando a Vladivostok, sull’oceano Pacifico e a due passi dalla Corea del Nord. Pochissimi, però, conoscono l’immenso progetto architettonico e ingegneristico che ha portato alla costruzione della seconda grande ferrovia russa, chiamata inizialmente “la seconda Transiberiana” e che oggi reca il nome di ferrovia Bajkal – Amur. Essa è stata costruita lungo territori ben più impervi delle brulle steppe che si trovano a nord della Mongolia e della Manciuria, nelle quali passa la Transiberiana. Nessun giornalista occidentale è stato invitato all’inaugurazione di quella che può essere considerata la maggiore opera architettonica del secolo, e questo è il motivo principale per cui così poche persone sono a conoscenza della sua esistenza. Costruita a partire dalla prima metà del Novecento e ultimata negli anni Ottanta per tentare di dare un nuovo impulso all’industria e all’economia, specialmente bellica, quest’altro serpente d'acciaio collega la regione limitrofa del lago Bajkal, l’enorme specchio d’acqua posto esattamente al centro della Russia, con la regione del fiume Amur, terminando al cospetto dell’oceano Pacifico. Il percorso passa a nord della linea Transiberiana e l’affianca quasi parallelamente per buona parte della sua lunghezza. 4200 chilometri di strada ferrata, in gran parte ancora a binario unico, che attraversano decine di fiumi, catene montuose e ricchissimi giacimenti minerari, superando le avversità del terreno grazie ad alcuni tunnel e a migliaia di ponti sospesi. Tutto ciò è stato costruito grazie agli enormi sacrifici dei prigionieri politici e bellici, nonché di migliaia di giovani sovietici nel pieno delle loro forze. Purtroppo, la neoformata ferrovia non ha portato lo sviluppo che avrebbe dovuto, rimanendo ampiamente sottoutilizzata, un aborto di sviluppo. Ora che abbiamo raggiunto Tajshet, importante città di snodo della Siberia centrale, finalmente le ruote della nostra carrozza poggiano sugli imponenti binari della ferrovia Bajkal – Amur. E la percorreremo tutta, fino ad arrivare al punto in cui non sarà più possibile continuare solo perché la mancanza di terra e di binari sotto i piedi ce lo impedirà.
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Tynda è la capitale della ferrovia, il luogo dove potremo respirare l’aria di chi ha creduto con tutte le sue forze nelle potenzialità di questo progetto, che purtroppo non ha mai spiccato realmente il volo. Ecco perché l’abbiamo scelta come prima tappa siberiana. Tuttavia è ancora lontana qualche migliaio di chilometri, e siamo ben lontani dal dirci arrivati. Di tempo, comunque, ne è passato parecchio: ormai sono cambiati quasi tutti i passeggeri, rispetto a quelli partiti da Mosca. Solo pochi resistono ancora. Il posto lasciato libero dalla grassa signora è stato occupato da un tranquillo signore sulla trentina, vestito in maniera piuttosto elegante ma non formale. Finalmente qualcuno che si occupa degli affari suoi, pur non disdegnando di andare a fumare con Ivan e soci, i quali non tardano a fare amicizia anche con lui. Nei posti laterali non c’è più nessuno dei passeggeri originari. Il blocco minore adiacente a noi è ora vuoto, anche se talvolta viene occupato da due ragazzi che giocano a scacchi. Finalmente qualcosa che risveglia in un lampo il mio interesse e spazza via l’apatia con una rapidità impressionante. Dopo averli osservati per un po’, mi faccio coraggio e mi propongo per una partita. Qui non serve conoscere il russo, basta indicare la scacchiera con un’espressione a metà tra il voglioso e il trasognato. I due accettano di buon grado la presenza di un nuovo sfidante straniero. In particolare gioco con Vladi, un simpatico ragazzone russo al cento per cento ma dai tratti somatici che lo fanno sembrare coreano. Si rivela subito un ottimo giocatore, ed è chiaro che batterlo non sarà facile. Anche quando è alle strette, riesce sempre a trovare la mossa migliore per togliersi d’impaccio, e per via di questo mi sfugge più volte una vittoria che era quasi a portata di mano. Pur impegnandomi al massimo, non riesco a strappargli una vittoria e nemmeno un pareggio: ha sempre una mossa vincente nel taschino, e presto capisco che se vorrò vincere anche solo una partita dovrò sudare e prenderlo sulla stanchezza. Mi viene in mente solo ora che tra i più forti giocatori al mondo ci sono molti russi. Mentre giochiamo, i passeggeri vicini ironizzano bonariamente sulla sfida Russia – Italia che sta avendo luogo, tifando ovviamente per la Russia, ma guardando con simpatia anche me. Fortuna che non tutti i russi hanno le minacce come modalità di presentazione. Perfino la provodnitsa, che ogni tanto passa a pulire il corridoio con un luridissimo straccio imbevuto di chissà quale porcheria chimica,
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partecipa alle blande scommesse che stanno avendo luogo su chi vincerà. Quando Vladi opta per una pausa, dopo aver giocato almeno sei partite di fila, mi presenta suo fratello, molto somigliante sia fisicamente sia nella passione per gli scacchi. Continuo a giocare con lui senza nemmeno concedermi cinque minuti di relax. Non mi lascio certo scappare l’occasione di far passare il tempo sul treno, dato che se non si ha nulla da fare non passa mai. Il fratello Karl si rivela leggermente più debole, e infatti riesco a batterlo più volte, tra lo stupore degli astanti che si aspettavano probabilmente un’altra ecatombe. Mi sono completamente dimenticato di Ivan, Aleksej e degli altri ubriaconi, e assorbito come sono dal gioco mi sono dimenticato perfino del mio compagno di viaggio, che intanto si sta sobbarcando discorsi goliardici e banchetti gargantueschi. Non appena finisco di giocare con Karl, ritorna Vladi e cominciano altre sfide. Con una partita epica e combattuta fino all’estremità più amara e sofferta, riesco finalmente a strappare l’unica vittoria al mio avversario. Riesce a lasciarmi nell’incertezza fino all’ultima mossa, ma finalmente è costretto ad abbandonare, poiché non potrà impedire al mio misero pedoncino di essere promosso a Regina. Anche il suo pedone sta per essere promosso, ma arriverà in ritardo di una mossa, che mi sarà sufficiente per impedirgli di trasformarsi nel pezzo più potente della scacchiera. Ci ho messo la bellezza di dodici partite, ma almeno mi sono preso la mia piccola rivincita sull’imbattibile scacchista della Bajkal – Amur. A mano a mano che la vita sul treno scorre, passano anche numerose località che ho modo soltanto di intravedere. Grandi città sorte su enormi e maestosi fiumi, alcuni accenni montuosi che finalmente spezzano la monotonia delle pianure sconfinate, fino ad arrivare al climax: il lago Bajkal. Questa enorme e profondissima massa d’acqua, detta anche “L’occhio azzurro della Siberia”, contiene un quinto dell’acqua dolce del pianeta: l’attuale popolazione mondiale potrebbe bere per cinquant’anni grazie alle sue acque. La ferrovia passa proprio di fianco allo specchio d’acqua, illuminato da una debole luce grigiastra che filtra dalle spesse coltri di nubi soprastanti. Apparentemente il lago è calmo, ma chissà quante correnti scorrono sotto la sua superficie, che verso la fine di gennaio inizierà a ghiacciare. Non ci fermeremo sul lago per questioni logistiche, e anche se l’acqua non è la mia passione sento comunque una notevole attrazione per questo solitario lago, che
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ospita addirittura delle foche. Il Bajkal è il lago più antico dell’intero pianeta ed è probabile che una volta fosse in comunicazione con il mare artico. Ora le foche vi sono rimaste intrappolate, e ci vivono da millenni. Se fosse estate, si potrebbe noleggiare una barca e farsi portare a vederle, ma è autunno e le foche se ne stanno ben riparate nei loro anfratti, invisibili a tutti. La temperatura esterna è di quattordici gradi sotto zero, e poche persone salgono alla fermata di Severobajkalsk, il cui nome significa proprio “a nord del Bajkal”. Tra queste persone vi è una zingara, adornata da uno scialle e da numerosi brillantini ungueali. Ella si posiziona nel sedile inferiore del nostro blocco e non prende nemmeno le lenzuola, sdraiandosi subito sullo sporchissimo e consunto piumone. L’igiene, evidentemente, non è una delle sue principali priorità. Tuttavia, la donna è molto sospettosa nei miei confronti, poiché mi sto ancora soffiando il naso di tanto in tanto, e addirittura cambia posto perché ha paura che le attacchi l’influenza e la uccida con i miei virus. Anche l’altro passeggero appena salito, Sergej, non tarda a farsi notare in quanto a imprese memorabili: sale sul vagone già visibilmente ubriaco, si sistema in un posto già occupato non smettendo un solo minuto di bere, quindi si addormenta in preda ad un’ebbrezza pesantissima. Pochi minuti dopo, il legittimo proprietario di quel sedile torna dal bagno e trova la piacevole sorpresa. In condizioni normali potrebbe forse riderci sopra, ma il problema è che quest’uomo deve scendere alla prossima fermata e i suoi bagagli sono sotto il sedile dove ora dorme Sergej. Nonostante numerosi tentativi, prima dolci e poi più rudi, l’ubriaco non ne vuole proprio sapere di svegliarsi. L’unico modo per permettere allo sfortunato viaggiatore di recuperare i suoi bagagli è chiamare rinforzi e sollevare il sedile insieme all’ubriaco che vi dorme sopra. Io e Vladi aiutiamo nell’impresa, cambiando colore per lo sforzo e suscitando l’ilarità dell’intero vagone. C’è appena il tempo di tirar fuori di corsa il borsone dello sventurato passeggero, poi cediamo sotto il peso e il sedile si riabbassa di colpo con un tonfo. Ovviamente Sergej non ha fatto una piega. Dopo qualche minuto, tuttavia, l’amico ubriacone si sveglia e la prima cosa che fa è cercare altro alcool. Scambia però un vasetto di sugo di pomodoro per una lattina di birra, tentando di berlo col tappo ancora chiuso. Ci mette un po’ a capire che se vuole bere il contenuto deve togliere il tappo, ma nemmeno dopo averlo fatto si
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accorge che quella non è birra. Tracanna dunque beatamente delle gran sorsate di sugo e si rimette a dormire con aria soddisfatta. Inutile dire che nessuno toccherà più quel sugo. Non passa molto tempo prima che un’altra scena di alcolismo vivacizzi nuovamente la vita sul platskartnyj. Un ubriaco che dorme in una delle cuccette superiori vicino alla nostre ha bevuto così tanto che, ondeggiando pericolosamente ad ogni curva, rischia di cadere di sotto. Peccato che sotto di lui ci sia un bambino piccolo. La madre non è molto entusiasta di ciò, e con grandi urla richiama la provodnitsa, insistendo perché chiami la polizia e faccia rimuovere al più presto l’ubriaco, che ha la stessa reattività di un sacco di patate. Poco dopo, il ragazzo, con gli occhi completamente fuori dalle orbite, viene trascinato via dagli agenti a viva forza, poiché può a malapena reggersi in piedi. Mentre passa di fianco al mio posto, riesco per un secondo a incrociare il suo sguardo: occhi selvaggi, pericolosamente iniettati di sangue, che esprimono un qualcosa di animalesco. La scena potrebbe far ridere, ma in realtà è piuttosto drammatica, considerando che spesso gli uomini che si conciano così sono padri di famiglia, che si uccidono di alcool prima del tempo e trascurano le mogli, i figli, il lavoro… Mentre ci avviciniamo a Novaya Chara, sfiorando le cento ore di permanenza sul treno, approfondiamo l’amicizia con il solito gruppetto, che da un po’ ha iniziato a interessarsi anche di me. Sempre dietro traduzioni, dico loro che la Russia è un bellissimo paese e che non esiste posto migliore al mondo. Meglio non contrariarli in alcun modo, nonostante sfoggino costanti sorrisi a trentadue denti. Chiacchierando, non mancano le incomprensioni divertenti. Per un errore di traduzione, tutti si convincono che io abbia lasciato la ragazza per poter partire per la Russia, mentre in realtà volevo dire che se avessi avuto la ragazza probabilmente lei non mi avrebbe lasciato partire per un viaggio simile. Ma ormai si sono esaltati a tal punto che è pressoché impossibile fargli capire che non è così, quindi mi tocca subire i loro vivissimi complimenti per ciò che “ho fatto”. Si prosegue con discorsi sconnessi fino a tarda sera, quando la provodnitsa prende a simpatiche bottigliate in testa Aleksej perché sta facendo troppo chiasso e disturba tutti. L’arma usata è un’innocua bottiglia di plastica vuota, ma non credo che lui si accorgerebbe della differenza se fosse colpito con una
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mazza da baseball. Il ragazzo è a pieno regime alcolico, in questo momento. Dopo oltre quattro giorni passati su questo treno sto cominciando ad affezionarmi a tutto ciò che lo riguarda. Alle persone, al gabbiotto di legno che mi circonda ogniqualvolta mi sdraio, alle abitudini della provodnitsa che ormai sappiamo prevedere, alla lieve ansia che tuttora mi sale ogniqualvolta il treno si ferma per far salire qualche altro passeggero. Non soltanto mi è ormai tutto familiare e non ho più timore a muovermi per i corridoi, ma mi trovo perfettamente a mio agio anche con tutte le persone presenti, che dopo i primi momenti di tentennamento si sono rivelate molto amichevoli. Non avrei detto la stessa cosa qualche giorno fa, bloccato dal problema della lingua e dell’inesperienza. Passiamo la notte svegli, mangiando minestre cinesi preconfezionate e discutendo delle cose più varie insieme ai due fratelli scacchisti, un po’ in russo, un po’ in inglese e un po’ a gesti. Il resto del treno dorme e probabilmente ci sopporta a malapena, visto il chiasso che stiamo involontariamente producendo. In queste ore di stasi, impreziosite dal cielo stellato della steppa siberiana che appare chiarissimo nonostante il sozzo finestrino, mi sento forse per la prima volta orgoglioso di far parte di questa ciurma di viaggiatori. Abbiamo visto cambiare tutte le persone sul treno, susseguirsi davanti ai nostri occhi scene di ogni tipo, e gli unici punti fissi siamo rimasti noi due. Possiamo considerarci come gli irriducibili del vagone, gli elementi anomali che alla fine sono gli unici a percorrere la tratta per intero e dunque gli unici a viverla fino in fondo. Il paradosso è che siamo proprio gli unici due stranieri. Molte situazioni sono mutate in questi giorni: fino a non molto tempo fa speravo che quei baldi ragazzoni sparissero nel nulla, inghiottiti in una singolarità spazio - temporale, mentre ora vado a trovarli per farmi versare dell’altra birra. Peccato che ormai manchino poco più di dodici ore all’arrivo e che presto dovremo abbandonare questo ambiente, che da una parte odiamo profondamente in quanto reclusi in esso senza possibilità di scappare, ma che dall’altra ci sta regalando esperienze fantastiche. A Novaya Chara scende Sergej, munito di giacca pesante, colbacco e spada di plastica da portare in regalo a suo figlio, di pochi anni. È notte fonda e all’esterno ci sono quaranta gradi sotto zero, ma probabilmente l’alcool che ha in corpo è sufficiente a non farglieli
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percepire affatto. Con quest'enorme spada in mano, Sergej supera i binari e si inoltra nel buio della periferia cittadina, sparendo dalla vista di tutti. Mi chiedo cosa potrebbe pensare una persona che lo incrociasse per caso, vedendo quell’improbabile ed enorme arma scintillare alla luce dei rari lampioni della città. Alle cinque del mattino passiamo dalla minuscola stazione di Khani, unica fermata della ferrovia Bajkal – Amur in territorio yakuto, e inizia così l’ultimo giorno sul Mosca – Tynda. Il paesaggio ora è montuoso e irregolare, la neve è completamente ghiacciata e i ponti che attraversiamo sono molto più numerosi. Tra birra, cibo, chiacchiere e musica russa, la giornata passa in fretta, e ormai mancano solo poche decine di minuti alla discesa dal treno. Da cinque giorni non poggio i piedi sulla terraferma, ma la gioia di scendere è compenetrata da una lieve ansia, dovuta alla mia totale ignoranza su ciò che troverò una volta sceso. In particolare, sono le temperature a preoccuparmi: non sono mai sceso dal treno e quindi non le ho ancora sperimentate. Ora, però, dovrò fare il mio salto nel buio, dunque preferisco essere prudente e coprirmi con tutti i vestiti che ho a disposizione. Impiego almeno un quarto d’ora a infilare la calzamaglia, due paia di pantaloni gli uni sopra gli altri, doppio maglione con giacca da sci più il piumino infilato sopra, doppi guanti, doppio berretto pesante. Equipaggiamento antartico. Sono sicuramente il passeggero più imbacuccato del treno, ma nonostante la figura ridicola non ho intenzione di scoprirmi nemmeno un centimetro di pelle. Il treno comincia a rallentare progressivamente, ma impiega parecchi minuti per entrare nella stazione della città, ingannando i viaggiatori che già si aspettavano di scendere da un momento all’altro. Improvvisamente, però, il treno si ferma. L’ultima delle ottanta fermate. Lasciamo scendere tutti prima di noi, per poter scaricare con comodo i bagagli una volta liberato il gremito corridoio. Ivan, Aleksej e il resto della comitiva ci stringono calorosamente la mano prima di scendere, ringraziandoci dei bei giorni passati assieme e della nostra cortesia e simpatia. Non posso però fare a meno di pensare che secondo il piano originale avremmo ora rischiato un pestaggio. Questo spiacevole ricordo è però dimenticato, quando finalmente tutti se ne vanno disperdendosi per la stazione e lasciando il treno vuoto. Solo adesso possiamo scaricare i bagagli e apprestarci a scendere.
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Sto sudando a più non posso sotto i molteplici strati di vestiario che ho indossato e non vedo l’ora di scendere dal treno, anche se ciò significherà affrontare il gelo siberiano. Sono le nove di sera e la temperatura sarà sicuramente bassa…ma quanto? Venti gradi sotto zero? O forse anche quaranta? Come sarà il primo respiro? Mi congelerà naso e polmoni, facendomi riscoprire nuovamente ciò che provano i bambini quando nascono? Mentre percorro il corridoio, l’aria fredda dell’esterno prende sempre di più il sopravvento su quella riscaldata del treno. Mi sembra di avvicinarmi al patibolo. Ormai non c’è più tempo per indugiare: scendo la scaletta, e dopo centoventi ore di volontaria reclusione esco finalmente all’aria aperta, nel cuore della stazione di Tynda.

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Capitolo IX Tynda, capitale della ferrovia Bajkal - Amur

Il primo impatto con l’esterno non è poi così devastante. L’aria fredda mi procura qualche colpo di tosse solo se respiro forzatamente a bocca aperta, ma per il resto rimango enormemente stupito, constatando che non ho per nulla freddo, né ho iniziato subito a tremare, né tanto meno la prima zaffata d'aria siberiana mi ha congelato i bronchioli. Questa situazione mi esalta non poco, e solo ora mi ricordo di aver finalmente abbandonato quel vagone – prigione, che ormai è vuoto e non richiama più alcun sentimento di calore e familiarità, bensì soltanto ripugnanza. Non ci tornerei per nessun motivo al mondo, sebbene fino a poche ore fa avrei preferito rimanerci ancora per un tempo indefinito. Caricati i bagagli in spalla, cerchiamo subito un taxi per l’albergo. Mi sento incredibilmente pieno di energie e felice di aver scoperto che sopravviverò al freddo siberiano, ma quando mi cade l’occhio sul tabellone luminoso della stazione, mi viene quasi un colpo. Il termometro esterno segna 29 gradi sotto zero. Per tutto il tragitto in taxi non faccio che pensare a questo, assolutamente incredulo: com’è possibile che con una simile temperatura non mi sia trasformato in un colpo solo in un blocco di ghiaccio? Ignaro dei miei dubbi, che per lui sono sicuramente insensati, il tassista continua a guidare spedito. In pochi minuti ci recapita all’albergo, dove abbondanti cibarie e liquidi subito comprati inghiottono anche questi pensieri e diventano l’unica cosa veramente importante. Dopo un viaggio massacrante, durante il quale abbiamo bevuto
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pochissimo, mangiato male e dormito ancora peggio, un letto e del cibo vero sono quanto di meglio si possa desiderare. Ma ancora non posso togliermi dalla testa l’immagine di quel - 29 °C, scritto in caratteri rossi fiammeggianti. È la temperatura che si trova in un surgelatore, capace di anestetizzare completamente perfino la vita dei batteri. Il primo vero contatto con questa città è piuttosto interlocutorio. Una densa nebbia, freddo intenso, strade gelate e anonimi palazzoni tutti uguali tra loro. Il vecchio comunismo sovietico donava gratis le abitazioni alla popolazione, standardizzandole e appiattendole il più possibile per rendere tutti veramente “uguali”, e questo è il risultato: case sicuramente funzionali e vivibili, ma esteticamente orrende. Non un giardino, non un balcone più largo di due metri, non una veranda. La temperatura mattutina si aggira sui venticinque gradi sotto zero, ma nonostante ciò il freddo non appare affatto insopportabile: la scarsissima umidità presente nell’aria rende infatti il gelo insospettabilmente tollerabile. Dopo una ventina di minuti, tuttavia, le mie estremità iniziano a soffrire, protette a malapena da guanti troppo leggeri e scarponcini di pelle totalmente inadeguati per queste temperature. Porto anche una sciarpa, doppiamente avvolta intorno al collo, e devo stare attento a non alitare troppo al suo interno, poiché la condensa che si viene a formare appanna immediatamente gli occhiali. Dopo un po’, stufo di non vederci più, decido di togliermeli e scopro che da lontano ci vedo comunque benissimo. Dovevo venire in Siberia per rendermene conto. Passiamo una mezz’oretta camminando a ramingo. Ormai il bordo della sciarpa è coperto di cristalli di ghiaccio, ma la cosa che mi sorprende di più è passare le dita tra le ciglia e trovarci dei frammenti di lacrime congelate. Inoltre, quando mi soffio il naso nei fazzoletti di cotone devo ricordarmi di sfruttarli al massimo finché sono puliti. Il freddo intenso, infatti, solidifica in fretta le secrezioni e già dopo pochi minuti il fazzoletto diventa un blocco duro e impossibile da dispiegare. Il vento trasporta lungo le strade alcune spettacolari scie di nevischio, che ondeggiano sinuosamente come delle lunghe fruste animate da mano umana. Non è nella città in sé che bisogna cercare la vera anima della Siberia, bensì in questi piccoli e apparentemente insignificanti dettagli. Non si può non fermarsi ad osservare in silenzio la scena quando, in una giornata senza vento, si vede il fumo di una ciminiera salire diritto per
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qualche metro, poi piegarsi ad angolo retto e continuare a espandersi in orizzontale, poiché in quei pochi metri si è raffreddato troppo per salire ulteriormente. È lo stesso principio per cui una stufa fredda fatica ad accendersi correttamente, fumando e intossicando tutti invece di scaldare. Ma vedere ciò accadere all’aria aperta è davvero stupefacente. Dopo un’ora passata all’aperto, il freddo accumulato nelle viscere è notevole. A intervalli regolari dobbiamo fermarci ed entrare a scaldarci in uno dei tanti negozietti sparsi per le strade. Questi baracchini di vetro e metallo sono aperti tutto il giorno e hanno sempre doppie porte, per isolare meglio dal freddo esterno. I russi probabilmente li vedono solo come negozi, ma noi che non siamo abituati a questo gelo li vediamo più che altro come luoghi di ricreazione, nei quali entrare unicamente per riprendersi dal gelo. Il problema è che se ci si vuole scaldare efficacemente, il che richiede parecchi minuti, bisogna per forza comprare qualcosa. Difficile rimanere indifferenti in tre metri quadrati di spazio, con la commessa che subito chiede cosa vuoi comprare. In uno di questi negozi mi procuro un paio di valenki, tipici e caldissimi stivali invernali russi fabbricati con feltro pressato, più un paio di guanti imbottiti di pelo. Senza i vestiti adatti, stare per lungo tempo all’aperto è impensabile. Nella generale anonimità delle strade, riusciamo infine a scovare il museo dedicato alla ferrovia Bajkal – Amur. Sfortunatamente, capitiamo proprio nel giorno di chiusura settimanale: una beffa non da poco, considerando l’eccezionalità del trovarsi qui ora. Mentre stiamo già voltando i tacchi, passa lungo la strada un uomo che ci nota e subito si interessa a noi, chiedendoci se vogliamo visitare il museo. Si tratta infatti del gestore! Non appena scopre che siamo interessati ad una visita (e non potrebbe essere altrimenti, considerati i chilometri che abbiamo percorso per arrivare qua), non ci pensa due volte ad aprirci e organizzarci su due piedi una visita guidata. In quanti musei al mondo ci si può permettere di farsi aprire nel giorno di chiusura e, non paghi, farsi addirittura organizzare un tour personale? Evidentemente, i turisti qui sono merce così rara che è bene non farli scappare. Una giovane donna dagli enormi occhi azzurri ci saluta calorosamente e inizia subito a condurci per tutte le stanze, gonfie
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di oggetti fino a scoppiare. Non avrei pensato che un museo siberiano potesse essere così ricco. La fitta parlantina della nostra guida, che commenta ogni minimo dettaglio, non mi permette di capire granché, anche perché il mio compare mi traduce solo l’essenziale, affascinato com’è dall’enorme quantità di reperti storici. Si parte dalle tende e dai vestiti delle antiche popolazioni che vivevano qui, per poi passare alle slitte e agli strumenti che gli sciamani utilizzavano per richiamare gli spiriti buoni e scacciare quelli cattivi. In un luogo come la Siberia è difficile non sentire un enorme legame con la terra e con la spiritualità che ne deriva. La superstizione è molto presente anche oggi nella popolazione: i rituali e i gesti che allontanano la malasorte sono tuttora praticati, e non solo relegati a curiosità del passato. I secoli passano e le stanze del museo si spostano lentamente verso la modernità, fino ad arrivare ai saloni che contengono tutte le testimonianze della costruzione della ferrovia Bajkal – Amur. Innumerevoli fotografie della ferrovia in costruzione e dei suoi operai che fanno uno spuntino seduti sui binari, caschi e tute da lavoro, modellini delle abitazioni a forma di vagone cilindrico nelle quali alloggiavano i lavoratori, ricostruzioni di una stanza russa del secolo scorso, cartine geografiche, targhe ferroviarie e stemmi a non finire. Il tutto condito dalla voce acuta dell’inarrestabile donna, che non smette un solo secondo di commentare, spiegare e gesticolare. Il mio amico comincia a dare segni di cedimento: ad un certo punto mi confida che gli gira la testa a causa di tutto quel parlare a macchinetta, e che non mi traduce più nulla per non rischiare di diventare pazzo. Quando le stanze finiscono, lei vuole sapere come mai siamo finiti proprio a Tynda e quale sarà la nostra prossima destinazione. Suscitiamo sempre una gran curiosità in tutti i russi che incontriamo. Rispondiamo che la nostra prossima tappa sarà Verkhnezejsk, una cittadina fantasma a poca distanza da Tynda. Come spesso succede durante i viaggi, le cose più belle arrivano in modo totalmente inaspettato, e infatti la nostra signora ci rivela subito di avere un’amica che abita proprio lì. Si tratta di un’insegnante di scuola elementare, la quale, subito contattata telefonicamente, afferma che domani ci guiderà per il paese. Assicura anche che provvederà personalmente a garantirci un posto per dormire nell’unica sistemazione che la cittadina offre ai
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forestieri. Questo insperato aiuto arriva proprio come il cacio sui maccheroni, poiché le ricerche su questa cittadina non hanno dato molti frutti e conosciamo molto poco di essa. Sono bastate poche parole, e già la situazione si è ribaltata. L’insegnante conclude la telefonata assicurando che non si limiterà a guidarci per la città, ma addirittura ci presenterà ai bambini del paese. Ci hanno preso per alieni da esibire! Ringraziando vigorosamente la nostra signora per l’ottimo aiuto datoci, torniamo finalmente a riposarci in albergo. Dopo aver perso almeno cinque minuti per liberarmi dei due berretti, delle due giacche, dei pantaloni da sci, dei due maglioni, del maglioncino e delle due paia di calzettoni pesanti, oltre che dei pesantissimi e ingombrantissimi valenki, finalmente mi posso stravaccare a letto. Non abbiamo voglia di fare assolutamente nulla. Non c’è certamente vita notturna in questa squallida cittadina, e anche se ce ne fosse siamo troppo stanchi per tentare di uscire a far qualcosa. Nel corso della serata recuperiamo però sufficienti forze per farci una passeggiata di non più di dieci minuti, limite massimo vista la temperatura decisamente bassa. Il termometro segnala trenta gradi sotto zero, è meglio non sfidarlo. Solo qualche rara automobile rompe il silenzio delle strade deserte, sbuffando vigorosamente come per evitare il congelamento del motore. A queste temperature, anche un banale guasto può creare situazioni pericolose. Il cielo sereno è illuminato da una falce di luna rivolta a ponente, ma l’illuminazione artificiale non lascia spazio per le altre stelle, annegate nei riflessi giallognoli della luce dei lampioni che rivolgono la luce in tutte le direzioni, oscurando i cieli. Passa un’altra giornata nei meandri della fredda Tynda, senza incontrare nulla di particolarmente emozionante. La Siberia è una terra che dorme di un sonno senza sogni, e così dormono anche le sue città, ben lontane dalla frenesia occidentale. Il freddo continua a essere intenso e per un breve periodo della mattinata raggiunge addirittura i quaranta gradi sotto zero, ma i vestiti pesantissimi, l’incessante camminare e l’assenza di vento ci fanno paradossalmente patire il caldo. Ad un certo punto, addirittura ci togliamo i guanti, poiché le mani hanno iniziato a sudare. Passeggiando per le strade, notiamo improvvisamente un’enorme statua composta da lamiere saldate tra loro, raffigurante un uomo che solleva un martello fin sopra la testa, caricando il colpo. Un
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altro simbolo della costruzione della ferrovia Bajkal – Amur. Non c’è altro di interessante che colpisca l’attenzione. Una fitta nebbia scende sugli spopolati viali, e la sera cala velocemente. È tempo di abbandonare la città e puntare a Verkhnezejsk, un vero e proprio villaggio fantasma, abitato da duemila anime e dal quale passa un solo treno al giorno, alle due e mezza di notte. Si può constatare facilmente che esistono dei tratti di ferrovia impossibili da vedere di giorno, a meno che non ci si voglia avventurare a piedi. La fissità degli orari impone che alcune zone vengano attraversate sempre e solo di notte, coprendole di un alone d'eterno mistero. L’unica possibilità di vederle di giorno è approfittare dei “rabocij poesd”, cioè i treni dei lavoratori. Viaggiano a orari diversi, ma sono più lenti, percorrono solo brevi tratti e soprattutto sono riservati agli operai. Si potrebbe sempre tentare di corrompere un macchinista per salire sul suo treno, ma è un rischio che forse non vale la pena di correre. L’unico treno disponibile per raggiungere Verkhnezejsk ha ancora le porte tenacemente chiuse. Siamo infatti giunti al binario con molto anticipo, per non rischiare di perderlo. La temperatura è nuovamente intorno ai trenta gradi sotto zero: in queste condizioni l’attesa si fa pesante, poiché il binario è lontanissimo dalla stazione e non c’è alcuna possibilità di entrare in un ambiente caldo. Mani e piedi si infreddoliscono velocemente, mentre il subdolo vento si insinua spietatamente in ogni angolo di giacca non perfettamente chiuso. Il mio naso sta diventando rosso fuoco, e tra poco inizierà a farmi male e poi a diventare bianco. Non desidero altro che quelle maledette porte si aprano, ma le ferrovie russe sono totalmente indifferenti ai miei lamenti. Le porte si apriranno solo quando lo deciderà il capotreno. Tutto ciò che posso fare è saltellare sul posto, sperando di rallentare il congelamento, ma con scarsi risultati. Ora sì che sento i trenta gradi sotto zero, mentre quando ero appena sceso dal Mosca – Tynda parevano innocui. Mi sembrava strano che fosse così facile. Ho i guanti pesanti addosso, ma sembrano non avere più alcun effetto e cominciano a farmi male le mani dal freddo. Quando finalmente il capotreno apre le porte, le mani mi si sono ghiacciate al punto che fatico a trovare il biglietto nelle tasche, non sentendo quasi più nulla con i polpastrelli. Riesco infine a trovarlo, e dopo il
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classico controllo saliamo finalmente sulla carrozza. Il vagone è un kupè, stavolta molto più popolato rispetto all’incompreso Venezia – Mosca, e soprattutto diverso anche strutturalmente. La prima classe russa “canonica” consiste infatti in scompartimenti con quattro posti letto, sistemati come in un blocco maggiore di un platskartnyj, con la differenza che qui c’è una porta che si può chiudere a chiave. Le cuccette sono inoltre notevolmente più comode. Nonostante diverse persone abbiano preso posto sul vagone insieme a noi, nessuno ha occupato i posti liberi del nostro scompartimento. Meglio così, se non salirà nessuno staremo più comodi e non dovremo sorbirci eventuali compagni di viaggio ubriaconi o molesti. Una volta sistemati i bagagli negli spazi a disposizione, paradossalmente più stretti di quelli di un platskartnyj, possiamo finalmente rilassarci e assorbire tutto il calore che lentamente il treno inizia a sputare dai bocchettoni dell’aria. L’esterno del vetro è in parte ghiacciato, e il forte riscaldamento del treno fa sì che ci sentiamo come in una culla felice, dalla quale fortunatamente non ci smuoveremo più per altre venticinque ore. Durante la notte, un guasto meccanico ci costringe ad aspettare due ore e mezza in più del previsto bloccati in mezzo al nulla della ferrovia Bajkal – Amur. Fuori dal finestrino non si vede niente, è tutto troppo scuro. Tutto ciò che possiamo fare è fissare il soffitto, ascoltando i rumori degli operai mentre riparano la carrozza nel penetrante gelo della notte. Fa impressione pensare che anche in questo frangente c’è qualcuno che lavora per noi, immerso nel gelo della notte siberiana. Senza questo continuo andirivieni di persone, che nonostante le difficoltà sono lì a sacrificarsi per qualcun altro, tutto si fermerebbe, e una località così desolata come la Siberia riceverebbe il colpo di grazia. Nell’attesa, non posso fare a meno di pensare a quanto sia fragile la nostra condizione di benessere: basta un minimo guasto meccanico per creare una situazione potenzialmente pericolosa. L’Orient Express di Agatha Christie restò fermo per giorni in mezzo al nulla, bloccato da un cumulo di neve, ma ciò serviva per creare suspense e tenere gli occhi del lettore fissi sulla pagina. Se dovesse succedere a noi, adesso, nella realtà? Non potremmo nemmeno chiedere aiuto tanto facilmente, poiché nei tratti di ferrovia dove non c’è nulla (e sono la maggioranza) non ci sono nemmeno ripetitori e quindi i cellulari non hanno campo. Abbiamo comprato una scheda telefonica russa
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per comunicare più facilmente, ma anch’essa non può fare miracoli se non c’è rete, dunque siamo potenzialmente isolati. Finora abbiamo dato per scontato che gli orari di partenza e arrivo sarebbero stati rispettati, che niente si sarebbe piazzato in mezzo ai binari per fermare il treno, che se avessimo chiesto dei viveri al provodnik egli sarebbe stato in grado di fornirceli. Ma potrebbe non essere sempre così facile, qualcosa potrebbe andare storto. Sono pensieri che affiorano facilmente in superficie quando si vive una situazione come questa, anche se sappiamo tutti che non verremo di certo abbandonati e alla fine in qualche modo il treno ripartirà, recapitandoci in un luogo civilizzato. Dormiamo qualche ora in modo approssimativo e scomodo, svegliandoci e riaddormentandoci più volte, finché alle cinque di mattina il treno finalmente giunge a Verkhnezejsk. C’è un gran movimento quando arriva il treno in questa cittadina: esso infatti rappresenta l’unica possibilità di andarsene dal paese, d’estate come d’inverno. Non importa quando si decida di partire, c’è una sola possibilità: stare svegli fino a notte fonda e salire su questo treno. In realtà ne passano due, a distanza ravvicinata: uno va verso ovest, l’altro verso est.

