Luigi Gandini

Introduzione generale al pensiero di

Aristotele

EDIZIONI LULU.COM

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Prima edizione in formato elettronico: Novembre 2010 – Lulu.com

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Introduzione
Non c’è bisogno di essere navigati storici della filosofia per sapere, almeno intuitivamente, che Aristotele è uno dei più grandi punti di riferimento della filosofia d’ogni tempo: il suo contributo è stato da più parti definito gigantesco1, e le stesse suddivisioni interne della filosofia oggi comunemente utilizzate sono state stabilite in origine proprio da lui2.

Quadro storico culturale
Il periodo in cui vive Aristotele è caratterizzato dalla fine traumatica dell’esperienza della pòlis e del suo modello politico e culturale. La Grecia intera sembra definitivamente crollare sotto la pressione della potenza macedone, che, nella metà del IV secolo a. C., aveva dato inizio ad una massiccia occupazione. È la fine della libertà delle città-stato. Aristotele per tradizione familiare e per scelta personale (aveva infatti accettato l’incarico di precettore del giovane Alessandro, il futuro Alessandro Magno) è strettamente legato ai sovrani macedoni, proprio negli anni in cui stavano schiacciando la libertà delle città greche, la cui crisi, tuttavia, era innanzitutto interna. Cercando di dare una connotazione generale al quadro storico e culturale di questo periodo dobbiamo senz'altro notare che il principale fattore di mutamento, rispetto all’età classica, è costituito non solo dalla perdita dell’indipendenza, ma soprattutto alla perdita dell’identità del popolo greco: nel nuovo assetto politico, sotto il dominio della potenza Macedone, il cittadino greco3 non è (e non si sente più) coinvolto nella gestione del governo e viene anzi totalmente assorbito in un più vasto organismo statale del quale altri reggono le fila. Da ciò l'emergere di
1 E. Severino, La filosofia antica, Rizzoli, Milano, 1990, p. 109. 2 A. Armstrong, Introduzione alla filosofia antica, Il Mulino, Bologna, 1983, p. 91. 3 Parliamo naturalmente del cittadino maschio e libero, l’unico che poteva votare nelle assemblee e partecipare alle cariche pubbliche.

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nuovi interessi rispetto alla politica, soprattutto conoscitivi ed etici, che costituiranno una delle principali caratteristiche della nuova era che sta iniziando: l'età ellenistica. Aristotele vive quindi pienamente inserito nell’età dell’ultima crisi della civiltà classica ed è in qualche modo un precursore della nuova era. Tuttavia la sua figura è indissolubilmente legata alla città di Atene, in cui abita e insegna in due distinti periodi della sua vita: ed è per questo che viene ancora considerato come l’ultimo protagonista del pensiero dell’età classica. Lettura antologica: Dalla pòlis all’impero (in “Antologia critica”).

Vita e opere
Aristotele nasce intorno al 384 a.C. a Stagira, (l'attuale Stavro, una città situata nel nord della Grecia, al confine con la Macedonia). All’età di 17 anni, si reca ad Atene per frequentare l’Accademia di Platone, e qui svolge per circa un ventennio diverse attività di ricerca e insegnamento, sino alla morte del maestro (347-348 a.C.). In seguito si reca ad Asso, dove, con altri ex discepoli di Platone (che già si trovavano là sotto la protezione del tiranno di Atarneo, Ermia) ricostruisce una piccola comunità filosofica, dove probabilmente tiene per la prima volta un insegnamento del tutto autonomo. È sempre di questo periodo il matrimonio con la figlia di Ermia, Pitia (dalla quale ha due figli, Pizia e Nicomaco). Più tardi passa a Mitilene, sull'isola di Lesbo. In seguito entra in rapporto con Teofrasto e intraprende ricerche di carattere naturalistico; quindi si trasferisce a Pella, dove cura l’educazione di Alessandro, figlio di Filippo il Macedone. Quando poi Alessandro, succeduto al padre (assassinato nel 336), riguadagna il controllo delle città greche (che si erano ribellate approfittando della morte di Filippo), Aristotele può finalmente fare ritorno ad Atene, dove fonda il Liceo e rimane per dodici anni dedicandosi all’insegnamento, rielaborando le sue dottrine e mettendo a punto alcune delle sue opere più importanti. L'amicizia del potente re
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mette a sua disposizione mezzi di studio eccezionali, che facilitano le ricerche in tutti i campi del sapere. Quando però Atene, alla morte di Alessandro, insorge nuovamente contro i macedoni (siamo nel 323 a.C.), Aristotele è costretto ad abbandonare nuovamente la città e decide di trasferirsi con la famiglia a Calcide, in Eubea, ove incontra la morte nel 322 a.C., a 63 anni.

Gli scritti
Perdute quasi interamente le opere a carattere divulgativo, ci restano di Aristotele gli scritti di scuola, cioè quei componimenti che dovevano costituire delle «dispense» ad uso interno e didattico, quindi più o meno rifinite, ed ordinate solo molti anni dopo nella famosa edizione di Andronico di Rodi (alla guida del Liceo dal 78 al 47 a.C.). Quelle che restano tra le opere aristoteliche possono comunque essere divise in due grandi gruppi: gli scritti "essoterici", così denominati perché erano destinati ad un pubblico esterno alla scuola e quelli "esoterici", in quanto erano invece diretti agli allievi del maestro: SCRITTI ESSOTERICI: Grillo, Sofista, Eudemo, Sulla nobiltà, Il politico, Sui poeti, Sulla giustizia, Sul bene, Sulle idee. SCRITTI ESOTERICI: Organon, Retorica, Poetica, Metafisica, Fisica, Sul cielo, Sulla generazione, Sulla corruzione, Meteorologici, Ricerche sugli animali, Parti degli animali, Generazione degli animali, Locomozione degli animali, Moto degli animali, Sull’anima, Etica Nicomachea, Etica Eudemia, Grande etica, Politica.

L’edizione di Andronico di Rodi
Dopo la morte degli immediati discepoli di Aristotele si era persa traccia della maggior parte dei testi di scuola (fedelmente redatti dagli stessi allievi). I manoscritti delle principali opere del filosofo vengono
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indica la scienza che studia la struttura del reale che sta al di là del mondo fisico.): egli pensa per primo di dividere i testi a seconda dell’argomento. sia a livello singolo che intersoggettivo. A Roma le opere di Aristotele vengono quindi pubblicate da un dotto greco. Sulla generazione e la corruzione.ritrovati in seguito da Apellicone. Dell’interpretazione. per la tradizione filosofica successiva. le ricerche biologiche sui vegetali e sugli animali (uomo compreso). il titolo “metafisica” ha poi avuto grande fortuna e.. tra il II e il I secolo a C. Ricordiamo in questo gruppo di scritti: Fisica. Sul Cielo. Nei dodici libri della Metafisica sono trattate in particolare l’ontologia (lo studio dell’essere) e la teologia. un bibliofilo e collezionista di antichi testi. cioè riguardanti i procedimenti logico-linguistici mediante i quali le diverse discipline conoscono i propri campi di oggetti. Analitici primi e secondi. Sulle parti degli animali. SCRITTI DI FISICA: comprendono indagini sulla natura e sul cosmo. Più avanti. Abbiamo così: SCRITTI DI LOGICA: definiti “Organon”. dopo aver conquistato Atene. Andronico classifica infatti in questo modo le opere che Aristotele denomina “filosofia prima” e “scienza dell’ente in quanto ente” (anche se non mancano opere relative ad altri argomenti fisici). le ricerche sull’anima umana e sulle facoltà conoscitive. classificandoli in raggruppamenti più ampi in base alle aree disciplinari di appartenenza. Andronico di Rodi (siamo tra il 40 e 20 a C. la Politica. 6 . ed altri scritti minori. porta la biblioteca di Apellicone a Roma come bottino di guerra. Abbiamo qui la famosa Etica Nicomachea. SCRITTI DI ETICA E DI POLITICA: è un gruppo di scritti che trattano dell’agire umano. Sull’Anima. L’Organon comprende: Le categorie. Sulla generazione degli animali. i greco “strumento”. Silla. Elenchi sofistici.C. e siamo così nell’86 a. Com'è noto. SCRITTI DI METAFISICA: questo titolo significava in origine “scritti dopo (metà) quelli di fisica (tà physikà)”. in Asia Minore. da allora.

fisica ed etica costituisce il modello dell’ordinamento deciso da Andronico al Corpus aristotelicum. Quest’immagine. b) Secondo Werner Jaeger. IL SISTEMA. non essendoci di fatto differenze essenziali tra le posizioni speculative giovanili e quelle della maturità. Si deve però notare che così ordinata. in realtà. visto che non possediamo una sua diretta organizzazione degli scritti. In ogni caso gli studiosi dello Stagirita sembrano concordi nel non escludere che la forma in cui le opere di Aristotele ci sono state tramandate da Andronico corrisponda molto probabilmente al disegno dello stesso filosofo e tutti riconosco infine all’opera aristotelica una propria unità e coesione interna. usato poi dagli interpreti di Aristotele fino a tempi recenti. tanto è vero che più recentemente gli studiosi di Aristotele si sono orientati verso una diversa direzione. è propria delle filosofie ellenistiche e dello stoicismo in particolare. invece. la cui tripartizione del sapere in logica. in particolare di Poetica (testi poetici) e Retorica (discorsi retorici). È stato motivo di discussione l'indagine sulle effettive intenzioni di Aristotele in merito. quando Aristotele è spinto dal confronto con il maestro e si attenuano invece in quelle mature quando Aristotele è in grado di valutare positivamente il contributo che può derivargli dalla riflessione platonica. mentre al periodo della maturità andrebbero riportate quelle in cui emerge una rivalutazione dell’esperienza sensibile (diventata poi caratterizzante della filosofia aristotelica). assemblando le unità testuali originarie con una nuova prospettiva e ampliando così in modo significativo la conoscenza dell’opera aristotelica. al periodo giovanile andrebbero ricondotte le opere in cui è più marcata l’influenza del maestro Platone. Ingemar Dühring. afferma per esempio che gli accenti antiplatonici sono più marcati nelle opere di gioventù. 7 . l’opera di Aristotele si presenta come un "sistema".SCRITTI SULL’ARTE: studi che riguardano le tecniche di produzione. Abbiamo così due tendenze interpretative: a) Uno dei massimi studiosi di Aristotele.

È infatti da una tradizione piuttosto consolidata che riceviamo l’immagine artificiosa di una radicale contrapposizione tra la filosofia di Platone e quella di Aristotele. dalle mutate condizioni politiche. nello stesso tempo ora sta ampliando enormemente i propri confini culturali: i commerci si estendono. IL CONFRONTO CON PLATONE. dobbiamo ancora soffermarci sulla questione del confronto con Platone. conquistata da Alessandro Magno. mentre Aristotele sembrerebbe prediligere un approccio orientato all’osservazione realistica del mondo naturale. alla irrequieta ricerca utopica di uno Stato giusto (nel quale non si potesse più verificare un’ingiustizia terribile come quella che aveva portato alla condanna di Socrate). i diadochi. come abbiamo accennato. Aristotele è appunto il protagonista di un periodo di notevoli cambiamenti nel panorama della cultura greca e. più che di quello ideale. Come vedremo tale contrapposizione è stata amplificata in modo esagerato ed è in larga parte fittizia.Il confronto con il maestro Platone e la questione della critica alla teoria delle Idee. l’epoca in cui vive Aristotele è segnata dalla scomparsa della pòlis intesa come realtà autonoma dal punto di vista culturale e politico (città-stato) e dalla fine dell’indipendenza della stessa Grecia. la partecipazione dei cittadini alla vita politica viene notevolmente ridotta. Prima di proseguire nella presentazione del pensiero aristotelico. Platone avrebbe impresso alla sua filosofia una forte caratterizzazione politica. con i quali avrà inizio l’epoca della civiltà ellenistica. Di conseguenza cambia radicalmente il ruolo del filosofo 8 . se non di fatto annullata. gran parte del mondo conosciuto diviene un’unica entità politica ed economica. come si è visto. Rispetto all'età classica. derivando da un’immagine distorta dei due pensatori e da una conoscenza non adeguata del differente periodo storico in cui essi operano e dei conseguenti diversi motivi di ricerca. Secondo questa linea interpretativa. sotto la guida di Alessandro e successivamente dei suoi generali. Se però da una parte la Grecia non è più indipendente. la classe dei piccoli proprietari terrieri si appresta a cedere la preminenza a quella dei mercanti. approdando ad argomentazioni di tipo scientifico più che di ordine metafisico.

matematica. infatti. si deve però anche sottolineare che Aristotele e Platone vivono in epoche del tutto differenti e che tali diversità hanno delle ragioni che vanno al di là della semplice impostazione filosofica di fondo.(e con esso il compito della filosofia): costretto a rinunciare definitivamente al suo ruolo politico. il suo sapere viene esaurendo la propria centralità. biologia) iniziano ad individuare con maggior precisione il loro specifico oggetto di studio e acquisiscono principi e metodi definiti. ogni regione dell’essere. che con Aristotele assomiglia ad uno scienziato e ad un professore che lavora in modo distaccato ed indipendente rispetto al mondo politico (e in ciò già si riflette la crisi della vita politica dovuta alla decadenza della città-stato e alla fine dell’indipendenza del territorio greco). oggetto della conoscenza. Ogni realtà. C. Proviamo a riassumerle in modo sintetico: a) Mentre Platone sostiene che la realtà vera. dalle possibili risposte che la filosofia sapeva dare in quel periodo. b) Per Platone la filosofia mantiene sempre una precisa finalità politica.. mentre si assiste parallelamente all’affermazione di altri saperi che rivendicano sempre più la loro autonomia. Lo Stagirita non solo è il grande interprete di questa nuova impostazione di ricerca ma favorisce attivamente lo sviluppo delle scienze. alle ricerche specialistiche di stampo scientifico in ogni campo del sapere. è degna di essere studiata. c) Quello che viene a cambiare è dunque l’immagine del filosofo. è qualcosa che trascende la nostra esperienza (le idee-forme). Concludendo. se è dunque senz’altro corretto osservare che tra i due maestri della filosofia greca ci sono delle notevoli differenze. guadagnando un proprio profilo specialistico. all'interno del Liceo. le scienze principali (astronomia. ovviamente. Nel periodo ellenistico immediatamente successivo. nuove scienze acquisiranno grande importanza. infatti. e darà spazio. è oggetto di una 9 . Durante il IV secolo a. Siamo così ormai molto distanti dalla realtà politica. per Aristotele tutte le cose del mondo hanno un’esistenza reale ed autonoma e non sono più copie imperfette di enti ideali trascendenti. per Aristotele lo scopo della filosofia è la conoscenza disinteressata della realtà. sociale e culturale che muoveva gli interessi di Platone ed anche.

Non si comprende come possa ammettersi che l'essenza esista separata da ciò di cui è essenza. a cominciare dagli enti sensibili (che. intende fornire una spiegazione complessiva della realtà ma ritiene per questo scopo troppo astratto e separato dalla natura sensibile il mondo trascendente delle Idee. La constatazione che gli enti naturali nascono. ma allo stesso tempo non può condividere l'impostazione di fondo del maestro. ma realtà oggettive e sostanziali a tutti gli effetti). mutano e si muovono. sono particolarmente coltivate proprio le ricerche empiriche (che comprendono prime forme di raccolta e classificazione di dati) e non tanto le matematiche. Infatti. come abbiamo detto. Leggiamo infatti nella Metafisica: “Le Idee non possono giovare alle cose esistenti perché non sono immanenti alle cose che partecipano di esse. uno studio scientifico della natura: il mondo naturale ha una sua dignità. Ci sono poi delle critiche particolari che Aristotele rivolge a Platone. diversamente che nell’Accademia platonica. anzi necessario. Aristotele è conseguentemente attento a salvaguardare la specificità e l’autonomia di ogni singola scienza. ed anzi dichiara esplicitamente che si deve ricercare l'essenza delle cose. separati dalle idee. con un orientamento enciclopedico. si corrompono. Se gli enti sono realtà autonome. come Platone. posti al di là delle rappresentazioni sensibili e particolari. per lo Stagirita non sono copie inferiori di una realtà superiore. ne consegue che essi possono divenire oggetti di vera conoscenza: la possibilità di uno studio scientifico (epistème) della natura (physis). Come vedremo Aristotele propone una soluzione molto diversa: semplificando si può dire che alla trascendenza platonica lo Stagirita sostituisce l'immanenza. Con questo egli non nega che la scienza sia costituita di concetti universali. LA CRITICA ALLA TEORIA DELLE IDEE DI PLATONE. mentre in Platone tutte le scienze sono subordinate alla dialettica. 10 . rappresenta invece uno dei capisaldi del pensiero aristotelico.scienza particolare. negata da Platone. in qualche modo ne vanno poi a costituirne l’essenza. Per Aristotele è possibile. Anche Aristotele. nel Liceo aristotelico. Prendiamone in esame i tratti salienti. in Aristotele si traduce con la ricerca scientifica su base empirica (e non solo metafisica) di cause e principi. secondo la quale gli enti sensibili.

Aristotele perciò. se così fosse. e così fra questo terzo termine ed i due precedenti occorrerebbero altri termini intermedi. Aristotele osserva che: 1) le idee-forme non possono stare al di là degli individui sensibili. Quindi.ma che essenze e cose devono essere riunite insieme per 11 . 2) le idee-forme. secondo Aristotele. ad es. poste come elementi mediatori tra le idee-forme e gli enti sensibili. 4) né sono sufficienti gli artifici che Platone ha introdotto nel suo quadro teoretico per superare le aporie del sistema. 5) dunque il mondo delle idee-forme risulta essere una inutile copia del mondo sensibile con l'aggiunta dell'espressione «in sé». dovrebbe esistere un terzo termine (una sorta di terzo uomo). la soluzione platonica al problema del rapporto tra essere e divenire è insufficiente e deve essere superata: "mimesi" e "metessi" sono quindi da intendersi come semplici metafore. in opposizione alla dottrina platonica. afferma che le idee-forme – che costituiscono il mondo dell'universale . se devono costituirne l'essenza. LA “TEORIA DEL TERZO UOMO”. non possono spiegare il generarsi degli individui né il divenire del mondo sensibile (tra "essere" e "divenire" riemerge così quella profonda contrapposizione che Parmenide aveva indicato per primo e che Platone aveva solo parzialmente risolto nel Sofista). che nella formulazione platonica vengono pensate come immutabili ed eterne. relativamente alla dottrina platonica delle idee-forme. Concludendo le idee-forme proposte da Platone non possono essere principio d'intelligibilità degli enti sensibili. all'infinito (è questa la cosiddetta teoria detta appunto "del terzo uomo").. che ponga in rapporto i primi due. diverso dall'idea di uomo e dall'uomo particolare. come per esempio le forme matematiche e l'Anima del mondo (si pensi al Timeo). 3) ne consegue che. Infatti. di “uomo” e l’ente “uomo sensibile”. in un "altro mondo" (iperuranio). in quanto le idee-forme di fatto non producono gli individui sensibili (che all’osservazione risultano invece sempre generati da altri individui sensibili): la fissità delle idee-forme impedisce di spiegare il divenire degli enti sensibili. tra l'idea-forma.non possono essere separate dalle cose .Come potrebbero le idee-forme essere essenze di oggetti dai quali poi risultassero separate?” .il mondo del particolare .