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Capitolo X Verkhnezejsk. Un paese fantasma

Pur nel buio, non sembra difficile trovare l’alberghetto che la professoressa dovrebbe averci prenotato: è l’unico edificio nelle vicinanze, ed è esattamente di fronte alla stazione. Attorno non sembra esserci proprio nulla, solo gruppetti di alberi e buio impenetrabile. Non ci preoccupiamo troppo di svegliare i custodi con il nostro arrivo: se di qui passa sempre e un solo treno e sempre a quest’ora, è proprio adesso che gli albergatori si aspettano l’arrivo dei clienti. Appena entrati nella piccolissima hall, veniamo ricevuti da una donna dall’aria piuttosto annoiata, ma che evidentemente ha ricevuto una segnalazione su di noi, poiché pare riconoscerci subito e in un batter d’occhio ci assegna una camera. E pensare che non potremmo stare qui, poiché solo adesso veniamo a sapere che tale struttura è adibita al pernottamento dei soli operai della ferrovia. Tuttavia, essendo stati ben “raccomandati”, ci guadagniamo una cameretta nella quale riusciamo a entrare allo scoccare delle sei. Un orario insolito per andare a dormire, dopo un viaggio di un giorno intero. La camera è molto accogliente e i suoi letti sono perfettamente comodi, ma non c’è nulla da bere, e tanto per cambiare abbiamo una sete terribile. Lo sforzo di portare i bagagli ha fatto il resto, e ora daremmo qualunque cosa per un bicchiere d’acqua, ma ci dobbiamo accontentare di riscaldare un tè con gli appositi scaldini presenti in ogni camera d’albergo russa. Questi aggeggini sono comodissimi: si riempiono con acqua di rubinetto, si
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chiudono, si accendono e quindi si spengono automaticamente una volta che l’acqua bolle. La bollitura è indispensabile: l’acqua che sgorga dai rubinetti russi non è poi così pura e incontaminata, e sicuramente non subisce le centinaia di controlli che a casa nostra l’acqua deve obbligatoriamente superare per essere considerata potabile. Tuttavia, la bollitura non mi impedisce di sentirmi nauseato dopo aver trangugiato velocemente il tè. Probabilmente l’acqua è piena di cloro. Nonostante abbia ancora una sete intensa, preferisco evitare ulteriori dosi di acqua di rubinetto e finalmente mi butto sotto le coperte, raggiungendo il mio compare che già da un po’ è crollato esanime sugli enormi letti. Sono ora in uno strano dormiveglia, e non riesco bene a percepire cosa accade attorno a me. Suoni deboli e ovattati mi giungono alle orecchie, provenienti dalla finestra che dà sull’edificio principale della stazione. Solo in certi momenti ho la certezza di sentirli: a volte mi sembrano solo delle allucinazioni uditive. A mano a mano che lo strano suono si ripete, esso acquista caratteri sempre più delineati. Ci metto un po’ a capire che si tratta di una sirena, forse utilizzata per annunciare l’arrivo di qualche treno merci. Riesco a distinguere anche una voce femminile, amplificata da un altoparlante, che declama nella sua strana lingua l’imminente arrivo di questo convoglio. Il suo tono acuto e un po’ flemmatico riempie la penombra della camera, ormai sul punto di essere rischiarata da un timido sole invernale appena sorto. Ogni tanto mi riaddormento, mescolando i sogni alla realtà, come succede quando si è troppo stanchi per dormire ma troppo distrutti per rimanere svegli. In questo limbo di incertezza, permeato da pensieri distorti e confusi, devo faticare per riprendere pienamente conoscenza. Sono le nove di mattina, ed è così che inizia la nostra giornata a Verkhnezejsk, dopo sole tre ore di sonno. Ripresici un po’ dalla martoriante e frammentaria nottata, ci copriamo con tutti i vestiti che abbiamo a disposizione e partiamo alla scoperta di questo borgo dimenticato. Quando si ha voglia di staccare dalla quotidianità e si pronunciano le fatidiche parole “Vorrei andare via per un po’ in un luogo isolato e dove non mi conosce nessuno”, è a Verkhnezejsk che si dovrebbe andare per avere il massimo dell’effetto possibile: l’isolamento di questo paesino è infatti estremo. Prima particolarità che salta immediatamente all’occhio è il totale decentramento della stazione rispetto al paese: i due sono separati da almeno un chilometro di
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strada, larghissima e completamente ghiacciata, fiancheggiata unicamente da abeti congelati. Il sole riverbera sul ghiaccio infastidendo notevolmente la vista, eppure non scalda minimamente l’atmosfera. L’astro sembra solo una grossa torcia atta a illuminare il paesaggio, più che la rovente stella che nei giorni estivi brucia le carni delle labbra. Questo sole che non riscalda è un altro assurdo che la Siberia ci regala con naturalezza. Il plumbeo silenzio della mattinata è assordante. Non c’è una persona che cammina per gli stradoni, e solo un trotterellante husky tenta in qualche modo di riscaldarsi, correndo qua e là senza una destinazione precisa. Il freddo è ancora una volta molto intenso: la temperatura raggiunge i trentacinque gradi sotto zero, ma la pressoché assoluta assenza di vento lo rende ancora una volta molto ben tollerabile, se adeguatamente coperti. Ciò non toglie che questo gelo anestetizzi tutto ciò che incontra. Il paese è concentrato in poche centinaia di metri quadrati: per il resto c’è solo foresta, steppa e assoluta desolazione. Fin dove occhio può vedere oltre il paese, l’unico segno di presenza umana stabile sono i tralicci della corrente, impiantati nel terreno a intervalli regolari. Giunti in paese, un’insegna circolare ci dà il benvenuto, ed è l’unica a comunicarci qualcosa nel vuoto generale. Agglomerati di condomini cadenti sono posti in maniera molto irregolare, tuttavia buona parte di essi è contornata da giochi per bambini. In Russia non mancano mai scivoli e altalene, nemmeno nel più derelitto e sperduto ammasso di baracche. Una scelta sensata in una nazione dove l’età media è bassa. Qualche decina di metri più lontano, alcuni pollai e altri edifici di legno marcio giacciono in stato di apparente abbandono. Pochissime persone sono visibili nel centro cittadino, e quei pochi si stanno tutti recando agli unici due negozi di alimentari, rustici fino all’eccesso ma perfettamente riscaldati e anch’essi dotati di doppia porta. Non so cosa ci sia da fare qui a parte uscire per comprare da mangiare. Scattiamo delle fotografie in modo molto guardingo, quasi rubandole. La presenza di viaggiatori stranieri, sperduti in un posto come questo, risulterebbe molto strana e potrebbe attirare attenzioni indesiderate. Meglio non farsi notare, scivolando via come fantasmi. Del resto, questo paese non può essere definito altrimenti che ectoplasmico. Non abbiamo comunque modo di
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scattare molte foto, nemmeno volendo: le bassissime temperature sono mortali per le batterie, che si scaricano con una velocità impressionante e riprendono vigore solo quando ritornano ad una temperatura normale. Non instauriamo contatti con nessuno, solo con la natura e con la tremenda e vertiginosa solitudine che regna sovrana in questo piccolo angolo di mondo dimenticato. Una solitudine terribilmente pesante da sopportare, anche se solo per poche ore. Secondo le pochissime informazioni che abbiamo su Verkhnezejsk, fuori dal paese dovrebbe esserci un lago artificiale. L’esplorazione della cittadina è terminata in un quarto d’ora, sufficiente a girarne ogni angolo, e la ricerca del lago rappresenta un buon modo per passare il tempo prima che il sole cali. Percorriamo dunque la lunghissima traversa della strada che congiunge la stazione con il paese: si tratta di un’altra strada fantasma, percorsa ogni tanto da qualche fuoristrada che verosimilmente si reca a qualche vicina miniera o simile. La strada non finisce mai, e soprattutto non cambia mai aspetto. Sempre la stessa lingua di ghiaccio serpeggiante, fiancheggiata da piante stecchite e da tubi dell’acqua isolati in modo osceno. È persino probabile che nessuno si sia accorto dei difetti di isolamento delle tubature, nascoste come sono tra gli alberi. Solo le linee elettriche, parallele alla strada stessa, ci tengono compagnia in questa lunghissima camminata che pare non condurre in nessun luogo. È come se l’obiettivo si spostasse sempre un po’ più lontano a mano a mano che noi avanziamo, diventando sempre più irraggiungibile. Si rischia di perdere i punti di riferimento, avventurandosi in mezzo a questo nulla, ma fortunatamente la strada è ben tracciata ed è impossibile perdersi. Dopo un’ora abbondante di camminata, tuttavia, non siamo ancora giunti in nessun posto, e il bacino artificiale appare solo in qualche punto da dietro gli alberi, ma non è chiaro come si possa raggiungere. Il sole è già molto basso sull’orizzonte ed è prossimo a tramontare, nonostante non siano nemmeno le quattro. Meglio rientrare, non vorremmo trovarci in mezzo a questa strada con il buio, anche se con il cielo terso di oggi ci potremmo godere una vista delle stelle come mai le abbiamo viste a casa nostra. La visita del paese è stata formalmente infruttuosa, ma in realtà estremamente intensa: abbiamo tastato un angolo di mondo dimenticato, uno di quei posti che farebbero inorridire un
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occidentale al pensiero di viverci tutto l’anno. Curiosamente, la donna che ci ha permesso di vivere quest’esperienza non si è più fatta viva, nonostante fosse in possesso del nostro numero di telefono e sapesse benissimo che oggi era il giorno del nostro arrivo. Ci ha prenotato il posto per dormire, ma poi più nulla. Una misteriosa benefattrice troppo timida per mostrarsi, oppure un’inguaribile sbadata? Probabilmente non lo sapremo mai. Rientriamo alle sei di sera e ci tratteniamo per qualche minuto ad osservare alcuni operai, vestiti con la classica pettorina arancione, mentre lavorano su un treno merci fermo in stazione. Sbuffi di vapore quasi congelato escono ritmicamente dalle loro bocche e narici. I loro corpi paiono coperti sorprendentemente poco in relazione alla rigidissima temperatura, che ormai è difficile da sopportare anche con tutti i vestiti pesanti addosso. Anche nei luoghi più sperduti, la macchina sociale non si ferma mai, come abbiamo potuto notare anche stanotte quando eravamo bloccati in un anonimo e buio tratto di ferrovia. Qualcuno sta lavorando in questo momento per garantire che domani in un’altra località arrivino cibo e vettovaglie, e per adesso siamo semplici fruitori di quest’immenso organismo, non più contribuenti ad esso. Anche stanotte, infatti, approfitteremo del lavoro e delle fatiche altrui per andarcene da Verkhnezejsk, col solito treno delle due e mezza. L’attesa si prospetta lunga: passeremo queste ore tentando di dormire per recuperare un po’ di sonno arretrato. Dalle finestre del nostro minuscolo appartamento è ancora visibile un tenue riflesso della luce solare, che illumina solo di sbieco la facciata della stazione, decisamente sovradimensionata per un paese così piccolo. Il suo tetto spiovente e asimmetrico non ha precedenti nella storia dell’architettura ferroviaria a noi nota. Finalmente cadiamo in un qualche genere di sonno, ma non passa molto tempo prima di doverci nuovamente destare per prendere il treno. Alle due in punto abbandoniamo definitivamente la nostra camera e raggiungiamo la piccola e semivuota sala d’attesa della stazione. Le sue porte sono isolate male e un po’ di freddo riesce a filtrare all’interno, perciò è bene tenersi addosso berretti e giacche. Qualcuno aspetta insieme a noi l’unico treno che questa cittadina può offrire, e hanno tutti l’aria piuttosto assonnata. C’è solo da sperare che non capiti qualche imprevisto anche stanotte e che il treno arrivi in orario, poiché aspettare in questa stanza sarebbe
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estenuante. Fortunatamente, la puntualità dei treni russi è tale che alle due e mezza precise arriva il nostro mostro meccanico, sbuffando e stridendo sulle rotaie congelate. Dopo aver dormito al meglio delle nostre possibilità, visti i ritmi irregolari ai quali le ferrovie russe ci costringono, la Bajkal – Amur orientale si mostra ai primi raggi della mattina in tutta la sua tragicomica peculiarità. I binari corrono in mezzo a distanti montagne e foreste spoglie, incontrando talvolta delle macchine operatrici al lavoro per riparare un giunto di un ponte o per consolidare un terreno poco stabile. A distanza di decine di chilometri l’una dall’altra, spuntano come funghi le stazioni minori. La maggior parte di esse non sono altro che squadrati e minuscoli edifici in pietra, tutti identici tra loro e recanti solamente una piccola targa con il nome della stazione stessa. Attorno alle stazioni non c’è assolutamente nulla. Quest’apparente bizzarria è presto spiegata: mentre in condizioni normali le ferrovie vengono costruite per collegare due zone già floride e bisognose di scambi commerciali proficui, in questo caso la ferrovia è stata costruita per prima, pensando che avrebbe portato lo sviluppo. Come sappiamo, non è stato così, e in molti punti il paese non è mai sorto attorno alle stazioni, creando questi relitti architettonici utilizzati solo dai pescatori e dai cacciatori durante i mesi estivi. Altri nonsensi storici sono le torri di guardia poste all’inizio e alla fine di ogni ponte, presidiate da soldati armati. Si godono certamente un’ottima vista dalla loro posizione sopraelevata, ma credo che nella loro vita professionale abbiano ben pochi sussulti d’emozione, se è questo il luogo sul quale devono vegliare. Stanno a guardia di foreste interminabili, intervallate solamente da villaggi insignificanti, palazzi sventrati e fabbriche abbandonate da chissà quanti anni e lasciate marcire lentamente nell’oblio. Attraversando fiumiciattoli gelati, cumuli di rovine legnose e altre cittadine fantasma del tutto uguali a Verkhnezejsk, la Siberia ci inghiotte, fagocitandoci e rendendoci partecipi della sua tronfia insensatezza. Fendendo lentamente il vuoto e insinuandoci sempre più profondamente nelle foreste vergini, aspettiamo solo di giungere a Komsomolsk na – Amure, così da riprendere in qualche modo i contatti con la civiltà. In un paese come la Siberia, basta una breve lontananza da un luogo abitato per sentirsi quanto mai fragili e sperduti.
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Capitolo XI Due terroristi a Komsomolsk na – Amure

Komsomolsk era il nome dell’organizzazione dei giovani dell’Unione Sovietica. Ragazzi che, sotto la spinta del nascente comunismo, si muovevano animati da ideali di conquista e di rinascimento culturale e sociale. Essi fondarono Komsomolsk naAmure nel 1932, convinti di poter costruire una città felice, ma il loro progetto fallì. Basti pensare che la città fu costruita anche grazie all’ingente aiuto dei prigionieri di guerra giapponesi e delle migliaia di reclusi nei campi di lavoro staliniani. Come si può pensare di costruire la libertà facendola costruire da persone non libere? Anche Komsomolsk non è un granché. Di fronte ad un generale squallore delle strade, ai lati delle quali giacciono alcuni cumuli di rifiuti mai raccolti, sorgono palazzi grigiastri ancora una volta tutti uguali e anonimi. Questa città, però, porta alcune interessanti eccezioni alla monotonia russa. Essendo stata fondata dai giovani, ogni tanto qualche edificio spicca per i suoi colori vivaci. Alcune suggestive statue e un enorme mosaico commemorativo fanno la loro bella presenza a poche decine di metri dal fiume Amur, che è completamente gelato in superficie. Dal fiume spira un fortissimo vento che fa sembrare la temperatura molto più bassa di quelle sperimentate in precedenza, nonostante faccia decisamente più caldo. Siamo infatti intorno ai quindici gradi sotto zero, chiaro effetto della vicinanza dell’oceano Pacifico, che dista poco più di quattrocento chilometri. Ormai abbiamo quasi raggiunto la fine del
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continente, e pare incredibile esserci riusciti spostandosi solo con il treno. Mai e poi mai avrei pensato, fino a pochi anni fa, che avrei raggiunto le rive dell’oceano più grande del mondo tramite le rotaie. Dopo aver girovagato per qualche decina di minuti in taxi, cercando l’albergo più economico possibile, finalmente troviamo quello che fa per noi. Siamo però sfortunati ad aver trovato in turno un’albergatrice estremamente pignola. Solo nelle trappole per topi si trova il formaggio gratis, come recita un proverbio russo. La donna ha dei tratti somatici a metà tra il russo, il giapponese e il mongolo, almeno per quelle che sono le mie conoscenze di fisionomia umana, e sembra proprio aver voglia di tormentarci come fecero i due poliziotti alla frontiera croata. Non le bastano i passaporti regolarmente vistati: vuole vedere anche tutte le registrazioni degli alberghi precedenti e addirittura tutti i biglietti del treno che abbiamo usato da quando abbiamo messo piede in Russia. Ci tratta come se fossimo dei potenziali terroristi, latitanti dopo l’ultimo sanguinoso attentato. Evidentemente, anche qui non vedono molto spesso degli stranieri, specialmente di questa stagione, e la presenza di due italiani è sufficiente a scatenare gli istinti di questa inflessibile signora. Accontentando la sua richiesta, piazziamo sul bancone il pacco enorme dei biglietti e delle scartoffie accumulate finora. L’effetto sorpresa sembra funzionare, poiché li guarda solo per pochi secondi e poi ce li riconsegna subito. Evidentemente non ha voglia di perdere un’ora per controllare tutto quel disastro. Ciò non le impedisce però di tempestarci di domande e di sbatterci addosso delle assurde magagne burocratiche che non stanno né in cielo né in terra. Probabilmente non ha voglia di compilare tutti i moduli necessari per accogliere due stranieri nell’hotel, dato che per noi serve un bel po’ di burocrazia in più, e quindi cerca in ogni modo di complicarci la vita per spingerci ad andarcene da un’altra parte. Inoltre, questa simpatica signora non sa bene da dove cominciare per effettuare la registrazione del nostro visto, l’unica cosa di cui dovrebbe realmente occuparsi. Ci vuole una buona mezz’ora per soddisfare le sue manie di investigatrice mancata. Mi chiedo come farei se dovessi gestire io la situazione, sapendo che la receptionist si farebbe crocifiggere a rovescio come San Pietro piuttosto che spiccicare due parole in inglese. Ci viene finalmente concesso di trasferirci in camera, ma i passaporti resteranno in reception fino a quando non saranno stati
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registrati a dovere. Ovviamente non si può fare subito, sarebbe troppo semplice. Ciò significa che se vorremo uscire a comprare il pane dovremo prima chiedere indietro i documenti, in quanto per uno straniero è decisamente sconsigliabile girare per una città russa senza il passaporto. Meglio non provarci nemmeno e sperare di rivedere in fretta i nostri pezzi di carta. In teoria, la registrazione è necessaria se si rimane più di tre giorni nella stessa città, come ci hanno detto a Mosca. Il fatto strano è che nessuno, nemmeno i russi stessi, conosce precisamente come funzionano le cose in merito. Nessuno sa con certezza se le registrazioni debbano essere fatte in ogni caso, anche in caso di permanenza breve. Nessuno sa se le carte debbano rimanere nel luogo dove sono state prodotte oppure se il viaggiatore debba poi portarle con sé per eventuali futuri controlli. Probabilmente tutto ciò è a discrezione del poliziotto di turno, che deciderà in base al suo umore se lo sventurato straniero sia nel torto o meno. Quando finalmente ci viene restituito il passaporto, scopriamo che l’albergatrice ci ha validato la presenza fino alla scadenza del visto: tante investigazioni per regalarci in pratica un salvacondotto. Mettiamo che all’uscita dalla Russia ci controllino il visto: potremmo essere stati ovunque, ma risulterà che non ci siamo mai mossi da Komsomolsk. Dunque, potremmo anche aver avviato un giro di prostituzione o traffico di armi in metà Russia, e non risulterebbe da nessuna parte che noi siamo stati in tutte quelle altre città. Controsensi assoluti, ma ormai sto cominciando ad abituarmi alla Russia ed è evidente che non bisogna chiedersi un perché. Questi comportamenti non hanno spiegazioni e questa è l’unica spiegazione che si può ottenere. La sera abbiamo voglia di mangiarci una pastina: un cibo caldo, anche se poco saporito, è sempre gradito quando si viaggia d’inverno. Tuttavia, sul soffitto dell’albergo è installato quello che sembra essere un rivelatore antifumo, anche se potrebbe benissimo essere una scatola di plastica inchiodata al muro per risultare in regola con le norme antincendio. Come fare ad accendere il fornelletto da campeggio, anche se teoricamente bruciando gas non si dovrebbe produrre fumo? Semplice: si cucina in bagno, unico locale dove non c’è traccia di rilevatori. Piccoli ingegneri crescono…
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Capitolo XII Camminando sulle acque La tappa di Komsomolsk ci servirà per prenderci tre o quattro giorni di riposo, più che per effettuare un reale visita della città. Non è saggio spingere il corpo oltre i suoi limiti: dopo un po’ smette di collaborare e si ammala. Tuttavia, il fiume gelato rappresenta un’attrazione troppo forte per rinunciare a poggiarci i piedi sopra, e indubbiamente è quanto di meglio la città possa offrire in termini di emozioni. Muniti di passamontagna e giacche pesanti, usciamo e dopo pochi minuti di camminata siamo già in prossimità della stazione navale, chiusa per ovvie ragioni. I raggi di un sole potentissimo rimbalzano sulla coltre di ghiaccio, abbagliando la vista. Il fiume è veramente enorme: a malapena si riesce a capire dove finisce, anche perché essendo completamente ghiacciato non c’è più un confine netto tra terra e acqua. Ma la cosa più strana che si nota è l’irregolarità del manto ghiacciato. In alcuni punti è perfettamente liscio e nudo, in altri è sempre liscio ma ricoperto da neve, in altri ancora è formato da scaglie di ghiaccio frastagliate e aguzze, ammassate le une sulle altre come a formare un impossibile labirinto di lame. Una linea nettissima divide le due parti, nonostante si tratti sempre dello stesso fiume. Come avrà potuto formarsi una discrepanza così netta, in assenza di intervento umano? Un altro dei numerosi misteri della Siberia. Dalla riva sono chiaramente visibili decine di persone intente a pescare sul ghiaccio. Il nostro obiettivo diventa quello di tentare di raggiungerne almeno uno, per porgli alcune domande. In particolare, ci interessa sapere quale sia lo spessore della coltre di ghiaccio. Per scoprirlo iniziamo a mettere i piedi sull’acqua solida, in direzione del pescatore che sembra più vicino a noi. All’inizio camminiamo molto timidamente, temendo ad ogni passo di sfondare qualche lastra troppo sottile, ma poi acceleriamo sempre di più, facendo sempre attenzione a non scivolare sull’insidiosa patina che offre ben poco attrito alle nostre suole. Anche mettere il piede sulle buche scavate giorni prima dai pescatori è sconsigliabile: in quei punti il ghiaccio si è appena riformato, e potrebbe essere troppo sottile per reggere il peso di una persona. Questa è decisamente una delle situazioni in cui non mi dispiace pesare poco.
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Lentamente raggiungiamo il centro del fiume, scavalcando con qualche difficoltà tutte le lastre di ghiaccio, e riusciamo infine a raggiungere il pescatore. Inizialmente siamo un po’ tentennanti nell’avvicinarci, poiché spesso i pescatori non vedono di buon occhio che qualcuno cammini vicino a loro, temendo che le vibrazioni prodotte dai passi possano spaventare i pesci. Tuttavia, l’uomo non sembra ostile e si mostra ben disposto a parlare con noi. È munito di valenki e di giaccone pesantissimo, che non lascia scoperto nemmeno un quadratino di pelle. In più porta un ampio colbacco di pelliccia, e come tutti gli altri pescatori è girato con la schiena al vento, per poter resistere immobile delle ore. Tiene in mano due corti bastoncini ai quali sono legate le lenze, e ogni tanto li scuote per attirare i pesci, ma invano. Non ci sono trofei squamati di fianco a lui: oggi sembra proprio una giornata sfortunata per pescare. Una breve conversazione con lui ci rivela che il fiume è già solido da un bel po’ di tempo, e che ora lo strato di ghiaccio ha raggiunto uno spessore di ben venti centimetri. Troppi per riuscire a sfondarli con i nostri pochi chili. Il sole è ancora molto forte e fa scintillare tutti i tremuli cristalli di ghiaccio sul fiume, che scompongono la luce formando riflessi iridescenti. Sembra incredibile che pochi centimetri sotto i nostri piedi si estenda una distesa liquida, capace di far annegare un uomo quasi istantaneamente per via dei potenti riflessi nervosi generati dal contatto con l’acqua gelata. Solo l’inverno permette questa straordinaria esperienza che stiamo vivendo ora. Finora solo Gesù si è dimostrato capace di camminare sulle acque liquide, noi al massimo riusciamo a camminare su quelle solide, ma è comunque un buon risultato. Il fatto che rimaniamo in piedi, se ci penso, mi appare sempre più miracoloso. In fondo, è solo per un fortunato gioco di campi magnetici e polarità molecolari se ora il ghiaccio non si apre sotto i nostri piedi, facendoci precipitare in quel mortale gelo. Abbandoniamo infine la coltre di ghiaccio, non senza una certa fretta: meglio non indugiare troppo sulla superficie di un fiume gelato, non si sa mai cosa potrebbe accadere. L’indomani mi fanno visita alcuni spiacevoli sintomi, tra i quali una leggera febbricola e un senso di congestione nasale. Sperando che sia solamente un malanno passeggero dovuto al freddo e alla stanchezza, recupero più forze possibili riposando in albergo e mangiando tutte le mele che sono rimaste nel nostro sacchetto delle
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provviste, accompagnandole con un insipido pane secco. Per risparmiare peso, abbiamo comprato sempre il minimo indispensabile di provviste, e non abbiamo certo badato al loro gusto, bensì al loro potere nutritivo e alla loro capacità di riempire lo stomaco anche con pochi morsi. In attesa di stanziarsi in un luogo dove si possa mangiare un po’ meglio, l’importante è tenere lo stomaco occupato quel tanto che basta, in modo che non possa lamentarsi troppo. La cura funziona: verso sera sono di nuovo in forma e pronto per risalire ancora una volta su un treno. Questo viaggio sarà decisivo: ci porterà infatti a Vànino, direttamente sull’Oceano Pacifico. È quasi il capolinea della ferrovia Bajkal – Amur, che ormai abbiamo percorso quasi interamente. Il capolinea vero e proprio si trova a Sovetskaja Gavan’, circa sessanta chilometri più a sud di Vànino, ma è da quest’ultima città che parte il traghetto che collega quotidianamente la terraferma con l’isola di Sakhalin.

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Capitolo XIII Sulle sponde del Pacifico

Per arrivare sulle ultime sponde dell’Asia orientale abbiamo nuovamente scelto il kupè, più rilassante di un turbolento platskartnyj. Tuttavia, gli occupanti dello scompartimento a fianco al nostro sono in vena di festa. Presto ci invitano nel loro loculo a bere l’irrinunciabile vodka e a mangiare del salatissimo pesce crudo, mostrandosi loquaci e amichevoli, ma assolutamente inopportuni per quelle che sono le mie condizioni di salute. Il pesce è talmente salato da irritarmi la gola, al punto che posso a malapena parlare. Inoltre, mi è tornata la febbre e vorrei solamente starmene a dormire nel mio scompartimento, abitato da una coppia di anziani tranquilli che sicuramente non mi coinvolgerebbero in colossali bevute. Ma ancora una volta posso usufruire dei benefici derivanti dalla mia ignoranza del russo: contando sul fatto che non sono di compagnia, non mi è difficile abbandonare presto la cabina, dove ormai almeno dieci persone si sono ammassate in uno spazio dove ce ne potrebbero stare a malapena sei. Nonostante loro affermino che la vodka sia la miglior medicina contro qualunque malanno, preferisco rimanere fedele alla medicina tradizionale, o meglio alla tattica dell’aspettare che passi. Daniele rimane invece a socializzare con loro, e ormai sappiamo che per socializzare si intende bere. Come volevasi dimostrare, rivedrò il mio compagno al suo posto solo dopo un paio d’ore, visibilmente alticcio. La mattina mi sveglio prestissimo, intorno alle sei, mentre il resto del mio scompartimento è ancora immerso in un sonno profondo.
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Di solito, le scoperte più interessanti si fanno quando tutti attorno a sé stanno dormendo. Mi capitò viaggiando lungo le coste occidentali della Norvegia, durante una notte insonne in treno nella quale vidi la luce del sole che a notte fonda non aveva ancora abbandonato il cielo. La natura mi regala anche stavolta uno spettacolo grandioso: mentre le primissime luci dell’alba illuminano debolmente il paesaggio, il treno corre lungo il fianco di una piccola montagna rocciosa, appaiandosi ad un impetuoso fiume che trascina con sé enormi blocchi di ghiaccio. Sembra una piccola Jokulhaups, anche se non è un’eruzione sotto un ghiacciaio a smuovere questi immensi lastroni, bensì la mite temperatura che scioglie il ghiaccio e lo mischia all’acqua ridivenuta pura e scorrevole. Quasi fanno a gara, il fiume e il treno, a chi arriverà prima all’oceano. In un momento simile, pur stordito dal sonno e dai movimenti del treno, non posso fare altro che sgranare gli occhi e stare ad osservare, sperando che il momento duri il più possibile, così da potermelo imprimere maggiormente nella memoria. Purtroppo la visuale del fiume sparisce in fretta, e come spesso succede non ho nemmeno il tempo di immortalare l’attimo che fugge, confinandolo nello spazio dei ricordi personali e incedibili. Tuttavia, un funambolico scatto riesce a intrappolare sulla pellicola digitale due temerari pescatori, i quali, seduti in precario equilibrio su un lastrone costiero che pare potrebbe staccarsi da un momento all’altro, maneggiano tranquillamente lenze ed esche per catturare le loro ignare prede. Ed ecco che improvvisamente appare lo Stretto di Tartaria, appendice dell’enorme oceano Pacifico che separa il continente dall’isola di Sakhalin. Il cielo è limpido, il sole si è appena levato ma splende già con forza, la luce che sprigiona dà alla scena un che di irreale. Abbiamo raggiunto il confine dell’Eurasia. Da circa sedici ore non mettiamo nulla sotto i denti. Il treno si è fermato a Vànino, uno degli ultimi avamposti della ferrovia Bajkal – Amur. Particolarità di questa città portuale, costruita lungo un’altura, è la presenza di fari navali all’interno della città, posti a intervalli regolari proprio in mezzo alla strada principale. Nonostante sia piuttosto popolata, la città appare ancora una volta morta e inospitale: non c’è quasi traccia di vita, fatta eccezione per qualche sparuto passante che cammina in fretta reggendo un sacchetto di plastica. Quel sacchetto finirà sicuramente a ingrassare le due enormi isole di plastica galleggianti al centro del medesimo
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oceano su cui questa cittadina si affaccia. L’unico chiosco disponibile non è nemmeno accessibile dall’esterno: per ricevere il cibo bisogna comunicare attraverso una minuscola finestrella, pagando e ricevendo il tutto tramite quel pertugio. Dopo esserci concessi qualche brioche al cioccolato, giusto per tacitare lo stomaco e riguadagnare un minimo di energia per continuare il viaggio, inizia la lunga attesa per il traghetto della sera. Nella stazione ferroviaria c’è uno sportello dove si vendono biglietti per la tratta nautica Vànino – Kholmsk, peccato che il suddetto sportello sia desolatamente vuoto e aprirà solo tra qualche ora. Il resto della stazione è costituito da un salone retto da enormi colonne di marmo, riscaldato in maniera appena sufficiente per rimanere in temperatura con tutti i vestiti addosso. In base alle poche indicazioni che abbiamo, il traghetto dovrebbe partire stasera verso le dieci. Ciò significa che abbiamo davanti almeno dodici ore di soporifera attesa. Nonostante lo scarso movimento in città, la stazione è densamente popolata: numerose persone, che sono scese come noi dall’unico treno che giornalmente passa da qui, aspettano ora l’unico traghetto che collega il continente con l’isola di Sakhalin. C’è perfino una compagnia di giovani militari: sono i più rumorosi del lotto e scherzano a lungo tra loro, probabilmente per lenire la nostalgia di casa e la noia derivante da questi viaggi che devono obbligatoriamente sobbarcarsi. Sebbene la professione del soldato sia molto ambita in Russia, per via delle ottime prospettive di carriera che può offrire, comporta degli svantaggi: non è bello essere carne da macello pronta da inviare a morire al fronte, così come non è bello stare per mesi e mesi forzatamente lontani dalle famiglie. Non c’è da stupirsi che molti compensino la solitudine con la vodka, anche se ufficialmente ai militari è proibito bere. Gradualmente ci immergiamo in un torpore autoindotto per tentare di mandare il cervello in stand – by e far passare più velocemente queste ore inutili della nostra vita, che devono essere consumate solo per permetterci di vivere delle altre ore più interessanti. La biglietteria ancora non ha aperto, così ce ne andiamo a spasso per la città per cercare un posto dove mangiare qualcosa di più sostanzioso di un croissant. L’unico locale esistente nei paraggi è una specie di ristorante che la sera diventa inequivocabilmente un locale a luci rosse: troppo evidenti sono i pali da lap – dance e altri
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accessori simili. Siamo praticamente gli unici clienti, alieni come al solito. Nessuno frequenta il locale a quest’ora. Tra le sue specialità di cucina c’è anche la pizza: difficile resistere alla tentazione di provare il nostro piatto nazionale, nonché orgoglio mondiale, cucinato in una località dell’estremo oriente russo. Chiediamo una Margherita, ma ciò che ci portano è tutto fuorché una Margherita. L’unica cosa che ha in comune con la pizza è la forma dell’impasto: non esiste la mozzarella, il pomodoro è a fette intere, tutta la pietanza è cosparsa di verdure miste e di innumerevoli pezzi di cipolla. La mangiamo solo per tenere buono lo stomaco. Poco soddisfatti, ma con la pancia piena, ritorniamo in stazione e scopriamo che la biglietteria ha aperto. Davanti allo sportello si è già formata una discreta fila ed è meglio affrettarsi a guadagnare un posto. Un’aria svogliata e demotivata si legge chiaramente sul volto della bigliettaia, molto parca di parole: forse è scoraggiata dall’immensa fila di persone che si sta rapidamente formando. La donna è infatti sola nel suo lavoro: tutti gli altri sportelli sono chiusi. Quando finalmente è il nostro turno, non riusciamo a capire bene se sul traghetto avremo una cabina riservata oppure no, e non è chiara nemmeno l’ora di partenza di questo benemerito traghetto. La donna lascia ben intendere che non è il caso di dilungarsi troppo a fare domande, ma è meglio prendere il biglietto e andarsene. Una cosa evidente, per chi si avventura in territorio russo, è la scortesia comunemente riscontrabile da parte dei funzionari pubblici. Sia da chi vende il pane che da chi distribuisce biglietti o stocca bagagli in una stazione, il più delle volte è meglio aspettarsi un trattamento rude e di poche parole, in quanto anche una domanda in più è spesso percepita come un fastidio. La cosa strana è che queste stesse persone, una volta tolte dal loro ruolo, possono diventare le più amichevoli e ospitali del mondo. Sotto l’effetto tranquillizzante del tenere in mano i biglietti, ci sorbiamo altre ore di sonnacchiosa attesa, mentre il salone si riempie sempre di più di gente. Ormai è meglio non staccarsi dalle scomodissime sedie che ci siamo conquistati, poiché verrebbero immediatamente occupate da altre persone. Circondandoci di bagagli su ogni lato, riusciamo comunque a ritagliarci un cantuccio indipendente. Ormai sono quasi le dieci di sera, orario teorico di partenza del traghetto, ma non succede ancora nulla. Corre voce
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che la nave sia stata sorpresa dal cattivo tempo, rendendo la sua partenza un’incognita: ci mancherebbe solo di rimanere a terra, proprio ora che abbiamo raggiunto la fine del continente e che solo le poche centinaia di chilometri dello Stretto di Tartaria ci separano da Sakhalin. Ogni tanto, alcuni gruppi di persone si alzano ed escono dalla porta sul retro, scomparendo per minuti e minuti, per poi ritornare dentro con aria scornata e infreddolita. Anche tra i militari corre una certa agitazione: ad un non meglio specificato richiamo accorrono tutti fuori, seguiti da altre persone, ma poi rientrano tutti. Ciò succede più volte, finché improvvisamente la massa di gente che si muove verso l’uscita aumenta a dismisura e inizia a spintonarsi vicendevolmente. Nonostante nessun annuncio abbia parlato dell’arrivo del traghetto, non ci pensiamo due volte a seguire il gregge. Di sicuro c’è un motivo se tutti si accalcano in questo modo verso le porte. Sembra proprio che sia arrivato il fatidico momento di salire sulla nave, ma i problemi sono appena cominciati. Ingenuamente, abbiamo creduto per tutto il giorno che il punto di attracco della nave fosse a due passi da noi, ma ora si scopre la magagna: il traghetto si può raggiungere solo grazie ad un pulmino appositamente designato a fare la spola tra le due stazioni, che sono parecchio distanti fra loro. Il problema è che il suddetto pulmino è minuscolo, e le persone che aspettano sono tante. Impossibile farcele stare tutte in un unico viaggio, nemmeno stipandole a mo’ di pellegrini indù. Come possiamo pensare di salire per primi, impacciati da tutti i bagagli? Siamo già arrivati tardi, la prima ondata di persone ci ha abbondantemente preceduto. Il primo giro parte senza di noi, e ora che non c’è più l’ambiente tiepido della stazione a proteggermi, inizio a tremare violentemente per il freddo e il vento, che mordono spietatamente. O almeno così mi sembra. Forse tutte queste ore di attesa hanno semplicemente esaurito la mia resistenza fisica e mentale, e ora non riesco più a tollerare un freddo anche non troppo intenso. Il pulmino si allontana sbuffando e imprecando, insieme a un carico di passeggeri che sicuramente non sarà il penultimo, ma forse nemmeno il terzultimo. È lentissimo, chissà quanto ci metterà per tornare a prenderci, e per giunta si allontana sempre di più fino a sparire, chissà dove se n’è andato. Magari a chilometri di distanza. Il freddo è insopportabile, temo quasi che congelerò prima di rivedere
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il pulmino. Tuttavia, Daniele escogita una trovata geniale per toglierci da questa scomoda situazione: un taxi sta infatti passando vicino a noi proprio in questo momento, ed è palesemente in cerca di clienti da accalappiare. Immediatamente, Daniele si precipita a prenotare due posti. Non importa il prezzo, basta che ci facciano salire. Non sappiamo se quel pulmino tornerà a prenderci, né quando lo farà: è meglio essere prudenti e scegliere la via più facile e sicura, anche se costosa.

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Capitolo XIV Un mercantile per noi Due posti ci sono. Montiamo precipitosamente in auto, incastrando come possibile le borse tra i sedili. Riesco a malapena a chiudere la porta posteriore e già il frettoloso tassista è partito. In pochi minuti l’uomo guida a cento chilometri orari su strade totalmente buie, ma che sembra conoscere come le sue tasche. Non posso nemmeno allacciarmi la cintura, da quanto sono pressato contro la borsa cinese: non mi resta che pregare che in caso di urto la borsa stessa possa fungermi da airbag. Il tassista guida come Vadim sull’autostrada, o forse peggio. Più volte credo di avere solo pochi attimi di vita prima che lo spericolato conducente ci faccia schiantare contro un albero, ma incredibilmente arriviamo sul posto illesi. La discesa dal taxi è un sollievo notevole, ma i problemi non sono finiti: il tassista, infatti, non ci ha scaricato davanti al porto (che è zona interdetta al traffico normale), bensì nel mezzo di una zona industriale popolata da treni abbandonati e inquietanti capannoni, attraverso i quali si snoda un labirinto di strade poco illuminate. Le sue indicazioni sono di costeggiare il treno merci fermo sui binari, aggirarlo e infine incamminarci per una delle vie, fino a raggiungere la nave. In condizioni normali sarebbe una semplice passeggiata, ma in questo momento il compito fa salire di molto l’adrenalina. Se non troviamo la nave siamo perduti, poiché ora siamo completamente soli nella nostra ricerca e nessuno ci potrà più venire in aiuto. Rischiamo di rimanere a terra, sperduti nella periferia del porto di Vànino. Non è una prospettiva piacevole. Cominciamo dunque a incamminarci il più velocemente possibile a fianco dei binari, alla sola luce di qualche distante lampione, calpestando un terreno nevoso e cedevole. Quasi non notiamo gli spuntoni di ferro arrugginito che salgono dal terreno e nei quali rischia costantemente di impigliarsi la borsa cinese. Non oso immaginare cosa potrebbe succedere se ora il fondo del borsone si lacerasse e tutto il contenuto finisse per terra: abbiamo un’altra borsa identica da usare in caso di necessità, ma sarebbe il momento più sbagliato possibile per effettuare un cambio!

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Miracolosamente, nessuna punta metallica straccia la borsa. Giunti su una strada e liberatici dal terreno accidentato, iniziamo a seguire un larghissimo vialone che si fa strada tra alcune catapecchie di legno marcio e container arrugginiti. Ormai stiamo quasi correndo su queste strade ghiacciate e insidiose, temendo che il taxi non sia stato sufficiente ad assicurarci di arrivare alla nave prima degli altri. Per alcuni interminabili momenti pensiamo di esserci persi, ma all’ultimo minuto finalmente appare in lontananza la nave. Lo sforzo mi ha fatto passare ogni sensazione di freddo, ma i miei occhiali si sono completamente appannati e quasi non ci vedo. Non ci penso nemmeno, tuttavia, a perdere tempo per toglierli e riporli. Puntiamo spediti verso il molo e infine verso la lunga scala esterna della nave, dove due donne sono pronte a ricevere i passeggeri. Si intravede nelle vicinanze il pulmino di collegamento, quello che non abbiamo voluto aspettare di prendere, che si sta fermando proprio ora davanti alla nave. Sarà ancora il primo giro che finalmente arriva a destinazione, oppure è già il secondo o addirittura il terzo? In ogni caso ce l’avremmo fatta anche con il pulmino, se avessimo avuto un po’ più di pazienza, ma a posteriori credo sia stato meglio aver pagato quei cinquecento rubli in più per assicurarsi di arrivare alla nave. In viaggio, come nella vita, non si è mai troppo prudenti. Anche adesso che siamo arrivati e che il rischio di rimanere a terra è definitivamente sfumato, continuiamo tuttavia ad avere una fretta incredibile e ingiustificata di poggiare i piedi sulla nave. Mostriamo i biglietti e i passaporti in un lampo, poi corriamo su per la ripida scala, trascinando disordinatamente i bagagli. Superiamo le porte metalliche una dopo l’altra, sempre in preda ad una furia distruttrice, finché finalmente appare l’indicazione “Alle cuccette”. Solo ora ci rendiamo conto che possiamo anche rilassarci un po’ ed evitare di sfiancarci inutilmente in questo modo. Individuo subito una poltroncina solitaria e mi ci lascio cadere quasi a peso morto. Avverto uno strano dolore al petto, piuttosto forte, come se qualcosa si fosse strappato. Sicuramente ho fatto qualche movimento errato portando la borsa cinese, e solo ora che l’adrenalina è stata riassorbita inizio a sentire il dolore e la stanchezza. Per qualche minuto fatico a respirare a causa del dolore, ma poi lentamente passa. Rimane da compiere l’ultimo sforzo, cioè arrivare alla nostra stanza. Essa si trova al livello inferiore, proprio in corrispondenza del pelo dell’acqua. La scala per raggiungerla è a
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chiocciola ed è talmente stretta da lasciar passare a malapena una persona alla volta. Facendo scivolare sui corrimani i bagagli, e in alcuni tratti anche i nostri corpi, in qualche modo riusciamo infine a cacciare tutto l’armamentario in una squallida e anonima cabina. Alloggiamo in una cabina da quattro persone, con due letti a castello posti vicino all’unico e sporchissimo oblò. La luce va e viene a intervalli irregolari: forse il vecchio motore non ha la forza di tenere acceso l’impianto elettrico e di smuovere contemporaneamente la nave dall’inerzia dell’immobilità. Dopo pochi minuti, la grassa inserviente che ci recapita le lenzuola ci fa i complimenti: rimarremo gli unici occupanti della cabina per tutto il viaggio. Questa vecchia nave mercantile, ora riadattata a traghetto passeggeri, non è molto comoda: la stanza è fredda e umida, mentre i letti sono delle semplici brande di legno, ammorbidite solo da alcuni discutibili materassi identici a quelli usati nei platskartnyj. Passeremo venti ore in questo loculo. Pur con la giacca addosso, non riusciamo a scaldarci efficacemente: non rimane che dormire con tutti i vestiti, ancora una volta. I letti sono scomodissimi: non so proprio come potrà passare questa notte senza che qualche piaga da decubito mi nasca sul dorso. Prima di dormire, tuttavia, riceviamo una visita inaspettata. Alcuni forti colpi risuonano alla porta, e dalla loro insistenza si direbbe che stia per venirci a visitare qualche poliziotto con cattive intenzioni. Per fortuna non è così, anche se non sbagliamo di molto la nostra diagnosi: i visitatori sono infatti i militari che aspettavano il traghetto con noi, e che ora condividono il nostro mezzo di trasporto. Entrano in stanza tre ragazzi in modo piuttosto irruento, al punto di farmi temere qualche genere di retata, ma in realtà vogliono semplicemente venderci alcune razioni di cibo in scatola, di quelle che hanno in dotazione per le missioni montane e che ora hanno avanzato, poiché alcuni di loro stanno tornando a casa. L’esercito, infatti, non li retribuisce con un vero stipendio ma solo con privilegi materiali, e loro vogliono quindi guadagnare un po’ di soldi, che poi useranno per comprare dei mazzi di fiori da spedire alle famiglie. Quest’ultima affermazione è da prendere con le molle: è decisamente più probabile che li spenderanno in birra e vodka, ma questi sono affari loro. La brigata si dilunga non poco a illustrarci i kit con dovizia di particolari. Dentro le scatolette di cartone c’è di tutto: pane biscottato, carne e pesce in scatola, salsine già pronte,
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brodi da diluire con l’acqua per formare succhi di frutta, concentrati proteici e vitaminici, bustine di zucchero e tè. Ci sono anche numerosi accessori come posate, tovaglioli, apriscatole e un piccolo fornello portatile costituito da una candelina che brucia sorretta da una griglietta di metallo deformabile, sulla quale si appoggia poi il pentolino. Sul retro della scatola c’è una tabella che recita quanto bisogna mangiare in ogni momento della giornata: è tutto calcolato al millesimo da qualche cervellone dell’esercito russo, con tanto di calorie. Due confezioni di pane a colazione, una a pranzo e tre a cena; per quanto riguarda la carne, la scatola rossa si mangia alla mattina e la scatola gialla alla sera. Perfino i tovaglioli sono conteggiati: uno alla mattina, uno al pomeriggio e uno alla sera. Istruzioni a prova di errore, qualunque idiota le capirebbe. Personalmente aborro l’idea di caricarci di altro peso, considerato che siamo messi molto bene in quanto a scorte di viveri, ma i ragazzi insistono a lungo perché ne compriamo almeno due. I kit sono invitanti per la loro praticità e il basso costo a cui ce li propongono, e non ci dispiacerebbe comprarne uno, ma uno soltanto. Tuttavia i ragazzi insistono molto, e alla fine in qualche modo ci convincono a comprarne ben tre. A patto però che non appena sbarcati a Sakhalin ci aiutino a trovare in fretta un mezzo di trasporto per raggiungere Juzhno – Sakhalinsk, il capoluogo dell’isola. E sia, affare fatto! Con una spesa irrisoria per i nostri standard europei, i nostri bagagli si appesantiscono di altri quattro chili e mezzo, ma perlomeno potremo contare sull’aiuto di qualcuno per orientarci nella sconosciuta Sakhalin. Inoltre, cosa non meno importante, avremo lasciato un buon ricordo degli stranieri nelle menti di questi giovani russi. La notte trascorre male, tra un brivido di freddo e l’altro. Addirittura, ad un certo punto devo mettermi la pancera di lana, per evitare di dover correre precipitosamente nei luridissimi e microscopici bagni della nave. La infilo praticamente al buio, dato che l’interruttore della luce è lontanissimo. In qualche modo, comunque, passa anche quest’ennesima disagevole nottata e si fa nuovamente mattino. Dalla cabina non si capisce il tempo che fa fuori, ma gli oblò sono ghiacciati esternamente, segno che stanotte la temperatura è scesa molto. È ora di abbandonare questo loculo per andare a prendere un po’ d’aria fresca, anche se sicuramente gelida. Risaliamo dunque in coperta, approfittando di una generosa
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colazione offerta gratuitamente, e non appena arriviamo sul ponte ci appare uno spettacolo meraviglioso: le innevate montagne di Sakhalin sono visibili all’orizzonte! La catena montuosa non ha soluzione di continuità, e apparentemente tutta l’isola è costituita da montagne. Non si vede assolutamente nulla dell’interno. Il vento oceanico sferza sempre vigorosamente la pelle, ma la sgradevole sensazione passa temporaneamente in secondo piano, mentre questi candidi denti di roccia rapiscono lo sguardo e la fantasia. Dopo tanto faticare, finalmente è in vista il nostro obiettivo, una delle zone russe più lontane raggiungibili per via terrestre. Paradossalmente, ripenso a quando venti giorni fa partimmo in treno da Tradate: chi l’avrebbe mai immaginato che saremmo giunti fin qui, per giunta in ottima salute e non stracciati dalla stanchezza come temevamo? Poiché l’isola è così vicina, rientriamo in cabina per iniziare a raccattare i nostri averi, anche se in realtà manca ancora molto tempo prima che la nave attracchi al molo: sul pelo dell’acqua si viaggia a quindici chilometri orari. Il momento in cui metteremo piede sull’isola è costellato di diversi dubbi: le isole procurano sempre quest'effetto, giacché sono separate dal resto del mondo. Abbandonata con gioia la gelida cabina, raggiungiamo l’uscita. Sulla scala che porta all’esterno si è formata una gran ressa. Ci sono diverse persone che come noi sono talmente piene di bagagli da non riuscire quasi a vedere dove vanno. Due uomini portano faticosamente ben tre borse cinesi identiche alla nostra, sennonché sono ancora più piene e quasi completamente avvolte in rotoli di nastro adesivo marrone. Per una volta ci sentiamo meno soli con i nostri carichi. Finalmente tacciono gli innumerevoli borbottii e le migliaia di vibrazioni della nave, la porta si apre e tutti iniziano a scendere. Come al solito, per noi non è così semplice. La bigliettaia, infatti, vuole vedere i biglietti e i passaporti prima di lasciar scendere la gente dalla nave, forse per avere una garanzia in più che nessuno sia riuscito a salire come clandestino. Con orrore, ci ricordiamo improvvisamente che i nostri biglietti sono rimasti nella borsa cinese, imbustati in un raccoglitore sepolto sotto tonnellate di oggetti. Chi immaginava che ce li avrebbero chiesti anche per uscire? Proviamo a passare lo stesso, sperando di non essere bloccati, ma per tutta risposta la gentile signora ci preleva i
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passaporti, ficcandoseli in tasca con un gesto rapido e sicuro. Per un attimo, la sensazione di essere nei guai si impadronisce di noi: non è piacevole trovarsi in un paese straniero lontanissimo e vedere il proprio passaporto sparire impietosamente nelle tasche di uno sconosciuto. Immaginando che il ritiro del documento sia dovuto al fatto che non abbiamo esibito i dannati biglietti, Daniele si getta disperatamente sulla borsa cinese, aprendola di scatto e iniziando a rovistare con le mani in quella marea di oggetti. La signora dei biglietti lo ferma quasi subito: ha preso i nostri documenti solo perché non sono scritti in cirillico, ed è prassi che a Sakhalin i documenti degli stranieri vengano controllati dalla polizia subito dopo lo sbarco. Possiamo dunque tirare un mezzo respiro di sollievo, chiudere la tremenda borsa cinese e avviarci verso l’uscita, aiutati proprio da uno dei soldati che ieri sera ci hanno venduto le cibarie. Sembra che almeno loro non si siano dimenticati di noi.

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Capitolo XV Il primo approccio a Sakhalin non è esaltante Giunti stabilmente con i piedi sulla terraferma, la collezionista di passaporti stranieri chiede chi sappia parlare meglio il russo tra noi due. Risposta scontata. Daniele viene condotto in un luogo a me invisibile, mentre io rimango in mezzo alla piccola stazione di Kholmsk a curare i bagagli. In pochissimo tempo mi si avvicinano incuriosite almeno tre persone, e la cosa strabiliante è che tutti parlano abbastanza bene l’inglese. Sarà stata l’influenza del Giappone ad aver portato un po’ di cultura multietnica in quest’isola apparentemente sperduta? Sakhalin è infatti rimasta sotto il controllo giapponese per quasi tutta la prima metà del Novecento, prima di essere annessa all’Unione Sovietica. Finalmente posso uscire dalla frustrazione di non comprendere un’acca di ciò che si dice attorno a me, e posso sciogliermi la lingua con un idioma che conosco bene e che disperavo di poter usare. Sono tutti e tre estremamente curiosi: vogliono sapere da dove veniamo, come mai siamo arrivati a Sakhalin, quanto tempo contiamo di rimanerci e perché abbiamo scelto di venire proprio qui. Sembra quasi un interrogatorio, anche se non percepisco alcuna intenzione ostile o maliziosa in loro. Probabilmente sono semplicemente curiosi di sapere cosa fanno due stranieri da soli in mezzo all’estremo oriente russo, muniti di un corredo di bagagli quasi scenografico. Chiacchierando con uno di loro, scopro che è stato più volte a Venezia per lavoro. Non appena la nomino come una delle tappe del nostro viaggio, il suo viso si anima subito. Purtroppo non ho il tempo di approfondire un po’ il discorso con la gente del posto: Daniele è appena tornato sano e salvo dal posto di polizia, dove è stato sottoposto ad un interrogatorio, presto tramutatosi in una piacevole chiacchierata. Non appena l’hanno sentito parlare in russo, infatti, l’hanno lasciato andare quasi subito, facendo perfino qualche battuta spiritosa. Dobbiamo già ripartire alla volta di Juzhno – Sakhalinsk, poiché è quasi sera e non c’è tempo da perdere. Fortunatamente, i nostri amici militari stanno mantenendo la loro promessa: nel frattempo ci hanno raggiunto e ci hanno trovato due posti su un pulmino per Juzhno - Sakhalinsk.
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Nonostante sia felice di proseguire il viaggio, mi scoccia non poco interrompere questo momento di socialità, fino ad oggi così carente per via delle insormontabili barriere linguistiche. Il mezzo su cui saliremo si chiama marshrutka, ed è una via di mezzo tra un taxi e un autobus. Le marshrutke hanno in media una decina di posti a sedere, nessun posto in piedi, costano più di un autobus ma meno di un taxi, e partono non in base ad un orario, bensì in base a quando si riempiono di passeggeri. In compenso, si paga il biglietto direttamente in mano all’autista, nel momento in cui si sale. Inoltre, sono in servizio a tutte le ore del giorno e sono generalmente più veloci di un autobus di linea, che deve obbligatoriamente effettuare molte fermate. Una marshrutka, invece, ferma solo su richiesta. Bisogna essere veloci a prenotare un posto, poiché le marshrutke tendono a riempirsi molto velocemente. Il più biondo dei soldati ci ha trovato gli ultimi due posti di una marshrutka già quasi piena, il che potrebbe sembrare un buon colpo di fortuna. Bisogna tuttavia mettere in conto anche i soliti, maledetti bagagli. A malapena c’è lo spazio per accogliere i nostri corpi dentro questo minuscolo pulmino “a incastro”, tuttavia in qualche modo dobbiamo farci stare anche tutto quello che abbiamo appresso. Grazie ad un miracolo di ingegneria e di contorsionismo, riusciamo a prendere posto e a chiudere la porta scorrevole, caricandoci zaini e borsa cinese sulle gambe e sul petto. Non riusciamo a vedere nulla di quello che abbiamo davanti a noi: possiamo solo guardare dai finestrini laterali. Ci troviamo così pressati da non poter nemmeno muovere un muscolo. La borsa cinese che porto in grembo mi impedisce qualsiasi movimento delle braccia, mentre le gambe sono schiacciate tra gli zaini e non possono stendersi né piegarsi di lato. Il mio compagno non sta certamente meglio, complice anche la sua notevole statura. La cosa divertente è che il viaggio durerà due ore e non ci saranno soste intermedie, dunque non scenderà nessuno e non si libererà nemmeno un micrometro di spazio per noi. Se fossi uno degli altri passeggeri e osservassi due stranieri avventurarsi su un pulmino così stretto, ammassando tutti quei bagagli fino al punto di sparire sotto i bagagli stessi, sono quasi certo che scoppierei a ridere. Invece, il resto dei passeggeri è perfettamente serio e silenzioso. Nessuno parla, né tanto meno ride
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o scherza. E nessuno ci offre un po’ di spazio, non per cattiveria ma perché proprio non ce n’è. Sperando di non incorrere in un crampo muscolare, ci resta solo da guardare fuori dal finestrino laterale, per riscattare almeno in parte questo viaggio così disagevole. Sakhalin sembra proprio un’isola molto montuosa. Superiamo ora un paio di tornanti in mezzo a due colline rocciose, mentre un’onnipresente neve ammanta i boschi. Si vede chiaramente che non è più il ghiaccio a dominare, bensì la neve fresca. Presto scende il buio, che ci priva dell’unico svago di cui disponiamo. Curiosamente, dalla mia posizione vedo distintamente una singola stella, che pare seguirmi e sbeffeggiarmi per la mia scomoda immobilità. Nessun albero né alcun orientamento del pulmino la oscura: pare proprio che mi stia prendendo in giro. A mano a mano che il cielo si fa sempre più scuro, la beffarda stella acquista luminosità, scintillando in modo impercettibile sul velo di ghiaccio che ha coperto parte del finestrino. Ormai non faccio che fissare il puntino luminoso, sperando che la tortura della scatola di sardine finisca in fretta. Due ore possono essere molto lunghe. Tuttavia, anche il momento più difficile non è mai eterno: senza che nessun crampo ci complichi la vita, la capitale di Sakhalin è finalmente raggiunta. Scendiamo con enorme sollievo nell’ampia piazza principale, dominata dalla stazione ferroviaria e dalla fiera statua di Lenin. La città ha un’aria moderna, facilmente percepibile anche alla sola illuminazione dei numerosissimi lampioni. Dalla nostra posizione sono visibili almeno tre insegne di alberghi, e puntiamo subito a quello che appare più economico. La receptionist non ci fa nemmeno una domanda: prende i soldi, ci consegna la chiave e non le passa nemmeno per la testa di chiederci i biglietti del treno o le registrazioni. Così si dovrebbe fare, accidenti. Lasciamo alla polizia i controlli, e che gli albergatori si occupino solo del loro lavoro, che è dare alla gente un posto per dormire. Un albergo è un toccasana dopo tutto questo tempo passato lontano da un alloggio stabile. Unico inconveniente è la luce che continua ad andare e venire, proprio come succedeva sul traghetto. Se non fosse per questo piccolo ma fastidioso particolare, al quale nemmeno il tecnico dell’albergo riesce a porre rimedio, ci saremmo già dimenticati della disagevole traversata marittima.
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Arriva infine il momento della cena, ormai diventata una noiosa necessità più che un piacere da gustare. Proviamo ad addentare le cibarie dei soldati, che apparentemente hanno un ottimo aspetto: peccato però che siano state concepite per essere nutrienti e non per essere buone. Il pane biscottato è durissimo, totalmente insipido e ha un retrogusto di plastica. La carne sa di putrido, il paté è fegato quasi crudo, i beveroni alla frutta cotta sono nauseanti. Ci tocca mangiare solo perché abbiamo fame, ma l’impulso comune sarebbe di gettare tutto nella spazzatura. E abbiamo altre due confezioni sul groppone! Mi sento già male al solo pensiero di dover mangiare ancora questa roba…ma ora è meglio dormire e non pensare più a nulla, conviene affrontare solo un problema alla volta. In stanza filtra però uno spiffero gelido, che è destinato a guastare i nostri sonni. L’unica difesa contro questo fastidioso ospite è coprire di scotch i margini delle finestre e dormire completamente imbozzolati nelle coperte, senza lasciare fuori nemmeno la testa.