DIFFERENZE DAL PUNTO DI VISTA DELL’ETICA. genera un uomo». se esse esistessero fuori degli esseri singoli. dunque. questa sfera o questa casa.come è stato notato . mediante un consistente esercizio ed una acquisita levatura morale . infatti. che la causalità delle idee. finalizzato alla conoscenza della realtà. senza necessariamente comportare delle conseguenze dirette sul piano etico e politico. non servirebbe affatto a spiegare il divenire e le sostanze. Da qui. o una casa fuori di questa fatta di mattoni? Ma in questo caso essa non sarebbe mai divenuta un essere determinato.il filosofo aristotelico assomiglia invece ad uno scienziato e ad un ricercatore (e in ciò . non è questo né una cosa determinata. DIFFERENZE SULLA CONCEZIONE GENERALE DI “FILOSOFIA” E SUL RUOLO DEL FILOSOFO. Infine.costituire la realtà. E non un’idea. L'idea significa che la cosa è di una certa qualità. una differente immagine della figura e del ruolo del filosofo: mentre per Platone il filosofo ha un compito peculiare che realizza progressivamente. è ogget12 . E' chiaro. Confermiamo il concetto: per Aristotele ogni singola realtà . Inoltre. Le idee non sono causa di nessun movimento.in modo da poter meglio di altri guidare la città .già si riflette la crisi della vita politica dovuta alla decadenza della cittàstato). ma fa sì che questo sia un quale. come avevamo detto. L’argomento dello Stagirita è chiarissimo. non da ultimo. mentre in ambito politico non si mostra d'accordo con la proposta utopica di Platone e si dedica piuttosto all'analisi delle varie forme di politica e così pure ci sono delle notevoli differenze per quanto riguarda la concezione dell'arte (anticipiamo mentre Platone ne condanna il carattere imitativo Aristotele ne rivaluta la funzione catartica). in ambito etico Aristotele supera e abbandona il riferimento ad una superiore Idea del Bene per dedicarsi all'analisi dei beni particolari e concreti per l'uomo.ogni regione dell’essere. rispetto a quanto accennato dovremo aggiungere che mentre per Platone la filosofia mantiene sempre una finalità politica (la stessa teoria delle idee-forme ha prima di tutto una valenza eticopolitica). di nessuna mutazione: un uomo. per Aristotele lo scopo della filosofia è invece costituito da una ricerca disinteressata del sapere. Nella Metafisica Aristotele scrive infatti: «Dobbiamo forse ammettere che ci sia una sfera fuori di questa che vediamo. è degna di essere studiata.in quanto tale .

ma. ma essere a tutti gli effetti.to di una scienza particolare. Oggetti sensibili della scienza sono anche per Aristotele nozioni o predicati universali. ma che non esistono separatamente dagli enti sensibili. Il distacco dal linguaggio metaforico (largamente utilizzato da Platone) e lo sforzo di mettere a punto un linguaggio tecnico per la filosofia appaiono da ultimo come elementi distintivi dell’intero corpus aristotelico. nel Liceo. CONCLUSIONI. 13 . sono particolarmente coltivate le ricerche empiriche (si pensi alla straordinaria raccolta e la classificazione di dati) e non tanto le matematiche astratte. come s’è visto. che non sono copie inferiori di una realtà migliore. se sono separate dagli enti sensibili. Platone infatti ricercava nelle ideeforme le cause delle cose e delle loro trasformazioni. diversamente che nell’Accademia. Anzi. le idee non servono a spiegare il divenire. Per questi motivi Aristotele porta la sua critica nei confronti di Platone sul piano delle difficoltà logiche e gnoseologiche della dottrina delle idee-forme: in sostanza le idee non offrono alcun vantaggio nella comprensione della realtà. a cominciare dagli enti sensibili.

bisogna però sottolineare che questa differenza deriva in larga parte anche dal mutamento culturale che caratterizza il passaggio dall’età classica a quella ellenistica. L'ENCICLOPEDIA DELLE SCIENZE. nella sua massima incarnazione. Platone crede nella finalità politica della conoscenza e vede il filosofo. si divida in varie ragioni che costituiscono ciascuna l'oggetto di studio di un gruppo di scienze basate su principi propri e formanti. Aristotele giunge invece a guardare il mondo secondo un'ottica tendenzialmente orizzontale ed unitaria. si differenzi dalle altre scienze solo perché essa.La filosofia come “scienza prima” e la classificazione delle scienze. Come si è visto. in cui si rispecchiano i multiformi aspetti dell'essere. si interroga sull'essere in generale. VISIONE ''VERTICALE'' E VISIONE ''ORIZZONTALE'' DELLA FILOSOFIA. e conoscenze inferiori. Nella maturità del suo pensiero. dall'altro. una diversa concezione del sapere e della realtà. in Aristotele predomina quello conoscitivo e scientifico. se è vero che Aristotele mostra. come un reggitore e un legislatore della città. pur essendo unitaria. ma l'essere in quanto 14 . Lo Stagirita pensa che la realtà. anziché prendere in considerazione i vari aspetti dell’essere. nella sua più compiuta espressione. come un ricercatore dedito alla sperimentazione e all'insegnamento. nel loro insieme. Aristotele fissa lo scopo della filosofia nella conoscenza disinteressata del reale e vede il filosofo. Tutto ciò si accompagna ad una distinta concezione della struttura del sapere e della realtà da conoscere: giusto per dare un’immagine esplicativa potremmo dire che Platone guarda il mondo secondo un'ottica verticale e gerarchica. intesa come metafisica. che considera tutte le realtà su di un piano di pari dignità ontologica e tutte le scienze su di un piano di pari dignità gnoseologica. Se in Platone prevale quindi il momento politico-educativo. studiando non questa o quella particolare dimensione della realtà. rispetto a Platone. una enciclopedia del sapere. che distingue tra realtà vere e realtà apparenti da un lato e fra conoscenze superiori. Da qui l’idea che la filosofia.

entrambe hanno per 15 . una divisione di fondamentale importanza nelle scienze. in quanto studia il loro comune fondamento prospettando un quadro completo ed esauriente di tutte le discipline. A. come ha suggerito lo storico della filosofia C. Mentre per Platone la filosofia costituiva l’apice della conoscenza e comprendeva sotto di sé. Così concepita. Viano. Tant'è vero che. era costituita dalle idee (che non rappresentavano solo l’essenza delle cose reali. destinata a dirigere e organizzare la cultura occidentale per molti secoli”. “regina delle scienze”. ma sono piuttosto vanno a costituire la forma immanente delle singole cose. dall’altro le scienze pratiche. tutte le altre articolazioni del sapere e la vera realtà. la filosofia appare inoltre come la scienza unificatrice ed organizzatrice delle altre singole scienze. SUDDIVISIONE TRA SCIENZE TEORETICHE E SCIENZE PRATICHE. per Aristotele le idee non sono forme ideali. che è ancora oggi quella sostanzialmente adottata: da un lato ci sono quelle teoretiche. per lui. orientate alla produzione di cose ed oggetti sensibili. che studia appunto la realtà in generale. che hanno per oggetto il necessario. Alle scienze pratiche lo Stagirita affianca anche quelle poietiche. nei loro rapporti di coordinazione e subordinazione. Ora. così come tutte le singole dimensioni dell'essere presuppongono l'essere in generale. che ne stabiliscono i principi (infatti è l’uomo a fissare questi principi sulla base di ragionamenti e di scelte consapevoli). “uno degli esiti più importanti della filosofia aristotelica è la costruzione di un'enciclopedia del sapere.tale. ovvero ciò che esiste indipendentemente dall’uomo. Aristotele stabilisce. E così la filosofia aristotelica risulta sì. ma in un senso differente da quello platonico e in modo tale da non pregiudicare mai l'autonomia delle singole branche del sapere. Poiché l’essenza delle cose non è più trascendente. analogamente tutte le scienze. ma soprattutto le virtù e i valori). in qualche modo. quindi. allora occorrerà prima di tutto conoscere gli enti sensibili. ma è per Aristotele nel mondo visibile. la filosofia diviene la "scienza prima". In tal modo. ossia la disciplina che studia l'oggetto comune a tutte (l'essere) e i principi comuni a tutti (i principi dell'essere). presuppongono la filosofia. gerarchicamente subordinate. relative al comportamento. per arrivare poi ad individuarne i principi. studiando ognuna una parte del reale.

ossia ciò che può essere in un modo o in un altro. progressivamente. può arrivare spiegare complessivamente l’insieme della natura del mondo umano e del divino. però. coadiuvata dalle scienze. L’ENCICLOPEDIA DELLE SCIENZE.oggetto il possibile. non può essere opera di una sola persona. come la retorica. riguarda l'essere. Le scienze poietiche comprendono ogni forma di arte. a prescindere dai contenuti. In sintesi. appare quindi come la disciplina adatta per la natura della sua struttura teoretica a fungere come da direttore d'orchestra. anche se ognuna propone un approccio di studio originale che le è proprio e che la differenzia dalle altre. pur rimanendo il cardine. infatti. colti dall’intelletto e non ulteriormente dimostrabili. la poetica. L'idea di Aristotele era probabilmente quella di ricollegare le diverse conoscenze tra loro per individuare un quadro collettivo e pervenire così ad un sapere più comprensivo e completo: la filosofia. il fondamento da cui tutte la altre scienze traggono i principi fondamentali per i loro studi (ognuna. In Aristotele prende corpo l'idea di una grande enciclopedia del sapere costituita da una disposizione parallela delle diverse scienze: ciascuna di esse. 16 . da raccordo delle varie scienze e quindi in grado di individuare la configurazione e l'ordine del mondo. la commedia. che ne stabilisce i principi comuni. che sono propri di ogni scienza. Alla filosofia spetta anche la definizione dei procedimenti per un ragionamento corretto. la poesia. Lo studio degli enti naturali. da questo punto di vista. procederà con ricerche e metodi specifici). che ogni scienziato deve applicare al proprio specifico oggetto di ricerca. poi. con al centro la filosofia prima o metafisica. La filosofia. IL COMPITO DEL FILOSOFO E DELLA FILOSOFIA. come vedremo meglio più avanti. il filosofo non può essere un “tuttologo”: da Aristotele in poi. Aristotele opera una vera e propria classificazione delle scienze che inquadra in una sistemazione unitaria. la filosofia rinuncia alla pretesa di una conoscenza universale. E così con Aristotele nasce anche la logica. così come più o meno la intendiamo ancora oggi: ovvero come la scienza che studia i metodi che garantiscono di sviluppare correttamente un ragionamento. a seconda dell’azione umana.

mentre la metafisica studia l'essere in quanto essere (cioè considerato in assoluto. in particolare. nel senso più generale possibile). La superiorità della scienza metafisica rispetto a tutte le altre è affermata da Aristotele in virtù del fatto che. Schematizzando. Lettura antologica: La suddivisione delle scienze e il sapere teoretico. La riflessione aristotelica è qui perfettamente conseguente a quella socratica e platonica: vera scienza si dà solo dell'universale. della metafisica. Esse sono: ‘filosofia prima” o metafisica. “pratiche” e “poietiche” dall’altra. Emerge così lo sforzo di pervenire ad uno sguardo complessivo sulla realtà. le altre scienze si limitano invece all’esame di determinati settori (o meglio “generi”) dell'essere. che ricercano il sapere per se stesso e mirano alla conoscenza degli oggetti che non dipendono dall’uomo e non possono essere diversi da come sono. risulta allora perfettamente comprensibile come mai per Aristotele la forma suprema di conoscenza è proprio quella teoretica (ricordiamo che “theorein” significa appunto “contemplare”). e stabilisce la superiorità delle prime e. che abbraccia e guarda con attenzione e meraviglia lo spettacolo del mondo e del cosmo nel suo complesso. è a partire dal primo capitolo del libro VI della Metafisica che Aristotele mostra la sua classificazione delle scienze. che solo la Filosofia può consentire: se il più alto ideale umano consiste nella vita contemplativa. In particolare. 17 . La metafisica costituisce dunque il punto di vista più universale da cui guardare la realtà.Il primato della Metafisica. distinguendole in “teoretiche” da una parte. fra esse. la classificazione aristotelica delle scienze prevede una suddivisione in tre gruppi: a) Scienze teoretiche. RIEPILOGO.

che ricercano il sapere come guida per l’azione e mirano alla determinazione dei rapporti tra i soggetti. b) Scienze poietiche. pittura. la cui esistenza o non esistenza dipende quindi dall’uomo. Da notare che non rientra in questa classificazione la Logica che. come vedremo in seguito. poesia.filosofia naturale o fisica (che comprende anche ciò che oggi chiamiamo biologia e psicologia) e matematica. che ricercano il sapere in vista del fare e mirano alla modifica e alla produzione di oggetti utili o belli. c) Scienze pratiche. 18 . LA LOGICA. non studia propriamente oggetti. ed è quindi uno strumento indispensabile per ogni scienza. ma piuttosto prende in esame la struttura del ragionamento.). Sono le arti utili (le tecniche) e le arti belle (scultura. Esse sono etica e politica (più precisamente l’etica è per Aristotele una parte della politica). ecc.

contiene la celebre definizione della filosofia come "scienza prima". 4 «Rimanendo dunque stabilito che Aristotele non pensò mai a una Metafisica come la leggiamo oggi noi e che in questa si trovano riuniti libri scritti in tempi diversi e da punti di vista talora diversi. Quella che noi oggi chiamiamo “Metafisica” (in greco: metà ta physikà = dopo gli argomenti di fisica) è un'opera facente parte degli scritti esoterici. se non la più importante in assoluto e il dibattito filosofico sulla metafisica aristotelica è ricchissimo e particolarmente complesso.LA METAFISICA VALORE DELLA METAFISICA ARISTOTELICA.nell'essere in quanto essere . Cominciamo con l'osservare che Aristotele non scrisse mai un libro intitolato “Metafisica” e che con questo termine intendiamo indicare una serie di trattati raccolti e ordinati solo successivamente sotto questo titolo da Andronico da Rodi4. La sezione della filosofia aristotelica che riguarda la metafisica è senz’altro una delle più rilevanti. Per comprenderla in modo chiaro e corretto sono infatti necessarie alcune precisazioni iniziali. Introduzione alla lettura (La Nuova Italia Scientifica: Roma. L'opera è divisa in 14 libri. 21) 19 . COMPOSIZIONE DELLA “METAFISICA” ARISTOTELICA. Andronico o qualcun altro prima di lui. ordinati da Andronico secondo le lettere dell'alfabeto greco: 1.il suo centro. 1995. Libro Secondo (Alpha élatton) . o anche scienza delle cause prime (è infatti probabilmente la continuazione del II libro della Fisica). non lavorarono affatto male». Libro Primo (Alpha) . si può anche alla fine riconoscere serenamente che coloro che misero insieme quest'opera. La Metafisica di Aristotele. (Pierluigi Donini.appendice al libro Alfa. i cui argomenti aprono un nuovo campo di ricerca che ha nell'Essere . divisa in quattordici trattati. pag. 2.

identità.una rimanipolazione (non attribuibile ad Aristotele) su argomenti dei libri Beta.contiene la critica alle dottrine platonica e pitagorica su principi. 11. 9. nella "Enciclopedia delle scienze" di Aristotele un posto del tutto particolare spetta alla “filosofia prima”.tratta del "lessico" filosofico di Aristotele. che lo Stagirita distingue dalla “filosofia seconda” o.sono probabilmente gli appunti per un corso sui concetti di "ente" e "uno". 14. LA “FILOSOFIA PRIMA”. Libro Settimo (Zeta) . non-identità. da lui continuamente aggiornato per tutta la vita.è una raccolta di aporie (difficoltà filosofiche) in cui Aristotele ha condensato le questioni fondamentali della filosofia. Libro Ottavo (Eta) . Libro Tredicesimo (My) . Libro Nono (Theta) . ovvero alla metafisica. 13.secondo libro sulla sostanza. e di dio inteso come Motore immobile.indaga le Idee e i numeri matematici ideali.tratta dell'Ente in quanto ente (essere) nei suoi molteplici significati. 6. Libro Terzo (Beta) .3. Libro Quarto (Gamma) . Libro Undicesimo (Kappa) . 4. 5. somiglianza.terzo libro sulla sostanza. Libro Quattordicesimo (Ny) . Libro Sesto (Epsilon) . 12. "fisica". Gamma. ne sono a 20 . Contiene anche la trattazione del famoso "principio di non-contraddizione".contiene una serie di schede (probabilmente appunti) di definizione delle diverse scienze. Libro Dodicesimo (Lambda) . 7. Come abbiamo visto prima. dal punto di vista ontologico. tratta l'essere come potenza e atto. Libro Decimo (Iota) . tratta dei principi delle sostanze sensibili. opposizione. 10. e contiene la famosa critica alla dottrina platonica. per indicare la scienza che si occupa delle realtà che sono “superiori” e vengono “prima” rispetto alle realtà fisiche (nel senso che.tratta delle sostanze immobili eterne. 8.è il primo dei cosiddetti "libri sulla sostanza": qui troviamo un'indagine sulla sostanza. Epsilon e Fisica III. più semplicemente. Idee e numeri ideali. Libro Quinto (Delta) .

secondo Aristotele. non può che parlare di Dio. Bari. cogliendo in essi le particolari caratteristiche. inteso qui come l'essenza pura ed eterna che muove l'universo intero senza essere a sua volta in movimento. 1974. Possiamo rafforzare ancora una volta il concetto: mentre per Platone la filosofia più alta si risolve essenzialmente nella dialettica. la filosofia è una scienza simile alle altre. l’essere in quanto essere (ontologia) 3. le cause e i principi primi o supremi (aitiologia) 2. in quanto. Dio e la sostanza soprasensibile (teologia) Queste determinazioni. invece. sono strettamente connesse tra loro e d'altra parte questa suddivisione rispecchia in modo fedele il modo con cui Aristotele intende la filosofia. e la conoscenza scientifica ricerca i motivi per cui i singoli fatti o le singole cose abbiano quei determinati caratteri. Aristotele di fatto usa spesso il termine "teologia" come sinonimo di "filosofia prima" (in particolare nel libro XII della Metafisica lo Stagirita afferma chiaramente che la "filosofia prima" è anche "teologia". la sostanza (ousiologìa) 4. Aristotele. la filosofia rivolge la sua 5 Cfr. anche se delle altre più elevata. cioè nell'ascesa dell'uomo verso il mondo delle Idee (e pertanto ogni altra scienza sembra ridotta a momento preparatorio e imperfetto al raggiungimento ed al possesso della vera realtà). ovvero inteso come il sommo Bene verso cui tutte le cose tendono). La Metafisica studia infatti: 1. che riassumono tutta la precedente ricerca filosofica sull'archè dai Naturalisti a Platone. p. 44 21 . Laterza. G. LE QUATTRO DETERMINAZIONI DELLA METAFISICA Ma che cosa precisamente studia la scienza metafisica? Aristotele fornisce quattro determinazioni del suo oggetto di studio5.fondamento). Infatti. mentre la conoscenza sensibile osserva i singoli fatti. trattando del principio primo che fonda tutto il reale. Reale.

la più generale di cui l'uomo disponga. cioè l'essenza universale dell'essere. mentre le scienze particolari ricercano le cause degli enti oggetto del loro studio. Di conseguenza. le scienze hanno tutte una medesima dignità e tra queste la filosofia occupa un posto privilegiato solo in quanto il suo oggetto di studio è costituito dalle cause prime e dall'essere in quanto essere: questo fa della filosofia la scienza teoretica per eccellenza. all'essere "in quanto è".così intesa . sottoposti al divenire. 22 . animato o inanimato che sia.indagine all'essere in quanto essere ed ha perciò come oggetto non una realtà particolare. Se per Platone tutte le scienze hanno valore solo in quanto sono utili alla formazione del filosofo-dialettico. comune ad ogni ente. Per questo possiamo dire che . Lettura antologica: Le determinazioni aristoteliche della metafisica (in “Antologia critica”). non soggetta al movimento in quanto entità razionale). ma la realtà in generale. che ha la responsabilità del governo (hanno quindi alla fine un valore etico politico). Così la fisica e la matematica si rivolgono ad un aspetto particolare della realtà (la prima ha infatti come oggetto i fatti naturali. per Aristotele. in quanto sono fondamento esse stesse di tutta la realtà. la filosofia è "scienza delle cause prime" perché ricerca le cause che non dipendono da altre cause. come hanno le scienze.la metafisica è in realtà una forma di ontologia e costituisce senz'altro il cuore di tutta la filosofia aristotelica. come vedremo meglio più avanti. mentre la filosofia si rivolge invece all'essere nella sua universalità. la seconda studia la quantità. come abbiamo più volte ribadito.