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Capitolo XVI Juzhno – Sakhalinsk. Poco e nulla

La prima giornata a Juzhno – Sakhalinsk non è dedicata alla visita della città, bensì al riassestamento di noi stessi. Dobbiamo occuparci di una quantità di cose pratiche, che poco hanno di romantico ed emozionante: i vestiti da lavare e asciugare, i soldi da cambiare, i biglietti del prossimo treno da comprare, l’attrezzatura da riorganizzare. Dobbiamo anche procurarci altro cibo per sostituire i kit militari, dato che stamani abbiamo buttato via i due che rimanevano. C’è un limite a tutto, sono troppo disgustosi. Per il problema vestiti, ecco che la vasca da bagno si trasforma in un’efficiente lavatrice, mentre un pezzo di filo teso tra due porte diventa un perfetto stendino. Per via di questi lavori “domestici”, usciamo solo poche volte e sempre rimanendo nei pressi della stazione. Per il resto passiamo la giornata in albergo, cercando di recuperare il più possibile le forze. Il giorno successivo usciamo finalmente a visitare un po’ la città, ma ne rimaniamo piuttosto delusi. Non c’è assolutamente niente di interessante in giro per le strade, a parte la statua di Lenin. La temperatura è ottima e non fa affatto freddo, perlomeno in relazione alle temperature cui siamo abituati, ma la città è l’emblema dell’anonimità. Possiede certamente tutto il necessario per assicurare ogni tipo di servizio ai cittadini, come ci si aspetta da una città di quasi duecentomila abitanti, ma culturalmente e artisticamente è monca, insipida. Non siamo più in Italia, dove in ogni paese, per quanto insignificante esso sia, c’è sempre una bella chiesa, un’opera
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d’arte, un affresco, un qualcosa che testimoni l’amore per la bellezza. Tuttavia, la città non è totalmente spoglia di cultura: ospita un museo locale che vale la pena di visitare, in quanto summa dell’intera isola di Sakhalin. È dunque il caso di spendere due parole su quest’isola, sconosciuta ai più. Insieme alle isole Curili, estreme appendici di terra che separano il mare di Ohotsk dal vero oceano Pacifico, forma l’omonima regione russa, una delle più orientali. Da dove ci troviamo ora, distiamo non più di duecento chilometri dall’isola di Hokkaido, la più settentrionale del Giappone. Ironia della sorte, pur trovandoci in estremo oriente possiamo considerarci ancora in Europa. Se invece fossimo qualche centinaio di chilometri più sotto, nel paese del Sol Levante, ci sentiremmo in tutt’altro mondo. Ma la cultura giapponese, che dominò quest’isola per un quarantennio, è ancora visibile in alcuni tratti di Sakhalin: il museo stesso è costruito secondo il classico stile nipponico. La città è inoltre multietnica: ospita ad esempio una nutrita minoranza di coreani, rimasti qui dopo essere stati chiamati a lavorare nelle miniere di carbone durante il secondo conflitto mondiale. Anche le costruzioni della città sono di diversa fattura rispetto allo standard russo: le case in legno sono pochissime. Dappertutto ci sono quasi solo condomini in muratura. Nonostante la temperatura sia sensibilmente più elevata rispetto a quella continentale, dalle grondaie pendono comunque delle lunghe stalattiti di ghiaccio. La fortuna di Sakhalin è il possedere, oltre a molte risorse minerarie, degli ottimi giacimenti di idrocarburi. La città di Okha, all’estremo nord dell’isola, è un importante centro del petrolio conosciuto a livello internazionale. Purtroppo, quando si tratta di petrolio c’è sempre il rovescio della medaglia: la ricchezza va nelle mani di poche persone, l’ecosistema viene sconquassato, le numerose popolazioni ed etnie locali soffrono l’espropriazione della loro terra. È strano che un viaggio ecologico, concepito per inquinare il meno possibile, abbia come meta ultima un’isola dove si estraggono ingenti quantità di petrolio. Nel museo c’è una quantità impressionante di animali impagliati: pesci di ogni genere, pelosissimi orsi, foche, rane, salamandre, più alcune chicche come fanoni e immense vertebre di balena. Nell’altra stanza, alcune riproduzioni di come si viveva cent’anni fa nelle case
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di Sakhalin fanno sorridere, ma affascinano non poco, come tutte le cose che hanno dietro di sé una storia. Il museo termina con una sala dove sono appese innumerevoli carte geografiche, politiche e tematiche. Ognuna raffigura un particolare: i pozzi di petrolio, i numerosi vulcani, le popolazioni locali. Avremo modo di scoprire una di esse visitando Okha, nelle cui vicinanze vivono ancora i duemila Nivkhi sopravvissuti. Per adesso, pare che a Juzhno – Sakhalinsk non ci sia veramente nulla di interessante. Il clima non aiuta: se certamente la parte migliore di Sakhalin si può vedere fuori dalle città, non possiamo avventurarci troppo in giro da soli senza un mezzo di trasporto e senza l’ausilio di qualcuno che conosca i luoghi. Ci tocca quindi rimanere strettamente legati ai centri urbani. Usciti dal museo, tentiamo di girovagare un po’ per le zone della città non ancora battute, sperando di trovare qualcosa che stimoli l’attenzione, ma vanamente. Raramente ho visto una città squallida e anonima come questa, nemmeno fosse il più triste dei quartieri milanesi. Il parco cittadino è coperto da neve e ghiaccio: non possiamo nemmeno rilassarci per guardare un po’ di verde, colore quasi abolito dalle nostre percezioni. Non ci resta che girare i tacchi e tornare al caldo della nostra camera, anche perché ha iniziato ad alzarsi una brezza piuttosto tesa e subdola. Prima di addormentarci spaziamo con la fantasia, discutendo di pianeti lontani, terre che emergono dall’acqua, tunnel sottomarini che collegano mondi paralleli, viaggi extrasolari e altre fervide creazioni di fantasia, partorite da cervelli sempre più stressati e che hanno evidentemente bisogno di riposare.

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Capitolo XVII Verso i confini del mondo La mattina capita un curioso inconveniente: per qualche strana ragione, la porta del gabinetto si blocca dall’esterno e non ne vuole più sapere di aprirsi. È incredibile come ci si senta vulnerabili quando si scopre che il bagno è inaccessibile. Dopo aver valutato che scassare la serratura non sarebbe la scelta migliore, poiché poi dovremmo pagare tutti i danni, risolvo la situazione con un pizzico di ingegno. È sufficiente arrotolare un cerotto adesivo e passarlo a mo’ di filo interdentale nella fessura della porta, così da sbloccare il meccanismo di apertura. Funziona! Risolto il piccolo problema, ci concediamo una colazione assolutamente priva di schifezze militari, prima di iniziare i soliti preparativi per l’ennesimo trasferimento. A metà pomeriggio parte un treno che in tredici ore ci porterà ancora una volta un po’ più in là nel nostro viaggio. Tuttavia, non riusciremo ad arrivare fino a Okha unicamente tramite le rotaie. La ferrovia, infatti, si interrompe a Nogliki, circa a metà dell’isola. Ciò significa che Nogliki sarà il nostro capolinea ferroviario assoluto. Una volta giunti lì, per spostarci dovremo per forza utilizzare gli autobus, che seppur inquinanti e apparentemente contrari al nostro programma di viaggio, sono comunque mezzi pubblici e quindi ecologicamente sostenibili, a differenza dei mezzi privati. Aspettiamo per altre inutili ore seduti nella sala d’attesa, sperando di andarcene in fretta da quest’anonimo agglomerato urbano che non ci ha comunicato praticamente nulla. L’edificio della stazione ha un aspetto estremamente pulito e moderno, fin troppo asettico. I pavimenti quasi splendono dal brillantante che le donne delle pulizie hanno sparso in quantità generose, mentre le luci al neon illuminano colonne marmoree e scomode panche di metallo verniciate di bianco sporco. Rispetto alle stazioni delle precedenti città russe, approssimative ma “vissute”, sembra quasi che questa costituisca una bolla di estraneità in mezzo al mondo russo. Il peculiare ambiente di questa stazione mi suggerisce diversi pensieri. Ad esempio, mi domando cosa succederebbe se si realizzasse il mio antico sogno di viaggiare tutti i giorni dell’anno,
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senza mai fermarsi, vivendo di sensazioni nuove e di luoghi effimeri, rinunciando alle radici della vita comune. Vivere sempre in movimento, uccidendo la noia giorno per giorno, imparando sempre qualcosa di nuovo in un turbine di emozioni che in una vita normale non si proverebbero mai. Un tempo pensavo che non ci sarebbe stato nulla di meglio. Ora che sono in viaggio da un mese, tuttavia, mi rendo sempre più conto di come il mio pensiero si rivolga spesso alla casa che ho lasciato, ad oltre diecimila chilometri di distanza. Tutta la vita che conosco si svolge lì: il viaggio è una sua appendice, che per quanto estesa possa essere, rimane pur sempre un’appendice. Solo il vischio riesce a sopravvivere senza radici, parassitando le altre piante, ma ormai mi sono convinto che il vischio debba per questo essere una pianta triste. Non trova mai nessuno che la accoglie con gioia quando ritorna indietro: è eterna vagabonda, reietta da tutti. Pirandello stesso diceva questo nel suo “Il fu Mattia Pascal”: non avere radici porta un’enorme libertà, ma una libertà che costa, costa tantissimo. Costa la propria identità. E mai come ora sento che aveva enormemente ragione. Un incomprensibile annuncio mi riscuote dal turbine di pensieri nel quale mi sono tuffato, e presto la nostra formazione si ricompone. Borsa cinese al centro, zaini sulle spalle, borse e zainetti supplementari all’esterno. Ci farebbe comodo un altro paio di mani. Il treno è già pronto sui binari, e dopo tanti viaggi in prima classe ora ce ne tocca uno in seconda. Ciò non può fare a meno di destarmi una certa preoccupazione: la seppur relativa protezione assicurata dal kupè ora verrà meno e saremo di nuovo in compagnia di un vagone pieno di persone, magari non tutte contente di vedere degli stranieri sul treno. Ci riconoscono sempre subito, con la stessa facilità con la quale noi riconosceremmo un finlandese su un autobus urbano milanese. Al momento di salire, l’unica differenza che noto con il Mosca – Tynda è che i colori dei sedili sono diversi. Lì dominava il blu, qui è tutto rosso. Tuttavia, le brande sono ugualmente scomode. Il resto della mia attenzione è dedicato ai nostri vicini di posto, che tra poco conosceremo. Non avendo potuto prenotare con largo anticipo il treno, abbiamo dovuto accontentarci di uno scomodo blocco minore, per giunta in fondo al treno e quindi vicinissimo al bagno. Proprio il posto dove passa gente a qualunque ora del giorno e della notte, sbattendo la porta. Siamo dunque nella posizione più esposta
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agli sguardi di eventuali xenofobi o ubriachi molesti, ma ad una prima occhiata pare non ce ne sia nessuno. Tocca ancora a me dormire sopra, nel posto più scomodo dell’intero vagone. Il posto inferiore, tuttavia, non migliora di molto la situazione: stendere completamente le gambe è impossibile in entrambe le cuccette, già molto corte e in più chiuse tra due pareti inamovibili. Fortunatamente, la temperatura è ottima e non asfissiante, ma forse è solo perché il treno è ancora spento e il riscaldamento non è ancora entrato in funzione. Le basse luci del tardo pomeriggio non vengono compensate dalle luci del treno, ancora spente, e l’atmosfera è molto tranquilla e silenziosa, nonostante la nutrita presenza di persone sul vagone. Quasi tutte sono donne, che portano variopinti fazzoletti in testa e si trascinano dietro dei trolley immensi, che spesso faticano a sistemare negli scompartimenti più alti a causa della loro bassa statura. Tuttavia, nessuna ci chiede aiuto, anche se la statura del mio amico permetterebbe loro di sistemarli in un lampo. Meglio così, non abbiamo proprio voglia di avere a che fare con nessuno. La nostra posizione è già molto esposta, e il ricordo della brutta esperienza sul Mosca – Tynda è ancora presente nella memoria, anche se appare molto improbabile che stanotte si ripeterà una situazione simile. Non appena la provodnitsa ci recapita le lenzuola, sistemiamo il letto e ci rannicchiamo nel nostro cantuccio, cercando di convivere con gli inevitabili dolori e fastidi agli arti inferiori e alla schiena. Trovare una posizione veramente comoda è impossibile. Bisogna semplicemente abituarsi a stare scomodi, altrimenti si è condannati a rigirarsi in eterno senza mai trovare pace, e girarsi in questa strettissima branda è un’impresa di acrobazie, nonostante la piccola spondina ripiegabile che dovrebbe impedire le cadute accidentali: spondina che in realtà è così ridicolmente bassa da costituire soltanto un intralcio nelle operazioni di rifacimento della branda. Tuttavia, pur nella sua scomodità, il posto superiore trasmette un certo senso di sicurezza. Le persone che passano lungo lo stretto corridoio disturbano principalmente il passeggero che sta sotto; in alto, invece, la ristrettezza dello scomparto e il fatto di essere circondati da muri sui tre lati conciliano quasi il rilassamento e il sonno. Specialmente quando mi giro sul lato del finestrino, escludendo la vista del vagone ai miei occhi, mi sento quasi in una botte di ferro. Rimango infatti in tale posizione fino alla mattina
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successiva, osservando meccanicamente i fiocchi di neve cadere e infine sprofondando in un sonno intermittente, spesso disturbato dagli schianti della porta del bagno che sbatte. Talvolta, anche un bambino piagnucoloso riempie l’etere con i suoi insopportabili strilli. Nessuno ci rivolgerà nemmeno una sillaba per tutte le tredici ore di viaggio, come se non esistessimo affatto. Alle sei di mattina, ogni tentativo di riprendere sonno è inutile. Mi soffio il naso, sempre delicatamente per non attirare l’attenzione, ma non appena mi giro verso le cuccette constato che avrei potuto anche non prendere questa precauzione. Il vagone, infatti, si è svuotato quasi completamente nel corso della notte. All’esterno infuria una tormenta: turbini di fiocchi di neve e cristalli di ghiaccio sbattono furiosamente contro i finestrini, accumulandosi per pochi secondi prima di essere spazzati via dal vento. Non manca più di un’ora alla nostra discesa dal vagone, che durante la notte è stato efficacemente riscaldato e ora è quasi afoso. Una volta a Nogliki dovremo cercare velocemente un autobus che ci porti fino a Okha, la capitale del petrolio. I problemi di questo tipo, in un viaggio indipendente, sono costanti e mai eliminabili. Solo quando varcheremo nuovamente la soglia di casa nostra, in Italia, potremo definitivamente smettere di preoccuparci di come ci sposteremo, anche se torneranno altri problemi e preoccupazioni che qui invece non esistono. Ma fintantoché siamo in viaggio, ogni giorno è una sfida, un’eccitante incognita. La sensazione del “cosa succederebbe se perdessi l’autobus?” è angosciante, ma allo stesso tempo tremendamente attraente, è ciò che rende il viaggio pieno di emozioni che si fissano indelebilmente nella memoria. Un treno preso per un soffio, un diverbio scampato, un divertente equivoco con la bigliettaia della stazione: queste sono le cose che anche dopo cinquant’anni verranno ricordate, scolpite nella memoria come un insetto racchiuso per sempre nell’ambra che l’ha lentamente inglobato. Una brevissima ricerca attorno alla piccola stazione di Nogliki è sufficiente per trovare un autobus che si dirige a Okha, lungo una strada sterrata che si percorre in cinque ore. Ormai le distanze russe non mi stupiscono più, anzi sono arrivato a considerare un viaggio di cinque ore come breve. Sarebbero potute essere otto o nove, se non dodici. Il nostro mezzo è simile ad una marshrutka e funziona allo stesso modo, ma è considerevolmente più spazioso. Ci
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troviamo comunque in difficoltà a sistemare i bagagli, nonostante lo spazio aumentato. Come abbiamo fatto a incastrare tutto in quel minuscolo pulmino, solo pochi giorni fa? Mistero. Probabilmente è stato solo l’istinto di sopravvivenza che ci ha spinto a pressare tutto insieme dentro la marshrutka e partire. Stavolta, fortunatamente, la situazione è molto più gestibile. Il riscaldamento è tenuto al massimo, e presto mi devo togliere il piumino e la giacca da sci. Anche stavolta ho sbagliato a vestirmi, esagerando con la prudenza, ma mi sto cominciando a rassegnare anche ad un altro aspetto del viaggio siberiano: è impossibile vestirsi nel modo “giusto”. La temperatura è sempre troppo variabile e imprevedibile. Inevitabilmente, quando mi vesto pesantemente aspettandomi un freddo micidiale, poi fa caldo (in termini relativi, è ovvio). E viceversa, quando mi vesto di meno aspettandomi un clima più mite, scende un gelo plutonico. Finora l’ha sempre avuta vinta la Siberia, chissà se prima o poi mi riuscirà di turlupinare la mia immensa e astuta avversaria? Inizia così il viaggio lungo questa strada ghiacciata e irregolare, ovviamente senza aver mangiato nulla da quando abbiamo abbandonato l’albergo di Juzhno – Sakhalinsk. La fame mi tormenta, abituato come sono a mangiare poco ma a intervalli ravvicinati. Il mio compare ha invece la fortuna di avere un metabolismo più lento, che gli consente di “fare il pieno” e poi tirare avanti anche per quarantotto ore senza danni. Le provviste sono ridotte all’osso: è rimasta solo qualche zolletta di zucchero, il brodo granulare da sciogliere in acqua insieme alla pastina, più un tozzo di pane e una bottiglietta d’acqua. Tutto qui. E tuttavia è dannatamente irritante come, nonostante la scarsità di viveri, i bagagli continuino a pesare come macigni. Ma forse è la stanchezza cronica a farli sembrare sempre così pesanti. L’autista guida con un volto totalmente privo di espressione lungo una strada sempre uguale, fiancheggiata da boscaglia innevata da entrambi i lati. Deve averla percorsa centinaia di volte e probabilmente ormai gli darà la nausea. Speriamo solo che non si addormenti. Sicuramente d’estate c’è più varietà di paesaggio, ma l’isolamento e la monotonia non si possono lenire. Le montagne che dominavano nel sud di Sakhalin sono ora sparite, lasciando il posto ad un piattume unico. Quasi nessun veicolo sta percorrendo
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questa strada, e i pochi che incrociamo sono quasi tutti camion all’opera in qualche cantiere. Il vento non accenna a diminuire, distribuendo sempre generose quantità di cristalli di neve sui finestrini. Tento di distrarre la mente da questa scomoda monotonia mettendomi gli auricolari e lasciando scorrere un po’ di tracce nel lettore, scegliendo quelle più adatte a rievocare l’atmosfera di questo momento. Melodie decadenti condite da una batteria marziale mi accompagnano per una decina di minuti, sostituite successivamente da intense note di pianoforte che sposano magistralmente una sei corde distorta al punto giusto. Questo è il viaggio che ci sta portando alla “fine del mondo”, oltre la quale non potremo più progredire, ma solo iniziare a tornare a casa. Dopo tanto tempo passato ad andare avanti, ora il capolinea è vicino, e inevitabilmente la battuta d’arresto che ne seguirà sarà un momento particolarissimo del viaggio. Talvolta, un obiettivo a lungo inseguito diventa, dopo una lunga e faticosa ascesa per raggiungerlo, improvvisamente insipido. Che succeda lo stesso con Okha, fin dall’inizio considerata nostra meta ultima? Se fosse un luogo deludente, popolato solo da trivelle petrolifere e niente più? Ma un pensiero più forte spazza via questi dubbi: non è importante tanto il luogo dove si arriva, ma le emozioni che si sono provate durante il viaggio per raggiungerlo. E quelle non sono mancate affatto.

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Capitolo XVIII Okha, la città del petrolio

Dopo le necessarie ore di scossoni e traballamenti assortiti, un cartello segnala l’imminente presenza di Okha. La segnalazione è ironica: dal cartello alla città ci sono ancora chissà quanti chilometri, poiché non si vede alcun segno di presenza urbana. Tuttavia, dopo un po’ appare qualche sprazzo di costruzione e un’insegna molto più grande, dorata e argentata, recante il nome della città. Solo in cirillico, ovviamente: da molte migliaia di chilometri non vediamo più cartelli scritti sia in russo sia in inglese. Okha conta circa cinquantamila abitanti, e nonostante il decentramento ha l’aria di essere una cittadina vivibile. È tuttavia popolata dai soliti orrendi palazzi che la rendono inconfondibilmente siberiana. La neve continua a cadere incessantemente, formando degli enormi cumuli lungo le strade: qui non è come nell’entroterra siberiano, dove la neve di ottobre ghiaccia e rimane praticamente inalterata fino a primavera. Nel nord di Sakhalin nevica tutto l’inverno, e inoltre fa considerevolmente più freddo che al sud dell’isola, dunque ancora una volta c’è bisogno di adeguare l’abbigliamento. Fortunatamente c’è un alberghetto non molto lontano dal punto in cui, inconsapevolmente, scendiamo dall’autobus convinti di essere arrivati in città. In realtà non si trattava affatto dell’ultima fermata, ma ogni tanto la fortuna gira nel verso giusto anche per noi, e presto possiamo sdraiarci su due enormi letti che ci permettono di riposare dalla lunga tratta in treno, seguita poi da quelle cinque sconquassanti ore di pulmino.
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Vorrei che il momento del riposo post – trasferimento non finisse mai, ma so che dopo poco dovremo già cominciare ad organizzarci per proseguire nel nostro itinerario. Ancora una volta la camera è fredda e dobbiamo vestirci bene per evitare di ammalarci: sta diventando veramente un’ossessione quella di dover stare coperti anche dentro gli edifici. Usciamo dall’albergo solo per andare a comprare del cibo: le provviste, infatti, vanno urgentemente rifornite. Menù del giorno: shproty (pesciolini in scatola da mangiare interi, con tutte le lische), wurstel, formaggio stagionato, pane e mortadella, mele e acqua minerale. Dopo un mese è una dieta nauseante, ma sempre pratica ed economica. Non siamo giunti a Okha impreparati, come poteva essere per Verkhnezejsk. Stavolta abbiamo molte informazioni su di essa, e perfino il contatto e - mail della direttrice del museo locale. Grazie alla corrispondenza effettuata con lei prima della partenza, infatti, ora la donna sta aspettando il nostro arrivo. Se tutto andrà come speriamo, sarà il nostro trampolino di lancio che ci permetterà di godere al massimo della visita di questa città, accompagnati da un abitante locale. E non uno qualsiasi, ma una persona importante. Dopo una dormita ristoratrice, il museo è dunque la nostra prima destinazione. Passando attraverso anonimi stradoni e viuzze parallele fiancheggiate da alberi pieni di neve, lo raggiungiamo in pochi minuti, nonostante alcuni rovinosi scivoloni sul ghiaccio. Si tratta di un palazzone giallognolo, scrostato e poco appariscente. All’entrata ci ricevono alcune donne che ci accolgono calorosamente non appena scoprono che siamo proprio gli stranieri che aspettavano. Una di loro, particolarmente pingue e dotata di un paio di occhiali molto spessi, è proprio il nostro contatto. Dopo i convenevoli, la donna ci porta nel suo ufficio per vedere di organizzare qualcosa. A noi interesserebbe visitare qualche paese vicino dove vivono ancora le etnie locali, oppure organizzare un’escursione guidata ad un vicino villaggio, vittima di un devastante terremoto e mai più ricostruito. Eventualmente, se proprio non ci fosse nulla di meglio, andrebbero bene anche i pozzi di petrolio. Purtroppo, in Siberia d’inverno è molto più facile che qualcuno risponda che una cosa non si può fare, piuttosto che il contrario. Le risposte della signora non sono infatti incoraggianti: i pozzi petroliferi sono tutti lontanissimi, e in ogni caso non sono accessibili per chi non dispone di un permesso speciale. La neve e il
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brutto tempo tagliano le gambe ad ogni escursione avventurosa in paesi dimenticati. Una gita al vicino villaggio di Nekrasovka, tuttavia, è perfettamente fattibile. Lì abitano i Nivkhi, popolazione autoctona che ancora resiste nei propri nuclei di aggregazione. Stanno un po’ meglio degli indiani nelle riserve, ma il concetto è lo stesso. La donna sceglie per noi una guida, incaricata di farci conoscere prima la città di Okha e poi l’indomani portarci anche a Nekrasovka. Destiamo molto interesse come visitatori: non gli capita spesso di vedere degli stranieri, in questa stagione e in un luogo così remoto e privo di interesse turistico. In quale altra città potremmo aspettarci un’accoglienza simile? Bisogna proprio andare a cercarselo col lanternino, un posto del genere. A dire il vero, loro sostengono che qualche straniero ogni tanto arriva, ma per lavoro. Hanno visto dei francesi e degli americani. Non si ricordano di aver mai visto italiani, anche se non possono assicurarcelo. Effettivamente, dopo Mosca non abbiamo più visto stranieri in viaggio, a parte noi. Niente italiani, niente francesi, niente inglesi, niente americani. Nessuno che non fosse russo. Mi chiedo cosa pensino queste persone di noi: sono sicuro che si stanno domandando cosa diavolo ci abbia spinto a viaggiare tanto per arrivare in una località simile. Volendo fare un paragone un po’ azzardato, è come se una persona partita dalla Groenlandia in barca a remi approdasse infine in un remoto paesino delle coste lucane, asserendo di essere arrivato a destinazione. Certamente sarebbe guardata con molto interesse…e forse considerata anche un po’ matta. Svetlana è la donna che ci aiuterà a scoprire il nord di Sakhalin. La cosa strana è che pare che lo farà gratuitamente, come le è stato raccomandato anche dal sindaco. Si parte dunque con la visita del museo, che ospita numerosi oggetti e testimonianze appartenuti alle popolazioni indigene, ora ridotte all’osso e confinate in sperduti villaggi dimenticati nella periferia di Sakhalin. C’è di tutto: dalle calzature ricoperte di pelo alle splendide magliette ricamate a mano con bellissimi disegni, fino all’equipaggiamento da caccia e pesca, che ancora oggi queste popolazioni praticano con assiduità. Tronchi d’albero scavati internamente formano una canoa; un po’ di assi intrecciate formano una slitta con la quale correre veloci sulla neve, trainati dai cani. Un’insolita catena fatta interamente di legno passa
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quasi inosservata ai miei occhi finché non la osservo meglio e mi rendo conto che non può esistere un oggetto simile. Ha anelli chiusi uno dentro l’altro, perfettamente lisci e levigati, proprio come una normale catena di acciaio. Come avranno mai potuto costruirla? Certamente il legno non si può fondere e poi far solidificare, né tanto meno può essere cresciuto ad anello. Devono per forza averla costruita con una tecnica particolare, che però non riesco proprio a immaginare. Svetlana spiega infine che la catena è stata costruita scolpendo un unico blocco di legno. Semplice e geniale! A differenza del museo, che però si esaurisce in fretta, le strade della città non offrono molti svaghi né interessanti visioni. Gli unici elementi artistici sono l’onnipresente e noiosa statua del padre della Rivoluzione russa, più qualche monumento celebrativo e un’automobile quasi completamente sepolta dalla neve. Una chiesa più bianca della neve stessa ha i classici cipollotti dorati che colpiscono sempre lo sguardo, ma è chiusa. Svetlana opta per un diversivo, portandoci nel centro culturale dei Nivkhi: essi infatti non vivono solo in paesi come Nekrasovka, ma hanno una sede associativa anche qui. Una specie di rudimentale Pro Loco. Tale sede si trova in un lurido scantinato, raggiungibile dopo due rampe di scale strettissime e buie. Nel cantinino troviamo quattro o cinque donne piuttosto attempate, dai tratti somatici indefinibili. Fianchi larghi, guance piene e cadenti, nasi a punta, pelle color avorio vecchio e punteggiata di lentiggini. Lineamenti orientali, certo, ma non riconducibili a etnie che già conosco. Il bugigattolo è il loro quartier generale, nel quale fabbricano i loro oggetti e attualmente ricevono gli unici stranieri che sembrano aver visto fino ad oggi. Il cantinino è veramente pittoresco e la loro accoglienza è ottima: sul tavolo centrale iniziano immediatamente ad accumularsi tazze di tè, biscotti, pasticcini e quant’altro, da offrire agli ospiti stranieri. Tutte molto curiose, le anziane donne iniziano a tempestare di domande il mio amico, unico in grado di rispondergli, e poco alla volta facciamo la loro conoscenza. Non potendo come al solito parlare, decido di mostrare la mia gratitudine ingozzandomi di cibo. Qui infatti, più l’ospite mangia, più il padrone di casa è contento, perché significa che l’ospite apprezza il cibo e quindi l’ospitalità. Non è come da noi, dove un eccesso di voluttà potrebbe essere interpretato come opportunismo e scortesia. Ma a parte mangiare, non mi arrischio a fare nient’altro. Non ho idea di come
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potrebbero interpretare un mio gesto, una mia espressione, un mio modo di fare. Le forme di galateo più disparate circolano per il mondo: in Indonesia, ad esempio, accarezzare un bambino sulla testa è una gaffe imperdonabile, mentre da noi è un gesto comune e affettuoso. Che ne so che qualche mio comportamento o gesto apparentemente normalissimo non possa essere considerato un sacrilegio immane che mi porterebbe ad un’immediata esecuzione sul patibolo, dopo la quale verrei tagliato a fettine e venduto sottocosto al mercato della carne esotica? Meglio stare attenti, anche se l’eventualità è assai improbabile. Una dopo l'altra, le donne Nivkhi ci mostrano tutti i loro oggetti di artigianato: babbucce, magliette identiche a quelle viste al museo, vesti e sottovesti, cestini…ce n’è per tutti i gusti. Ovviamente, per finanziare la propria associazione, li vendono. Non fanno alcun cenno a noi, ma è implicito che sia buona educazione ricambiare la loro ospitalità comprandogli qualcosa. La nostra scelta cade su alcune babbucce foderate di pelo di animale, un paio di grembiuli colorati e due amuleti, che però alla fine ci vengono regalati. La determinazione del prezzo è molto approssimativa: una delle donne, più austera e meno sorridente delle altre, vorrebbe alzare il prezzo come si fa di solito coi turisti, ma un’altra la previene e ce li cede scontati della metà, rimproverando l’amica per aver cercato di lucrare su di noi. Voleva infatti farci pagare il triplo del normale. Anche in capo al mondo, nessuno resiste alla tentazione di fregare il malcapitato straniero ogni volta che è possibile. Un’altra particolarità di queste persone, che ci infastidisce non poco, è che non ne vogliono sapere di farsi fotografare. Non avendo macinato pochi chilometri per venire a incontrarle, ci aspetteremmo come minimo che si lascino immortalare per permetterci di mostrare anche a casa nostra come sono fatti i misconosciuti Nivkhi, ma non c’è niente da fare. Se proviamo a chiedere il permesso di fotografarle si rabbuiano immediatamente e ci fanno capire che è meglio non chiederlo una volta di più. In compenso, però, sfoggiano macchine digitali di ultima generazione che continuano ad abbagliarci con i loro flash. Ci fotografano di continuo, come fossimo animali da circo. Certamente è comprensibile che, non vedendo mai nessuno che non sia originario delle immediate vicinanze, vogliano immortalare questa stranezza ora che possono. Ma anche per noi vale lo stesso! Tuttavia, non c’è
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verso di convincerle. Non vogliamo scattare foto a tradimento: rischieremmo di offenderle mortalmente e di incrinare i rapporti che fino ad ora si sono dimostrati buoni, così riponiamo le macchine fotografiche e lasciamo perdere. Forse non vogliono che le fotografiamo perché si vergognano dello stato di disordine in cui versa la stanza e temono che anche quello appaia nelle foto, o forse perché in qualche modo si sentono inferiori a noi. Ai loro occhi siamo pur sempre turisti occidentali pieni di soldi, anche se non è assolutamente così. Oppure non gradiscono le fotografie perché secondo alcune culture orientali il fotografare una persona equivale a rubarle l’anima. Potrebbero pensarla così anche loro. Ma allora perché si sentono in diritto di rubare la nostra, di anima? Probabilmente è proprio il fattore vergogna a determinare il rifiuto. Ci credono pieni di soldi e ricchezze, e quindi troppo superiori a loro. Sarebbe inutile tentare di spiegargli che, ad esempio, viaggiamo spesso e volentieri in seconda classe e che abbiamo scelto di spostarci sempre in treno per riscoprire il viaggio “scomodo”, oppure che ci portiamo dietro pesi assurdi senza mai pagare un facchino e che per risparmiare mangiamo le scatolette di tonno comprate al supermercato. Probabilmente non riusciremmo mai a scrostare dal loro immaginario la nostra immagine di “ricconi”, che se viaggiano così lontano devono sicuramente avere grosse disponibilità economiche. A mano a mano che la conversazione continua, riesco a cogliere sempre più aspetti di ciò che viene detto, specialmente quando è Daniele a parlare. Ormai è un mese che sento parlare in russo, e bene o male il mio amico racconta sempre gli stessi aneddoti. Tra le parole imparate, la pronuncia italiofona e la ripetitività dei discorsi, riesco a cogliere il senso di quasi tutto ciò che egli dice. Quando parla un russo, invece, è praticamente impossibile capirlo o seguirne un discorso, bisogna accontentarsi di qualche frammento di frase captato grazie ad una buona attenzione e ad un pizzico di fantasia. Il discorso si sposta lentamente dal nostro viaggio all’Italia e alle nostre abitudini di vita, così distanti dalle loro che quasi non si riesce a concepirlo. Entrare in contatto con culture così diverse dalla propria, che fino a poco prima non si sapeva nemmeno che esistessero, è fondamentale per capire che il mondo non si ferma solo al cortile di casa nostra.
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È passata qualche ora e Svetlana deve congedarsi da noi, ma ci dà appuntamento l’indomani mattina alla reception dell’albergo, per portarci fino a Nekrasovka e farci così conoscere meglio i Nivkhi. Facciamo ritorno in albergo mentre il sole sta già calando, inesorabile, lasciando questo solitario avamposto umano in balìa del freddo e delle tempeste di neve.