2. lo Stagirita dichiara che il culmine della ricerca filosofica è costituito da quella che è scienza in massimo grado. 2000. indipendentemente dal cambiamento). compaiono numerosi ed espliciti riferimenti alla Fisica6. il Libro Alpha: si tratta di un volume a carattere introduttivo e come P. nasce dalla meraviglia. raggiunge un livello di conoscenza “per cause”. La Metafisica. La metafisica di Aristotele. La ricerca filosofica. pag. p. conoscibili in massimo grado sono i primi principi e le cause. 49 23 . La Nuova Italia. Firenze. dice Aristotele sempre nella Metafisica. occupandosi proprio dei principi primi (arché) e delle cause di tutto. ed è dunque vera epistème: “fare scienza è ricercare la causa delle cose. Il primo capitolo si apre con la dichiarazione che la ricerca della verità in un senso è facile. 982). Ora. in un altro è difficile: facile perché pur non potendo alcuno cogliere pienamente la verità.. I. il loro perché”7 (essendo infatti la “causa” quell’elemento universale che è in grado di rendere ragione di tutte le cose. 84) 7 Cfr. ognuno riesce tuttavia a dire qualcosa “intorno alla natura”. 1) Siamo qui nel primo libro della Metafisica. difficile perché la nostra natura umana è limitata e siamo come pipistrelli abbagliati dalla luce della verità. per es. tra gli altri. a cura di Paolo Rossi. Reale. definisce questi riferimenti “inequivocabili” (Cfr. infatti mediante essi e movendo da essi si conoscono tutte le altre cose (Metafisica. Donnini. richiamandosi esplicitamente alla dottrina delle cause già esposta nella Fisica. La metafisica è insomma “ricerca delle cause prime” e per questo è 6 Donnini. in altre parole è in grado di indagare il livello ultimo. Carocci. Dopo queste considerazioni iniziali. più profondo della realtà. meravigliarsi del mondo significa chiedersi perché le cose accadono in un certo modo e quindi indagare le cause dei fenomeni.LE DIVERSE DEFINIZIONI DI “METAFISICA” 1) Metafisica come “scienza delle cause” (aitiologia) (DEFINIZIONE N. Dizionario di Filosofia. del loro essere vero e proprio. hanno rilevato. P. Donnini e G.

ovvero lo scopo a cui una cosa tende. quella formale la forma determinata dell’atleta. Milano. Introduzione alla filosofia antica. “sono le ragioni per cui la cosa esiste ed è quella che è”9. Armstrong. pp. visto che ogni ente naturale. 3) la causa efficiente. ecc. secondo Aristotele.). 2) la causa formale.). Queste quattro cause. il corpo per l’uomo. come ha scritto Arthur H. LE CAUSE DEL DIVENIRE.si riducono a quattro tipi: 1) la causa materiale. ciò che condiziona. Reale. Bompiani. Come osservava G. ad esempio. sono le cause del divenire. Le quattro cause. Reale. pag. ciò che dà origine a qualche cosa (il movimento del mio braccio è causa del movimento della palla.). per “causa” e “principio” Aristotele intende ciò che fonda. Per “causa” Aristotele intende il principio. ovvero ciò che produce meccanicamente il cambiamento nell’ente. G. furono già indi8 Cfr. Da quanto detto si comprende che le quattro cause sopra elencate sono riconducibili a specificazioni della sostanza e si riducono ai due principi fondamentali che già conosciamo: materia e forma. ecc. ciò che struttura. il padre è causa del figlio. Questo vale per gli enti naturali (per es. Le cause – che come abbiamo accennato sono poi le stesse cause che costituiscono il punto di partenza dell’indagine sul mondo fisico . Armstrong. 1999. il fine del bambino). 4) la causa finale.scienza in massimo grado. ovvero l’essenza di un ente (quella forma determinata per il bicchiere. la razionalità per l’uomo. Il Mulino. H. Bologna. diviene. la causa efficiente e il fine della trasformazione del seme). 2006. 105 24 . le quattro cause. 47 e sgg. l’albero adulto è la forma. mentre nelle cose artificiali la distinzione è più netta: nella statua del discobolo la causa materiale è il marmo. ovvero ciò di cui un ente è fatto (il vetro per il bicchiere. 9 A. di fatto. ecc.). quello in vista di cui una cosa diviene quella che è (il divenire adulto è. la condizione o il fondamento di ciò che si dà nel mondo8. Aristotele e il primo peripato. Ora. ecc. quella efficiente l’azione dello scultore e quella finale lo scopo per cui l’opera è stata realizzata (per es. per essere collocata in un tempio o in una palestra.

viduate dai pensatori a lui precedenti: la materiale e l’efficiente dai Naturalisti. come già sappiamo un errore di unilateralità: per spiegare il divenire è necessario far ricorso a tutte queste cause e comprenderne la stretta connessione. e la finale da Anassagora e Platone. la formale dai Pitagorici e da Platone. Lettura antologica: La dottrina delle quattro cause e i vari significati del termine causa (in “Antologia di testi aristotelici”) Lettura antologica: Le quattro cause ovvero il perché delle cose (in “Antologia Critica”) 25 . L’errore di questi filosofi fu però.

Donnini osservava che a questo punto lo Stagirita “esordisce in modo singolarmente dogmatico. che abbiamo prima ricordato. con adattamenti. Infatti il dominio dell'essere è diviso fra le 10 Cfr. bensì (tutta) la realtà in generale. le scienze matematiche. come fanno. P. giacché nessuna delle altre ha come suo universale oggetto di indagine l’essere-in-quanto-essere. il celebre Libro Gamma. Ora. P. 179.2) Metafisica come “scienza dell’essere in quanto essere” (ontologia). pag. proprio su questi principi avessero spinto la loro indagine quei filosofi che si diedero a ricercare gli elementi delle cose esistenti. ma ciascuna di esse ritaglia per proprio conto una qualche parte di essere e ne studia gli attributi. pertanto. con una solenne dichiarazione che non si può dire preparata nei primi libri: «C’è una scienza che studia l’esserein-quanto-essere e le proprietà che gli sono inerenti per la sua stessa natura. A nostro parere il fatto che effettivamente lo Stagirita parli dell’ontologia in tono quasi indiscutibile non deve stupire più di tanto ed è casomai una ulteriore conferma della centralità di questo nodo tematico. (DEFINIZIONE NUMERO 2). sostenere che la metafisica studia l'essere "in quanto essere" equivale a dire che essa non ha per oggetto una realtà particolare. ecco perché anche noi dobbiamo riuscire a comprendere quali sono le cause prime dell’essere-in-quanto-essere»10. primato del quale il Filosofo era del resto pienamente consapevole. Questa scienza non si identifica con nessuna delle cosiddette scienze particolari. Siamo ora nel Libro quarto della Metafisica. la seconda risulta particolarmente notevole (la metafisica “studia l’essere in quanto essere”) ed è infatti quella su cui ha insistito maggiormente il Filosofo. 26 . cioè l'aspetto fondamentale e comune di tutta la realtà. Tra le quattro definizioni di metafisica fornite da Aristotele. Donnini. non v’è dubbio che questi principi e queste cause sono propri di una certa realtà in virtù della sua stessa natura. La metafisica di Aristotele. E poiché noi stiamo cercando i principi e le cause supreme. ad esempio. come abbiamo visto. Se. allora anche gli elementi di cui essi hanno parlato sarebbero stati propri dell’essere-in-quanto-essere e non dell’essere-per-accidente. Carocci.

etici e mitici. anche Enrico Berti. Ora. occorre spogliare l'essere di tutte le sue determinazioni particolari per coglierne la struttura e le proprietà fondamentali: un'operazione di fondazione che dovrebbe costituire la base obbligatoria di ogni scienza. pervenendo così ad una completa riscrittura della scienza dell'essere (che già Platone aveva considerato come necessario fondamento di ogni filosofia. Così intesa la metafisica è ontologia. la metafisica aristotelica di fatto si 11 Cfr. e così via. mentre le altre scienze “filosofie seconde”. che avevano condizionato il maestro). ma liberandola questa vota da quei residui estetici. In principio era la meraviglia. sulla metafisica intesa come ontologia sarà bene soffermarsi con particolare attenzione. Laterza. la questione dell'essere è decisamente una delle più belle e complesse che la filosofia (ogni filosofia) possa affrontare. per Aristotele la “filosofia prima” occupa un posto centrale nell'enciclopedia delle scienze: scienza teoretica per eccellenza. Ma che cos'è l'essere in quanto essere? Chiariamo subito che siamo abbastanza lontani dalle posizioni parmenidee: pur trattando dell’essere. Anche per questo la metafisica è la “filosofia prima”. l'essere in quanto tale. Come abbiamo detto più volte. dopo aver spiegato che “tutti gli uomini desiderano per natura conoscere”11. non a caso. dato che nella Metafisica Aristotele dispiega con una cura straordinaria la sua teoria dell'essere. LA QUESTIONE DELL'ESSERE. V. Nel libro I della Metafisica. prescindendo dalle determinazioni che formano l'oggetto delle scienze particolari e studiando le caratteristiche universali che strutturano l'essere come tale e quindi tutto l'essere e ogni essere. 27 . Ora. 2007.singole scienze e ognuna ne studia una dimensione specifica: per esempio la matematica ha per oggetto l'essere come quantità. Ma che cosa significa studiare l'essere "in quanto essere"? Per comprendere l’essere in quanto essere. Bari. la fisica l'essere come movimento. essa considera l'essere in quanto essere. Aristotele precisa subito che la filosofia prima (o Metafisica) studia tò òn é òn: l'essere in quanto essere. Solo la metafisica considera l'essere in quanto tale.

2007. o "teologia" o "ontologia".differenzia fortemente dall’ontologia parmenidea12. Aristotele procede anche oltre Platone. Berti. Aristotele prende le mosse da una rigorosa analisi del linguaggio. scienza della verità. affermando in questo modo la molteplicità originaria dell’essere: l’essere si predica di tutto. Aristotele e l’ontologia. In altre parole mentre l'approccio di Parmenide si fondava su una radicale contrapposizione (disgiunzione) tra essere e non-essere e perveniva così ad una rigorosa negazione del non-essere (ed in particolare del movimento e della molteplicità ad esso collegati) giungendo a predicare la sola realtà dell’essere concepito però in forma assolutamente monista). Bari.. l’attribuzione dell’essere. In principio era la meraviglia. per Aristotele si 12 Per un approfondimento sul tema dell’ontologia in Aristotele si veda E. il maestro venerando e terribile. come "accidente". come "atto" e "potenza". come "vero". p. Platone. in tutte le sue forme. ma aveva limitato l’attribuzione del vero essere ai soli enti intelligibili (ideeforme). Berti. Il principale di essi è la categoria della "sostanza". scienza della realtà divina. senza la quale non si può dire niente di alcunché. contro (anzi: oltre) Parmenide. Laterza. Centrone. affermando . tra gli altri.l'originaria molteplicità dell'essere (pollachòs legòmenon. 28 . 2007. aveva sostenuto e giustificato la pluralità delle Idee. scienza della sostanza.secondo la suddivisione aristotelica .al vertice delle scienze. estendendo a tutta la realtà. Ritorniamo così al punto iniziale: che cos'è l'essere in quanto essere? CHE COS’È “L’ESSERE IN QUANTO ESSERE”? Per cercare di definire l’essere in quanto essere. 56 e sgg. Bianchetti.al contrario di Parmenide . E. chiarendo prima di tutto che "l'essere si dice in molti modi": abbiamo così l'Essere inteso come "categorie". per dignità ed eccellenza. abbiamo visto che . B. appunto: si dice in molti modi13). si pone la "filosofia prima" (o "metafisica". Riepilogando il discorso fatto fin qui. Milano. Edizioni Alboversorio. 13 Cfr. Il filosofo di Elea aveva affermato che l’essere può venire definito e descritto in un unico modo. a cura di M. P. ecc. l'approccio aristotelico si sviluppa in modo completamente opposto. Dato che la filosofia prima è scienza dell'essere in quanto essere. Fait. a seconda della direzione che prende la ricerca filosofica).

che è un altro dei significati dell’essere. che significa “ciò che accade insieme. dove lo Stagirita fornisce varie definizioni. per cui l'Essere potrà essere inteso rispettivamente nei modi seguenti: 1) essere come “accidente” 2) essere come “essere per sé ” (l’essere come “categorie” e in particolare l’essere come “sostanza”) 3) essere come “vero” (logica) 4) essere come “atto e potenza” (l’essere come divenire: il superamento della radicale disgiunzione parmenidea). o qualcos'altro. ma potrebbe anche non accadere. non è necessario che accada. queste sono determinazioni di ciò che l'uomo di volta in volta "è"). Per definire ciò che accade pur non essendo necessario (ovvero ciò che accade accidentalmente) Aristotele utilizza il termine symbebekòs. ad esempio. espressa dalla definizione della cosa. le nature specifiche e le leggi universali. senza per questo trovarsi radicato nelle profondità necessarie delle strutture intelligibili che costituiscono l'intelaiatura del reale (come per esempio avviene. Tizio sia bello o 29 . L'essere accidentale è quindi l'essere che di fatto si trova ad accadere. In altre parole. dobbiamo distinguere l’accidente (symbebekòs). con il legame tra causa-effetto o. eppure. ma né l'esser filosofo né l'esser contadino appartengono all'essenza di uomo. ciò che si accompagna ad altro”. si tratta di un essere che in qualche modo "è". con i principi di identità. non contraddizione e terzo escluso). tra le quali quella dell'essere inteso come non necessario. sul piano della logica. ovvero come casuale o fortuito. Di fatto è accidentale ogni realtà particolare e ogni evento concreto.danno quattro significati fondamentali dell'Essere. Siamo così nel Quinto Libro della Metafisica. Che. allo stesso tempo. sul piano metafisico. Necessarie sono solo le strutture intelligibili. Vediamoli uno per uno: 1) ESSERE COME "ACCIDENTE": Non tutto ciò che accade è necessario. L’essere come accidente può essere spiegato in questo modo: ad esempio all'uomo accade di essere un filosofo o un contadino. dalla sostanza come essenza. non connesso all'essenza.

ma — a differenza dell’accidente — si predica universalmente di quella sostanza. La centralità dell’essere inteso come “essere per sé” è ribadita più volte dallo stesso Aristotele: si tratta dell'essere inteso nel modo esattamente opposto all'essere “accidentale”: è l'essere che sussiste di per sé e non ha bisogno d'altro ed è. distinguendolo infine dal concetto di “essenza”. essenza. 14 Il termine “sostanza” indica l’essenza necessaria di una cosa o di un fatto. Non così invece nell'uomo o nell'albero: se essi vengono divisi in parti. non ha a che fare con l’essenza di Tizio che è l’umanità. stare sotto. 30 . “sostanza”.brutto. 2) L’ESSERE COME "ESSERE PER SÉ": L’ESSERE COME “CATEGORIE” E COME “SOSTANZA”. muoiono. Esso è il significato più debole dell’essere e di esso non c’è scienza. dall’accidente Aristotele distingue il proprio (ìdion): anche il proprio — come l’accidente — non esprime l’essenza di una sostanza. alto o basso.sostanza è l'individuo. ecc. e . pur non facendo parte dell’essenza dell’uomo. un pezzo di legno o una roccia non lo sono perché tanto l'uno che l'altra possono essere divisi in frammenti e ciascuno di essi continuerà ad essere legno o roccia. può darsi o non darsi e non è legato alla sostanza da un vincolo necessario. quindi. collegato a substare. che “è fondamento di”.come vedremo . Sull’essere inteso come essere per sé. caratterizza tutti gli individui appartenenti alla specie umana. biondo. "animale". ovvero ciò che sta sotto. perché non può esserci scienza di ciò che avviene per caso. è “propria” dell’uomo perché. ciò che forma un tutt'uno e non può essere diviso (per esempio individuo è "uomo". "albero"… tenendo però presente che non tutto ciò che esiste è individuo: ad esempio. cessano cioè di esistere come uomo e come albero). Volendo essere ancora più precisi. L’accidente è un essere casuale. ad esempio. Dal latino sustantia. Per comprendere correttamente il significato del termine “sostanza” in Aristotele occorre infatti fare riferimento alla “tavola delle categorie”. La “capacità di ridere”. ciò che “sussiste di per sé”14. DISTINZIONE TRA “SOSTANZA” ED “ESSENZA”. ovvero come “sostanza” occorrono alcune ulteriori delucidazioni. calvo.