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Capitolo XIX Il paese dove non hanno mai visto un italiano Per raggiungere Nekrasovka useremo il taxi, che in Russia è un mezzo abbastanza economico, specie se confrontato con gli standard italiani. Con questo viaggetto viene ridefinito il limite geografico del viaggio: non è più Okha, ma si sposta proprio a Nekrasovka, ancora un po’ più a nord della città del petrolio e dunque tecnicamente più lontano da casa nostra in termini di strada percorsa. Il collegamento tra le due cittadine è un’enorme lingua d'asfalto coperta di neve ghiacciata, sulla quale il tassista sfreccia velocissimo, affrontando curve apparentemente insidiose con sorprendente sicurezza. I tassisti russi hanno proprio l’ossessione della velocità. Immense pianure bianche, martoriate da un sole abbacinante più che mai, stringono questa timida strada in una morsa. Vegetazione, poca; punti di riferimento, assenti. Ora sì che ho la netta sensazione di essere arrivato ai limiti del mondo: questa sconfinata distesa di niente fa quasi paura, è l’inferno per un agorafobico, una prova di forza per una persona normale. Se non avessi questa scatola di latta semovente che mi circonda e mi porta lontano a novanta chilometri l’ora, se improvvisamente essa sparisse lasciandomi solo in mezzo a questo nulla, probabilmente sarei invaso da un terrore ancestrale. Il paesaggio pare dire: “Torna indietro, il mondo finisce qui. Non avventurarti oltre questo limite. Queste sono le seconde Colonne d’Ercole”. Il villaggio di Nekrasovka, posto a nord – ovest di Okha e sorto su un golfo marittimo, è un paesino piccolo e insignificante, composto quasi interamente da baracche di legno attorniate da qualche cadente edificio in muratura. Qui vive la maggior parte dei Nivkhi, o meglio sopravvive, come ci confida la stessa Svetlana. Purtroppo il mancato sviluppo delle zone rurali russe ha contribuito ad accrescere l’isolamento di queste popolazioni, che ora si sentono totalmente dimenticate dal governo e che possono solo vivacchiare, senza la possibilità di costruirsi un futuro migliore. Una delle poche costruzioni importanti che spiccano in mezzo alle baracche è il centro culturale del paese, dove si riuniscono le principali autorità della popolazione. Inutile dire che è il luogo dove saremo ospiti.
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Anche qui alcune donne attempate, con quei tratti somatici così particolari, ci accolgono con interesse, mostrandoci una videocassetta che riassume la loro storia, le loro tradizioni, le loro origini e l’attuale dislocazione. Peccato che, come al solito, non riesco a capirne assolutamente nulla. Devo accontentarmi di osservare una cerimonia dove un uomo vestito da pagliaccio finge di rincorrere dei bambini, ma poi viene bloccato e “giustiziato”, in quanto incarnazione del Male. Questa, almeno, è la mia interpretazione. A dire il vero le donne Nivkhi (ma gli uomini dove sono?) si mostrano piuttosto disinteressate a me, ma non posso lamentarmi. È logico che vogliano parlare con chi può capirle, dato che come tutti i russi conoscono solo il russo, più la loro lingua locale. Anche loro si stupiscono non poco di vederci arrivare nel loro isolatissimo paesino. Non senza suscitare un grande orgoglio in noi, ci assicurano che siamo i primi italiani che vedono arrivare qua. Parlano anche loro di francesi e americani, ma di italiani proprio no. Non avrei mai pensato di potermi trovare un giorno in un luogo dove la popolazione mi avrebbe accolto come un pioniere. Dopo i convenevoli, è immancabile l’offerta di cibarie e bevande in quantità industriale. Se non fosse che il mio metabolismo è estremamente veloce, rischierei di tornare a casa ingrassato di dieci chili. Mangiano molto bene, i Nivkhi, forse perché non hanno molti svaghi durante la giornata. Qui non si trovano facilmente teatri, cinema, negozi di dischi, centri commerciali, parchi di divertimenti, librerie. Le loro pietanze sono estremamente invitanti e saporite e infatti ne approfitto per mangiare a più non posso. Mi sento quasi in colpa ad approfittare così indegnamente del loro cibo, che probabilmente ci stanno offrendo con qualche sacrificio, ma è veramente l’unico modo che ho di dimostrare la mia riconoscenza. Si offenderebbero, se mangiassi poco. Mi piacerebbe riuscire ad avere qualche scambio in più con questa gente, ma purtroppo tutto quello che posso dire deve preventivamente essere tradotto, rendendo la comunicazione breve e difficoltosa. Sorrisi, smorfie, gesti ed espressioni degli occhi: è così che devo comunicare. E se fossi improvvisamente lasciato solo in mezzo a loro? In un colpo solo crollerebbero tante di quelle certezze!

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Anche stavolta tentiamo di scattare qualche foto alle signore, ma puntualmente si rifiutano. Sembra che sia proprio una cosa radicata, quella di non volersi far fotografare. Mi chiedo quante persone l’anno vengano qua a scattargli una foto: se fossi io al loro posto, sarei più che felice di poter portare una mia immagine nel resto del mondo e dimostrare così che esisto anch’io. Ma loro la pensano diversamente. Ciò non toglie che, come le loro colleghe di Okha, ci riempiano di fotografie senza nemmeno chiederci a loro volta il permesso di scattarle. Sembra che per loro sia dovuto, ma non gli viene il dubbio che forse potremmo offenderci anche noi? Dopo mangiato, Svetlana ci accompagna a vedere il paese. Siamo particolarmente interessati all’enorme golfo, poco distante dalle ultime case di Nekrasovka, e siamo subito accontentati. Passando nuovamente per la nevosa e vuotissima strada, sulla sinistra ci attende una discesa ripida ed estremamente sdrucciolevole. Ci lasciamo semplicemente scivolare fino in fondo, per fare più in fretta e per non romperci qualche osso. Dopo lo scivolone programmato, ci troviamo tutt’ad un tratto a faccia a faccia con il primo braccio di mare visibile da quando siamo sbarcati a Kholmsk. Tra l’altro, non è nemmeno l’oceano Pacifico, ma soltanto un braccio di mare che si è insinuato nell’interno, come un fiordo. Inoltre, non punta nemmeno verso il Pacifico, ma guarda verso il continente russo. Ciò non toglie che sia maestoso: è un’altra distesa di candido niente, sulla quale stazionano persone e automobili parcheggiate. Quei distanti puntini umani sono ovviamente intenti nella pesca sul ghiaccio. Sicuramente in questi villaggi tutti sanno pescare, cosa che ad esempio io non so fare. Potrebbero insegnarmi alla perfezione l’arte della pesca, e ciò è solo un esempio del fatto che nessuno può semplicemente dirsi autarchico. Se infatti mi trovassi a dover vivere qui, da adesso in poi, mi toccherebbe imparare da loro come procurarmi il pesce. Alcune navi incagliate e rovesciate sui fianchi giacciono sulle rive gelate: verranno recuperate la primavera successiva, quando il ghiaccio si scioglierà. Questa è anche la sorte che tocca ai camion apparentemente abbandonati in mezzo alla neve, visibili ogni tanto in mezzo ai bassopiani siberiani. La contemplazione della baia non dura molto, anche se rimarrei qui delle ore ad ascoltare l’assordante silenzio che permea la scena. Un silenzio primordiale, rotto solo dallo spirare del vento. Dobbiamo però fare ritorno alla casa dei
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Nivkhi, poiché non ci hanno ancora mostrato tutto: rimane l’allevamento di cani da slitta. Svetlana ci accompagna anche stavolta, guidandoci e seguendoci fedelmente come un’ombra. I padroni dei cani ci accolgono con altre offerte di tè e caffè bollente, per poi portarci a vedere i loro animali, degli stupendi ed enormi cani husky, dagli occhi di ghiaccio. Un grosso cartello segnala che sono molto cattivi, ma la loro espressione è più festosa che aggressiva. Uno di essi ha una zampa deforme e costantemente piegata verso il basso, conseguenza di una lite ingaggiata con un orso l’estate scorsa. La padrona spiega che anche d’inverno non vogliono dormire nelle cucce che gli hanno costruito. Preferiscono stare fuori, da veri eroi dello stoicismo. O meglio, fanno quello che la natura gli ha insegnato a fare da migliaia di anni. Questo è Nekrasovka. La cosa più bella che il villaggio ci regala è un infuocato tramonto, immortalato in uno scatto fugace mentre tinge di colori il cielo sopra le ultime dacie. Svetlana tuttavia non ci lascia molto tempo per fotografare il paese, poiché dobbiamo tornare nella casa dei Nivkhi per salutarli e poi andarcene. Tornando indietro cerchiamo di imprimere nella mente il più possibile la fisionomia del villaggio, molto appassito e decadente. Gli abitanti pensavano che il tanto sbandierato sviluppo economico della Russia avrebbe toccato anche loro, aiutandoli a uscire dalla loro condizione di alienazione, ma non è successo. Non deve essere facile stare qui tutto l’anno, se già io dopo un paio d’ore ho l’impulso di scappare e tornare alla civiltà. Ma c’è anche da dire che per chi è nato qui questa è la normalità. A me per esempio sembrerebbe impossibile vivere senza i miei dischi, i miei libri, un computer con il quale scrivere, un biglietto interrail con il quale viaggiare per l’Europa. Qui sono sicuramente cose dall’importanza scarsa oppure nulla. La popolazione ha da mangiare, e questo le basta. Di certo vivono con molte meno preoccupazioni e noie rispetto a noi europei. Il sole è quasi tramontato ed è ora di salutare i Nivkhi, ringraziandoli per l’ottima ospitalità che ci hanno offerto, anche se avremmo qualcosa da ridire sul loro insensato rifiuto a farsi scattare anche solo una singola foto. Si fanno però perdonare regalandoci altri due amuleti da portare al collo e due libercoli contenenti le loro creazioni artistiche, commentate sia in russo che in lingua locale, scritta in caratteri totalmente incomprensibili.
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Un unico pulmino per Okha parte tra pochi minuti dall’unica strada del paese, e la cosa strana è che questo pulmino segna l’inizio del nostro ritorno a casa. Dopo un mese abbondante di viaggio, iniziamo finalmente a riavvicinarci alle nostre dimore, in un viaggio di ritorno che durerà quasi un altro mese. Non capita certo tutti i giorni di ragionare con simili misure. Un freddo intenso sta accompagnando l’apparente discesa del sole, rendendo l’attesa del pulmino una tortura come fu l’attesa del traghetto per Kholmsk, ma stavolta non ci sono taxi da prendere in alternativa. Possiamo solo aspettare e sperare che il mezzo non abbia avuto un guasto. Fortunatamente non è così. Sotto un cielo che inizia a mostrare le prime timide stelle della sera, uno sbuffante trabiccolo viene finalmente a prelevarci. Ai biglietti e a tutte le altre formalità ci pensa Svetlana, come sempre senza chiederci nulla in cambio. Chissà se lo fa perché è semplicemente gentile oppure perché sono state le sue colleghe di Okha a raccomandarglielo. I boschi di Sakhalin, durante la notte, si possono quasi sentire respirare. Pur nel trambusto provocato dall’autobus, sembra di scorgere miriadi di folletti che prendono vita in mezzo alle fronde delle conifere, buie e minacciose. L’unica luce visibile viene dai fari del nostro mezzo: se si spegnessero, un buio mortale scenderebbe su di noi, rendendo visibili migliaia di stelle con una luminosità inconcepibile per noi occidentali, abituati a vederle annegare nell’illuminazione artificiale. Nonostante il desiderio che cova in me di vedere le meraviglie del cosmo finalmente ardere con tutta la loro potenza, preferisco tuttavia che le luci del pulmino rimangano bene accese a illuminare la strada. Talvolta, l’autista si ferma in mezzo al percorso per raccogliere dei passeggeri, muniti di regolare biglietto, i quali aspettavano praticamente in mezzo al nulla, nel buio più totale. Come avranno fatto a orientarsi? Due di loro hanno perfino un qualche genere di marchingegno agricolo con sé, che caricano sul pulmino dopo non pochi sforzi. Sono le ultime persone che raccogliamo. Okha infatti è presto in vista, con le sue deboli luci e il fumo delle sue ciminiere petrolchimiche, che pur nel buio non ha ancora smesso di lordare l’aria pura.

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Capitolo XX La casa dei pionieri Salutando per l’ultima volta Svetlana e ringraziandola per averci guidato ovunque, sempre gratuitamente e con una pazienza di Giobbe, ce ne ritorniamo a dormire. Domani saremo ancora qui a Okha, ma non abbiamo proprio idea di come passeremo la giornata: sembra proprio che abbiamo visto tutto ciò che c’è da vedere in questa squallida città petrolifera e industriale. Ci pensa però la fortuna a darci una mano anche stavolta. L’indomani riceviamo una strana telefonata: è ancora la donna del museo, e cerca proprio noi. Il messaggio è ambiguo, ma allo stesso tempo chiaro: “Vi aspettiamo alla casa dei pionieri verso le tre di pomeriggio”. Avevamo lasciato il numero nel caso ci avessero voluto contattare, ma nessuno di noi pensava che l’avrebbero fatto davvero. Di cosa sia questa casa dei pionieri, proprio non abbiamo idea. Tuttavia, crediamo di sapere quale potrebbe essere, dato che nei giorni scorsi Svetlana ci ha indicato un centro ricreativo che ospita tutte le attrazioni culturali e ludiche della città. Non può essere altro che quello. Ci presentiamo puntuali, curiosi di sapere cosa ci aspetta. Sembra che i responsabili del luogo ci stessero aspettando: veniamo ricevuti da Masha, la bionda direttrice. Presto il mistero sulla nostra convocazione è svelato: le donne del museo hanno parlato a Masha del nostro arrivo, e le hanno consigliato di invitarci per farci conoscere alla popolazione. L’edificio dove siamo funge da oratorio: dopo la scuola, giovani, adulti e chiunque voglia si riunisce qui per suonare, ballare, cantare, mangiare, giocare ai giochi più disparati. E noi saremo le attrazioni della giornata, ospiti d’onore della città di Okha. Verremo presentati agli abitanti della città, in particolare ai bambini, per parlare dell’Italia e del nostro viaggio. In men che non si dica, si mette in moto una macchina di accoglienza veramente efficiente. Attorno ad un tavolo, dove sono posate delle invitanti fette di torta procurate apposta per noi, si accumula un nugolo di bambini che ci osservano curiosi. È una curiosità positiva, che si percepisce subito nei loro occhi, tutti rigorosamente azzurrissimi. La direttrice del centro ci presenta gli animatori, i biondi e simpatici Nikolaj e Anna, più i rimanenti membri dello staff. In pochi secondi avviene un numero
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impressionante di strette di mano. Una delle ragazze dello staff, con gli occhiali e i capelli bruni liscissimi, è però piuttosto sfuggente e impacciata. Si avvicina a me con una timidezza esagerata, rifiutando il contatto. Solo dopo capisco che è così timida perché ha paura che, essendo italiano e quindi tradizionalmente caloroso e amichevole, io possa improvvisamente avvicinarmi per abbracciarla. Dopo averla rassicurata che non sono uno che si prodiga in questo genere di effusioni, specialmente con gli sconosciuti, la ragazza recupera un po’ di colore e accetta almeno di stringermi la mano. Ha sempre negli occhi un’espressione timorosa di chissà cosa, ma almeno abbiamo rotto il ghiaccio. Considerato che siamo in Siberia, non c’è espressione più appropriata! Dopo averci introdotto ai presenti con un piccolo discorso, a me ovviamente incomprensibile, i capi lasciano la parola a Daniele, che munito di microfono riparte un’altra volta spiegando tutto ciò che abbiamo fatto per arrivare fino a Sakhalin. Ormai non mi perdo una parola dei suoi discorsi, le conosco a memoria nonostante siano in russo e penso che anche lui sia piuttosto stufo di ripetere ogni volta tutto da capo. Nel contempo, però, è un onore non da poco essere ascoltati da tutte queste persone e con tutto questo interesse. La gente ascolta con crescente stupore, intervenendo spesso per fare domande e per chiedere precisazioni. Anche loro ammettono di non vedere molto spesso stranieri nella loro località, se non per questioni di lavoro, essendo la città un centro petrolifero che ogni tanto è visitato da imprenditori stranieri e magnati del mestiere. Ma questi vengono per controllare i loro profitti e per stipulare affari, dopodiché se ne vanno a fare altri soldi. Non gli interessa certo vedere i luoghi o conoscere la gente del posto. Nikolaj e Anna, da bravi animatori, si inventano presto un gioco per vivacizzare l’incontro. A turno dobbiamo dimostrare di conoscere almeno un cantante russo, un atleta russo, un attore russo e via dicendo. I bambini devono fare lo stesso con attori, cantanti e altri italiani famosi. Sembra una puntata di “Uno contro cento”. I bambini dimostrano di essere preparatissimi sui calciatori (uno di loro porta addirittura un cappellino dell’Inter), mentre gli adulti conoscono benissimo Toto Cutugno e Celentano, che a quanto pare in Russia sono dei veri e propri miti. Del resto, praticamente tutti gli italiani conoscono Tolstoj e Dostoevskij, anche chi non sarebbe in grado di elencare un solo titolo di un loro libro. Noi italiani siamo
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più ferrati sui poeti e scrittori russi, ma molto meno sui calciatori e gli altri sportivi. Tuttavia, riscuoto un ottimo successo quando dimostro di conoscere i Kipelov, gruppo metal piuttosto famoso in Russia. Snocciolo senza fatica un po’ di nomi di canzoni del gruppo nel momento in cui mi chiedono se me ne ricordo qualcuna. Sono finalmente felice di poter partecipare in qualche modo alla situazione, dimostrando di conoscere almeno una piccola parte di Russia che perfino il mio esperto amico ignora. Il gioco termina con la vittoria dei russi, ma siamo in netta inferiorità numerica, quindi non vale! Ma non c’è tempo di dispiacersi, e nemmeno di finire le fette di torta. Ora dobbiamo disegnare. La stanza a fianco è un laboratorio d'arte: fogli di carta e numerose matite colorate si ritrovano immediatamente nelle nostre mani, libere di rappresentare ciò che meglio secondo noi descrive questo momento. Cosa disegnare per compiacerli? La prima cosa che mi viene in mente, visto anche il languorino che mi ha preso mangiando le fette di torta, è un’italianissima pizza margherita, disegnata alla bell’e meglio con un pennarello rosso e uno giallognolo. Tutti la conoscono e apprezzano ridendo i miei sforzi artistici, anche se il risultato lascia decisamente a desiderare. Del resto, i russi non sanno cucinare la pizza, quindi siamo pari. Daniele invece opta per qualcosa di simbolico che ricordi il viaggio, ora giunto al suo culmine. Tre o quattro macchine fotografiche ci immortalano più volte insieme ad alcune coloratissime matrioske, disegnate dai bambini. Fortunatamente, i russi di Okha sono meno timidi dei Nivkhi e si lasciano fotografare volentieri, sorridendo apertamente. Uno dei bambini ci chiede addirittura se deve pagare per farsi scattare una foto insieme a noi… Dopo esserci fotografati in ogni combinazione possibile di persone e usando tutte le macchine fotografiche nostre e loro, ci spostiamo nella stanza vicina, dove due giovanotti ci danno un’ottima dimostrazione di breakdance. Il più grande si esibisce in numeri d’alta scuola, roteando sul pavimento come se l’avessero lubrificato di cera da capo a piedi. Se ci provassi io, mi romperei un osso alla prima caduta. Fortuna che non ci chiedono di provare anche noi. In un’altra stanza ancora, invece, sono gli animali a fare da padroni: qui i bambini sono liberi di giocare con ogni tipo di roditore o rettile esistente. Non mancano di offrirci dei simpatici topini da tenere in mano, frugoletti tremanti che non aspettano altro che scappare dalla
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nostra presa. A dire la verità, ci riescono piuttosto facilmente: non ci entusiasma tenere in mano dei topi, anche se apparentemente sono molto puliti, e usiamo qualsiasi scusa per liberarcene. In un angolo della stanza, i bambini stanno scommettendo su quale sia il topo più intelligente, cioè il primo che riuscirà ad uscire da un labirinto di tubi di gomma appositamente predisposto. Con molta foga incitano il loro animale a girare ora a destra, ora a sinistra, ora a tornare indietro, gridando tutti insieme. Chissà se una volta diventati grandi diventeranno scommettitori accaniti. Poi i bambini ci offrono di far passare dalle nostre mani anche degli enormi roditori, dotati di denti ben più pericolosi, e addirittura alcune fredde iguane, dalla pelle biancastra e squamata. Siamo felici che i nostri rifiuti siano accolti: quegli animali fanno proprio impressione e non abbiamo nessuna voglia di coccolarli come fanno loro. Riceviamo comunque in regalo un paio di conchiglie piatte, a detta loro provenienti direttamente dalle spiagge di Sakhalin. Finalmente possiamo tenere in mano qualcosa di non vivente e liberarci dei roditori. Dopo i topi, si vira verso l’ingegneria aeronautica: la stanza successiva è infatti un laboratorio dove si costruiscono aeroplanini telecomandati, ma anche semplici modellini di aeroplano in legno. Due pazienti istruttori ci guidano nell’intagliare le ali di un aereo, usando dei particolari seghetti a forma ricurva. Si passa poi alla stanza della musica, dove una scintillante batteria attrae irresistibilmente la mia attenzione. Avevo imparato a suonare una batteria, o come minimo a tenere il tempo (cosa assolutamente non facile!) grazie ad un vecchio amico con il quale anni fa mi divertivo a passare i pomeriggi in soffitta, facendo rimbombare i tom e i charleston per ore. Suonare la batteria dovrebbe essere come andare in bicicletta: una volta imparato non si dimentica più. Tutta teoria: nella pratica ho infatti perso quasi del tutto il senso del ritmo, e mi ci vogliono non pochi tentativi prima di riuscire a tenere un tempo decente. Pensavo di fare molto meglio al primo colpo, e invece ci faccio una figura barbina! Con l’orgoglio sotto le scarpe cedo il posto a Nikolaj, autentico virtuoso della batteria. Non ha tuttavia molto tempo per esibire i suoi numeri musicali: è infatti arrivato un controllo a sorpresa dei pompieri, giunti per verificare che gli impianti anti – incendio del palazzo siano a norma di legge. Magari questi controlli li fanno una volta l’anno, e ovviamente doveva capitare proprio il giorno in cui
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siamo qui noi. Non è così semplice dirci di ripassare domani! Fortunatamente, la presenza dei pompieri non inficia il resto della visita alla casa dei pionieri, anche se a malincuore siamo costretti ad abbandonare gli strumenti musicali, poiché gli uomini in casco e tuta gialla hanno deciso di cominciare l’ispezione proprio da lì. Nikolaj e Anna ci riportano nella stanza iniziale, dove sono rimaste solo poche persone, tutte adulte. Ricomincia dunque l’offerta di cibo e bevande. Altre enormi fette di torta, guarnite all’inverosimile, sono accompagnate da bicchieri generosamente riempiti di ottimo vino. Sembra che la gente rimasta in quella stanza stia aspettando solo che riprendiamo a mangiare per ascoltare poi il nostro giudizio sulla bontà delle torte, ma nessuno sembra ricordarsi che fino a pochi minuti fa tenevamo in mano dei topi. Le nostre mani non sono esattamente pulite, e purtroppo non c’è l’ombra di posate. Chiedere una salvietta o un rubinetto dove lavarsi le mani è imbarazzante. Con un atto di volontà, Daniele prende la prima fetta di torta con le mani, che affondano ripetutamente nella morbida glassa bianca. Non ha l’aria molto felice, ma tenta lo stesso di simulare contentezza. Anche scegliendo la fetta più compatta non riesce a evitare di impiastricciarsi le dita e di formare una squisita “torta al topo”. Quando il coraggioso ha già mangiato più di metà fetta, ecco apparire magicamente le salviettine umide, delle quali riesco a servirmi prima di iniziare anch’io a mangiare. Per stavolta mi sono salvato dalla leptospirosi, almeno spero. Nel grande salone principale, appena fuori dalla porta, due ragazze si stanno continuamente esercitando a cantare una canzone che riguarda l’anno nuovo, ormai alle porte. Dietro di loro, un maestro di karate (che ci dicono sia stato anche in Italia per un torneo) sta insegnando a dei bambini i movimenti di base, con molta pazienza anche nei confronti di chi non riesce a sciogliere bene tutti i muscoli da subito. Nikolaj, che era sparito per qualche minuto, ci raggiunge accompagnato da un omone alto quasi due metri e largo almeno quanto due persone normali, presentandocelo come “l’uomo più grosso di Okha”. Ci stanno presentando praticamente tutta la popolazione, per un motivo o per l’altro. Manca solo che ci consegnino le chiavi della città. Nel frattempo, come da perfetta consuetudine russa, l’offerta di bevande prosegue e non accenna a fermarsi. Non potendo parlare o dovendomi limitare solo a rispondere dietro traduzione quando mi viene chiesto qualcosa,
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decido di buttarmi sull’eccellente vino che oggi hanno riservato proprio per noi. Presto mi sento decisamente brillo e inizio a spiccicare qualche parola in più in russo, non preoccupandomi più di sbagliare o di pronunciare le parole in modo ridicolo. Mentre la stanza ricomincia a riempirsi di persone, tutti mi incoraggiano a esercitarmi con il russo. Qualsiasi persona apprezza che uno straniero tenti di parlare la sua lingua, anche se il tentativo è il più maldestro e comico del mondo. Notando che ho ancora fame e che la torta avanzata mi fa gola, ma che non ho il coraggio di allungare la mano per prendere dell’altra, mi invitano a dire “vorrei dell’altra torta” in russo. Non appena pronuncio la frase corrispondente, un coro di complimenti mi assale: sostengono che l’abbia pronunciata come un nativo russo, senza tracce di accento straniero. E così facendo mi guadagno di diritto un’altra fetta di torta, non più aromatizzata al pelo di topo. Dopo un altro po’ di chiacchiere, sorrisi e bicchieri di vino pieni fino all’orlo, usciamo dall’edificio per assistere al volo di uno degli aeroplani telecomandati, fresco di produzione. Ci copriamo bene, poiché l’alcool è traditore e non fa percepire correttamente la temperatura esterna. Nikolaj lancia l’aeroplanino a mano, poi prende il telecomando e inizia a dirigerlo in aria con evoluzioni sempre più ardite, sfiorando lampioni e fronde di alberi rinsecchiti. A volte perde quasi il controllo, ma all’ultimo recupera portanza e continua a condurre il mezzo con perizia. Il volteggiare dell’aeroplanino è quasi ipnotico per i miei sensi ottusi dall’alcool, e noto a fatica le poche stelle che brillano nel cielo serale invaso da una persistente nebbiolina. L’alcool non mi permette di avvertire il freddo, e so che rimanendo fuori ancora qualche minuto potrei incorrere in spiacevoli effetti, perciò insisto per tornare dentro. Nikolaj fa atterrare l’aereo facendolo praticamente schiantare contro un cumulo di neve, in assenza di tratti pianeggianti e sgombri dove effettuare un vero atterraggio. L’aeroplanino sembra tuttavia integro. Nikolaj incarica qualcuno di andarlo a recuperare e ci riporta dentro. Ormai è sera inoltrata, e la casa dei pionieri sta per chiudere. Dopo aver ringraziato tutti mille volte per l’eccezionale ospitalità, arriva purtroppo l’ora di andarcene. Gli auguri per un buon viaggio di ritorno sono immancabili e sinceri. Siamo sicuri di aver lasciato un
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ottimo ricordo in questa gente, così come loro l’hanno lasciato in noi. Non appena tornati in albergo, constatiamo con sorpresa che siamo rimasti con loro per solamente tre ore, anche se ci è parsa un’eternità. L’effetto dell’alcool non mi ha ancora abbandonato, e infatti crollo dal sonno non appena tocco il guanciale.

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Capitolo XXI Mafia russa La nostra visita a Sakhalin è ufficialmente terminata. Non si tratta di un momento felice: la strada che ci aspetta per il ritorno è infatti scoraggiante. Dobbiamo rifare al contrario la strada in pullman verso Nogliki, il che significa altre cinque ore di strada sterrata; dopodiché ci toccherà prendere un altro treno notturno per Juzhno – Sakhalinsk, poi una volta lì trovare una marshrutka che ci riporti a Kholmsk. Ci beccheremo dunque altre due ore di viaggio in una scatola di sardine, e se sopravviveremo alla marshrutka dovremo aspettare chissà quante ore per prendere il traghetto, rifare le venti ore di traversata, prendere il treno a Vànino per la città di Khabarovsk e infine prendere un altro treno per Seryshevo, il piccolo paese dove degli amici ci stanno aspettando. Migliaia di chilometri per decine e decine di ore di viaggio, con la stanchezza accumulata da un mese e più. La permanenza a Okha ci ha permesso di riposarci un minimo, ma non abbastanza. Un conto è sapere di dover effettuare il viaggio di ritorno, un conto è effettuarlo per davvero. Stamani nevica ancora. La neve non ha mai smesso di cadere dal cielo nel corso di tutta la nostra permanenza a Sakhalin, con l’eccezione delle poche ore passate a Nekrasovka. I bagagli, lasciati sul ciglio della strada in attesa dell’autobus, si riempiono in breve tempo di cristalli di ghiaccio. Oltre una certa temperatura, la neve non cade più in fiocchi, ma in singoli cristalli. Li spazziamo via meccanicamente e senza troppa convinzione, spossati come siamo dall’idea di dover ritornare in Italia in treno. Il romanticismo dell’impresa passa leggermente in secondo piano quando ci si rende conto che, per essere portata a termine, l’impresa stessa richiede sacrifici notevoli: ma per quanto possa essere tentatore un veloce e indolore ritorno in aereo, non cederemo mai alla tentazione. Sarebbe un insulto a noi stessi scegliere la via più facile dopo aver fatto tanta fatica per rimanere fedeli al nostro principio. Ecco perché non prendiamo un volo dall’aeroporto locale, ma siamo ancora qui in mezzo al freddo e al vento, con tutte le nostre maledette borse, alla fermata dell’autobus.

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Fortunatamente, il mezzo di ritorno non è così scomodo e scassato come il precedente, ma si può addirittura paragonare ad un autobus turistico. Per una volta non abbiamo alcun problema con i bagagli, potendoli posizionare nei numerosi sedili vuoti. Meglio mettersi comodi e con il cuore in pace: ci vorranno altre cinque ore per riguadagnare il suolo di Nogliki, e una volta lì non sappiamo quanto dovremo aspettare prima di trovare un treno che ci porti a Juzhno – Sakhalinsk. Siamo dunque preparati all’eventualità di passare una notte in stazione, esperienza che preferiremmo evitare, anche perché non siamo muniti di sacchi a pelo. Ma se non c’è altra possibilità, è sempre meglio dormire in stazione che rimanere all’aria aperta nella gelida notte del nord di Sakhalin. Il viaggio in pullman trascorre in uno stato di trance, favorito dallo spuntare di un fortissimo sole che vince finalmente la neve e il grigiore che aveva attanagliato tutto il viaggio di andata. Non sembrano nemmeno gli stessi luoghi che abbiamo attraversato solo qualche giorno fa. È incredibile come il sole possa cambiare così radicalmente l’aspetto di un paesaggio, di per sé brullo e insipido. La coltre bianca che ricopre alberi e arbusti ora non è più opaca, bensì scintillante; il cielo non è più avvolto in una cappa di morte, ma intensamente colorato e pieno di invisibile forza vitale. In queste condizioni il viaggio trascorre velocemente, e quasi mi dispiace dover scendere, quando l’autobus imbocca la stretta curva in discesa dietro la quale appare la stazione di Nogliki. Non c’è scelta, tuttavia. Dobbiamo ritornare di nuovo allo stato nomade e senza alcuna garanzia. La stazione è piccola, ma conta numerosissimi posti a sedere e anche un chiosco che vende ogni genere di cibaria insana. La biglietteria però è temporaneamente chiusa, così ne approfittiamo per cercare due sedie dove stravaccarci ad aspettare in pace. Ne troviamo un paio in un angolo, posizione dalla quale possiamo tenere sotto controllo tutto ciò che accade nella stazione. Un nugolo di guardie giurate è seduto qualche fila avanti a noi, mentre nella fila immediatamente prossima alla nostra stanno una giovane ragazza in stivali bianchi e un ragazzo sbandato che la corteggia vistosamente. Egli si protende verso di lei, cercando di baciarla sulla guancia, ma la giovane devushka non è il tipo di ragazza che fa tanti complimenti. Al primo accenno di molestie, infatti, si alza e fa per dirigersi al posto di polizia, causando l’immediata fuga del giovane
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disturbatore. Le persone attorno a lei ridono di gusto, vedendo questo baldanzoso dongiovanni scappare di corsa per non più ritornare. Poco dopo, la biglietteria apre. Non ci sono posti disponibili in platskartnyj e dobbiamo quindi prenotare un kupè, pagando un sacco di soldi poiché la linea che unisce Nogliki alla capitale di Sakhalin è in parte privatizzata. Non c’è da lamentarsi, non c’è da reclamare: o si prende quel treno o si passa una notte in stazione. Meglio pagare, perlomeno trattandosi di un kupè dovrebbe essere un viaggio tranquillo. Una volta acquistati i biglietti, veniamo dunque a sapere che il treno arriverà tra due ore. Ormai, quando scopriamo che mancano due ore all’arrivo di un mezzo, non ci sembra affatto un tempo lunghissimo: anzi, siamo felici che il mezzo arriverà così presto. Con l’allenamento si riescono a sopportare bene le ore di attesa in stazione, quando l’ambiente è totalmente privo di stimoli e l’unica compagnia è la propria mente. Non è infatti così facile trovare argomenti di conversazione stimolanti, quando si è presi dall’apatia dell’attesa. Spesso e volentieri ci troviamo a rimanere per lunghe ore in silenzio, ciascuno immerso nelle proprie elucubrazioni mentali, oppure al contrario affondato in una voluta assenza di pensieri. Dopo l’esperienza del Mosca – Tynda abbiamo sempre cercato di viaggiare il più possibile in prima classe, anche se un po’ più costosa, poiché tendenzialmente più tranquilla della carrozza comune. Avere a che fare con al massimo altre due persone e non altre cinquanta riduce di molto i rischi di trovare qualche persona ubriaca, bellicosa o molesta. Ciò non toglie, tuttavia, che anche in prima classe si possano vivere situazioni particolari. Non appena varchiamo la porta del nostro scompartimentino, infatti, un signore pacioso e grassoccio, che se ne sta seduto su uno dei sedili inferiori, ci accoglie subito chiedendoci se vogliamo andare a fumare con lui. Non si presenta nemmeno: esordisce così. Non abbiamo nemmeno sistemato i bagagli sulle cuccette e siamo impegnati come al solito nel difficile compito di passare dal corridoio allo scompartimento senza urtare ovunque con le borse, e già questo ci chiede di fumare. L’uomo parla un russo inframmezzato da qualche strampalata parola d’inglese. Non appena capisce che siamo stranieri, ci prende sotto la sua ala protettrice. Asserisce infatti di essere un mafioso
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importante, uno che in Russia ha amici molto in alto, uno che è temuto perfino dalla polizia. La sua frase preferita è “No problem. Ja Killer. Ja Mafia”, e la ripete spesso, specialmente quando vede un agente di polizia passare nel corridoietto. Dice anche di avere una figlia di quattro mesi e di essere in viaggio per lavoro, anche se quale sia questo lavoro non è dato sapere. Nel kupè c’è solo lui, il quarto posto è vuoto. La sua presenza, tuttavia, basta e avanza. Ora che avremmo più che mai voglia di starcene tranquilli e dormire, doveva capitarci il viaggiatore svalvolato. Non si possono ignorare né tanto meno rifiutare le sue offerte di cibo, che mette in comune con noi in quanto “stranieri da proteggere”. Più volte mi ripete con fare paternalistico “non avere paura” e mi invita a mangiare le sue pietanze. Ma di cosa dovrei avere paura? Che il cibo sia avvelenato, forse? Al massimo ho paura di lui, non certo delle mille cose brutte che potrebbero capitarci in Russia, cose che continua a elencarci asserendo che però “finché c’è lui non ci succederà niente”. Riusciamo a tenerlo buono accettando ciò che ha da offrire, rispondendo sempre affermativamente ad ogni sua asserzione, e per quanto mi riguarda limitandomi a sorridere e scappando nella cuccetta superiore appena mi è possibile. Dopo pochi minuti, però, avverto un impellente stimolo di andare in bagno. La vescica si sveglia sempre nei momenti meno opportuni, è una legge di natura. Peccato che per uscire debba chiedere il permesso all’uomo, che si è piazzato davanti alla porta a sistemare la giacca e non ne vuole sapere di levarsi di mezzo. Chissà cosa sta cercando in quelle tasche, saranno cinque minuti che ci ravana dentro. Quando però capisce che devo uscire dallo scompartimento, si scansa subito, uscendo e lasciandomi la strada libera. Ma non rientra subito nel kupè: fino a quando io rimango in bagno, lui resta in corridoio a farmi da guardia del corpo, guardando a destra e sinistra con fare minaccioso, proprio come se fosse un buttafuori davanti a una discoteca. Gli manca solo l’auricolare e la mano costantemente saldata all’orecchio. Solo quando rientro nel mio scompartimento rientra anche lui, chiudendo la porticina del kupè con aria soddisfatta. Un’altra sua caratteristica è quella di sparire, a intervalli più o meno regolari. Ogni tanto pianta tutto e se ne va, asserendo che deve andare a fumare. Peccato che puntualmente lasci sigarette e accendino in bella vista sul tavolo. A volte sta via anche per
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mezz’ora. Cosa diavolo starà combinando? Meglio non chiederselo troppo e cercare di ignorarlo il più possibile. Per me è facile, non parlando russo e standomene rannicchiato come al solito in cima al kupè, ma per Daniele è come al solito praticamente impossibile evitare di “fare amicizia”. Ci viene in mente che ogni tanto potremmo fingere che nessuno di noi due parli russo, ma sarebbe una tattica rischiosa. Per esempio, il provodnik potrebbe comunicare una cosa importante e saremmo costretti a far finta di niente, per non destare sospetti nei nostri compagni di viaggio. E poi basterebbe un attimo a tradirsi. Meglio non provarci nemmeno ed essere onesti: se non altro, dicendo la verità si risparmiano sempre un sacco di guai. Dopo che l’uomo è tornato da una delle sue peregrinazioni, arriva il momento fatidico che tutti e due temevamo: l’offerta di alcool. È infatti tornato con una bottiglia di vodka, sicuramente comprata al vagone ristorante, e non manca di offrircene un po’. Si può dirgli di no? Se già il russo medio considera il rifiuto come un mezzo insulto, figuriamoci lui. Partiamo dunque a bere insieme. In questa epopea di viaggi in treno stiamo bevendo di continuo, ma non siamo noi a cercare l’alcool, è sempre lui a cercare noi. Pensiamo tuttavia di cavarcela col solito bicchierino, due o tre al massimo, ma c'è sfuggito un particolare: l’uomo è infatti intenzionato a bere tutta la bottiglia. Chissà se l’alcool lo farà rimbambire ancora di più, così finalmente si ficcherà a letto e la smetterà di coinvolgerci nelle sue storie, oppure se le nuove dosi peggioreranno la situazione. Non riusciamo a capire, infatti, se il suo strampalato comportamento sia dovuto ad un eccesso di alcool nel sangue oppure se quella sia la sua condizione basale. Il simpatico signore continua a riempirci il bicchierino fino all’orlo, a volte rovesciando generose quantità di vodka sui tappetini e sul sedile. Il suo cervello non sembra tarato per capire il significato della frase “Solo un pochino”, che continuiamo a ripetergli in tono vagamente supplichevole. Ogni tanto ripete ancora di essere un killer professionista, poi un membro del KGB e addirittura uno sciamano, poi esce dalla carrozza per andare a fumare, sempre senza le sigarette e senza l’accendino. Ogni volta che si allontana, iniziamo a ridere e non smettiamo più. Addirittura, un paio di volte ce lo vediamo riportare in camera dagli agenti di polizia, che evidentemente hanno capito l’antifona e lo stanno invitando ad
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andarsene a dormire senza disturbare gli altri passeggeri. Ma non c’è niente da fare: non appena i poliziotti se ne vanno, lui sta buono per dieci secondi e poi riprende a vagare per il corridoio, visitando anche le altre carrozze. Approfitto di una delle sue assenze per rintanarmi nuovamente in branda, sperando che non arrivino altre offerte di vodka. La tattica sembra funzionare: al suo ritorno, le offerte si rivolgono esclusivamente al mio amico. Non so quale santo del cielo devo ringraziare per il fatto che ora la sta offrendo solo a lui, che grazie al suo fisico e alla sua età può reggerla molto meglio di me. I due continuano a bere, chiacchierando del più e del meno, finché cominciano a delirare, ridendo a più non posso ad ogni frase pronunciata. Mi sento un po’ in colpa a lasciare sempre la patata bollente al mio compagno, ma deve pur esserci qualcuno che rimanga sano e che curi i soldi e gli oggetti importanti, no? Non si sa mai che queste bevute non abbiano come secondo fine quello di stordirci per poi derubarci. Improbabile, ma possibile. Ma finalmente la fortuna volge in nostro favore: una distinta signora sale ad una fermata e si sistema nel nostro kupè, andando ad occupare l’ultimo posto. Non appena la vede, lo sciamano killer si calma immediatamente e cessa sia di dire baggianate sia di offrire da bere. Non verremo più calcolati fino all’arrivo a destinazione, e la bottiglia di vodka rimarrà bevuta solo per metà.

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Capitolo XXII Nove bagagli per me posson bastare Al mattino arriviamo in perfetto orario nella già conosciuta piazza di Juzhno – Sakhalinsk. La sosta nella capitale è interlocutoria: compriamo solo un po’ di cibo e cambiamo dei soldi. In stazione, tuttavia, compriamo anche tutti i biglietti possibili per il viaggio di ritorno. L’operazione va in porto: ci garantiamo l’arrivo fino a Rostov, anche se poi per raggiungere l’Ucraina e ripercorrere l’Europa fino a casa nostra dovremo arrangiarci, poiché non c’è modo di prenotare da qui i biglietti per l’oltre confine. La scelta di passare da Rostov è dettata da vari fattori: il percorso è complessivamente più breve, e inoltre sarebbe difficile programmare un ritorno in modo da arrivare a Mosca esattamente il giorno in cui parte il treno per Venezia. Ritardare di un giorno significherebbe dover prenotare almeno due treni separati, con costi altissimi, nonché pernottare in un albergo, dunque altri costi. Optiamo dunque per questo percorso alternativo, che ci permetterà di vedere anche una parte di Russia europea mai battuta da nessuno dei due. Una volta sbrigate le formalità, individuiamo immediatamente una marshrutka libera, guadagnandoci il posto quando è ancora vuota e sistemando comodamente i bagagli. Le consuete due ore di viaggio passano nella noia, ma non più nella sofferenza fisica. Tutto ciò che facciamo sa di già visto, poiché dobbiamo rifare il percorso al contrario: la costa russa corrispondente al nord di Sakhalin è disabitata e non c’è modo di raggiungerla. Se si vuole tornare indietro per via terrestre, non c’è altro modo che ripercorrere a ritroso l’unica via di comunicazione esistente. A Kholmsk facciamo un’altra esaltante scoperta: dovremo aspettare otto ore prima che arrivi il traghetto, che parte sempre e solo la sera. Disastro. Dopo aver comprato il biglietto, ci mettiamo rapidamente il cuore in pace e iniziamo ad aspettare le nostre ore. Sarebbe inutile prendersela contro il destino o contro i russi che fanno partire il traghetto solo una volta al giorno. Sapevamo a cosa saremmo andati incontro con questo viaggio e abbiamo implicitamente accettato tutti i suoi numerosi e inevitabili contrattempi. Ma ecco che, quando proprio ci stiamo per addormentare seduti, capita ancora qualcosa di
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sorprendente: una delle persone con cui avevo parlato in inglese proprio qui a Kholmsk al momento del nostro sbarco a Sakhalin si sta dirigendo ora verso di me. Ritrovarla qui dopo quasi due settimane era ben difficile, anche se non impossibile. Ho dunque la possibilità di parlare un po’ con lui in inglese per sgranchirmi la lingua, anche se sono piuttosto stanco e non ho molta voglia di fare conversazione. Presto il ragazzo si mette a parlare con il mio compagno di viaggio, in russo, e la mia attenzione rimane rivolta unicamente ad un barbone che sta cercando di sistemarsi in una nicchia della parete. Quando il ragazzo se ne va rimaniamo di nuovo da soli, piuttosto infreddoliti dalla mancanza di riscaldamento della stazione. Sappiamo bene che muovendoci ci riscalderemmo, ma la pigrizia e la paura di perdere il posto ci tengono incollati ai sedili per diverse ore. Quando però la fame si fa sentire e i dolori al posteriore iniziano a diventare insopportabili per via della troppa immobilità sulle sedie metalliche, cominciamo a vagare per la città in cerca di un posto dove mangiare qualcosa. Poco distante appare una pizzeria. Vale la pena di provarla, dopo l’indicibile orrore che ci hanno servito a Vànino? Tutto sommato sì: la bontà del cibo è in gran parte dipendente da quanta fame si ha. Fortunatamente, i russi di Kholmsk sanno cucinare una pizza decente, che ci riempie lo stomaco fino a sera, quando calano le luci e la stazione inizia a riempirsi sempre di più di persone che aspettano di tornare sul continente. Sembriamo tutti dei fuggiaschi che vogliono togliersi il più velocemente possibile da un’isola precaria e sul punto di esplodere, mentre invece il continente è sicuro e accogliente. Dei bugigattoli rettangolari, che vendono gli oggetti più disparati, non mancano in nessuna stazione russa, e anche qui a Kholmsk ce ne sono un paio. Li avevamo notati a malapena nel momento dell’arrivo a Sakhalin, ma ora che non abbiamo nulla da fare possiamo passare un po’ il tempo osservandoli bene. Questi cubi di vetro e alluminio fanno quasi ridere, sembrano delle gigantesche case per le bambole. Il viso della commessa spunta solo attraverso un minuscolo oblò quadrato, posto sulla faccia frontale del container: per il resto non c’è alcun accesso praticabile. Nonostante ciò, un uomo sembra intenzionato a entrare a tutti i costi nel gabbiotto, tra la preoccupata disapprovazione della commessa, che pare indecisa su come comportarsi. Tra poco il suo turno sarà finito
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e dovrà per forza aprire la porticina laterale per uscire. Osservando i due con la coda dell’occhio, non riesco a capire se l’uomo conosca la donna o se stia cercando di importunarla in qualche modo. Entrambi si comportano in modo ambiguo. Lui si piazza davanti all’uscita, poi si sposta, poi quando la donna apre la porta per uscire lui entra, ma non fa niente. Lei non gli concede molta corda e pare molto infastidita dalla sua presenza, ma si comporta come se già lo conoscesse. Rimango ad osservarli incuriosito fino a quando la commessa spegne definitivamente le luci del negozietto di cianfrusaglie e l’uomo si allontana in direzione opposta, scuro in volto. Chissà cosa si sono detti dietro quel vetro. È probabile che l’uomo fosse solo un barbone ubriaco in cerca di spiccioli, come ce ne sono tanti in giro per le stazioni russe. Improvvisamente, alcune transenne vengono rimosse da una scala e un fiume di persone subito ci si riversa. Non facciamo fatica a capire che dobbiamo imitarli. Mentre fatichiamo per stare al passo con gli altri, un uomo di nome Ivan, dagli enormi occhi azzurri e dalla camminata incerta, ci chiede aiuto per portare alcuni bagagli. Chissà perché l’ha chiesto proprio ai due passeggeri più oberati. Questo signore, tra l’altro, non ha solo un paio di borse, ma si sta portando appresso la bellezza di nove bagagli, ed è solo. Inoltre, è evidente che ha una gamba finta, poiché zoppica in modo inconfondibile. Il bagaglio che ho scelto a caso tra i nove è tremendamente pesante: sarà attorno ai trenta chili e riesco a stento a tenerlo in mano. Percorrendo la rampa sopraelevata che porta alla nave, sono costretto a posarlo più volte per terra, prima che mi cada improvvisamente di mano e si rompa. Non si capisce di cosa si tratti: tutti e nove gli oggetti sono avvolti in carta marrone da pacchi oppure in tela di juta. Quando finalmente l’uomo ha compiuto tutti i viaggi necessari a portare i suoi nove bagagli davanti alla nave, scopriamo cosa sono: attrezzi da muratore. La pesantissima cassettina che ho portato è invece una batteria. Nel breve lasso di tempo che intercorre tra l’arrivo sul molo e l’apertura della nave, l’uomo spiega che deve portare questi bagagli da Sakhalin all’Ucraina, senza nessuno che lo aiuti e spostandosi esclusivamente in treno, causa mancanza di soldi per l’aereo. Sta facendo un viaggio quasi uguale al nostro, anche se lui lo fa per necessità. Mentre chiacchieriamo, arriva il momento di salire sulla nave. Questa volta, peccando di ottimismo, decido di precedere il mio
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compagno e consegno per primo il mio passaporto alla bigliettaia, quando di solito facciamo il contrario. Ovviamente, la pago: non capendo il russo, mi sfugge il dettaglio che oltre alla ricevuta devo prendere anche un buono pasto, che mi servirà l’indomani per mangiare gratis sulla nave, e mi accorgo del disguido solo quando è troppo tardi. Pazienza, non mangerò o elemosinerò qualcosa al mio amico. Una volta arrivati in cabina, perdiamo di vista Ivan, ma solo temporaneamente: lo ritroveremo sul treno che ci aspetta a Vànino, poiché ne passa solo uno al giorno e si può prendere solo quello. La nostra cabina è molto più piccola della precedente e conta solo un letto a castello, perciò saremo ancora una volta da soli. Tuttavia, il pavimento lievemente obliquo e lo spazio ridottissimo ci costringono ancora una volta a improbabili acrobazie con i bagagli, che hanno il potere di creare problemi praticamente ovunque.

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Capitolo XXIII La cabina degli orrori Ferdinando Magellano chiamò così l’oceano Pacifico perché fu impressionato dalla calma delle sue acque. I casi sono due: o è stato particolarmente fortunato, oppure noi ora siamo particolarmente sfortunati. Già dai primi minuti di traversata è chiaro che il tridente di Poseidone è puntato contro di noi. La nave rolla e beccheggia senza tregua, costringendoci a stare fermi in branda per non essere presi dalla nausea. Ma i problemi non finiscono qui: si sa che quando le cose vanno male possono sempre peggiorare ulteriormente. Dopo dieci minuti dal varo della nave, infatti, il bocchettone che sta sopra le nostre teste parte improvvisamente a sbuffare aria caldissima, in un rumore fortissimo e ossessivo. Mi ero appena messo gli auricolari per ascoltare un po’ di musica, ma sono costretto a toglierli poiché non riesco a sentire nulla. Giusto per dare un’idea del frastuono. In pochissimo tempo, l’aria diventa torrida e secchissima, ma per quanto ci sforziamo di girare la manopola l’infernale aggeggio non si spegne né riduce il suo flusso: tutto ciò che possiamo fare è tenerlo così oppure aumentarlo. Interpelliamo l’inserviente, che si limita ad alzare le spalle e a rispondere che il riscaldamento è così e non si può fare niente. Grazie mille. Nonostante la nostra cabina sia la più vicina in assoluto alla sua postazione, non viene nemmeno a vedere cosa succede, mostrando il più totale disinteresse. Vorrei mettere sua madre nella nostra cabina, giusto per vedere se almeno in quel caso si riscuoterebbe dalla sua indolenza. Ancora una volta, dobbiamo arrangiarci. Non possiamo nemmeno tenere la porta aperta per far uscire il calore, poiché si apre verso l’esterno e intralcia il passaggio, e inoltre sbatte ad ogni movimento della nave, facendo un chiasso infernale. Non c’è nemmeno un modo di bloccarla. La beffa è che la nostra è l’unica cabina con questo problema. L’insopportabile baccano si avverte chiaramente anche dall’esterno, mentre non è così per tutte le altre cabine del nostro piano. Sembra quasi che ci abbiano predisposto la “cabina stranieri”. Ridotti alla disperazione, proviamo almeno a dormire, ma è un’altra impresa titanica: dato che il calore tende ad accumularsi tutto in alto, l’ambiente della cuccetta superiore (come al solito la mia) è semplicemente invivibile. Mentre sto per sentirmi male, Daniele mi cede eroicamente il suo posto e si
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mette a dormire per terra, stendendo la branda nel poco spazio disponibile sul pavimento: è l’unico modo di sfuggire alla morsa del caldo. Nonostante i disagi, ai posti inferiori il calore non è infatti insopportabile e riusciamo comunque a scivolare nel sonno, ma la mattina le cose iniziano ad andare veramente male. Il dio del mare è sempre più arrabbiato e oggi scuote la nave con ritmica violenza, mentre il riscaldamento non ha accennato a diminuire per tutta la notte ed è ancora lì a sputare fiumi di fuoco gassoso. Mi chiedo come abbiamo potuto dormire con un tale fracasso. Oltretutto, il caldo infame ci ha fatto svegliare con un orribile senso di pesantezza alla testa. Non possiamo nemmeno uscire dalla cabina a prendere un po’ d’aria fresca, perché non appena ci mettiamo in piedi ci assale immediatamente una forte nausea che ci costringe a rimetterci sdraiati. Sudando in modo indegno per il caldo e per la nausea, non possiamo fare altro che rimanere a fissare il soffitto. Daniele prova a bere un sorso della bevanda al gusto d’uva, unica nostra provvista liquida, e lo vomita immediatamente nel lavandino. Io non ci provo nemmeno, per non fare la stessa fine. Nessuno dei due si sogna lontanamente di salire in coperta per mangiare. Se non altro, posso consolarmi di aver perso il buono pasto: in queste condizioni non mi sarebbe servito proprio a nulla. Dopo qualche ora passata immobili e tramortiti dalla nausea, il mare si calma leggermente. Possiamo respirare un po’ più liberamente, ma mancano ancora più di sei ore all’arrivo. Recupero comunque le forze sufficienti per avventurarmi fuori dalla cabina e per sedermi su una delle panche esterne. Mi tocca subire di più la nausea, ma almeno l’aria qui è respirabile. Vado avanti a entrare e uscire dalla cabina fino a sera, quando con nostra immensa gioia arriva l’ora di scendere da quest'inferno semovente. L’attesa è parsa interminabile, ma anche stavolta ce l’abbiamo fatta. I problemi non sono però finiti: rimane da tornare alla stazione ferroviaria di Vànino, poi cercare un treno, e poi un altro treno, e poi un altro ancora… Con una lentezza veramente esasperante, il traghetto si ferma infine al molo di Vànino. Quando sentiamo i suoi motori spegnersi definitivamente, è impossibile trattenere un enorme sospiro di sollievo. Finalmente calpestiamo di nuovo la terraferma, l’immensità russa, dalla cui superficie ora non ci allontaneremo più. Il sollievo però è soltanto momentaneo: ora che siamo stati scaricati fuori dalla nave in fretta e furia, come fossimo dei container merci, dobbiamo
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aspettare che il solito pulmino venga a recuperarci. Purtroppo, stavolta non possiamo contare su un provvidenziale taxi. È tarda sera e non c’è alcun mezzo nei pressi del molo. Il pulmino è già fermo davanti alla nave ad aspettare i passeggeri, ma ci vorranno almeno tre viaggi prima che riusciamo a raggiungere tutti la stazione. Ovviamente, con tutto l’armamentario che ci portiamo appresso, non proviamo nemmeno a prendere posto sul primo giro, preferendo aspettare insieme a chi non mostra di avere troppa fretta e si è spontaneamente messo da parte. Non riusciremmo mai ad accaparrarci due sedili, con tutta la gente che spinge ed è pronta a uccidere pur di guadagnarsi un posto a sedere. I vestiti che ho addosso non sono pesanti, e dopo qualche minuto di immobilità inizio già a soffrire per il forte vento che spira dal mare. Non c’è nemmeno un posto dietro il quale ripararsi, in questo spiazzo vuoto illuminato solo da alcuni lampioni. Tutto ciò che si può fare è girarsi per non farsi investire dalle raffiche in piena faccia. Saltellando di continuo per cercare di riportare i piedi in temperatura, noto l’uomo dei nove bagagli, che pare resistere stoicamente anche girato controvento. Per ingannare il tempo, socializzo un po’ con lui: del resto, non è difficile essere solidali l'uno con l'altro in queste condizioni, anche se non si conosce il russo. Basta sapere come si dice “freddo”, “umidità” e “vento” e il discorso è bello che fatto. Ormai è un po’ che sono qui e un po’ di parole le ho imparate, almeno quel tanto che basta per instaurare una rudimentalissima conversazione. Dopo una ventina di minuti, lo sgangherato autobus fa ritorno per caricare la seconda ondata di passeggeri. Anche stavolta lasciamo perdere l’impossibile impresa di insinuarci in mezzo a quella ressa e ci riserviamo l’ultima corsa, quando lo spazio a disposizione sarà sicuramente maggiore e i bagagli entreranno con più facilità. Del gruppetto che si è accalcato sul pulmino riescono a salire quasi tutti: solo due uomini, dall’aria visibilmente scornata, si vedono rifiutare il posto quando ormai sono ad un passo dalla salvezza. Possibile che non ci fosse posto per far stare due persone in più? Malinconicamente, i due esclusi ritornano vicino al gruppo degli irriducibili superstiti e si imbronciano ad aspettare il terzo giro. In queste situazioni è meglio sviluppare una calma buddhista: agitarsi e prendere rabbia non farebbe altro che rendere più pesante una situazione già non propriamente rosea.
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Capitolo XXIV Bivacco in stazione Poco dopo che il pulmino è ripartito ed è stato inghiottito dalla buia insenatura di Vànino, iniziano a scendere dalla nave tantissimi camion che si accodano per passare oltre il vicino passaggio a livello, ora chiuso da sbarre. È proprio di fianco a quel passaggio che avevamo camminato, di fretta e quasi al buio, per raggiungere la nave. Uno dopo l'altro i camion si accodano disordinatamente, coprendo del tutto la vista della baia e della città, mentre un lentissimo treno merci si muove a pochi chilometri all’ora sulle rotaie, ritardando notevolmente l’apertura delle sbarre. A causa di questo intasamento di veicoli dobbiamo spostarci sempre di più verso la periferia del molo, poiché i bestioni in manovra non fanno tanti complimenti e di certo non stanno attenti ai pedoni. Probabilmente nemmeno ci vedono, e dobbiamo essere noi a rimanere vigili per non farci schiacciare. Il caldo dei loro motori è purtroppo insufficiente per essere usato come stufa improvvisata, ed è inutile tentare di starci vicino per scaldarsi. Il freddo intanto aumenta, ed è proprio quel genere di freddo che non c’è verso di sconfiggere se non entrando in un ambiente riscaldato. Anche coprirsi con più vestiti servirebbe a poco: dopo un’esposizione prolungata a basse temperature non si riesce più a scaldarsi, per quanto ci si possa intabarrare. Ormai non saltello più: si congelino pure i piedi, non ho voglia di ballare per un’altra mezz’ora. La tattica dell’attesa buddhista tutto sommato funziona. Chissà quanto dovremo aspettare per vedere il pulmino tornare indietro a prendere gli ultimi superstiti del traghetto, meglio prenderla con filosofia anche se in certe condizioni non è una cosa esattamente facile. Ormai però siamo rimasti in non più di dieci ad aspettare e non può non insinuarsi il dubbio di essere troppo pochi per essere degni di un terzo giro. Fortunatamente, i due uomini che non sono riusciti a salire sul pulmino ci tranquillizzano, affermando che l’autista ha assicurato che tornerà a prendere anche noi. Ci sarà da fidarsi? Me lo auguro vivamente, poiché non riusciremmo mai a tornare alla stazione ferroviaria a piedi, in queste condizioni. Tanto varrebbe fare subito testamento.