i quali sono accomunati tutti dal fatto di possedere l’essere15. Massaro. G. Reale. Come ha suggerito Domenico Massaro. trattando la questione delle categorie. pag. mentre sotto l’aspetto logico-linguistico. 15 Cfr. Cfr. Bompiani. La comunicazione filosofica. 65 31 . sono le classi (ovvero i “predicati”) in cui rientrano tutti i termini possibili che usiamo nelle proposizioni. Le categorie. le categorie sono i “generi” supremi o le originarie “divisioni dell’essere”. Paravia. La contraddizione è solo apparente. che per lo Stagirita c’è assoluta corrispondenza tra il piano del pensiero (aspetto logico-linguistico) e quello della realtà (aspetto ontologico). Vediamo un possibile esempio in cui vengono usate tutte e dieci le categorie: Tizio è un uomo (sostanza) di bell’aspetto (qualità) alto un metro e ottanta (quantità) che sta scrivendo (azione) e sta prendendo il sole (passione) vicino a Gaio (relazione) sulla spiaggia (dove) oggi (quando) e porta un cappello (avere) e sta seduto (giacere).LA CATEGORIE. 16 Dieci sono le categorie presentate dallo Stagirita nel libro omonimo. Ma scendono a otto se si sta all’elenco della Metafisica e della Fisica. UN ESEMPIO ESPLICATIVO. Torino. infatti. Sotto l’aspetto ontologico. Aristotele. per Aristotele il mondo è costituito da una grande varietà di enti. in quanto come aveva già rilevato Giovanni Reale. che sono le seguenti: 1) Sostanza 2) Qualità 3) Quantità 4) Relazione 5) Azione o agire 6) Passione o patire 7) Dove o luogo 8) Quando o tempo 9) Avere 10) Giacere È bene ribadire ancora una volta. D. la nona categoria è riducibile alla quarta e la decima alla settima. Così i molteplici significati del termine “essere” si possono raggruppare in dieci16 classi ovvero categorie.

mentre tutte le altre si riferiscono ad essa e in qualche modo la presuppongono: la qualità. la sostanza è individuale e può quindi spiegare ontologicamente il singolo individuo e il suo per32 . così come ora e sempre abbiamo cercato e che sarà sempre un problema: che cosa è l’essere? equivale a questo: che cosa è la sostanza?». dicono cioè che cosa è quel soggetto. invece i predicati inclusi nelle altre categorie “sono in un soggetto” ossia ne esprimono questa o quella caratteristica (Tizio è bello. il termine “scorpione” usato per indicare l’animale o la costellazione celeste): i suoi diversi significati hanno un comune denominatore che è il seguente. SOSTANZA ED ESSENZA. come aveva detto Aristotele. ecc. L’ESSERE O È SOSTANZA O SI RIFERISCE ALLA SOSTANZA.CENTRALITÀ DELLA CATEGORIA DI “SOSTANZA”. l’essere o è sostanza o si riferisce alla sostanza. l’azione ecc. Il concetto si può esprimere anche così: i predicati inclusi nella categoria sostanza «si dicono di un soggetto» e non sono in un soggetto. A differenza dell’idea platonica. infatti. è insomma pensabile come un’indagine sulla sostanza. quantità. viene quindi chiamato da Aristotele “sostanza”. ci rendiamo conto che la categoria più importante è quella della sostanza. scienza dell’essere in quanto essere. al di là dei cambiamenti visibili. sono sempre qualità. di una sostanza. ossia essere non è un termine usato per indicare cose del tutto diverse (come. Essa è l’unica ad avere una sussistenza autonoma. ecc. alto. Rende bene l’idea il termine latino: substantia. Se riflettiamo sull’esempio addotto. Il significato del termine essere quindi. «ciò che dai tempi antichi.»). Quel qualcosa di univoco e permanente nell’individuo. azione di qualcosa. non è nemmeno equivoco. Ma allora chiedersi «che cosa è l’essere?» equivale giustamente a chiedersi. la quantità. La metafisica intera. ad esempio.). ne definiscono l’essenza (alla domanda «che cosa è Tizio?» si risponderà «Tizio è un uomo» e non certo «Tizio è bello o alto. “ciò che sta sotto”. pur non essendo univoco. «che cosa è la sostanza?» Come dice il Filosofo.

proprio perché individuale. ma diviene di continuo per attuare pienamente il suo essere. non coincide pienamente con l’essenza (che indica invece l’insieme delle caratteristiche per cui un ente è quello che è). 33 . si accresce o diminuisce quantitativamente.manere se stesso nel divenire17. la sostanza. Ruffaldi. non è fisso e immutabile. 3) L’ESSERE INTESO COME “VERO”: entriamo così nel campo della Logica. In alternativa a Parmenide. passando da uno stato ad altro stato. muore. Ora. quindi. Carelli. la disciplina che studia il giudizio. "Essere" secondo il vero e il falso (to òn os alethès) corrisponde quindi al piano del pensiero: corrisponde in altre parole all'essere in quanto pensato. Il che significa che l'essere in senso vero e proprio coincide col vero. passando dal “non-essere ancora” all'essere. si sposta da un luogo ad un altro. Nicola. nasce. Si capisce così cosa si intenda per "essere falso": la falsità è solo nel giudizio del soggetto che non si "adegua" all'oggettività del reale (che in quanto tale è sempre vera: non esistono "enti falsi". 316. P. ma casomai giudizi non corrispondenti a stati di fatto e perciò falsi. e infine cessa di essere. muta o si altera qualitativamente. mentre sostanza si riferisce invece al piano ontologico (quello. ma è il soggetto umano a porsi in modo scoordinato nei confronti della verità. Aristotele afferma infatti che ogni ente viene all'essere. appunto. chiarendo così la valenza logico-linguistica (gnoseologica) del termine. U. Il loro rapporto è il seguente: l’essenza serve per spiegare la sostanza. rendendo oscuro ciò che di per sé sarebbe chiaro e manifesto. passando da un modo di essere ad altro modo di essere. Loescher. 4) L’ESSERE INTESO COME “POTENZA” E “ATTO”: ogni individuo. considerato nella sua realtà concreta. passando dall'essere al “non-essere più”. la realtà non inganna. cambiando posizione nello spazio. pag. dell’essere). ma non viceversa. Il pensiero plurale. Non a caso lo Stagirita identifica l’essenza con la forma. della quale è possibile astrazione e generalizzazione da parte dell’intelletto. Nel ciclo della vita dell'individuo si attua dunque il divenire. In un certo senso. cioè il mo17 E.

la spiga. cioè la potenza che si è attuata".vimento. ed. Si ricorderà infatti che per Parmenide solo l'essere è. Ma per quanto l'essere sia per Aristotele un pollachòs legòmenon. che implica necessariamente il passaggio dalla potenza all'atto. Passiamo quindi all’analisi della ousiologia aristotelica18. è il chicco di grano divenuto atto. ma è potenza nei confronti della spiga che da lui deriverà. i suoi significati possibili sono sempre in riferimento ad una unità e ad una realtà ben determinata. a ben vedere. 1996. Con Aristotele. mentre il non-essere non è e non può quindi mescolarsi all'essere nel divenire. Di quale realtà sta parlando? Si tratta della “sostanza”: per Aristotele l'essere. 18 Cfr. si dica in molti modi. p. con i concetti di atto e potenza Aristotele esibisce un argomento nuovo nella disputa relativa al problema della contraddittorietà del divenire. inteso come passaggio dal non-essere all'essere e viceversa. Reale. 56. è sostanza. Scrive infatti Aristotele nella Metafisica: "Potenza significa […] possibilità di ricevere una determinata forma. pienamente formata. il divenire si attua in quanto avviene un passaggio all'essere attuale non dal non-essere (assoluto) ma da quel non-essere relativo che è. Bari. Laterza. in primo luogo. 34 . atto è averla ricevuta. Ad esempio. l'essere potenziale. invece. il chicco di grano è atto come chicco di grano. Dunque. G. Introduzione ad Aristotele. così com'era stata impostata da Parmenide (e non completamente risolta nel Sofista di Platone).

termine col quale nel Medioevo si tradusse la nozione di “essenza necessaria”. indivisibile). per definizione. Per Aristotele infatti la forma non è intesa come separata da ciò di cui è forma. di cui la materia in quanto tale è priva. inoltre a volte Aristotele definisce la forma "sostanza seconda". essendo priva di forma. che poi corrisponde alla definizione: quello che un ente è. SOSTANZA È L’INDIVIDUO. in riferimento al concetto di sostanza. 1. "Questo sostrato suole essere identificato in primo luogo con la materia. Milano. forma e materia. In altre parole chiedersi "che cos'è l'Essere?" (tì tò òn?) equivale a chiedersi: "che cos'è la Sostanza?" (tìs è ousìa?)20. Aristotele ci dice che l’ousìa ha diverse accezioni 19 20 Cfr. come vedremo poco più avanti. 35 . da questo punto di vista. dice Aristotele. Naturalmente. in secondo luogo con la forma e in terzo luogo col composto di entrambe". 3) Da quanto si è detto sopra a proposito della “sostanza” si evince che l’intera metafisica aristotelica si possa chiamare anche “ousiologìa”. p.3) La Metafisica come “scienza della sostanza” (ousiologìa) (DEFINIZIONE N. La materia non può infatti essere intesa come sostanza allo stesso modo della forma. 73. indicando proprio nel sìnolo. manca di qualsiasi determinazione. Bompiani. proprio perché. Illuminante a questo proposito il passo della Metafisica VI. È ciò che Aristotele chiama hypokéimenon (“sostrato”). il significato primo e forte di sostanza. ovvero scienza che studia la sostanza (“ousìa”)19. Abbiamo prima anticipato che il problema della sostanza in Aristotele è assolutamente centrale: ora torniamo a riflettere più da vicino su questo concetto. E. Aristotele e il primo Peritato. Sappiamo che “sostanza”? è un termine filosofico che indica la natura propria dell’ente o la “quiddità”. cioè nell'individuo. non sono equivalenti. cioè le sue qualità o predicati. Reale. la sostanza dovrebbe avere un’esistenza propria. G. 2006. Nello stesso tempo dobbiamo tuttavia sottolineare che la forma aristotelica non equivale a quella platonica. in quanto. l'essere è tutto ciò che attiene alla sostanza. 1028 b3. Sostanza è prima di tutto l'individuo (individuo.

Xenia. dice lo Stagirita. Poi l’ousìa è la quiddità e la quiddità di ciascun essere è “ciò che esso è di per sé”.. se21 22 Cfr. op. 1029 b 15). pag. la cui esistenza è ammessa da tutti: siamo di fronte a ciò che i sensi testimoniano come esistente e direttamente percepibile quotidianamente nel mondo concreto. In altre parole. Aristotele. Il Filosofo fornisce infatti almeno tre definizioni di sostanza22: a) b) c) sostanza come materia sostanza come forma sostanza come sìnolo (unione di forma e materia) a) La materia. 36 . 3). Reale. Aristotele. non è dunque mai il predicato di un soggetto. ma ciò di cui tutto il resto è predicato.(Metafisica. Ma che cos'è. VI. 78. NON C’È SCIENZA SE NON DELLA SOSTANZA. prima nel senso di più fondamentale. è solo della sostanza (ousìa) che possiamo esibire una definizione rigorosa. quella a cui tutte le altre categorie devono fare riferimento.Anche in questo caso l’analisi aristotelica è particolarmente raffinata. Ogni essere non differisce dalla sua quiddità ed essa non è in alcun modo separabile dal soggetto: anzi. 77.è il soggetto (ypokeìmenon). Ne segue che la filosofia prima (o studio dell’essere in quanto essere) dedica particolare attenzione allo studio della sostanza. cit. J. 14). Cfr. essa è la sostanza di tutte le cose. VI. Considerando il mondo sensibile. pag. 4. Bompiani.la sostanza . Innanzitutto l’ousìa . Brun. Il che significa affermare che non vi è altra scienza che quella del generale e non c’è altra esistenza che quella del particolare21. Gli universali non sono quindi delle sostanze: Aristotele accusa qui Platone di aver sostenuto il contrario (Metafisica. G. La sostanza è dunque la prima categoria. più precisamente. non bisogna quindi tener conto dell’accidente per definire l’ousìa di un essere (Metafisica. Prendiamo in considerazione innanzi tutto le sostanze materiali. vale a dire ciò per cui si afferma tutto il resto e che non è affermato da niente altro. la sostanza secondo Aristotele? ANALISI PARTICOLAREGGIATA DEL CONCETTO DI SOSTANZA .

insieme. trascendente. formato da qualcos’altro: per esempio la materia del bicchiere è il vetro. etc. un sìnolo appunto. Questi enti concreti. la materia di un uomo il corpo vivente. c) Il sìnolo. La forma non deve neppure essere intesa platonicamente come separata. ma di per sé è passivo (perché senza essere formato apparirebbe come assolutamente indeterminato) b) La forma. “ciò che sta sotto” (hypokéimenon) e che deve essere determinato. albero e uomo. hòlos. questo albero. il corpo vivente devono ricevere una certa determinazione. 23 Cfr. 77 37 . In altre parole Materia e forma sono distinte solo col pensiero. quanto piuttosto intrinseca alla materia. è possibile individuare un principio che è chiaramente costitutivo per tutto questo grado della realtà: la materia (in greco: hyle). rispetto alla materia. La materia è intesa dal Filosofo come il sostrato. reali.) che percepisco direttamente con i sensi come concretamente esistente nel mondo è infatti sempre un composto di materia e forma. che ne costituisce quindi la più intima essenza. Bompiani. in essa immanente. con l’astrazione: nella realtà sensibile esse sono sempre indissolubilmente unite negli enti concreti. Ogni ente del mondo naturale diventa precisamente ciò che è grazie all’azione della forma. Aristotele. questo uomo (ecc. La forma è dunque per Aristotele un principio. una certa forma. Il principio che determina la materia è la forma (éidos o morphé): il vetro. un tutto-insieme (syn. ma piuttosto il che cos’è (tò ti èn einai) degli enti23. “Forma” – suggeriva Giovanni Reale – non è però da intendersi come la estrinseca forma o figura delle cose. il legno. reale. per diventare ed essere concretamente bicchiere. G. pag. un indissolubile. la materia di un albero il legno. ecc.condo lo Stagirita. effettivamente esistenti sono per lo Stagirita dei sìnoli: questo bicchiere. negli individui reali. tutto). un individuo che ha una sua esistenza autonoma in quanto unione concreta di materia e di forma.

Per “sostanze prime” lo Stagirita intende gli individui. Per “sostanza seconda” intende invece i generi e le specie. Abbiamo sopra accennato a una ulteriore distinzione introdotta dal Filosofo a proposito della sostanza: Aristotele parla infatti di “sostanza prima” e “sostanza seconda”. in altre parole. ma di fatto non separa alcunché nel mondo. 8086.La materia può invece essere detta sostanza solo in un senso “debole” e improprio. per esempio (l’uomo chiamato) Socrate o (il gatto chiamato) minorino. A ben vedere la distinzione tra “sostanza prima” e “sostanza seconda” era necessaria. in Aristotele. non sono due realtà diverse e separate (perché entrambe si riferiscono alla medesima realtà. il seguente problema: se. Platone con le forme o idee. Le sostanze prime e seconde. G. Bompiani. 38 .prese isolatamente . in quanto si pone. . il sìnolo che ha vita propria (a differenza delle sue qualità che si colgono solo per astrazione).Sostanza è certamente l’individuo concreto composto di materia e forma. La concezione aristotelica della sostanza si presenta così come una sintesi del pensiero precedente: i Naturalisti avevano identificato la sostanza con gli elementi materiali. anche se lo fanno in due modi diversi). È bene precisare che si tratta di una distinzione “razionale” e non “reale”. . la verità è data dalla combinazione di queste due soluzioni (che . Che cosa è allora la sostanza? . SOSTANZA PRIMA E SOSTANZA SECONDA. come dice il Filosofo. per esempio “uomo” o “gatto”. sostanza è l’individuo e sostanza è la forma. nel senso che distingue concetti che usiamo noi per comprendere. ovvero ciò a cui possiamo assegnare un nome proprio. Aristotele. pagg. che re24 Per approfondire questa differenziazione cfr. RATIO DELLA DISTINZIONE TRA SOSTANZA PRIMA E SOSTANZA SECONDA.Sostanza è anche la forma in quanto principio costitutivo intrinseco della cosa stessa che determina la cosa ad essere quella che è. che ne costituisce l’essenza.sono in se stesse errate in quanto unilaterali)24. Reale.RIEPILOGO.