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Ormai il molo è completamente pieno di camion, ma il treno merci non accenna ad aumentare la sua velocità. Visto che i camionisti sono ancora bloccati, ci salta in mente l’idea di chiedere un passaggio ad uno di loro. In fondo, noi dobbiamo arrivare a Khabarovsk e poi prendere la Transiberiana per Seryshevo, il paese dove abitano i nostri amici. Che differenza fa il mezzo utilizzato per raggiungere Khabarovsk? Basta arrivarci. Certo, forse non è la cosa più sicura del mondo chiedere un passaggio ad un camionista russo probabilmente pieno di vodka, ma nella concitazione del momento ci appare la soluzione migliore e ci buttiamo nella ricerca. Purtroppo, o per fortuna, nessun camionista è diretto a Khabarovsk, e anzi sembra proprio che stiano tutti per andare a dormire in un parcheggio vicino. Dovevamo immaginarlo che prima di mettersi in viaggio per altre migliaia di chilometri avrebbero dormito, soprattutto dopo il viaggio in nave che si sono sobbarcati. Siamo dunque abbandonati e dipendenti esclusivamente da quel macinino, che si spera vivamente tornerà a prenderci tra poco. Finalmente il pulmino riappare in lontananza. La calma buddhista è passata: ora che lo vedo avvicinarsi mi sale di nuovo l’impazienza e lo insulto per la pacata lentezza con la quale percorre le curve. Sembra proprio che non abbia alcuna fretta di venirci a prendere. Quando infine si posiziona di traverso e apre le porte, tutti si precipitano verso l’entrata. Un’ora dopo aver messo piede a terra, è finalmente il nostro turno di salire. Abbiamo fatto bene ad aspettare, anche se ciò ha significato un’ora di freddo gratuito: pur pochi che siamo, stiamo comunque stretti. Non c’è riscaldamento su questo trabiccolo. Le dita dei piedi mi fanno malissimo, e se togliessi le calze ora mi spaventerei per il colorito bianco latte che hanno sicuramente assunto. Tuttavia, se mi fanno male e formicolano significa che non sono ancora in procinto di congelare, dunque nessun problema. Basta stringere un po’ i denti. Dopo dieci minuti di strada buissima, il pulmino ci scarica davanti alla stazione di Vànino, dove alcuni tassisti stanno gridando i nomi delle città di Khabarovsk e Komsomolsk na-Amure, sperando che qualcuno sia interessato ad andarci. Tecnicamente noi lo siamo, ma non appena scoperti gli esorbitanti prezzi che propinano preferiamo rintanarci in stazione e aspettare il treno, il quale, come potevamo aspettarci, non partirà prima di domani, alle cinque di pomeriggio. Ci abbiamo provato in ogni modo, ma non siamo riusciti a evitare
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di dover passare la notte in stazione. Non abbiamo nulla da mangiare, da bere ci è rimasta solo la bottiglia di succo d’uva ormai semivuota, e ovviamente non abbiamo nessun giaciglio dove dormire. Quest’ultimo problema potrebbe essere risolto, poiché nelle stazioni russe sono generalmente presenti delle “camere di riposo”, cioè piccoli alloggi che costano pochissimo e servono ai viaggiatori stanchi per riprendersi dopo un viaggio massacrante. Sembra un’idea ottima, perché non prenderne una subito? Il problema è che queste camere sono pochissime, non più di una decina. Dunque, essendo arrivati in stazione così tardi, alle dieci di sera, e per giunta ultimi tra gli ex passeggeri del traghetto, è praticamente impossibile trovare un posto libero. Chi è arrivato qua per primo sarà andato immediatamente a prenotare una stanza non appena arrivato alla stazione. Ci troviamo dunque un paio di posti a sedere, il più possibile riparati, e ci cementiamo su di essi, aspettando semplicemente che la luce del giorno faccia capolino dalle enormi finestre. Non siamo però soli: a farci compagnia c’è Ivan, l’uomo dei nove bagagli, che è ben felice di trangugiare qualche sorso della nostra bevanda. Vicino a noi si sistema anche una coppia di viaggiatori moscoviti, che già da un po’ avevamo notato aggirarsi per la nave e sul molo. Si chiamano Alexander e Natasha. Inizialmente li avevo scambiati per militari, dato che portano i pantaloni mimetici, ma questo vestiario è comune in Russia anche tra i civili. I due hanno un corredo di bagagli che fa impallidire il nostro: lo zaino di Alexander è alto quanto lui e a detta sua pesa ben venticinque chili, mentre quello di Natasha è di poco più piccolo e più leggero, nonostante la donna non sia certo erculea. Inoltre, hanno un terzo zaino, che pur essendo ancora più piccolo, supera in grandezza il mio, che già mi pareva grosso e pesante. La storia di questi simpatici e cortesi viaggiatori, che oltre a sferragliare insieme sono anche legati sentimentalmente, è insolita. Vivono a Mosca, ma ogni volta che possono viaggiano lungo tutta la Russia, più o meno nelle modalità che stiamo usando anche noi ora, vale a dire spostandosi via terra e scegliendo sempre le soluzioni più economiche e “alla buona”. Ora stanno tornando da un viaggio di un mese e mezzo dedicato a Sakhalin. Per almeno un’ora e mezza ci mostrano tutte le fotografie che hanno fatto. Pur interessanti che siano, solo Daniele riesce a resistere e a guardarle tutte, mentre io dopo un po’ perdo
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interesse e desisto, tentando di dormire. Purtroppo, non c’è alcun posto in questa stazione dove ci si possa sdraiare degnamente, poiché le sedie sono tutte divise da braccioli. Devo improvvisarmi contorsionista per trovare una posizione comoda, che come al solito è introvabile per chiunque la ricerchi. Chi vuole dormire per davvero deve sdraiarsi per terra, come sta facendo un gruppo di persone che in un angolo della stazione ha ammassato una quantità impressionante di bagagli, usandoli come materassi e sdraiandocisi sopra nelle posizioni più disparate, fino a formare un informe mucchio umano. Un ragazzo particolarmente furbo si è sistemato con la sua valigia – materasso proprio davanti a un calorifero, che seppur appena tiepido è comunque sufficiente a garantirgli un minimo di calore per la notte. Chi è lontano dai caloriferi, come noi, deve invece vestirsi con tutti i vestiti che ha a disposizione: il soffitto è infatti troppo alto per permettere al locale di scaldarsi efficacemente. Ho anche una fame selvaggia che non mi dà tregua, e cerco di resistere il più possibile ingurgitando le zollette di zucchero, uniche provviste che ci sono rimaste. Normalmente servono soltanto per dolcificare il caffè dopo un lauto pranzo, ma adesso si sono trasformate in una preziosa fonte di energia, che spero mi tenga in piedi ancora per un po’. Avessi ora a disposizione un bel piatto di pastasciutta con pomodoro e basilico…ma mi devo accontentare di un po’ di saccarosio. Dopo un po’, comunque, Daniele decide di avventurarsi fuori a comprare del cibo, anche se ciò significa dover vagare a lungo per le strade della città in cerca di un baracchino aperto. Non dispera di trovarlo: nelle città russe, infatti, c’è sempre qualche negozietto di alimentari aperto anche in ora molto tarda. Dopo una mezz’ora, infatti, il nostro eroe è di ritorno con un sacchetto contenente pane a cassetta, formaggio spalmabile e una bottiglia d’acqua. Il pane è obiettivamente disgustoso, ma con la fame che abbiamo non c’è nulla che non sia delizioso. La pensano così anche Alexander e Natasha, i quali, rianimati dalle nostre offerte di cibo, si informano presso Daniele dell’ubicazione del negozietto ed escono anche loro immediatamente a comprarsi qualcosa da mangiare. Evidentemente, non mettono niente sotto i denti da un bel po’. Ivan, invece, resiste stoicamente rifiutando le offerte di cibo, anche se non dice mai di no ad un sorso della bevanda all’uva che ancora ci è rimasta.
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Dopo una mezz’oretta, Natasha si allontana per qualche minuto per preparare il caffè con il suo fornelletto da campo. Non si può ovviamente accendere fuochi di alcun genere all’interno delle stazioni, ma lei si rintana a cucinarlo nell’angolo più remoto della stazione, dove sa che nessuno andrà a cercarla. Dopo pochi minuti, una bevanda gustosa e bollente scalda le nostre viscere, concedendoci una tregua dal freddo, estremamente umido e infido. Dopo il caffè smetto di cercare una posizione per dormire sulle scomodissime sedie e mi sdraio per terra contro un muro. Mi sporcherò, ma pazienza, sono già sudicio e un po’ di polvere in più non cambierà di molto la situazione. Non ho paura di rimanere sveglio a causa della caffeina, poiché su di me il caffè sembra non avere alcun effetto. Uso i bagagli per costruirmi un qualche genere di cuscino più una barricata attorno al corpo, così da isolarmi il più possibile dal freddo e da garantirmi anche un po’ di privacy, che non guasta mai quando si passa la notte in un’affollata stazione russa popolata da individui di ogni genere. Dopo non molto, anche Daniele cede le armi e si sdraia per terra. Quasi subito corrono in nostro aiuto tutti e tre i nostri amici, offrendoci delle coperte per ammorbidire il duro pavimento e per non sporcarci troppo. Grazie ai loro regalini, riusciamo a riposare quel tanto che basta per recuperare un po’ di forze per la giornata di domani. Fuori imperversa una tormenta: ogni tanto gli ululati del vento ci svegliano dai nostri deboli sogni, per poi calmarsi e lasciarci sprofondare in un continuo dormiveglia. La mattina siamo per forza di cose stanchi morti, vista la scarsissima quantità e qualità del sonno di stanotte. Purtroppo, dobbiamo aspettare ancora fino a pomeriggio inoltrato prima di veder arrivare un treno che possa portarci via da questo posto maledetto, nel quale non abbiamo mai fatto altro che aspettare per ore e ore. Ormai odio questa stazione. Inoltre, complice anche la tormenta di neve di stanotte, oggi fa pure un freddo cane. Il nostro apparato digerente soffre per la mancanza di cibo sostanzioso, e soprattutto per i colpi di freddo che abbiamo preso andando a urinare sulla neve (i bagni di notte sono chiusi). Tutto sommato, però, la salute generale di entrambi è buona. Ora non dobbiamo fare altro che assicurarci un posto nella coda per i biglietti, il che significa portarsi avanti con ore di anticipo. La cassa è ancora chiusa, ma già tre ore prima che apra si è formata la fila, meglio non tergiversare. Ancora ore da aspettare,
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ancora sterile attesa. Sembra che questo viaggio sia fatto per la maggior parte da tempi morti e momenti vuoti, così come gli atomi sono formati per la quasi totalità da spazio vuoto nonostante l’apparente “pienezza” degli oggetti. In una condizione di apatia completa, trascorrono lentamente le ore della mattinata, finché a mezzogiorno il richiamo della fame, nostra fedele compagna, ci spinge di nuovo a girovagare per la città cercando qualcosa per calmare lo stomaco. Non c’è altra scelta soddisfacente che ordinare la stessa pizza nello stesso ristorante che avevamo scelto prima di partire per Sakhalin, serviti dalle stesse cameriere dell’altra volta. Chissà se si ricordano di noi. Probabilmente sì, anche solo per come siamo vestiti. Due individui così malridotti e trasandati come noi stridono in maniera fin troppo forte con il tono del locale, perfettamente pulito e tirato a lucido. Difficile passare inosservati per ben due volte. In stazione, un piccolo imprevisto ci riscuote dall’apatia, e purtroppo non è un imprevisto positivo. Presi dalla noia, spulciamo i biglietti dei treni che abbiamo acquistato a Juzhno – Sakhalinsk, e osservando il biglietto per Rostov ci accorgiamo di una strana postilla segnalata sul biglietto stesso. Quel treno, infatti, transiterà per un breve tratto nel Kazakistan. Com’è che quando ce l’hanno venduto non ci ha detto niente nessuno? Eppure avranno certamente visto i nostri passaporti stranieri. Per un russo non è un problema, essendo il Kazakistan parte dell’ex Unione Sovietica, ma per uno straniero? Ora abbiamo due problemi da risolvere se vogliamo prendere quel treno. Il primo è il fatto che dovremmo entrare in Russia per due volte, usando un unico visto. La prima volta siamo entrati dall’Ucraina, e la seconda dovremmo rientrare in Russia dal Kazakistan, dopo aver percorso il breve tratto estero. Normalmente il visto permette un solo ingresso, ma fortunatamente il nostro è di tipologia “business”, e questo tipo di visto concede automaticamente un minimo di due ingressi in Russia, dunque il primo problema è risolto. Rimane però il secondo, che è ben più grave: non possediamo infatti alcun visto per il Kazakistan. Anche se si tratta di poche ore di attraversamento, è quasi certo che serva almeno un visto di transito, o rischiamo grossi guai con i militari di frontiera.

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Interpelliamo la bigliettaia di Vànino, la quale afferma che possiamo comunque prendere quel treno, ma se abbiamo dubbi possiamo chiamare un dato numero e chiedere conferma. La persona che risponde alla chiamata ci dice invece che quel treno non passa nemmeno dal Kazakistan, nonostante sul biglietto ci sia scritto il contrario. Telefoniamo anche all’ambasciata italiana in Kazakistan, la quale sostiene che non dovremmo avere problemi con il solo passaporto. Di chi fidarsi, tra tutte queste risposte contrastanti? In un lampo di genio ci ricordiamo del nostro conoscente che vive a Mosca e ci ha spedito il visto. Chi meglio di lui può essere competente per risolvere un problema di visti? Gli telefoniamo immediatamente, e la sua risposta non lascia spazio a dubbi: per il Kazakistan serve il visto di transito e non dobbiamo nemmeno sognarci di salire su quel treno se non ne abbiamo uno. Casomai ci provassimo, dovremmo scendere dal treno al confine oppure comprare il visto dai militari di frontiera, pagando trecento euro o più. Meglio di no. Restituiamo dunque il biglietto, facendocelo rimborsare per intero. Non ci rimane altra soluzione che spezzare il viaggio fino a Rostov in due tratte diverse, in modo da non abbandonare mai la Russia: ci metteremo più tempo, spenderemo più soldi, ma almeno potremo stare sicuri che non verremo bloccati al confine. Non sarebbe un’esperienza piacevole. In ogni caso abbiamo imparato che non è bene fidarsi della prima risposta che si riceve, ma a volte nemmeno della seconda o della terza: è sempre meglio dar retta prima di tutto al proprio buon senso. Ma soprattutto, mai dare niente per scontato, tanto meno un biglietto ferroviario!

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Capitolo XXV Un incontro troppo ravvicinato Giunte faticosamente le cinque del pomeriggio, il treno arriva con la solita puntualità. I treni russi sono sempre in orario, anche i più malandati e periferici. Il motivo è semplice: percorrono tratte talmente lunghe e piene di fermate che c’è sempre il modo di recuperare i ritardi, accorciando le soste o aumentando la velocità. Allo stesso modo, se sono in anticipo gli basta rallentare o prolungare le soste. Il treno si ferma molto indietro rispetto alla stazione, cosicché dobbiamo praticamente inseguirlo per centinaia di metri, borse alla mano. E non solo le nostre: ancora una volta Ivan ha bisogno di aiuto con i suoi magnifici nove pacchi, che vanno dai duecento grammi ai trenta chili. Come rifiutarsi di aiutarlo? Ormai è nostro amico. Mi chiedo, tuttavia, cosa farebbe se fosse da solo. Con l’aiuto mio, di Daniele, di Alexander e di Natasha, invece, il problema è presto risolto. Ivan ha prenotato il posto nella nostra stessa carrozza, mentre Alexander e Natasha hanno scelto la sistemazione obsche, che sarebbe la terza classe, ancora più scadente di un platskartnyj. Il vagone obsche esiste solo sulle tratte medio – brevi, poiché è una sistemazione molto scomoda. Esteticamente è identico ad un platskartnyj, ma ogni sedile è calcolato per tre persone, così da vendere più biglietti possibili e sfruttare tutto lo spazio disponibile. I posti superiori sono dunque oggetto di contese furibonde, poiché sono pochi e vanno subito a ruba. Chi vuole conquistarne uno, per potersi sdraiare o per posizionarvi i propri bagagli, deve prepararsi ad una lotta sanguinosa. Sul vagone obsche non ci sono posti numerati, o meglio ci sono ma non sono mai presi sul serio: l’unica regola è l’anarchia, e il suo supplemento è la costante presenza di gente ubriaca. Questi sono solo alcuni dei motivi per cui non abbiamo mai scelto di viaggiare in questa sistemazione, nonostante il prezzo sia estremamente vantaggioso. Pieni di bagagli come siamo, infatti, avremmo avuto problemi da risolvere a non finire, senza contare il fatto che non avremmo praticamente mai dormito. Chi avrebbe esitato a rubare il posto a due stranieri in difficoltà? E chi avrebbe preso le loro difese? Forse nemmeno il provodnik.
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La sistemazione sul nostro platskartnyj è difficile e laboriosa. Tanto per cominciare, il vagone è come al solito l’ultimo, dunque dobbiamo camminare più di tutti. Il nostro vagone, inoltre, si è fermato dove c’è una piccola interruzione della banchina, così che esattamente davanti alla porta non c’è un posto dove poggiare i piedi. Un capolavoro di precisione. Dobbiamo dunque entrare facendo un saltino obliquo, rischiando di perdere l’equilibrio e cadere, ma grazie all’ennesimo santo del cielo saliamo senza farci male. Per concludere la trilogia, ancora una volta ci dobbiamo accontentare dei posti laterali, sopra i quali non c’è sufficiente spazio per contenere tutto il nostro corredo da viaggio. Dobbiamo ancora una volta chiedere in affitto un vano bagagli ai viaggiatori vicini, che per fortuna lo concedono senza lamentarsi. Ivan si mette a sistemare uno per uno tutti i suoi oggetti nei punti più disparati del vagone, con evidente irritazione di qualche passeggero. Un uomo sulla quarantina lo prende subito in antipatia e si mette a discutere con lui, ma il coraggioso Ivan lo zittisce subito con un discorso perentorio. Non mancheranno poi di guardarsi in cagnesco, ma senza più rivolgersi la parola. Noi cerchiamo di sistemarci il più velocemente possibile nei nostri posti per poi sederci e non muoverci più, così da non intralciare gli altri passeggeri. Riusciamo infine tutti quanti a trovare un punto di assestamento, proprio mentre il treno parte e lascia alle spalle con soddisfazione l’anonima Vànino. Questa stazione, per quel che mi riguarda, può anche bruciare. Ora ho solo voglia di perdere conoscenza e di svegliarmi direttamente a Khabarovsk, ma sfortunatamente questo viaggio non durerà meno di ventiquattro ore. Non c’è modo di dormire così a lungo senza l’ausilio di un po’ di Pentothal, che purtroppo non ho messo in valigia. La resistenza mentale inizia ormai a scemare, e so che queste ore passeranno molto lentamente. Ivan è molto gentile a offrirci il cibo e le bevande che ha comprato oggi a Vànino, ma non ho molta voglia di mangiare e accetto le offerte solo per non contrariarlo. Non aspetto altro che il momento di infilarmi sotto le lenzuola, sperando di dormire il più possibile per sottrarmi alla percezione della realtà. Il momento infine arriva, ma la notte non trascorre nel migliore dei modi: nell’ultimo blocco del vagone, a poca distanza da noi, un individuo evidentemente alterato non fa che gridare. I vicini di posto tentano di tenerlo tranquillo, ma lui continua a imprecare
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contro chissà chi e non smette per tutta la notte. Inutile dire che a causa di questo fracassone dormiamo poco e male. Verso le quattro, tuttavia, mi addormento nonostante le urla, ma mi sveglio qualche ora dopo con una vescica piuttosto sofferente. Prima di scendere, controllo la parte di vagone dove prima stava l’uomo urlante: sembra completamente vuota, e il bagno è proprio lì di fianco. Vado dunque da quella parte, nonostante Daniele mi consigli vivamente di recarmi al bagno opposto, quello dalla parte del gabbiotto del provodnik. Confidando però che non ci sia più nessuno e che il losco figuro sia sceso a qualche fermata notturna, mi dirigo verso il bagno più vicino. Non l’avessi mai fatto. Dalla porta di comunicazione tra i due vagoni esce proprio lo sgradito individuo, che notando la mia presenza attorno alla sua postazione si inquieta e inizia a inveire contro di me. Tento di girare i tacchi e di tornare al mio posto, ignorandolo, ma ormai ho svegliato il cane che dormiva. Sembra che si sia convinto che volessi derubarlo o qualcosa di simile. Non mi molla proprio, e per giunta è molto più grosso di me. Per salvare la situazione, Daniele deve ancora una volta intervenire e spiegare al figuro che io non parlo russo, tirandomi fuori dai guai nell’immediato: tuttavia il sollievo è solo momentaneo. Per calmare questo pazzoide furioso, infatti, siamo praticamente costretti ad andare al suo posto e offrirgli da bere, come ci intima da subito di fare. Non è difficile capire che siamo di fronte ad un alcolizzato: la bottiglia di vodka che campeggia in bella vista sul suo tavolino non lascia dubbi. Il ragazzo è arrabbiato nero e continua a parlare a macchinetta, ricordandomi che non devo avvicinarsi al suo posto altrimenti mi prenderà a pugni. Ovviamente devo capirlo dai gesti, ma non è difficile interpretarli. Siamo tutti e due in tensione per questa spiacevole situazione, ma ancora una volta la lingua e la diplomazia si rivelano essere le armi migliori, e assecondando il ragazzo riusciamo a farlo calmare. Lascio Daniele a parlare e bere con lui, poiché ancora non sono riuscito ad andare in bagno e me la sto facendo letteralmente addosso. Vado dalla parte opposta, ma trovo il bagno occupato. Il bagno “sbagliato” è libero, ma non voglio avvicinarmi più del necessario al balordo. Vicino al bagno “giusto” stazionano la provodnitsa e un agente di polizia. Potrei anche denunciare il tizio, facendomi capire in qualche modo, ma probabilmente ne ricaverei
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più danni che benefici. Tecnicamente, lui non ha fatto nulla di eclatante per meritarsi di essere allontanato dal treno. Una volta andato via l’agente, la situazione potrebbe precipitare. Inoltre, non bisogna dimenticare che siamo stranieri, quindi automaticamente avremmo meno ragione di un russo. Quando ci sono guai, fa sempre comodo dare la colpa allo straniero piuttosto che all’autoctono. Mentre penso a cosa sia meglio fare, il tizio mi raggiunge. Non appena vede che sono vicino ad un poliziotto, si irrigidisce e pare arrabbiarsi a morte. A bruciapelo, mi chiede se so l’inglese. Non percependo le sue intenzioni, ingenuamente rispondo di sì, e ciò lo fa arrabbiare ancora di più. Solo ora capisco che me l’ha chiesto per paura che io abbia spifferato qualcosa al poliziotto. Arrabbiato nero, mi intima di tornare indietro al mio posto, e visto che il bagno non si apre, non posso fare nient'altro. Tocca ancora una volta a Daniele spiegare al simpatico figuro che mi trovavo lì non per denunciare lui, ma per andare in bagno. All’inizio pare non volerci credere, ma dopo un po’ non ci pensa più e anzi mi invita a bere un bicchierino insieme a lui. Che altro si può fare? Ormai è un vizio. Sembra che abbiamo una calamita fatta apposta per attirare i rompiscatole. Andiamo dunque al suo posto a bere con lui. Questa volta non posso utilizzare la tattica dello sparire nelle cuccette superiori: sono in ballo e mi tocca ballare. Qui ho l’occasione di osservare bene il personaggio. Il suo nome è Maxim, ha un fisico robusto e tozzo, cicatrici sparse ovunque, e un grosso tatuaggio dell’isola di Sakhalin sull’avambraccio sinistro. Decisamente un tipo strano. Mi caccia una bottiglia di vodka in mano e si allontana per un attimo per fumare insieme a Daniele. Non appena se ne sono andati, appoggio la bottiglia sul tavolino e ne approfitto per andare in bagno. Stavolta ci riesco, e non so quanto avrei potuto resistere ancora. Quando ritorno, Daniele e Maxim sono già seduti e quest’ultimo sta cercando la sua bottiglia di vodka, che è sparita. Per un attimo mi cala il gelo addosso: se qualcuno l’ha portata via approfittando del fatto che era incustodita, ora lui non la troverà più e incolperà me del fatto. Ma dopo qualche secondo la tira fuori da dietro un cuscino: è stato Daniele a metterla lì, per proteggerla da occhi indiscreti, ad esempio da quelli della polizia. Saggia precauzione che a me non è venuta in mente.
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Risolto il piccolo disguido, con mio grande sollievo, possiamo iniziare a bere. Non gli sta bene però che io beva poco alla volta, dato che ho anche lo stomaco vuoto: col pugno alzato mi ordina di bere tutto d’un fiato, altrimenti… Beh, che cosa posso fare? Bevo due o tre bicchierini di colpo, facendomi andare a fuoco la gola, e questo sembra lasciarlo soddisfatto. Ora che ho fatto quello che vuole lui, posso tornarmene al mio posto e cercare di sparire avviluppandomi nelle coperte. Dopo poco mi raggiunge anche Daniele, che sembra sia riuscito a liberarsi dalla presa del molesto individuo. La pacchia però dura poco: per tutto il viaggio dovremo stare attenti a non contrariarlo e andare a mangiare da lui quando ce lo chiede. A mano a mano che passano le ore, l’effetto dell’alcool nel suo organismo sembra svanire poco a poco, e il ragazzo riprende un filo di lucidità. Ancora una volta ci invita ad andare nella sua postazione a parlare con lui, per fare amicizia. Dice di essere un chirurgo. Osservo molto attentamente le sue mani: grosse, tozze, sporche e piene di cicatrici. Non sembrano proprio le classiche mani da chirurgo, abituate a tagliare, dissecare, cucire e maneggiare strumenti con tecnica sopraffina. Sembrano più le mani di uno scaricatore di porto. Inoltre è impossibile che faccia questo lavoro, è troppo giovane. Avrà sì e no venticinque anni. È palese che il personaggio è un contafrottole. Poi continua a raccontare della sua vita: afferma che una volta aveva una ragazza della Nuova Zelanda, ma che si sono lasciati per problemi di lingua. Del resto, dice lui, era una storia basata unicamente sull’attrazione fisica, ma della ragazza in sé gli importava poco. Molto interessante. Poi ci mostra una brutta cicatrice sull’interno dell’avambraccio, spiegandoci che dopo essersi fatto quella ferita non riesce più a far forza su quel braccio. Non ho la benché minima voglia di stare ad ascoltare le sue storie, ma non posso fare altro, perché adesso ha cominciato a dirmi che “mi rispetta”, e che “vuole offrirmi ancora qualcosa da mangiare”. Non mi sembra saggio contrariare qualcuno che fino a pochi minuti prima minacciava di deviarmi il setto nasale a suon di cartoni. Riesce a farmi rimpiangere perfino la brigata del Mosca – Tynda, da quanto è fastidioso. Perché non ho dato ascolto al mio compagno e non sono andato in bagno dall’altra parte? Accidenti a me e alla mia testardaggine. Per una leggerezza insignificante, tranquillamente