“uomo” è invece sostanza nel senso dell’essenza che ci dice che cosa è quell’individuo (Tizio è un uomo. l’essenza (il che cos’è: uomo) dell’individuo concreto esistente. della nostra esperienza. oltre alle sostanze sensibili. Ci basti ricordare che i due significati di sostanza sono intimamente connessi: sostanza è l’individuo concreto esistente (il sìnolo: Tizio) e. causa e fondamento e il sìnolo principiato. non sono sìnoli. ma l’essere dell’individuo non è pensabile senza l’essenza. a) Dal punto di vista empirico. Nella proposizione “Tizio è un uomo” “Tizio” è sostanza nel senso dell’individuo concreto. ciò che fa sì che quell’individuo sia quello che è. la forma appare invece principio. La difficoltà si risolve distinguendo due punti di vista che sono perfettamente compatibili.). E quindi. come vedremo. causato e fondato. dal punto di vista metafisico. o Socrate. la priorità sembrerebbe allora spettare alla forma e non già all’individuo. E c’è di più: per Aristotele ci sono. 25 Si noti che in una proposizione la sostanza prima (il “questo qui”) può essere solo soggetto. Allora. sostanza prima è il sìnolo. la sua essenza è l’umanità). Ma dire che l’individuo è “sostanza prima” significa forse che in definitiva soltanto l’individuo. ecc. ma “pure forme”. sostanze soprasensibili che. nel caso dell’individuo concreto possiamo parlare di sostanza prima. da cui dipende tutto il mondo sensibile. mentre la sostanza seconda può essere sia soggetto che predicato. il concreto individuo. nel contempo. Da questa prospettiva. nel caso dell’essenza di sostanza seconda25. 39 . di come stanno le cose per natura o in se stesse. sostanza per eccellenza è la forma. come Dio.lazione sussiste tra questi due significati di sostanza? Vediamo un esempio. l’essenza è immanente nell’essere (in questo individuo). nel senso del questo qui (quest’uomo qui: Tizio. b) Dal punto di vista metafisico. il sìnolo. è propriamente sostanza? La posizione di Aristotele in merito è abbastanza complessa e non è il caso qui di approfondirla ulteriormente. precisa lo Stagirita.

essendo stato nel passato. non è chiaro se il nome indichi la sostanza come composto. Leggiamo direttamente un passo di Aristotele... che Socrate è un ateniese. Concludendo. Ma è solo la prima delle tre risposte che esprime l'essenza necessaria di Socrate.] E sostanza è il sostrato. posso rispondere in molti modi.ad esempio l'essenza di "uomo" o di "fuoco" . è l'insieme di materia e di forma. tratto dalla Metafisica. Aristotele per definire la sostanza ricorre alla locuzione tò ti en èinai. La sostanza costituisce l'essenza necessaria di qualcosa. oppure l'atto e la forma.. per un altro. 1028a).] Dalle cose dette risulta chiaro che cosa sia la sostanza sensibile e quale sia il suo modo di essere: essa è.]. [1043a] [. può essere separata con il pensiero). Per esempio. ossia un riparo fatto di mattoni e di pietre disposte in questo determinato modo. posso per esempio dire che Socrate è un uomo.] la sostanza nel significato di sostrato e di materia [le] viene concordemente ammessa da tutti. ed essa è la sostanza che esiste in potenza.piuttosto che quando ne conosciamo la qualità o la quantità o la posizione» (Metafisica. Scriveva Aristotele: «Noi reputiamo di conoscere un oggetto particolare. talora. per Aristotele la sostanza non è altro che l'essere. forma e atto.. o che Socrate è un filosofo. ma un alcunché di determinato solo in potenza). e. significa la materia (dico materia ciò che non è un alcunché di determinato in atto. meglio. significa il composto di materia e di forma [. materia. per un verso. Se pongo questa domanda a proposito di Socrate. Non bisogna ignorare che. per esempio. che in latino è stata tradotta quod quid erat esse. per un terzo. il fatto che sia ateniese o filosofo dovendo comunque “poggiare” sul suo essere uomo. in un terzo senso.. il principale e fondamentale modo d'essere. 1..CONCLUSIONI. essendo un alcunché di determinato... non è chiaro se “casa” indichi il composto di materia e forma. ciò che risponde alla domanda “che cos'è?”. oppure se signi40 . [1042a] [. è in qualche modo secondario. in un senso. il quale. e. rimane da dire che cosa sia la sostanza delle cose sensibili come atto. [1042b] [. di ciò che. VII. solo quando ne conosciamo l'essenza . in un secondo senso significa l'essenza e la forma (la quale. o. permane nel presente e per sempre. e che significa pressappoco “ciò che l'essere era”: essa intende suggerire l'idea della permanenza.

Milano. in relazione alla ricerca della sostanza sensibile non ne ha alcuna: infatti l'essenza appartiene alla forma e all'atto26. ovvero la scienza che ha per oggetto il divino. essa si presenta come una sorta di sintesi problematica dell’intera Metafisica.fichi l'atto e la forma. 1994. Metafisica. che per altro rispetto ha una notevole rilevanza. 1042a 26-30.. Come si è visto l’analisi aristotelica del concetto di sostanza è straordinariamente ricca e complessa. In qualche modo. 1042b 9-11. 26 Aristotele. pagg. 371-377. Rusconi.]. 1043a 26-1043b 1.. [1043b] Ma questo. ossia un riparo [. 41 . Passiamo ora all’analisi della quarta definizione di Metafisica: la scienza che studia le sostanze soprasensibili.

per la loro stessa natura. a ciò che la scienza metafisica richiede e può dimostrare. Brun. né ha creato il mondo. e l’altra branca della metafisica. Aristotele. 29 Cfr. nella descrizione di Aristotele non è suscettibile di interpretazioni religiose: il Dio di Aristotele. ossia le intelligenze motrici dei pianeti e delle stelle. che è causa dell’unità e del fine che la natura insegue attuandosi nel divenire. 1987. quello del divenire (del movimento)28. indivisibile ed in estesa è il primo motore da cui l’atto eterno genera tutto il movimento. in www. infatti. Lo Stagirita afferma anche che questa entità superiore è incorporea ed assolutamente perfetta ed è perciò l’aspirazione di tutte le cose del mondo. 1997. dove Aristotele prende in esame il concetto di Essere sotto un nuovo punto di vista29. il libro XI. “Teologia” è in altre parole un termine che per lo Stagirita indica la considerazione metafisica dell’essere dal punto di vista della Causa Prima (da cui “filosofia prima”)27. Aristotele limita quindi la sua “teologia”. Esistono anche altri motori.Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche. p. eterna.it . p. Renato Laurenti. 26/2/1991. il motore immobile. Garzanti. la teologia. scienza che studia l’ente in quanto ente. che studia l’ente in quanto perfezione assoluta: Dio. 76 27 28 42 . Xenia. essere partecipi della perfezione.4) La metafisica come teologia (DEFINIZIONE N. ovvero l’atto puro e primo motore immobile? Il problema è. Enciclopedia Garzanti di Filosofia. proprio in quanto primo motore immobile non è interessato a ciò che accade nel mondo. tuttavia. La metafisica viene intesa qui come la scienza della sostanza immobile che non ha alcun principio in comune con le altre specie di sostanze (I 1069 b 1). Milano. La Metafisica diventa quindi per Aristotele teologia nel momento in cui considera l’Essere supremo. Ma qual è allora il rapporto tra la metafisica intesa come ontologia. ancora una volta. poiché tutti gli enti desiderano. definito “motore immobile”. 4) Nell’ambito del discorso metafisico Aristotele arriva ad affermare l’esistenza di un essere divino. che nella tradizione filosofica medievale è stato identificato con Dio. 928 Cfr. Le origini "fisiche" del Dio aristotelico.emsf. Siamo nel libro centrale della Metafisica. J. questa sostanza immobile. Cfr. il fondamento di tutta la realtà. Milano.

Analogamente stanno le cose. ecc. l’Atto puro è nel contempo pura Forma senza materia ed è pertanto una sostanza incorporea. ciò che gli uomini chiamano Dio. se riflettiamo sulla catena delle cause: ogni effetto presuppone una causa. Data la corrispondenza tra atto e forma. sovrasensibile. per evitare l’assurdo di un regresso infinito.. La necessità di pensare un atto puro all’estremo superiore della catena degli esseri consegue dal principio fondamentale dell’anteriorità dell’atto sulla potenza. presuppone un motore. L’esigenza di evitare il regresso infinito è alla base di tutte le dimostrazioni aristoteliche dell’esistenza di Dio. Se infatti la potenza presuppone l’atto. ecc. ma anche quest’ultimo. dovrà quindi esserci una Causa prima non causata.L’analisi del movimento. che è a sua volta effetto di un’altra causa e così via. in quanto è a sua volta mosso. un atto senza potenza. ovvero un Motore immobile. costituisce il punto di partenza che porta dal divenire alla teologia. insomma. per non incorrere nel regresso infinito. per cui. Il medesimo ragionamento che ci costringe a porre Dio come Atto puro e Forma pura può essere applicato al movimento: ogni cosa mossa presuppone qualcosa che la metta in moto ossia un motore. dobbiamo porre al termine superiore della catena potenza-atto-potenza. dobbiamo porre al termine della catena un motore che non sia a sua volta mosso. 43 . Ontologicamente esso è il Principio supremo. La concezione aristotelica di Dio (in “Antologia critica”) Dio è causa prima (in “Antologia critica”) Il passaggio dal divenire all’immutabile (in “Antologia critica”) IL PROBLEMA DEL REGRESSO ALL’INFINITO. è evidente che. il fondamento da cui dipende tutta la catena degli esseri. ossia un Atto puro. Leggiamo a questo proposito tre brani chiarificatori: Dalla finalità del divenire alla teologia.

perché il volere e il desiderio presuppongono la mancanza di ciò che si vuole e si desidera. sempre identico a se stesso e unico. Così il mondo non ha avuto un inizio nel tempo e nemmeno si è sviluppato dal caos all’ordine: esso è eterno. tra metafisica e fisica (o filosofia naturale) sussiste. Dio è il supremo motore non in quanto causa efficiente. anzi alle sostanze sovrasensibili. anche se pensa queste realtà disposte in un ordine gerarchico che ha alla sommità il supremo Motore immobile. ma in quanto causa finale: egli muove. egli ritiene che il divino sia costituito da molte realtà eterne e incorruttibili. Aristotele non è quindi monoteista. Dio è quindi Atto puro e Forma pura. è eterno. Causa prima. 44 . “come l’oggetto d’amore attrae l’amante”. separato. in quanto perfezione massima. A questa sostanza sovrasensibile. Dio non ha volontà. Motore immobile. ed egli non manca di nulla. una connessione essenziale: non è possibile trattare i problemi fondamentali del mondo fisico. perciò il rapporto di Dio col mondo è unidirezionale: tutte le cose tendono a Dio. ma non l’unica sostanza sovrasensibile: come vedremo meglio nella sezione successiva sulla fisica. nella visione aristotelica. Tempo e movimento sono coeterni al mondo. senza a sua volta essere mosso. infatti. in quanto sostanza sovrasensibile non ha né grandezza né parti. come tutti i filosofi greci. delle sostanze sensibili. Secondo Aristotele. ingenerabile e incorruttibile. anche se a lui inferiori. “quel modo di vivere che a noi [uomini] è concesso solo per breve tempo” e di cui essa invece gode in eterno: la vita dell’intelligenza. appartiene il modo di vivere più perfetto. ma Dio non tende a nulla ed è impassibile a tutto ciò che accade nel mondo. Poiché da Dio come Motore immobile dipende il movimento fisico di tutti i cieli. Dio è la suprema. Dio è quindi pensiero ed è pensiero «che ha come oggetto ciò che è eccellente in massimo grado» ossia se stesso: egli è Pensiero che pensa se stesso. ossia in quanto Fine ultimo a cui tendono tutti gli esseri. le sfere celesti sono mosse da Intelligenze simili a Dio.LE PROPRIETÀ DI DIO. senza fare riferimento alla sostanza sovrasensibile.

Einaudi. Logos. I QUATTRO TIPI DI MUTAMENTO La Fisica . I. I. pag. 2005. è la caratteristica fondamentale della natura ed implica tre elementi: il soggetto del mutamento (detto "sostrato".studia dunque le sostanze sotto l'aspetto del movimento. la cui esistenza è innegabile. ma con un atteggiamento del tutto nuovo rispetto a Platone. p. Milano. secondo il modello platonico. e il mondo naturale che viene definito come l'insieme di tutte le realtà mutevoli che hanno in se stesse. Cambiamo. il mondo fisico.riguarda . Aristotele intende invece costruire una vera e propria scienza della natura. configurazione che il soggetto assume in seguito al mutamento e infine uno stato iniziale a partire dal quale il soggetto muta. qualcosa in cui mutare (la forma) quella nuova dimensione. il mutamento. è caratterizzato dal movimento. Mori.LA FISICA L'indagine sulla realtà deve prendere avvio da ciò che si presenta come immediatamente evidente: le cose sensibili. come abbiamo detto. il divenire. 258 Cfr. che è l'iniziale mancanza di tale forma. 265 45 . M. Il mondo naturale. detta "privazione". o materia). vol.ad eccezione dei corpi celesti che 30 31 F. in quanto avente per oggetto il divenire. Aristotele distingue quattro tipi di mutamento31: mutamento sostanziale . il quale non riconosce alla fisica il valore di scienza. Il divenire. Occhipinti. Le stelle di Talete. vol. G. o nella loro specie. Bari. La fisica di Aristotele ha per oggetto proprio il movimento.la scienza della natura . "Di questa realtà Aristotele intende ricercare le cause prime. Laterza. e alla quale egli guarda con vivo interesse"30. la causa del proprio mutamento.

sono incorruttibili. la «forma» (morphé. «PRIVAZIONE» E «FORMA». ecc. per esempio quelli dei muratore o del falegname) è ciò di cui è costituita qualsiasi cosa (per esempio una casa è costituita di mattoni. però. è ancora un ammasso informe. cioè del materiale da costruzione).. mutamento quantitativo (l'aumento o la diminuzione). E come nell’esempio fatto il materiale da costruzione può servire per costruire case di forma diversa ma non. privo cioè della «forma» che esso assumerà quando con esso sarà costruita la casa). quando è accumulato in un cantiere.non esistono né la forma né la materia prese separatamente. «POTENZA» E «ATTO». letteralmente vuoi dire «selva». che. forma. Lo abbiamo già visto parlando della Metafisica: nella realtà . potenza e atto. I PRINCIPI DEL DIVENIRE: «MATERIA». poniamo. ecc. legno. le varie forme del movimento possono essere ricondotte ad un unico concetto. È per spiegare questi tipi di mutamento che lo Stagirita utilizza i concetti di materia (o sostrato). mutamento qualitativo . la «privazione» e la « forma». la «privazione» (stéresis) è la mancanza di ciò che la materia informe «può» diventare (per esempio il materiale da costruzione. I principi del divenire e del movimento sono per Aristotele tre: la «materia». cioè unità di materia forma. Al di là di queste distinzioni. così la materia può essere definita come ciò che ha la 46 . poiché ciò che incontriamo è sempre un sìnolo. il nascere ed il perire di tutte le sostanze. « foresta» e in senso lato un insieme di materiali. éidos) è la struttura e la disposizione che il materiale assumerà quando la casa sarà costruita. La «materia» (hyle.). mutamento locale (il cambiamento di luogo).riguarda il cambiamento di determinate qualità dell'individuo (per esempio l'assumere un certo colore. una nave.osserva Aristotele . come il latino silva. quello di «passaggio da qualcosa a qualcos’altro» e proprio per ciò Aristotele può trattarlo in modo unitario quando si propone di indagarne i principi e le cause.

il perfetto all’imperfetto. è appunto la cultura. cioè la forma deve esistere effettivamente (anche se non separatamente come le idee platoniche) nella sua perfetta realtà (in atto: enérgheia. il passaggio della potenza all’atto. che rende possibile la realizzazione della sua possibilità. entelécheia). mostra quanto sia forte l’eredità platonica. reso intrinseco alla materia e al sensibile e tuttavia conservante una struttura e una dignità ontologica radicalmente diverse e superiori. cioè unitaria. cioè la materia di cui una cosa è fatta (il bronzo di una statua). materia e forma non esistono l’una separata dall’altra. sono quattro.possibilità (la «potenza»: dynamis) di attuarsi in determinate forme (quelle di cui essa è priva) e non in altre. Come abbiamo già anticipato dal punto di vista della Metafisica. così come l’atto è superiore alla potenza. Ma la materia può acquisire la forma solo se la forma già c’è. Ricordiamole nuovamente. che da ignorante lo fa diventare colto. In questo senso si può dire che ogni divenire e ogni movimento è un «passaggio dalla potenza all’atto». per terminare nell’attualità di tali potenzialità: un uomo ignorante è privo di cultura ed ha la possibilità di diventare colto. Queste cause – come abbiamo già visto nella sezione “La Metafisica come scienza delle cause (aitiologìa)”. 1) la causa «materiale». l’universale platonico. LE QUATTRO CAUSE DEL DIVENIRE E DEL MOVIMENTO Possiamo ancora assodare la persistenza di questa eredità platonica quando Aristotele passa a indicare le «cause» del divenire e del movimento. già esiste. 47 . perché la forma aristotelica non è altro che l’idea. e che esso inizia da una materia. ma sempre congiunte nelle sostanze individuali e reali: ma proprio nel momento in cui Aristotele ribadisce la critica alla trascendenza e al dualismo platonico e fa valere la sua concezione immanentistica. il reale al possibile. esistente in atto in altri. specificata dalle privazioni che le sono proprie e quindi dalle potenzialità di diventare alcunché.

Il dualismo di causa materiale e causa finale (comprendente anche quella agente e quella formale). contro i precedenti physiòlogoi (in primo luogo contro Democrito e la dottrina atomistica) per non essere riusciti ad andare oltre il riconoscimento di una sola causa. cioè la forma cui una cosa corrisponde (l’immagine raffigurata da una statua). E poiché spazio e tempo sono bensì divisibili all’infinito in potenza. che abbiamo preso in esame da più prospettive. la forma è infatti anche il fine e l’agente è identico con la forma: l’animale che genera un cucciolo è identico alla forma della specie cui appartiene e questa forma è anche il fine a cui tenderà lo sviluppo del cucciolo.2) la causa «formale». che la collega strettamente a quella platonica. consentono di dare una spiegazione completa del divenire delle realtà concrete e individuali del mondo sensibile ed anche di chiarire la natura dello spazio (che per lo Stagirita è sempre il luogo di un corpo) e del tempo: lo spazio è il «limite immobile» che abbraccia un corpo (e quindi dove non c’è corpo non c’è spazio: onde la negazione. ripresa anche nel primo libro dei Metaphysica. avendo concepito la causa (cioè le idee) «separata» dalle cose sensibili. si è precluso una reale soluzione del problema. quasi esclusivamente quella materiale e solo eccezionalmente quella formale. Nelle spiegazioni relative agli oggetti naturali e soprattutto agli organismi viventi. il tempo è «la misura del movimento secondo il prima e il poi». Aristotele tende ad unificare le ultime tre cause. ma in atto non sono infiniti. in funzione antidemocritea. cioè l’agente che produce la cosa (l’artista che scolpisce la statua). e contro lo stesso Platone. del vuoto). da un lato riproduce così il dualismo di materia e forma e dall’altro dà a tutta la fisica aristotelica un’impronta nettamente finalistica. 4) la causa «finale». 3) la causa «efficiente». LO SPAZIO E IL TEMPO Le dottrine dei principi e delle cause. il quale. Da qui la polemica fondamentale. cioè lo scopo per cui avviene il divenire e il movimento (lo scopo per cui è scolpita la statua). gli argomenti di Zenone contro il movimento non sono validi: nell’attualità di un tempo de48 .

ora più lenti). Dunque.terminato Achille compie un percorso maggiore di quello compiuto dalla tartaruga e quindi la raggiunge. t inammissibile che lo spazio sia forma o materia. pur non potendosi identificare con esso perché i movimenti cambiano (ora sono più rapidi. ANALISI DETTAGLIATA DEI CONCETTI DI SPAZIO E DI TEMPO. Il tempo è così in connessione col divenire. […] Tempo. il luogo non ne è la forma: in quanto la contiene non ne è la materia”. mentre il luogo da essa occupato e separabile. Infatti la forma o la materia di una cosa non sono separabili dalla cosa stessa. ed invece la cosa può essere separata dallo spazio occupato. […] “Lo spazio ha tre dimensioni. A questo proposito. attraverso il prima e il poi. perché forma e materia non sono separabili dalla cosa stessa. e cioè col movimento. Spazio. ora c'è acqua o altra cosa. in quanto può essere sostituita successivamente da un'altra cosa. nello stesso tempo. Vediamo allora di approfondire la concezione aristotelica dello spazio e del tempo. Esso non può identificarsi con la forma o la materia di una cosa. Sembra infatti che il luogo sia qualcosa come un vaso: ora il vaso non è nulla della cosa. serve a determinare la maggiore o minore rapidità del moto. implica una successione di istanti che. in quanto separabile dalla cosa. due passi della Fisica sono davvero illuminanti: “Lo spazio è piuttosto paragonabile ad un vaso contenente gli oggetti. lunghezza. di conseguenza è limitato”. Esso e il contenente dei corpi ed ha un limite. larghezza e profondità. tanto e vero che dove prima c'era aria. costituiscono la durata. è indipendente da esse perché lo stesso luogo può essere occupato successivamente da corpi diversi senza che con questo cambi la loro intima costituzione. proprio per questo. ed anzi. per questa connessione col movimento. che delimitano ogni corpo. Il tempo. Per lo Stagirita lo spazio è in connessione con le cose e. il tempo è omogeneo e perciò non muta. l'unità di misura degli istanti che si 49 . esso si identifica con la porzione di luogo occupato dalle cose e si estende fino al loro limite esterno.

Invece il tempo e dappertutto e in tutte le cose omogeneo. determinando l'anteriore e il posteriore. Prendiamo in considerazione altri due passi della Fisica: “Il cambiamento e il movimento di ogni cosa sono soltanto nella cosa che cambia. uniforme. Lettura antologica: La dottrina delle quattro cause (in “Antologia critica”) 50 . Noi infatti conosciamo il tempo quando abbiamo determinato il movimento. e allora diciamo che è passato del tempo. continuo”. uniforme e costante dei cieli e la ragione umana ha la capacità di numerare la successione degli istanti in una serie ordinata e regolare. infatti la lentezza e la rapidità sono determinate mediante il tempo. ma anche il tempo col movimento. il tempo no. […] “Noi misuriamo non soltanto il movimento col tempo. Inoltre ogni cambiamento e più rapido o più lento. Il moto circolare uniforme e la misura per eccellenza perché tra i moti circolari quello celeste e eterno. Dunque il tempo non è movimento ma non esiste senza il cangiamento. […] Lettura antologica: La fisica aristotelica (in “Antologia critica”). quando prendiamo coscienza dell'anteriore e posteriore nel movimento”.succedono è data dal movimento circolare.

51 . Spostandosi sulla discussione relativa a ciò che è eterno e perfetto ci si avvicina nuovamente al discorso metafisico che ha per oggetto la realtà divina. Altro discorso dovrà essere riservato i corpi celesti i quali sono appunto dotati di moto circolare (che non avendo né un principio né una fine è perfetto ed eterno). aria.LA COSMOLOGIA L'universo aristotelico è geocentrico ed è formato dalla terra sferica. dunque circolare. costituita dai quattro elementi (acqua -aria -terra e fuoco). Un elemento dovrebbe infatti occupare il luogo naturale che gli è proprio. Aristotele non si ferma però alla teoria dei luoghi naturali: i quattro elementi materiali formano corpi corruttibili e il moto rettilineo che li caratterizza. detta "delle stelle fisse" che contiene l'intero universo. determinato dalla sfera estrema. In queste sfere concentriche sono incastonati gli astri e tutti i mutamenti che si verificano sulla terra dipendono dal loro moto (degli astri) il quale è. LA TEORIA DEL MOTO (RETTILINEO E CIRCOLARE) E DEI LUOGHI NATURALI. è imperfetto. è dotato di moto rettilineo che gli appartiene per natura. l'etere. immobile al centro dell'universo e dai cieli (sfere di etere . avendo un inizio e una fine. in base alla sua natura specifica. Parallelamente alla dottrina degli elementi. che è la sostanza di cui sono costituiti i cieli. Oltre a terra. acqua e fuoco viene introdotto però un quinto elemento. a sua volta.materia incorruttibile) che ruotano intorno alla terra. l'etere) non può che essere eterno. il luogo dove “sta” Dio. Oltre questa sfera non c'è più movimento e il cielo astronomico diventa cielo teologico. Aristotele introduce quella del moto: ciascun elemento. LA REALTÀ DIVINA DAL PUNTO DI VISTA FISICO. che sono eterni e incorruttibili (in quanto composti di un elemento radicalmente diverso dagli altri quattro. verso l'alto aria e fuoco. cioè senza inizio e senza fine. Aristotele pone a fondamento della sua cosmologia la dottrina dei quattro elementi (accolta e rielaborata dai filosofi naturalisti precedenti). Verso il basso tendono terra e acqua. Dunque il moto dei cieli.

in particolare. di una realtà che sia eterna ed immobile. Si tratta di un discorso evidentemente correlato a quello fisico: non dimentichiamo che per Aristotele la fisica è la scienza dell'essere in movimento. circondata dalla sfera della luna. Così Aristotele diventa il padre di una cosmologia complessa e con poche ombre. che durerà fino a Copernico. tèlos): il primo motore movente esercita una costante attrazione sui corpi celesti dell'universo.al centro dell'universo. In altre parole. e si dovrebbe quindi ricorrere all'ipotesi di un ulteriore principio. per spiegare un movimento è necessario considerare un principio generale del moto (di tutti i moti): ma dato che il movimento è.dalla potenza all'atto. ed allo stesso tempo "movente". ma anche sul geocentrismo. si basa sulla teoria dei luoghi naturali.Nella Metafisica Aristotele si era posto infatti alla ricerca di una prima causa attiva e producente il movimento. Nel libro XII della Metafisica Aristotele scrive infatti che "il primo movente muove in quanto amato e muove le altre cose tramite ciò che da esso viene mosso". per cui la terra si trova . l’atto perfetto o realizzazione compiuta del fine – in gr.se anche a questo livello fosse presente la potenzialità. come abbiamo visto. ciò che in ultima analisi rende possibile il passaggio . Occorre quindi indagare la presenza di un Ente. Essa.a livello universale . più alto. IL GEOCENTRISMO. ecco che è allora necessario che tale principio generale del moto sia completamente innato (con esclusione quindi di ogni potenzialità: in quanto . delle varie trasformazioni a cui essi vanno incontro. Dunque possiamo dire che una volta gettate le basi per delineare il quadro fisico la cosmologia aristotelica non fa altro che declinare tali principi dal punto di vista dell'illustrazione e della spiegazione delle caratteristiche generali dell'universo e dei corpi che lo compongono. che è appunto passaggio dalla potenza all'atto. che a sua volta è 52 . privo di potenzialità e pienamente in atto). Naturalmente sorge qui il problema di come qualcosa possa muovere essenza possedere in sé il movimento: Aristotele risponde con il concetto di entelèchia (dal greco entelècheia.immobile . perenne. nonché. sarebbe di nuovo presene il movimento. in generale.

ma il motore deve essere sempre unito al mosso (è ovviamente ignoto il principio d’inerzia. L'universo aristotelico si presenta così come un enorme sistema di ingranaggi in cui ogni sfera è mossa da quella che la racchiude e così via fino alla sfera delle stelle fisse. cioè scopo ultimo cui ciascun componente dell'universo tende: tutto l'universo tende verso Dio che è così causa immobile del movimento cosmico. tutte comprese dalla sfera più grande: la sfera delle stelle fisse. muove anche l’aria circostante la pietra: ed è quest’aria mossa dalla mano insieme alla pietra che continuerebbe a conservare il movimento della pietra per un certo tempo. L'Universo è quindi finito e l'ultimo cielo astronomico. occorrono però alcune precisazioni MOTI NATURALI E MOTI VIOLENTI. poiché non è possibile un’azione a distanza. lascia spazio al cielo teologico. giacché nella pietra predomina l’elemento terroso). vi sono i moti violenti (cioè contrari ai moti naturali. alla quale il movimento è impresso direttamente dal Primo motore immobile. la pietra cade.racchiusa da ulteriori sfere concentriche. quello delle stelle fisse. come s’è detto. per esempio della pietra quando è lanciata dal basso verso l'alto). cioè segue il suo moto naturale che porta la pietra a raggiungere il suo luogo naturale (in questo caso la terra. lanciando la pietra. Dio però. come abbiamo visto. deve essere causa finale. affinché possa imprimere movimento senza essere sua volta in moto. oltre i moti naturali. Lettura antologica: Il Primo motore immobile come spiegazione del movimento fisico (in “Antologia di testi aristotelici”). Delineato così il quadro generale della cosmologia aristotelica. il moto della pietra lanciata verso l’alto si spiegherebbe perché la mano. L’aria 53 . quando è finita l’azione portante dell’aria. Come si spiega questo tipo di moto che è contro la naturale pesantezza della pietra che per sé tende verso il basso? Per Aristotele. Nella sfera degli elementi. quello del Primo motore immobile. scoperto dalla fisica del ‘600).

I cieli sono concepiti da Aristotele non come tracciati geometrici ma come calotte solide in cui sono inseriti i corpi celesti che noi vediamo. Il numero delle sfere celesti è per Aristotele di cinquantacinque. IL MOTO PERFETTO E CIRCOLARE DEI CIELI. Aristotele è condotto a sostenere che uno è il mondo. sono per Aristotele caratteri essenziali di tutti i corpi. Aristotele nega così con risolutezza l’esistenza del vuoto: questo non solo non serve a spiegare il movimento. in tutti i mutamenti e movimenti 54 . Assolutamente naturale è il moto circolare dei cieli. non potrebbe spiegarsi il moto. In forza della dottrina dei moti circolari e rettilinei. e i moti rettilinei sono in relazione a questo stesso centro. ma non è neppure pensabile perché comporterebbe l’ammissione di un luogo o spazio senza un corpo (il vuoto è definito «luogo privato di corpo»): ma ciò è contraddittorio perché il luogo. onde i moti circolari avvengono attorno ad un centro. Poiché ogni movimento comporta un motore. è considerato come il limite che circoscrive un corpo. cioè il luogo è sempre in rapporto a un corpo (senza corpo non c’è luogo o spazio. il confine esterno di questo unico mondo finito è costituito dal cielo delle stelle fisse (contro la dottrina democritea degli infiniti mondi). in quanto esistono corpi leggeri in senso assoluto e pesanti in senso assoluto. moto perfetto come perfetta è la figura circolare. per Aristotele.svolge così una funzione portante senza la quale la pietra lanciata non potrebbe proseguire nel suo movimento: questo comporta che non vi sia il vuoto perché nel vuoto. ultimo dei quali è il cielo delle stelle fisse: questo mondo è necessariamente unico perché unico è il centro cui tendono i corpi pesanti e unico il centro dei moti circolari dei cieli. LA CAUSALITÀ DEI CIELI. anche i cieli hanno ciascuno un proprio motore e tutti i cieli — secondo complessi meccanismi — concorrono come cause universali in tutti i processi di generazione e corruzione. composto dalla zona dei quattro elementi e circondato dai cieli. lo ripetiamo. quindi non si può pensare un luogo senza corpo). tale centro è costituito dalla Terra. pesante e leggero. numero richiesto per spiegare i vari complessi moti dei corpi celesti (egli sviluppa qui gli insegnamenti di Eudosso). senza cioè l’azione di un corpo (l’aria) che fa proseguire il moto della pietra. Sicché nel mondo fisico ci sono un alto e un basso assoluti.

si giunge. ai venti. in moltissimi altri scritti Aristotele si dedica all’esame e alla descrizione di fenomeni particolari: quelli relativi a tutta la sfera degli elementi fra la terra e il fuoco. ai processi di generazione e corruzione. accanto alle loro cause prossime. onde Aristotele può affermare che anche la generazione dell’uomo comporta la cooperazione delle cause celesti («l’uomo genera l’uomo insieme con il sole»). come abbiamo già detto. che comporta sempre l’intervento dei cieli. che muove il cielo delle stelle fisse (primo mobile) e che non è mosso da altro: questo è il Primo motore immobile (si ricordi che per Aristotele il mondo è finito. è intelligenza pura. Ascendendo nella scala dei motori e dei mossi. F. Laterza. che è il principio di individuazione). al primo motore. È importante notare che questa dottrina della causalità. quindi i fenomeni relativi all’acqua e alla terra. non vi potrebbero essere movimenti nel mondo sublunare se. altrimenti richiederebbe un altro motore che provocasse il passaggio dalla potenza all’atto) e unico (poiché senza materia. fino alla formazione dei metalli e dei fossili. V. 55 . Verra. offrirà in età posteriori un fondamento «scientifico» alle dottrine astrologiche. Adorno. RELAZIONE TRA FISICA E METAFISICA. non vi fossero cause universali. atto di pensiero che ha per oggetto se stesso. quindi è pensiero di pensiero «atto di pensiero che pensa se stesso per tutta l’eternità». i cieli. Se la fisica studia «i principi» del movimento. e il suo limite ultimo è costituito dalla sfera delle stelle fisse: al di là di questa non si può andare e quindi è esclusa la possibilità di un processo all’infinito). secondo temi svolti in vari libri della Fisica e della Metafisica. T. E ancora Aristotele esamina ampiamente problemi del mondo vegetale e animale con un notevole tentativo di classificazione e organizzazione32. vol. indicando mutamento. Storia della Filosofia. Gregory. I. non possono appartenere alla sfera celeste incorruttibile).che si producono nella sfera degli elementi sensibili. o mobili. Questo motore immobile è l’atto puro (senza che in esso nulla sia in potenza. La fisica coincide così con la filosofia prima. ai terremoti. 32 Cfr. il mondo sublunare nel quale rientrano i fenomeni detti meteorologici (fra questi Aristotele considera le comete e le stelle cadenti che.

il fuoco. come prova lo scorrere dei fiumi. eterna e incorruttibile. l’acqua. la «materia prima».IN SINTESI: GLI ELEMENTI DELLA REALTÀ NATURALE E LA DISTINZIONE DI CIELO E TERRA. come prova il salire delle bolle d’aria dell’acqua. tendente verso l’alto o verso il basso. che può perciò essere eterno. Si fissa in tal modo un dualismo tra cielo e terra. Il movimento rettilineo non è però un movimento perfetto. e anche l’acqua tende verso il basso. cioè verso i «luoghi naturali» dei singoli elementi. ma che appunto per questo non può essere proprio dei quattro elementi della regione terrestre. perché il suo inizio non coincide con la sua fine. cioè l’elemento caldoumido. che solo l’astronomia moderna. di casualità e di spontaneità che sono invece riscontrabili nell’imperfetto mondo sub-lunare. riuscirà a confutare. Di qui la definizione del movimento degli elementi come un movimento naturale. «più divino»: e questo è appunto l’«etere». ma casomai di un quinto e diverso elemento. I quattro elementi della regione terrestre sono quelli della tradizione scientifica dei pensatori naturalisti: la terra. cioè l’elemento freddo-umido e l’aria. Ricapitolando il discorso fatto fin qui. 56 . di cui è formata la regione celeste. e perciò non soggetta al divenire e non inquinata da quegli elementi di imperfezione. rettilineo. Caratteristica di tutti questi elementi è la determinazione del movimento naturale come un movimento rettilineo tendente verso l’alto e verso il basso: la terra tende verso il basso e il fuoco verso l’alto. questa coincidenza si ha invece nel moto circolare. considerata nelle sue privazioni fondamentali e quindi nelle sue possibilità generalissime. ma meno del fuoco. attraverso una lunga polemica. cioè l’elemento caldo-secco. il sostrato amorfo di tutta la realtà naturale. cioè l’elemento freddo-secco. mentre l’aria tende verso l’alto. anche se meno della terra (un sasso immerso nell’acqua affonda). una differenza radicale tra le loro nature. si determina nei quattro elementi della regione terrestre e nel quinto elemento della regione celeste.

sull’embriologia. sempre supposto che si abbia la capacità di comprenderne le cause. e non amare ancor di più le costruzioni della natura stessa. Sarebbe irrazionale e assurdo trarre godimento dalle immagini dipinte o modellate delle cose naturali in quanto scorgiamo in esse anche l'abilità dell'artista. sulla genetica. Tra queste. arrivando a descrivere ben 581 specie diverse. Non fuggiamo perciò come i fanciulli dallo studio degli esseri più umili! In ogni oggetto naturale c'è qualcosa che può eccitare la nostra ammirazione” (Parti degli animali). in quanto l'unico ad essere dotato di una facoltà del tutto speciale: la conoscenza. superando il livello della semplice descrizione. infatti. nel suo procedere. al vertice della scala naturale pensata da Aristotele c'è l'uomo che è il più complesso ma anche più perfetto tra gli animali. La straordinaria levatura della ricerca aristotelica anche in questo campo si manifesta soprattutto nella sua attentissima quanto vasta classificazione degli animali. un’attenzione al particolare e al con57 . sull’anatomia e sulla fisiologia degli animali rivelano un interesse sperimentale. è ricerca delle cause e. che Aristotele compì con i suoi discepoli nella più matura età del suo insegnamento nel Liceo. soprattutto nel campo della biologia sperimentale. Secondo lo Stagirita. “L'osservazione della natura nella sua attività costruttiva dona incalcolabili soddisfazioni a chi è capace di giungere alla conoscenza delle cause e a chi è filosofo per natura.LA BIOLOGIA È una sezione della Fisica. e in cui è più lontana l’eco dell’originario platonismo: le ricerche sui fenomeni meteorologici. La biologia è per lui una parte della Fisica e rientra in pieno nell'attività di ricerca del filosofo. è in grado di accertare anche dal suo punto di vista il finalismo che governa l'intero mondo naturale. Aristotele è senza dubbio il più importante studioso del mondo biologico dell'antichità. La biologia è del resto una scienza in quanto. Storicamente di grande rilievo sono le indagini concrete sulla natura. LE RICERCHE METEOROLOGICHE E BIOLOGICHE.

creto, uno spirito sistematico nel reperimento di un materiale empirico sterminato, che - anche al di là dei risultati raggiunti (per esempio, la descrizione dello sviluppo dell’embrione del pulcino e dello stomaco dei ruminanti, il riconoscimento che i cetacei sono mammiferi, ecc.) e degli errori (per esempio, la convinzione che i polmoni servissero a raffreddare il sangue, che il cuore e non il cervello fosse la sede della sensibilità, ecc.) - sono documento di una nuova mentalità scientifica che, per così dire, si affianca e si sviluppa parallelamente alla compresente concezione platonizzante e finalistica delle forme (cioè i generi e le specie) diverse qualitativamente e non suscettibili di trasformazione.