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evitabile, ho trasformato un viaggio tranquillo nell’ennesimo alterco con un ubriaco. Dopo un paio d’ore, Maxim contempla la sua bottiglia di vodka, ormai vuota. Non contento delle sue prestazioni alcoliche, ne vuole subito un’altra. In Russia è proibito bere vodka sul treno, ma non è vietato comprarla al vagone ristorante: per non avere grane basta berla una volta scesi ed evitare di tenerla in bella mostra sul tavolino. Maxim, però, non fa troppi di questi ragionamenti. Non appena finisce l’ultimo bicchierino, va al ristorante a comprarsi una bottiglia supplementare. Non ha nemmeno il tempo di posarla sul tavolino: due agenti di polizia, passando proprio in quel preciso istante, gliela confiscano immediatamente. Evidentemente hanno capito che si tratta di un ubriaco molesto, e vogliono impedire che si ubriachi ancora di più. A intervalli regolari, infatti, passano a controllarlo. È molto probabile che sia stata la barista stessa ad avvertire i poliziotti, subito dopo aver venduto la vodka. Così facendo si è pure intascata i soldi. Non appena gli agenti se ne vanno, Maxim afferma che la polizia “ha paura di lui”, ma stranamente da quando i poliziotti hanno preso a controllarlo se ne sta buono e non minaccia più nessuno. Che solenne codardo. Provo un’enorme soddisfazione quando scopro che scenderà dopo di noi. Sarei più contento se scendesse prima, ma l’importante è che non scenda alla nostra stessa fermata. Quando non ha a che fare con noi, Maxim si aggira per il vagone, chiedendo spudoratamente a tutti se gli offrono una bottiglia di vodka. Non ce la fa proprio a stare senza alcool. Ovviamente, viene respinto da tutti in malo modo. Con i suoi connazionali non mostra alcuna ostilità, nemmeno dopo una rispostaccia, anzi è tutto deferente. Chissà perché. E quando non c’è Maxim a rompere le scatole, ci pensa Ivan a farlo, anche se in modo completamente diverso. Ivan, infatti, mi offre cibarie in quantità generose, insistendo perché mangi tutto. Non ne ho nessuna voglia e mangio molto forzatamente, masticando ogni boccone mille volte. Tutto sommato, però, preferisco di gran lunga la compagnia di Ivan. Quella che io chiamo insistenza, in fondo, è solo la tipica gentilezza russa. Lentamente passano le ore e diminuisce l’irruenza di Maxim, forse vinto dal sonno o dai postumi della bevuta. Verso il finale del viaggio si mette infatti a ronfare, ma non prima di averci chiesto di svegliarlo quando saremo vicini a Khabarovsk. Stai fresco, amico.
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Scendiamo da questo treno con un immenso senso di liberazione: ne abbiamo veramente piene le tasche di avere a che fare con ubriaconi molesti. Ma ora abbiamo altri problemi da risolvere. La stazione di Khabarovsk è infatti enorme, conta decine di binari ed è un’impresa imbroccare il percorso giusto. A complicare le cose ci si mette Ivan con i suoi bagagli: l’uscita è infatti lontanissima, e se penso che dovremo tornare indietro per portare anche i suoi bagagli mi sento già male. Fortunatamente, si offrono di aiutarlo Alexander e Natasha, anche loro scesi come noi in quest'importante città dell’estremo oriente russo. Tutti loro partiranno domani mattina, mentre sanno che noi dovremo ripartire tra meno di un’ora e non vogliono farci perdere tempo, lasciandoci andare avanti senza impedimenti. Li ringraziamo vivamente per questa cortesia. Le banchine sembrano non finire mai. Sto cominciando a perdere le forze e vorrei bruciare seduta stante la maledetta borsa cinese, anche se non so se prenderebbe fuoco con il freddo che fa. Anche stavolta ci saranno meno trenta gradi. Dopo infinite rampe di scale e interminabili corridoi, appare finalmente l’entrata della stazione, enorme e trionfale. Posiamo tutto a terra attorno ad una colonna di marmo, e quasi subito ci raggiungono anche Ivan, Alexander e Natasha. Ammassiamo tutti i bagagli attorno alla colonna, formando un mucchio enorme che uno di noi a turno controlla, mentre gli altri vanno a comprare i biglietti. Qui le nostre strade si dividono: abbiamo giusto il tempo di comprare i nostri biglietti e salutare gli amici, ringraziandoli per l’ottima compagnia. Per il viaggio potremmo scegliere gli ultimi due posti di prima classe rimasti, ma sarebbero in vagoni diversi. Le ultime due cuccette disponibili in seconda classe, invece, sono appaiate. Dopo un rapido consulto, decidiamo di rischiare un altro viaggio in platskartnyj. Non ci potrà essere un altro rompiscatole come quello appena lasciato, è una questione di statistica. Dopo un’altra lunghissima scarpinata, raggiungiamo il treno. Non sono tranquillo mentre salgo sulla nostra carrozza, ma possiamo dirci comunque fortunati: anche senza prenotare in anticipo, troviamo sempre qualche posto libero, ma soprattutto li troviamo sempre affiancati e non dobbiamo mai dividerci. Sarebbe ben più problematico, specialmente per me che non parlo russo, essere costretti a prendere due cuccette spaiate, magari una all’inizio e l’altra alla fine del vagone, o peggio ancora in due vagoni diversi, lontanissimi tra loro.
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Appena saliti, sistemiamo zaini e borsa cinese nel modo più rapido e silenzioso possibile, forti della nostra tecnica di stivaggio ormai ben collaudata. Abbiamo cura di poggiare i passaporti sul tavolino a faccia in giù, in modo da non far notare a tutti che siamo stranieri, ma sappiamo che basta un’occhiata distratta per incasellarci e che non possiamo sfuggire allo sguardo di eventuali passeggeri xenofobi. Non appena arrivano le lenzuola, mi sistemo immediatamente sulla solita branda superiore dei soliti posti laterali, ai quali siamo ormai abbonati. L’unica volta che siamo riusciti a stare in un blocco maggiore è stata sul Mosca – Tynda, avendo prenotato il biglietto con molto anticipo. Attorno a noi c’è un nutrito gruppo di militari, insieme al loro capo, e questo gioca a nostro favore: i militari, infatti, non possono bere. Se quando sono soli possono ancora trasgredire, non lo faranno certo in presenza del loro superiore. Se non possono bere, non avranno alcool con sé e quindi non potranno nemmeno offrirne ad altri. Questa volta siamo risparmiati dal vortice alcolico. Dalla fretta di sdraiarmi non mi svesto nemmeno, e mi addormento con ancora la cintura addosso. Finalmente passiamo una notte tranquilla, dormendo della grossa senza che nessuno ci infastidisca. Il sonno consumato fuori dal letto di casa propria è sempre meno ristoratore, poiché meno profondo e costellato da tanti piccoli risvegli: un retaggio della preistoria, quando l’uomo che dormiva fuori dal proprio loculo doveva essere vigile e pronto ad una fuga, anche se svegliato nel cuore della notte. Tutto sommato, però, questa notte di sonno risulta molto riposante e le tredici ore di viaggio finiscono in fretta. Appena scesi dal treno, però, Daniele mi informa che i militari hanno parlato a lungo di noi, sostenendo che gli stranieri rubano il posto ai russi, che noi non avremmo dovuto essere lì, e altri discorsi deliranti. Ma sono rimaste tutte soltanto parole. In ogni caso, per un po’ di tempo il problema non si pone più. Ora che siamo arrivati a Seryshevo, non dobbiamo fare altro che raggiungere la casa dei nostri amici, dove potremo finalmente rintanarci a mangiare, dormire e oziare, in attesa di riprendere abbastanza forze per intraprendere il viaggio verso casa. Non c’è niente di meglio di trovare dei volti amici dopo un viaggio così stancante: questo tour de force da Okha a Seryshevo è stato un autentico massacro.

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Capitolo XXVI Seryshevo. Finalmente salvi

La stazione di Seryshevo è un’insignificante fermata della linea Transiberiana. Qui i treni si fermano solo per un paio di minuti, appena sufficienti per salire o scendere. I binari corrono diritti in entrambe le direzioni fin dove occhio può vedere, mentre la costruzione principale della stazione è modesta, bassa e ben poco appariscente. Il suo colore azzurrino si intona perfettamente con il cielo, come sempre perfettamente limpido e sgombro da nuvole. Non esistono sottopassaggi né uno straccio di segnaletica. Per raggiungere il paese dobbiamo attraversare a piedi tutti i binari, all’aria aperta e senza alcuna protezione. Nessuno ci multerà mai per questo, e del resto è difficile essere investiti da un treno, considerando la frequenza con la quale passano. L’unico problema si potrebbe avere nel momento del passaggio di un treno merci: essi contano sempre decine e decine di vagoni (anche più di ottanta, a volte) e impiegano parecchi minuti per sgombrare il passaggio. Il paese conta ben quindicimila abitanti, e quasi tutti abitano nelle dacie oppure in squallidi condomini grigiastri, che rendono il luogo ben poco interessante. Per le strade non passa quasi mai nessuno, il luogo sembra morto. Tuttavia, una casa dove trovare rifugio quando si è in difficoltà è sempre il posto migliore del mondo, anche se racchiusa in quattro anonime mura di cemento come quella in cui stiamo entrando ora. Un gran sorriso appare sulle labbra di Anna, che leggendoci nel pensiero ci ha già preparato tè, biscotti, formaggio, verdure, pane e altre prelibatezze, che
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divoriamo con voracità inaudita. Nelle case russe l’acqua minerale scarseggia, ma per l’occasione non manca neppure lei. Mangiamo di tutto a più riprese e subito dopo ci schiantiamo a letto, rimandando tutto il resto a quando ci saremo debitamente riposati. In tutto rimaniamo a casa dei nostri amici per una settimana. Le nostre principali attività sono mangiare e dormire, ma approfittiamo della sosta anche per alcune interessanti distrazioni come fumare il narghilè, sudare nella torrida sauna del paese, avventurarsi per i meandri desolati della periferia, mangiare al ristorante del fratello di Anna facendo apposta ad ordinare pietanze tutte diverse tra loro così da obbligare i cuochi a lavorare sodo, uscire di notte ad ammirare le brillantissime stelle, fotografare da vicino la ferrovia Transiberiana, organizzare una gitarella nella vicina Belogorsk. In quest’ultima cittadina assistiamo ad uno spettacolo curioso: in un ampio perimetro, delimitato da mura, sono in corso delle gare di costruzione con la neve. Alcune ruspe ammassano la neve in parallelepipedi quasi perfetti, dopodiché ogni persona si sceglie il proprio e comincia a scolpire la neve con una pala, nel tentativo di creare l’opera più bella. C’è chi crea una bambola, chi un pupazzo, chi un tinello, chi un animale. A mio giudizio, vince l’uomo che ha trasformato il suo blocco in un forno a legna per il pane. Anche a Seryshevo non mancano gli spettacoli interessanti e divertenti: non può non suscitare ilarità vedere le toilette esterne delle dacie, che a trenta gradi sotto zero non sono sicuramente invitanti, e ancora di più la vista di numerosi panni stesi ad asciugare all’esterno delle dacie medesime. Con una simile temperatura, chissà in che condizioni saranno i panni quando le massaie li ritireranno in casa. Quando invece non siamo in giro, ce ne stiamo belli tranquilli a casa a goderci il calduccio, assicurato dal potente riscaldamento e dai doppi vetri. Il mio posto letto è il divano situato nel soggiorno, e ciò significa che non ho mai un attimo di privacy. Amici, parenti e conoscenti (ma a volte anche perfetti sconosciuti, amici degli amici dei parenti) entrano ed escono di casa a qualsiasi ora, spesso portandosi dietro marmocchi urlanti che altro non sono che i loro figli o nipoti. Arrivano, portano in casa altre due persone e ne chiamano altre tre per andare via con loro, anche solo per fare la spesa, in un ricambio continuo. È un’abitudine che si percepisce facilmente anche dopo pochi giorni.
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Non mi dispiace socializzare con la gente per quanto mi è possibile, ma a volte mi sento quasi sotto attacco, è un viavai continuo. Abituato come sono ad avere una stanza tutta per me dove ritirarmi ogni volta che mi pare, stare sempre sulla cresta dell’onda è per me piuttosto frastornante, specialmente perché non posso capire quasi nulla del russo che tutti parlano. Inizio a odiare questa lingua, non la sopporto più. Mi manca terribilmente l’italiano o una qualunque altra lingua che conosco. Non posso certo lamentarmi, però: l’ospitalità è ottima, le porzioni sempre abbondanti e gustose, il riposo finalmente garantito dal comodissimo divano. Devo solo sopportare la presenza continua di persone rumorose e fin troppo socievoli. Qui i figli per famiglia sono sempre molto numerosi e l’età media è molto più bassa che in Italia, per cui la casa è sempre piena di giovani e di bambini che fanno un chiasso infernale. Quasi nessuno raggiunge i trent’anni. Non so dire se sia meglio il chiasso dei bambini italiani o di quelli russi. In ogni caso non lo sopporto, così come non sopporto la presenza di marmocchi di qualunque nazionalità siano. Solo una persona oltre a Viktor e Ljudmila, i genitori di Anna, rompe il dominio della gioventù: si tratta del vecchio nonno ottantatreenne. La sua entrata è trionfale, proprio nel momento in cui stiamo preparando i bagagli per andarcene. È sera tardi, e il nonno si presenta in casa con la sua compagna, che altro non è che la prostituta più famosa del paese, la quale ha almeno quarant’anni meno di lui. La donna ne dimostra però almeno sessanta, da quanto è trasandata nell’aspetto. Il nonno è sorridente che più sorridente non si può. Un sorriso ebete, continuo, a trentadue denti, anche se i denti non li ha più da un pezzo. Uno di quei sorrisi che si stampano in faccia quando si è bevuto troppo alcool. Inevitabili le scenate e gli insulti dei padroni di casa, che cacciano fuori nonno e prostituta in quattro e quattr’otto, intimando all’arzillo vecchietto di non portarla mai più in casa. Ovviamente, i familiari del nonnetto disapprovano in toto la sua scelta “sentimentale”, ma ormai si sono rassegnati. Con questa scena grottesca e surreale si conclude la nostra permanenza a Seryshevo: tra poche ore abbandoneremo questo luogo sicuro e ci ritufferemo nell’avventura di attraversare di nuovo tutta la Russia in treno per tornare a casa. Per noi italiani è la vigilia di Natale, ma per i russi, che sono cristiani ortodossi, è la festa dell’anno nuovo. Ecco spiegata l’ardita prestazione del nonno!
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Insieme ai suoi vecchi commilitoni, avrà bevuto come una spugna. Ma ormai non c’è più tempo per pensare a lui. Dobbiamo andarcene, è notte e il treno sta per arrivare. Prima di lasciarci andare, però, la premurosa Ljudmila ci regala due grossi asciugamani per il viaggio. Vorremmo strozzarla, poiché non sappiamo assolutamente dove metterli e non ci servono proprio altri oggetti ad appesantirci, ma in qualche modo dobbiamo farci stare anche questi due nuovi ospiti. Non possiamo rifiutare il regalo, sarebbe un’offesa mortale dopo che la signora ci ha ospitati per una settimana. Per sdebitarmi almeno in parte, regalo i valenki alla famiglia: ormai non mi serviranno più, e riportarli in Italia costerebbe una fatica che non vale la pena di sopportare. Mentre aspettiamo immobili a lato della ferrovia, il penetrante freddo siberiano si insinua tra i vestiti, infreddolendoci non poco. Anche qui la temperatura sarà intorno ai meno trenta. Le luci della linea ferroviaria si intersecano con le stelle, a tratti oscurandole: solo Arcturus brilla fortissima all’orizzonte, con il suo tipico colore rossastro che ne denota l’età avanzata. Chissà da quanto tempo questa solitaria stella osserva le pianure siberiane, senza emettere alcun suono e mostrandosi solo con il suo tenue tremolio. Le costellazioni sono purtroppo un po’ velate dalla luce artificiale, ma basta spostarsi di qualche metro lontano dai binari ed ecco che appaiono nitide e splendenti. Un gracchiante altoparlante annuncia l’imminente arrivo del treno. Dovremo fare in fretta, poiché si fermerà solo due minuti e con tutta probabilità dovremo salire su una carrozza a caso, per non rischiare di rimanere a terra. Con un urlo ovattato che si fa sempre più stridente, finalmente il treno arriva, maestoso e trionfale. Pare quasi che accetti controvoglia di fermarsi in questa insignificante stazione, poiché preferirebbe continuare la sua corsa. Non c’è tempo per i convenevoli: abbiamo giusto il tempo di gettare i bagagli sulla prima carrozza raggiungibile e di salire, prima che il provodnik sollevi la scaletta di ferro. Qualche secondo dopo aver poggiato i piedi sul treno, si riparte. Sembra incredibile, ma ora siamo in viaggio verso casa, e abbiamo cominciato in una maniera così fugace, quasi clandestina. Saliti di corsa su un treno alle due di notte, in una sperduta stazione siberiana uguale a centomila altre, senza che nessuno si accorga di noi. Perfino il fatto che solo per noi
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sia la notte di Natale ci isola dal resto del mondo russo, se già eravamo isolati in quanto stranieri. La carrozza, ovviamente, non è quella giusta. Essendo saliti sul treno così precipitosamente, l’abbiamo mancata di parecchio. I nostri posti, come sempre rigidamente assegnati e non commutabili, sono a cinque vagoni di distanza. Per raggiungerli dobbiamo attraversare tre platskartnyj e due kupè, cosa non facile poiché non abbiamo mani libere per aprire le tre porte che separano un vagone dall’altro, i corridoi sono come sempre molto stretti e inoltre non possiamo nemmeno girarci per chiudere le porte lasciate aperte dietro di noi, a meno che non vogliamo urtare mezzo vagone con i nostri movimenti. Nello spazio morto tra le carrozze si insinua un forte gelo, che ci spinge ad accelerare ancora di più il passo per arrivare in fretta nel nostro kupè, che speriamo vivamente sia riscaldato. Le persone si lamentano che non chiudiamo le porte dietro di noi, ma siamo troppo impegnati per stare a pensare anche a quello. Dopo una rocambolesca corsa, avanzando imperterriti come dei carri armati, finalmente raggiungiamo il vagone giusto. Prima di entrare nello scompartimento ci fermiamo a riposare qualche minuto, poiché la corsa ci ha devastati fisicamente. Lo squallido kupè, riscaldato in maniera appena sufficiente, è occupato solo da una persona, che si sta preparando a scendere alla fermata successiva. Il tempo di sistemarci in questo vuoto loculo e siamo nuovamente soli, a festeggiare un Natale ridicolo, in condizioni alienanti. Il tempo pare essersi fermato, abbiamo perso il conto dei giorni, ci sembra di essere in viaggio da una vita.

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Epilogo Sono trascorse innumerevoli ore di treno da quando siamo ripartiti da Seryshevo. Centinaia. Ciò non ha certo fatto bene alla nostra psiche, già provata dalla crudezza dell’inverno siberiano. Poche persone ci hanno fatto compagnia durante i lunghi viaggi in kupè: l’unico con cui abbiamo avuto qualche scambio è stato Roman, un tranquillo signore che non ha bevuto una sola goccia di alcool per tutto il viaggio e ci ha intrattenuti parlando di numismatica, la sua passione. Gli abbiamo poi regalato qualche centesimo di euro, che stagnava nei nostri portafogli da tempo immemorabile. Per il resto, niente. Giorni e giorni da soli nel kupè. Come al solito, i nostri viaggi in treno sono estremi: o travagliati o mortalmente noiosi. Una via di mezzo non c’è mai. Per spezzare un po’ le tratte e non devastarci fisicamente con una tirata unica, abbiamo fatto tappa a Barnaul, città che sorge sul fiume Ob. Ci portava un po’ fuori strada, ma un’amica ci aspettava e non avremmo potuto saltare l’appuntamento. Raggiungere la città è stato uno spasso. Siamo scesi al gelo di Novosibirsk ancora totalmente ignari di come avremmo fatto ad arrivare a Barnaul. Ci siamo detti: prendiamo un taxi e arriviamo alla stazione degli autobus, poi si vedrà. Non appena messo piede fuori dalla macchina, non abbiamo fatto in tempo a muovere un passo che subito un uomo di fianco a noi si è messo a gridare “Per Barnaul! Chi va a Barnaul?”. Tempo dieci secondi e ci siamo ritrovati su un’altra marshrutka, che in quattro ore di viaggio ci ha recapitati in questa importante città siberiana. Purtroppo non sono riuscito a godermela, poiché la stanchezza accumulata era notevole e il secondo giorno ho accusato una crisi di freddo che mi ha costretto a rimanere rintanato in albergo per il resto della permanenza in città. Non faceva nemmeno troppo freddo, ma avevo raggiunto quella condizione in cui il corpo non collabora più e non tollera un solo sforzo in più del necessario. Abbiamo comunque goduto della solita, eccezionale ospitalità russa e perfino della vista di alcune surreali sculture interamente di ghiaccio. Dopo Barnaul è toccato a Ekaterinburg, la città posta proprio sugli Urali, al confine tra Europa e Asia. Lì sorge la chiesa eretta in onore della famiglia Romanov, gli zar trucidati nel 1918 e ora diventati
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santi. Siamo riusciti a visitarla, nonostante una tormenta di neve ci abbia sorpresi per la strada. Resistere al clima di Ekaterinburg è stato particolarmente duro, anche a causa del nostro abbigliamento troppo leggero: pensavamo infatti che essendo quasi tornati nella Russia europea avrebbe fatto meno freddo, e invece quel giorno c’erano ben ventotto gradi sotto zero, uniti ad una nevicata e ad un vento fortissimo. Dopo aver aspettato in stazione per otto interminabili ore, abbiamo virato verso Rostov. Al momento di prendere il treno per la città che sorge sul fiume Don, erano le dieci di sera del 31 dicembre 2009, ora locale. Abbiamo dunque trascorso il Capodanno in treno, in un gelido scompartimento di un treno semivuoto, nel quale si sopravviveva solo con la giacca addosso. Non capita molto spesso di trovarsi su un vagone di un treno estero durante le feste dell’anno nuovo: il treno, infatti, era praticamente vuoto. Festeggiamenti, nessuno: solo qualche pesciolino sott’olio e un po’ di cioccolatini. Per l’occasione abbiamo comprato anche una lattina di birra, unico esemplare di bevanda alcolica che ci siamo procurati di nostra spontanea volontà. Poi subito a dormire, sempre con la giacca. E pensare che avremmo potuto festeggiare ben tre capodanni: locale, di Mosca e di casa nostra, rispettivamente due e quattro ore indietro rispetto a noi. Ma non l’abbiamo fatto perché eravamo troppo stanchi e la situazione non ispirava grandi festeggiamenti. Un capodanno orrendo, a volerla dire tutta, sicuramente il peggiore della nostra vita ma contemporaneamente anche il più pittoresco e quello che sarà sicuramente ricordato come singolare. Non appena messo piede nella stazione di Rostov, abbiamo cominciato a odorare il primo profumo di casa. La temperatura al nostro arrivo, all’una di notte, era infatti intorno ai dodici gradi sopra lo zero. Sopra! Quasi non credevamo di poter stare senza giacca, dopo quasi due mesi abituati a mettercela anche per andare al gabinetto. La sosta a Rostov è durata poco, giusto il tempo di prenotare dei biglietti per Donet’sk e per Kiev. Cambiare i soldi è stata un’impresa degna di essere raccontata: essendo domenica, non c’era nessuna banca aperta, ma siamo riusciti a rimediare al problema in modo piuttosto curioso. Passando attraverso un mercatino locale, un cartello affisso su un gabbiotto di latta recitava “Per il cambio soldi, chiamare questo numero”. Praticamente, un ufficio di cambio clandestino. Non aveva niente di legale, ma per lo
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scopo ha funzionato. Dopo aver composto il numero di telefono, infatti, è spuntato dal nulla un uomo che ci ha cambiato i soldi ad un tasso onesto e se n’è andato subito dopo, richiudendo il suo gabbiotto in attesa di altri clienti. Così abbiamo potuto avere in mano i soldi per prenotare i biglietti. Non avevamo idea di come attraversare il resto dell’Europa, tuttavia contavamo di trovare a Kiev un vagone che ci avrebbe portato almeno in Ungheria. Poi ci saremmo arrangiati in qualche modo. Ci è passata per la mente perfino l’idea di chiedere un passaggio ai furgoncini delle badanti, che usano per trasportare le merci in Italia, ma l’idea si è rivelata difficilmente attuabile e così abbiamo deciso di concentrarci solo sulla ricerca dei treni, o in generale dei mezzi pubblici. L’attraversamento della frontiera con l’Ucraina è stato a tratti drammatico: i militari non riuscivano a credere che in tutti i nostri bagagli non si celasse nemmeno una bustina di droga. Non paghi di non essere riusciti a far trovare nulla nemmeno al cane antidroga, hanno trattenuto Daniele nello sgabuzzino del provodnik, minacciandolo di farci passare dei guai se non avesse tirato subito fuori le bustine di crack. Inoltre, volevano vedere quanti soldi avevamo, come fece la polizia croata all’andata, solo che qui pretendevano che riempissimo un modulo nel quale dichiaravamo con precisione tutti i soldi di cui eravamo in possesso, specificando anche il tipo di valuta. Chi saprebbe dire con precisione i soldi che ha in tasca, interrogato a bruciapelo? Ovviamente abbiamo dato cifre sbagliate, e ciò li ha fatti arrabbiare non poco, ma alla fine si sono stancati di tormentarci e ci hanno lasciato andare, stracciando il foglietto dei soldi davanti ai nostri occhi. Una volta giunti a Donets’k abbiamo subito tentato di prenotare un biglietto da Kiev a Budapest, ma la cassiera si è praticamente rifiutata di vendercelo, in quanto pensava che fosse “troppo costoso” per noi. Era infatti libera solo la classe “superlusso”, ancora più alta del kupè, ma presente solo in pochi treni. Immaginavamo già un prezzo esorbitante, nell’ordine di diverse centinaia di euro, per cui avremmo comunque rinunciato all’acquisto. Una volta a Kiev, invece, abbiamo scoperto che in realtà costava poco meno di cento euro. Non certo economico, ma assolutamente non proibitivo. Al momento di prendere il Kiev – Budapest, un’altra interessante sorpresa ha fatto capolino: al
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convoglio di vagoni era unito anche il Mosca – Venezia, lo stesso che avevamo preso due mesi prima. Teoricamente avrebbe dovuto passare da Kiev il giorno prima, ma grazie ad un cambio di orari ce lo siamo trovato praticamente davanti, nello stupore più totale. Inutile dire che ci siamo accaparrati subito due posti, contrattandoli con il provodnik e pagandogli il biglietto direttamente in mano, senza alcuna ricevuta né pezzo di carta a testimoniare il nostro acquisto. La cosa buffa è che uno dei due provodniki del vagone era lo stesso dell’andata, e ovviamente ci ha riconosciuto, anche se ciò non ci ha fruttato alcuno sconto sul prezzo del biglietto. Abbiamo quindi viaggiato in classe Superlusso, cioè un lurido e vetusto scompartimento da due persone, fino a Budapest. Durante il viaggio, l’apatia ha raggiunto livelli assoluti. Non abbiamo quasi mangiato, ma ci siamo concessi una puntatina al vagone ristorante per mangiare una salianka, tipica minestra ucraina. Molto speziata e soddisfacente per le papille gustative, ma poco sostanziosa. Per completezza, abbiamo passato in treno anche l’Epifania. La città di Budapest ci ha accolto ancora una volta nella stazione est, che anche dopo due mesi non è stata fornita di posti a sedere. Abbiamo passato qualche ora in città, girovagando per zone non ancora battute, e siamo perfino riusciti a perderci per le strade. Per un attimo abbiamo creduto che non avremmo mai più ritrovato la stazione, ma una giovane ragazza con la quale ho comunicato in inglese ci ha salvato. Presto ci siamo ritrovati sul Budapest – Venezia, lo stesso vagone sul quale eravamo saliti a novembre, pieni di speranze. È proprio su questo vagone che ora si sta svolgendo l’ultima parte del viaggio. Com'era successo all’andata, anche stavolta l’intero vagone è vuoto e noi siamo i suoi unici occupanti. Abbiamo però capito come mai questo treno è usato da così poche persone: un po’ per il costo, che per un russo non è basso, e un po’ per la difficoltà a procurarsi i visti per i paesi da attraversare. Due donne russe sarebbero salite con noi a Budapest, ma essendo prive del visto di transito croato hanno dovuto rinunciare e scegliere un percorso alternativo. Ormai non facciamo più caso a queste assurdità burocratiche, e siamo pronti anche a subire altri controlli alla frontiera croata, ormai diventata la spada di Damocle del viaggio. Inoltre, non dobbiamo dimenticarci che non abbiamo alcun biglietto in mano, ma solo la parola dei provodniki. E se in frontiera ci chiedessero i biglietti?
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Abbiamo una fame da lupi, ma non ci sono rimaste più provviste. L’ultima cosa decente che abbiamo mangiato è stata la salianka sul vagone ristorante del Kiev – Budapest. Tentiamo di comprare qualcosa dai provodniki, ma le provviste in vendita sono finite, e al massimo possono venderci caffè, tè e acqua. Vista la situazione, gli chiediamo un bicchiere d’acqua bollente dove sciogliere un po’ di brodo granulare, ultima cosa commestibile che c’è rimasta negli zaini. Un brodino insulso, ma pur sempre meglio di niente. Ma insieme all’acqua calda arriva una piacevole sorpresa: due michette al formaggio, offerteci gratis dai provodniki. Facevano parte delle loro scorte personali per il viaggio, ma non se la sono sentita di lasciarci digiuni. Forse il nostro amico provodnik si ricorda ancora del salamino che gli abbiamo regalato due mesi fa, nel tentativo di ingraziarcelo. Mangiamo i panini fino all’ultima briciola, consapevoli del fatto che fino all’indomani non avremo nient’altro da mettere sotto i denti. Dopo poche ore, arriva la tanto temuta frontiera croata. Siamo già preparati a disfare borse e zaini e a subire assurdi controlli, ma stranamente non c’è alcuna perquisizione e tutto fila liscio come l’olio. Non ci chiedono nemmeno i biglietti. Addirittura, il poliziotto che ci timbra il visto scherza con noi, nominando qualche politico italiano e ridendo. Ora, con lo stomaco di nuovo vuoto e la testa piena di pensieri, siamo immersi nel buio profondo della notte slovena. Tra poche ore vedremo di nuovo dei cartelli scritti nella nostra lingua madre. Fuori piove incessantemente. Cateratte d'acqua si rovesciano molto rumorosamente sul nostro finestrino e sul tetto del treno. Il caldo afoso del vagone che ci tormentava due mesi fa non è cambiato, e anche ora dobbiamo rimanere in maglietta a maniche corte. Tutto quello che possiamo fare è stare fermi per non sudare troppo, osservando al contempo l’acqua che scorre furiosamente sul finestrino come un fiume in piena. Ora si può tastare con mano la brevità di quest’esperienza, che pur nella sua apparente interminabilità è ora arrivata agli sgoccioli. Ma prima di iniziare a sgocciolare ha sgorgato impetuosa, inarrestabile, per lungo tempo. Così come le gocce di pioggia che ora si infrangono al suolo poi evaporeranno e andranno ad alimentare nuovamente altre piogge, anche i frutti del viaggio continueranno a vivere per lungo tempo.

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Alle sei del mattino del 7 gennaio 2010, attraversiamo infine il confine tra Slovenia e Italia. Il cartello della stazione di Villa Opicina si legge a malapena attraverso il vetro, coperto di goccioloni d’acqua. Tuttavia, vedere questo pannello scritto in italiano ci riporta improvvisamente alla consapevolezza che il viaggio è finito, che tra pochissimo saremo di nuovo a casa nostra, pronti a riprendere la vita di tutti i giorni. Anche il viaggio in apparenza più interminabile è destinato a finire. Questo è il momento che classifico come il più intenso e significativo di tutti questi cinquantasette giorni, ed è racchiuso in una fotografia che ha ormai assunto un carattere per me leggendario. Case buie e silenziose si susseguono l’una all’altra, ciascuna occupata da ignari individui che dormono ancora profondamente. Il treno percorre speditamente le nere coste del Friuli, nel buio di questa mattinata ancora senz’alba. La laguna veneziana è nuovamente in vista, ma stavolta non usciamo nemmeno dalla stazione. C’è giusto il tempo di prendere un altro treno per Milano, e dopo poche ore stiamo già scendendo all’anonima fermata recante il nome di Tradate. Sembra la stessa scena di due mesi fa. C’è ancora il sole, abbiamo in mano gli stessi bagagli, sui volti è stampata la stessa espressione trasognata e incredula. Ma c’è una differenza importante: stavolta poggiamo i piedi sulla banchina opposta. FINE Un doveroso ringraziamento va a Daniele Castiglioni (autore e promotore del sito www.solosiberia.it), per aver organizzato questo viaggio e per avermi fatto da guida e da interprete in questa difficile ma emozionante avventura.

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