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LA PSICOLOGIA

Sempre all'interno della Fisica, e a sua vota inserita nella Biologia, troviamo la Psicologia - o dottrina dell'anima, in greco psyché. L'anima è infatti per Aristotele il principio della vita (bios). Nel trattato Sull’anima il Filosofo spiega che tutti gli esseri viventi hanno come forma e causa del loro movimento un’anima (psyché): nelle piante essa è principio delle funzioni vegetative (nutrizione e riproduzione) e si chiama anima vegetativa; negli animali è principio anche delle funzioni sensitive (percezione, desiderio e movimento locale) ed è l’anima sensitiva; negli uomini è principio anche delle funzioni intellettive (pensiero e volontà) ed è l’anima intellettiva. LA CONOSCENZA. La conoscenza umana ha inizio sempre dalla percezione delle forme sensibili: all’interno di queste l’intelletto scopre le forme, cioè le essenze, le strutture intelligibili dei vari enti, mediante un processo complesso dal particolare al generale, chiamato “induzione”. L’intelletto prima di apprendere le forme è in potenza rispetto a esse, ma nel momento in cui le apprende si identifica in atto con esse. Chi fa passare l’intelletto umano dalla potenza all’atto, come vedremo poco più avanti, è un “intelletto attivo”, in atto da sempre, che Aristotele dichiara immortale, anzi eterno, ma non identifica ulteriormente. L’ANIMA FORMA DEL CORPO. L'anima è per Aristotele la forma del corpo (si dovrà precisare: di un corpo naturale, cioè di un corpo che possiede in sé un principio di movimento). L'anima non è quindi un corpo, ma in un corpo essa è la forma del corpo. L'anima è così il principio degli esseri viventi. Per Aristotele l'anima e il corpo non devono essere considerati come due sostanze a sé, unite in mondo accidentale, bensì come costituenti una sostanza unitaria, il corpo vivente che è il sìnolo di materia (corpo) e forma (anima). Ma quali sono le funzioni fondamentali dell'anima? Sono quelle tre che abbiamo già visto: quella vegetativa (che
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presiede al nutrimento, alla crescita e alla riproduzione, funzioni che sono comuni a tutti gli esseri viventi), quella sensitiva (proprio solo degli animali - quindi escluso le piante - in quanto presiede alla percezione e al movimento); quella intellettiva (propria soltanto dell'uomo, in quanto unico animale dotato di funzioni intellettive). Tra queste facoltà c'è evidentemente un ordine gerarchico. L’INTELLETTO UMANO – SENSAZIONE E IMMAGINAZIONE. Tra le varie facoltà dell'anima lo studio della facoltà intellettiva assume particolare importanza: essa va strettamente legata alla capacità sensitiva. Per Aristotele intelletto e sensazione sono infatti intimamente connessi, perché la conoscenza inizia sempre dai sensi grazie al passaggio dalla potenza all'atto: la facoltà della sensazione è potenza che si traduce in atto quando si avverte una sensazione. Ma come avviene la conoscenza che si sviluppa a partire dalla sensazione? Così come ognuno dei cinque sensi ha la potenza di percepire, allo stesso modo ogni oggetto sensibile ha la possibilità di essere percepito: dunque si ha percezione nell'incontro tra i sensi e gli oggetti sensibili, cioè nel momento in cui entrambi passano dalla potenza (di percepire e di essere percepiti) all'atto. Le sensazioni formano nel soggetto senziente delle immagini che sono oggetto di una specifica facoltà: l'immaginazione, chiamata anche fantasia. Le immagini così acquisite nella fantasia entrano nella memoria e sono disponibili per la funzione intellettiva che ricava da esse le forme intelligibili, ormai sganciate dal mondo degli oggetti sensibili, dalle quali vengono estratti gli universali. DISTINZIONE TRA INTELLETTO ATTIVO E INTELLETTO PASSIVO. Per chiarire come avviene la conoscenza attraverso l’intelletto Aristotele introduce la nozione di intelletto attivo o produttivo: l'intelletto passivo corrisponde alla possibilità di conoscere ed elaborare i concetti, mentre la conoscenza effettiva avviene soltanto tramite l'intelletto attivo, che è in grado di cogliere l'universale. Già l'immaginazione perviene ad una immagine generale, eliminando dalle immagini particolari ciò che essere hanno di particolare, ma questa immagine generale resta comunque legata ai contenuti sensibili da cui è derivata. All'universale perviene invece soltanto l'intelletto. Sulla base dei dati sensibili, delle immagini
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prodotte dalla fantasia e conservate nella memoria, esso opera un processo di astrazione, ossia coglie le forme o essenze intelligibili come separate, astratte dalla materia. Il rapporto tra intelletto potenziale e intelletto attuale viene spiegata in questo modo: l'intelletto è prima di tutto capacità, potenza di conoscere le pure forme; le forme sono contenute in potenza nelle sensazioni e nelle immagini della fantasia. L'intelletto in potenza deve quindi passare all'atto conoscendo effettivamente le forme e le forme contenute in potenza nelle immagini devono passare all'atto diventando concetti effettivamente conosciuti. In base principio della anteriorità dell'atto sulla potenza, ciò può avvenire solo presupponendo un atto: ciò significa che oltre all'intelletto potenziale o possibile, deve esserci un intelletto attuale o attivo, ovvero una facoltà che contiene in atto tutte le forme intelligibili. Qual è la differenza? L’intelletto passivo muore insieme al corpo, mentre quello attivo sopravvive.

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LA MATEMATICA
Come aveva messo in rilievo Giovanni Reale, alle scienze matematiche Aristotele non dedicò speciali attenzioni: per queste egli nutriva infatti interessi minori rispetto a Platone, il quale delle matematiche aveva fatto quasi una via di accesso obbligata alla metafisica delle Idee33. Tuttavia lo Stagirita anche in questo ambito cercò di offrire un suo contributo distintivo nel mostrare quale sia lo statuto ontologico degli oggetti di cui si occupano le scienze matematiche, diversificandosi almeno in parte da Platone, riducendo considerevolmente la portata della tesi degli «enti matematici intermedi», e in particolare non considerandoli come autonomi. Platone e molti Platonici avevano inteso i numeri e gli oggetti matematici in genere come entità ideali separate dai sensibili, poste in una sorta di livello intermedio rispetto alle idee supreme. Aristotele cerca di confutare questa concezione chiedendosi: che cosa sono, allora, i «numeri» e gli «enti matematico-geometrici», se non sono «enti intelligibili dotati di sussistenza propria»? Lo Stagirita risolve il problema con la seguente argomentazione: gli oggetti matematici non sono né entità «reali sussistenti in sé e per sé» e separati dalla realtà sensibile, né, tantomeno, irreali. Essi sussistono di fatto nelle cose sensibili, sono potenzialmente separabili, e la nostra ragione attua tale separazione mediante l’«astrazione»34. Essi sono, dunque, enti che sussistono nella realtà non di per sé separati, ma che noi separiamo mediante la ragione. In ogni caso, non sussistono solamente nella nostra mente in virtù della nostra capacità di «astrazione», ma anche nelle cose come loro proprietà ontologiche35: le cose sensibili – spiega Reale – hanno molteplici proprietà e determinazioni. Noi possiamo considerare tutte queste proprietà nel loro insieme, ma possiamo altresì fissare l’attenzione su alcune di esse, prescindendo dalle altre. Così, per esempio, siamo in grado di considerare le cose sensibili solamente in quanto hanno la caratteristica di essere in movimento, prescindendo da tutto il resto; ma non per questo — ovCfr. G. Reale, Aristotele e il primo peripato, Bompiani, Milano, pag. 143 e seguenti. Cfr. G. Reale, Aristotele e il primo peripato, Bompiani, Milano, pag. 144. 35 G. Reale indica a sostegno di questa affermazione il Capitolo 3 del Libro XIII della Metafisica, 1078 a 25 sgg.
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caratteristiche che sono peculiari dell’animale in quanto femmina. e la capacità che la nostra mente ha di considerare quella caratteristica tipica delle cose sensibili a prescindere da tutte le altre. anche se non esistono una femmina o un maschio 63 . in quanto ciascuno di questi attributi inerisce ad esse: ci sono. oppure in quanto maschio. considerare le cose solo secondo due dimensioni. così si potrà dire. procedendo nel processo di «astrazione». Ulteriormente. dunque. e l’uomo. che anche le altre scienze riguardano non ciò che è accidente del loro oggetto (per esempio non bianco. per esempio. e riguardare le cose sensibili solamente in quanto corpi a tre dimensioni. in generale e con verità. va detto che quella proprietà nelle cose effettivamente sussiste. e quindi ha una sua precisa realtà ontologica. noi possiamo stimare le cose solo come lunghezze e poi come unità indivisibili. cioè come superfici. possiamo prescindere anche dal movimento. per conseguenza. Basta. E poi. così si dovrà dire anche per la geometria: anche se gli oggetti di cui essa tratta hanno la caratteristica di essere sensibili. ancora. anche che gli oggetti matematici esistono.viamente — è necessario che esista il movimento come realtà in sé e per sé separata dal resto. poiché si può dire in generale e con verità che non solo le cose separate esistono. e proprio con quei caratteri di cui parlano i matematici. se la scienza in questione ha come oggetto l’uomo). seguendo questo stesso procedimento. Ma nel modo in cui li studiano i geometri e i matematici esistono per via di «astrazione». Tuttavia. ma che anche le cose non-separate esistono (per esempio si può dire che il mobile esiste). se il bianco è sano e se la scienza in questione ha come oggetto il sano). siamo in grado di considerare le cose anche come unità pure. ma non saranno neppure scienze di altre cose separate dai sensibili. E come si può dire. È chiaro. la nostra facoltà di astrarre. essa non li considera tuttavia in quanto sensibili. prescindendo da tutto il resto. ma che riguardano l’oggetto che è peculiare a ciascuna di esse (per esempio il sano. entità indivisibili e senza posizione spaziale. esistono come proprietà ontologiche delle cose. Molti attributi competono di per sé alle cose. aventi però posizione nello spazio. Così le scienze matematiche non saranno scienze di cose sensibili. Analogamente. ossia come unità numeriche. in generale e con verità. che gli oggetti della geometria e dell’aritmetica hanno il loro fondamento nelle caratteristiche delle cose sensibili e che. Ecco il testo più significativo in merito: «Pertanto. ossia solo come punti. appunto. Infine. se la scienza in questione ha come oggetto il sano.

]. 64 . ma lo considerano in quanto linee e in quanto numeri: questi. caratteristiche peculiari delle cose considerate solamente in quanto lunghezze e superfici [. sono proprietà peculiari di quelle. Il ragionamento fatto sopra varrà anche per l’armonica e per l’ottica: infatti né l’una né l’altra considerano il proprio oggetto come vista o come suono.quanto maschio. E la stessa cosa dicasi anche per la meccanica»36. 3. XIII. Pertanto ci saranno. 1077 b 3 1-1078 a 17. Metafisica. 36 Aristotele.. anche.. infatti. anche se non esistono una femmina o un maschio separati dall’animale.

tra le scienze pratiche. "identico è il bene per il singolo e per la città": non c'è quindi alcuna scissione tra morale privata e politica che vengono piuttosto a coincidere. Prima di tutto è bene precisare che per Aristotele. Secondo alcuni studiosi anche in questo campo le posizioni di Aristotele si sono evolute da un iniziale rigorismo platonico ad uno sguardo più comprensivo. ovvero l'Etica. ma è più bello e più divino se riguarda un popolo e le città" (Etica Nicomachea. in quanto il bene della pólis comprende quello del singolo individuo. insieme alla Politica e alla Matematica. In realtà la filosofia pratica è chiamata da Aristotele complessivamente “scienza politica”. Ma qual è. 2). Grande Etica. Quest'ultima. Anzi: proprio per questo "sembra più importante e più perfetto scegliere e difendere il bene della città. via via più attento e consapevole delle esigenze della vita mondana e delle passioni umane. il bene supremo per l'uomo? IL BENE SUPREMO PER L’UOMO: LA FELICITÀ. appare la più completa e quindi la più adatta per comprendere la posizione aristotelica. Ancora nell'Etica Nicomachea Aristotele rileva che tutte le azioni umane hanno come fine un bene specifico. che è la parte dedicata al bene del singolo. l'etica converge in una dimensione politica. Etica a Nicomaco. Essa contiene dunque anche l’etica. ETICA DEL SINGOLO ED ETICA PUBBLICA COINCIDONO. sia per sistematicità che per struttura espositiva. alla quale appartiene dunque la ricerca del bene supremo. Sempre nell'Etica Nicomachea Aristotele sostiene che lo scopo della vita umana è il raggiungimento della felicità. Dell'etica lo Stagirita tratta in tre diverse opere: Etica Eudemia. come già per Platone.L'ETICA Nella classificazione delle scienze Aristotele colloca la filosofia pratica. I. La felicità si distingue da tutti gli altri fini o scopi della vita in quanto costituisce appunto il fine ultimo: in altre parole. In questo senso. da questo punto di vista. certo esso è desiderabile anche quando riguarda una singola persona. in quanto viene ricercata per se stessa e non come mezzo per ottenere qualcos'altro. Le azioni però sono varie e 65 .

la felicità mentale. ossia consiste nella virtù.molteplici e quindi sono molteplici anche i fini o i beni. consiste nell’esercizio completo della funzione che gli più è propria. in quanto animale razionale. la generosità. La felicità è il fine supremo dell'uomo e consiste nella piena realizzazione della propria natura. ma piuttosto ad una vita attiva37. che riguardano le funzioni della parte non razionale dell’anima e consistono nel giusto mezzo tra due vizi opposti (per esempio: il coraggio. Aristotele prosegue la sua analisi distinguendo tra virtù etiche. ne consegue che la felicità in generale consiste per lui nella realizzazione della dimensione razionale. G. VIRTÙ ETICHE E VIRTÙ DIANOETICHE. individuando nelle situazioni particolari il giusto mezzo. la felicità non corrisponde a uno stato di beatitudine passiva. La prudenza (o saggezza). Ora. Mori. è la virtù dianoetica che rende possibili le altre virtù etiche. occorre allora distinguere tra fini che vengono perseguiti come mezzi per il conseguimento di un fine ulteriore e invece quel fine che non rinvia ad altro e che perciò si costituisce come fine ultimo. La vita teoretica (bìos theoretikòs) del sapiente è per Aristotele quella in assoluto più degna. pag. Ma tutti i singoli beni sono tali in quanto connessi. Bari. Le stelle di Talete. in vista dei quali le azioni vengono compiute. che riguardano le funzioni della parte razionale e sono fondamentalmente la saggezza e la sapienza. giusto mezzo tra avarizia e prodigalità). Se però è vero che il bene è il fine di ogni agire. e virtù dianoetiche (dal greco dianóesis: pensiero). Laterza. Per lo Stagirita. Dato che l'essenza dell'uomo sta nell'essere razionale. in grado diverso. Dopo aver mostrato che il bene più grande dell’uomo. IL SAPIENTE E LA VITA TEORETICA. in altre parole. M. Cambiano. la felicità. la felicità consiste nell'esercizio virtuoso (che per Aristotele significa "eccellente") della ragione. 37 Cfr. portatrice della massima felicità. in modo tale da costituire dei mezzi diversi per il raggiungimento di un unico fine. giusto mezzo tra viltà e temerarietà. La felicità è dunque "attività dell'anima secondo virtù" (o eccellenza). Per l'uomo. questo bene supremo che è fine (e non mezzo per ottenere qualcos'altro) è la felicità. 276 66 . a un unico bene supremo.

la sapienza invece consiste nell’esercizio della conoscenza come fine a se stessa e in essa è riposta la felicità suprema.ossia ciò che si deve fare. Lettura antologica: L’etica aristotelica (in “Antologia critica”). 67 .

la polis rappresenta la realizzazione più compiuta e perfetta di ogni comunità umana.scrive Aristotele nella Politica . Aristotele sostiene che la polis sia la forma naturale di società politica. Ora. FAMIGLIE. secondo Aristotele.LA POLITICA L’UOMO È ANIMALE POLITICO. La famiglia ha come scopo la procreazione e il soddisfacimento dei bisogni elementari. Appartiene alla natura dell'uomo vivere all'interno della polis: questa non è Aristotele il risultato di un patto o di un accordo convenzionale fra gli uomini. III. 68 . Gruppi. 6. Si tratta di quelle persone che non sono completamente maturate dal punto di vista razionale. La prima cellula sociale è la famiglia. il maschio è migliore della femmina ed è quindi a lui che spetta il comando (Politica. che Aristotele individua nella famiglia. vista da Aristotele come l'unione dell'uomo e della donna. in quanto per natura. Per Aristotele l'uomo oltre che animale razionale è anche animale sociale (anzi "l'uomo . l'unica veramente adeguata alla natura dell'uomo. v 1254b). La polis è il risultato di una tendenza naturale. VILLAGGIO. in un rapporto che però non è paritario. villaggi e città sono però il risultato dell'unione di più "cellule minime" della vita consociata.è per natura animale politico" (Politica. infatti. CITTÀ-STATO. propria della natura umana. villaggi. 1278b 19-21): cioè desidera per natura stare insieme ad altre persone. cioè dal punto di vista del carattere essenziale proprio della natura umana. L'unione di più villaggi dà origine allo Stato: quest'ultimo si caratterizza per l'autosufficienza e ha come scopo il bene degli individui che ne fanno parte. I. Le famiglie si associano quindi tra loro dando origine al villaggio. Proprio per questo motivo lo Stagirita si dedica con particolare attenzione 38 È nota la posizione di Aristotele in merito: per lo Stagirita ci sono uomini che per natura sono destinati a essere schiavi. "pur sapendo dell'esistenza di grandi regni (come quello persiano e macedone) e delle lotte civili che spesso sconvolgevano le città stato greche. Per Aristotele. A tale scopo si avvale del lavoro degli schiavi38. città (pòlis). e quindi a organizzarsi in gruppi.

mentre tale distinzione viene a cadere se si guarda alla polis sotto il rifilo dei cittadini maschi liberi e. l’unica in grado di garantire felicità: la vita teoretica. oligarchica (governo di pochi. cioè non sono né troppo ricchi né troppo poveri. L’ordine delle funzioni interne alla polis. Per lo Stagirita la costituzione migliore è quella intermedia fra aristocrazia (governo dei migliori) e democrazia (libero accesso alle cariche pubbliche da parte di tutti i cittadini). detta politéia (cioè “costituzione per eccellenza”). Così come la famiglia è una piccola comunità di disuguali. la cui forma migliore è l’aristocrazia: il governo di migliori) o democratica (governo del popolo. La polis invece è una società di liberi e uguali (i capifamiglia). L’ORGANIZZAZIONE DELLA POLIS. Come abbiamo visto la Aristotele descrive la polis come una specie di società perfetta. perciò deve avere un tipo di governo diverso da quello che è proprio della famiglia. LA MIGLIOR FORMA DI GOVERNO: LA POLITEIA. la felicità. per essere poi liberi di dedicarsi alle proprie attività ed in particolare alla forma più alta dell’agire umano. compresa quella del governo supremo. è stabilito dal modello di costituzione adottato. come la famiglia. in cui la maggior parte dei cittadini sono in una situazione media. 69 . che può essere monarchica (governo di uno). cioè degli uomini liberi). perché l’uomo è per natura un animale politico. del tutto autosufficiente.all’analisi delle principali caratteristiche della polis e della sua organizzazione. Nella costituzione migliore i cittadini governano a turno. politicamente attivi: gli individui che possono essere definiti cittadini (che partecipano cioè alle funzioni politiche e giudiziarie) sono infatti solo i maschi liberi e oriundi. Essa è così costituita dall’unione di più famiglie e villaggi ed è a sua volta una società naturale. appunto. cioè fatto per vivere nella polis. nella quale l’uomo può realizzare il vivere bene. allo stesso modo la disuguaglianza si riproduce nella polis: considerata sotto il profilo degli abitanti la città è infatti composta di persone che non stanno sullo stesso piano giuridico per quanto concerne i diritti.

Per completare il quadro teorico. 70 . Lettura antologica: “Lo Stato e il cittadino nella Politica di Aristotele” (In “Antologia critica”). Lettura antologica: “La scienza politica in Aristotele” (In “Antologia critica”). Per ogni caso si danno forme corrette e forme dannose: la correttezza della forma di governo è data dall'esercizio del potere per il bene comune.CONCLUSIONI. Nella Politica lo Stagirita dichiara che il fine dello Stato è del tutto analogo a quello di ciascun individuo: coincide con la piena realizzazione di sé. come abbiamo ricordato. ma è allo stesso tempo il risultato storico di forme crescenti di aggregazione che partono dalla famiglia e passano per il villaggio fino alla città-stato (polis). suddivise a seconda del numero di coloro che esercitano il potere (uno. che ha in comune con la democrazia la partecipazione di tutti i cittadini e con l'aristocrazia il principio che solo i migliori debbano essere chiamati a ricoprire. Da quello che si è visto. pochi. si può ben comprendere come per Aristotele il tema della politica sia intimamente connesso con quello dell'etica: "identico è il bene per il singolo e per la città". molti). Aristotele propone anche una classificazione delle varie forme di governo. a turno. Tra tutte le forme di governo la migliore è la politeia. Lo Stato ha un'origine naturale in quanto l'uomo è per natura un animale politico. le cariche di governo.

Come osserva F. LA LOGICA COME FORMA GENERALE DEGLI ARGOMENTI VALIDI. Per questo motivo Aristotele è giustamente considerato il padre della logica formale: la logica aristotelica per prima non si occupa del contenuto del discorso dimostrativo. e in "apodittica". Adorno. ma della sua struttura interna. Analitici primi. Tuttavia è bene ricordare che in Aristotele c'è una stretta corrispondenza tra piano del pensiero e piano dell'essere (realtà). F. T. come abbiamo detto. Topici. Analitici secondi. Essa per Aristotele. è lo strumento (òrganon) che deve rendere possibili ragionamenti corretti in tutti gli ambiti scientifici”39. Laterza. ma piuttosto della forma generale dei ragionamenti validi. Verra. si deve notare che diversamente dalle altre scienze la logica non si occupa di un qualche aspetto della realtà. Dell'interpretazione. Manuale di storia della filosofia. più che una scienza accanto alle altre. Confutazione sofistiche. per designare questa disciplina preferiva usare piuttosto il termine analitica. Le opere di logica. raccolte sistemate nell'edizione di Andronico da Rodi appunto sotto il titolo di Organon comprendono: Le Categorie. perché risolve il discorso nei suoi elementi primi e semplici. la Logica non compare né fra le scienze teoretiche né fra quelle pratiche. Gregory. o scienza dell'argomentazione discorsiva e probabile. 83 71 . Adorno. pag. per cui piano logico e piano ontologico sono per il Filosofo nettamente correlati e strettamente connessi. V. Dopo aver ricordato che "logica" non è un termine aristotelico ma piuttosto degli Stoici (il Filosofo.LA LOGICA Come abbiamo visto nella sezione dedicata alla classificazione delle scienze istituita da Aristotele. distinta ulteriormente in “dialettica”. "nel quadro delle scienze aristoteliche non trova posto quella disciplina che a partire dagli Stoici sarà chiamata «logica» e che Aristotele chiama analitica. o scienza dell'argomentazione dimostrativa). 39 Cfr. della sua forma.

della retorica o della poetica. Abbiamo così quattro possibili tipologie: universale affermativa: es. e desideri ("vorrei studiare") ecc. Nelle proposizioni apofantiche . Dobbiamo poi suddividere le proposizioni apofantiche in base a due variabili: secondo la quantità [e in questo caso possiamo avere proposizioni universali o particolari: esempio tutti gli uomini sono mortali (universale) o qualche uomo filosofo (particolare)]. P. 306. invece. ANALISI DELLE PROPOSIZIONI APOFANTICHE. 72 . Loescher. Carelli. Ruffaldi. (O) Se coordiniamo i quattro giudizi tra loro otteniamo così il famoso “quadrato aristotelico”: 40 Gli esempi che seguono sono stati tratti da E. Nicola. “tutti i corvi sono neri”. U.ciò di cui si afferma o si nega qualcosa è il soggetto. I. pag. Il dominio del sapere scientifico. ossia solo dei discorsi che affermano o negano qualcosa. (E) particolare affermativa: “alcuni corvi sono neri”. (I) particolare negativa: “alcuni corvi non sono neri”. Altri modelli di discorsi. le preghiere ("ah se studiassi!"). secondo la qualità (e in questo caso possiamo avere proposizioni affermative o negative)40. è quello della verità in quanto opposta alla falsità. Soggetto e predicato sono dunque i termini delle proposizioni apofantiche. Il pensiero plurale. di per sé non sono né veri né falsi e come tali non sono oggetto di studio della logica bensì. in quanto sono gli unici ad essere veri o falsi. come vedremo più avanti.I DISCORSI APOFANTICI. (A) universale negativo: es. “nessun coro è nero”. come per esempio comandi ("studia!"). vol.le uniche ad entrare nel discorso scientifico . La logica si occupa dei discorsi apofantici. mentre ciò che si afferma o si nega di esso è il predicato.

73 . gli universali negativi con la “E” e i particolari negativi con la “O” (sono le vocali del verbo latino “nego”). in quanto si escludono a vicenda 41 Che cosa sono queste strane lettere? Il segreto è presto svelato: i filosofi medievali escogitarono un sistema per memorizzare queste distinzioni costruendo quello che passerà alla storia come “quadrato aristotelico”.A E I O RIEPILOGANDO: COME POSSONO ESSERE I GIUDIZI41: A = universale affermativo E = universale negativo I = particolare affermativo O = particolare negativo RELAZIONI LOGICHE TRA LE PROPOSIZIONI. aiutandosi con l’identificazione di ogni giudizio tramite una vocale: gli universali affermativi con “A” e i particolari affermativi con “I” (sono le prime due vocali del verbo latino “adfirmo”). Universali affermative e Universali negative sono tra loro contrarie.

Il termine sylloghismòs significa. Siamo nel terzo scritto dell'Organon (costituito dagli Analitici Primi). E – O = subalterne I-O = subcontrarie I-E. è possibile ricavare una conclusione necessaria. che elenca e sistema le forme del ragionamento. ed indica con "analitica" la “dottrina della dimostrazione”. ma non viceversa (se è vero che “tutti i corvi sono neri” è vero anche che “alcuni corvi sono neri”. Riepiloghiamo nuovamente il tutto in questo schema: A – E = contrarie A – I. Aristotele elabora il "sillogismo". letteralmente. A-O = contraddittorie IL SILLOGISMO. Universale affermativa e Particolare negativa. discorso congiunto. Ecco allora che lo strumento di pensiero proprio del ragionamento analitico viene individuato da Aristotele proprio nel 74 . L’ANALITICA: IL SILLOGISMO E LA DOTTRINA DELLA DIMOSTRAZIONE. Particolari affermative e particolari negative sono tra loro subcontrarie: possono essere entrambe vere ma non possono essere entrambe false. ma il fatto che “alcuni corvi sono neri” non implica necessariamente che “tutti i corvi sono neri”). Universale affermativa e Particolare affermativa. ovvero ragionamento concatenato e mostra la forma del ragionamento deduttivo in base al quale.(se una è vera dev’essere falsa l’altra e viceversa). così come Universale negativa e Particolare negativa sono tra loro subalterne: la verità della particolare dipende dalla verità di quella universale. date determinate premesse. Qui lo Stagirita qualifica come analitico ogni tipo di ragionamento che sia capace di trarre dimostrativamente determinate conclusioni partendo da determinate premesse. Abbiamo detto che la logica aristotelica può essere definita "formale" in quanto si occupa della forma delle argomentazioni e non del loro contenuto specifico. così come Universale negativa e Particolare affermativa sono tra loro contraddittorie: si escludono cioè a vicenda ma non possono essere entrambe false. Coerentemente a questa impostazione.

detto anche "termine medio" è di fondamentale importanza. Come abbiamo accennato. Il sillogismo è una connessione tra tre proposizioni costruita in maniera tale che. anche la conclusione sarà necessariamente vera. infatti. Cominciamo con un esempio: 1) “tutti gli animali sono mortali” (premessa maggiore) 2) “tutti gli uomini sono animali” (premessa minore) _______________________________________________________________ 3) “tutti gli uomini sono mortali” (conclusione necessaria) La forma. ne derivi con assoluta necessità la verità di una terza proposizione (conclusione). Si deve anche precisare che non tutti gli altri modi sillogistici (che qui per 75 . cioè la struttura di questo sillogismo è la seguente: tutti i X sono Y tutti i Z sono X ________________________________________________________________ 3) tutti Z sono Y Si deve notare che nella premessa maggiore compare un termine che è presente nella premessa minore (nell'esempio citato "mortali"): tale termine. in quanto consente di collegare fra loro nella conclusione i termini che nelle premesse sono separati. se le premesse sono vere.sillogismo. Per ragioni di sintesi e complessità del discorso noi ci soffermeremo solo sul più celebre delle figure sillogistiche individuate da Aristotele. Ne deriva che non c'è un legame necessario tra verità di un sillogismo e sua correttezza formale: in altre parole un sillogismo può essere formalmente corretto ma falso se guardiamo alla realtà. detto "sillogismo di prima figura". la cui trattazione costituisce l'argomento fondamentale degli Analitici Primi. data la verità di due proposizioni iniziali (premesse). Da qui si capisce che la proprietà del sillogismo consiste nel trasmettere correttamente la verità delle premesse alla conclusione.

Il problema del metodo induttivo. Y. Il sillogismo è valido se segue la procedura corretta. DEDUZIONE E INDUZIONE. ma è vero solo se le sue premesse sono vere. come abbiamo detto. etc. L’induzione è però un metodo più problematico. utilizzato da Aristotele soprattutto nel campo delle scienze naturali. dovremo limitarci a ricordare che la validità formale di un sillogismo (a prescindere dalla sua tipologia specifica) garantisce soltanto ed esclusivamente la correttezza della sua conclusione. Non essendo possibile condurre qui un'analisi particolareggiata di tutte le forme del sillogismo aristotelico. è formalmente valido ma palesemente non-vero. consiste nella sua mancanza di necessità: le sue conclusioni sono infatti dipendenti dal numero e dalla tipologia di esperienze condotte fino ad un dato momento (a meno che non si restringa il campo e non si tratti di “induzione completa”). Possiamo trovare premesse vere deducendole con un ulteriore sillogismo da altre conclusioni che conosciamo come vere (in quanto derivanti da sillogismi più semplici che partono da premesse vere) oppure tramite l'induzione di casi particolari. tali cioè che la conclusione deriva dalle premesse in modo necessario. ma non la sua verità “reale”. Ma in che modo si arriva a formulare una premessa vera? Abbiamo solo due possibilità: deduzione e induzione. Come si è visto: X. D’altra parte Aristotele era per primo ben consapevole che la validità di un sillogismo non comporta necessariamente la sua verità nel mondo “reale”. ma anche concretamente vero. L’IMPORTANZA DELLE PREMESSE. in cui si afferma che 1) ogni animale è immortale e 2) ogni uomo è animale e dunque 3) ogni uomo è immortale. il sillogismo conduce ad un'analisi strutturale della forma dell'argomentazione a prescindere dal suo contenuto di verità e di falsità: ecco perché nello studio formale del sillogismo è preferibile utilizzare simboli letterari al posto dei termini. Così.ragioni di spazio e difficoltà non vedremo) sono validi. Un sillogismo. Da quanto sia detto emerge che il problema principale consiste nel formulare premesse vere: avremo in questo modo un sillogismo non soltanto formalmente corretto. per esempio. 76 .

nello stesso tempo e dallo stesso punto di vista. Se la verità del sillogismo deriva dalla verità delle premesse è chiaro che solo il sillogismo le cui premesse sono accertate come vere può essere considerato come sillogismo scientifico. Il sillogismo per essere scientifico deve dunque avere delle premesse vere o .IL SILLOGISMO SCIENTIFICO E QUELLO DIALETTICO. 77 . Non possiamo affermare che. Il principio di identità (anche se mai chiamato così né esplicitamente enunciato da Aristotele) è alla base dell'intera logica aristotelica e può essere formulato in questo modo: ogni ente è identico a se stesso. Socrate è vivo e non-vivo. debba rispettare alcuni criteri fondamentali: si tratta dei tre principi fondamentali della logica che la tradizione ha codificato come principio di identità. il sillogismo dialettico prende invece le mosse da premesse probabili e conclude quindi nel probabile. Aristotele ritiene che ogni discorso. di non-contraddizione e del terzo-escluso. per essere sensato. nello stesso tempo e sotto il medesimo rispetto: non è possibile che un uno stesso attributo appartenga e non appartenga nello stesso tempo nello stesso contesto a una medesima cosa. In altre parole la diversità delle premesse determina la diversità dei sillogismi: il sillogismo scientifico prende le mosse da premesse e principi veri e non-confutabili e giunge quindi a conclusioni inconfutabili e vere.in alternativa . Il principio di non-contraddizione nega che di uno stesso ente si possa affermare e contemporaneamente negare una determinata cosa. Aristotele divide così il sillogismo scientifico dal sillogismo dialettico: è questo il sillogismo in cui le premesse sono opinioni e come tali soltanto probabili ("probabile" è ciò che appare accettabile a tutti o ai più o ai saggi e tra questi o a tutti o ai più o a quelli più noti e illustri").le premesse devono essere costituite da conclusioni di un altro sillogismo scientifico. I PRINCIPI FONDAMENTALE DELLA LOGICA. Essi sono alla base di qualsiasi forma di comunicazione dotata di senso ed in particolare della dimostrazione scientifica.

detto anche "tertium non datur" (non si dà una terza possibilità) indica che oltre all'affermazione e alla negazione non si dà una terza possibilità (o "è" o "non è": non può "essere" e "non-essere" nello stesso tempo): o Socrate è vivo o non è vivo. 78 .Il principio del terzo escluso. Lettura antologica: La logica formale e il sillogismo scientifico (in “Antologia critica”).

cogliendo così 42 G. di ciò che può essere persuasivo" (Retorica. Aristotele. l’eccitazione delle emozioni. propriamente. La retorica ha quindi un legame molto stretto con la logica da una parte e con la dialettica dall’altra. al limite. il tipo di argomentazione proprio della retorica è un ragionare che tende a saltare molti passaggi per giungere rapidamente alle conclusioni. in ciascun argomento.). poiché questo è già il compito specifico della filosofia. 2). Da queste premesse si comprende l’attenzione dello Stagirita per temi più specifici.). La vera retorica deve presupporre i valori teoretici e morali e su di essi. Bompiani.LA RETORICA Sempre in riferimento al quadro generale della classificazione aristotelica vediamo che retorica e poetica sono collocate tra le scienze produttive (scienze poietiche). "La retorica. RETORICA COME TECNICA DELLA PERSUASIONE. Secondo il Filosofo. la forma delle argomentazioni in relazione ai vari tipi di retorica (la retorica giudiziaria. Non per questo la retorica aristotelica può essere confusa con quella sofistica. Lo scopo della retorica è. se ha da essere autentica retorica. deve fondarsi"42. Certamente l'ambito della produzione umana è molto vasto: lo Stagirita si limita qui a prendere in considerazione la produzione di discorsi persuasivi (Retorica) e la produzione poetica (Poetica). la retorica declamatoria. quali il carattere dell’oratore. quello di persuadere. op. Reale. etc.. non può andar disgiunta dal vero e dal giusto e non può fondarsi sulla mozione dei sentimenti (. la retorica viene considerata dunque come un'arte che permette di trovare le possibili strategie per convincere e persuadere gli ascoltatori su un dato argomento. I. D’altro canto la retorica non ha il compito di ammaestrare o di insegnare delle verità o dei valori etico-politici. 79 . "Definiamo retorica la capacità di aver visione. Come ben avvertiva Giovanni Reale. 247. la retorica politica. pag.. cit. Più in particolare. ed essa si risolve nello studio delle tecniche e dei metodi di persuasione.

Lettura antologica: Diavolo d’un Aristotele (in “Antologia critica”) 80 .l’effetto desiderato. È questa l’analisi dell’arte dell’elocuzione ed in particolare della metafora e del ricorso agli esempi nello svolgimento del discorso.

"sarà". o a quella dei mercanti. leggi.LA POETICA L’ARTE NEL MONDO ANTICO. la dea Memoria che spalanca alla mente del poeta il passato. servendosi a tal fine della narrazione epica. mediante tecniche mnemoniche ben determinate. ciò che "è". 43 Contenuto e fine essenziale della comunicazione poetica è l'ethos. Nella Grecia arcaica arte è poi spesso sinonimo di armonia. di un popolo. essenzialmente. dipendevano dall'opera del poeta. l'attività dei l'artista-artigiano è stata spesso considerata di rango inferiore. che. architettura . o un falegname. modelli di valore. perché connessa alla conservazione e trasmissione dei patrimonio culturale. cioè "ispirato" dalle Muse che gli donano la capacità di "vedere". l'identità di una comunità. sorella di Kronos (cioè del Tempo). o un costruttore di case. La poesia di Esiodo. miti. Nella Grecia arcaica. elaborava e comunicava eventi storici. non degna di "uomini liberi". privi quindi della cittadinanza. fosse egli un vasaio. si apre al mondo dei piccoli proprietari terrieri e dei mercanti: diviene allora fondamentale il valore della Giustizia. Nel mondo antico il genere espressivo che per molto tempo si è identificato con l'arte è stato quello della poesia (connessa strettamente alla musica) e per "artista" si intendeva quasi sempre il poeta . "annuncia" Aletheia (verità) e produce piacere in chi ascolta. proprio per questo egli è in grado di "vedere" la verità originaria profonda delle cose. dispositivi e procedure tecniche. esprime sapienza e produce emozioni forti. A lungo le arti visive . che nella poesia omerica è. in quanto gli consente di esporlo così come Mnémosyné stessa gli "detta". conservava. cioè stranieri. Rappresentato quasi sempre cieco. Per questo il poeta è rispettato e onorato.sono state associate alle arti pratico-produttive e "artista" equivaleva ad "artigiano". cioè il costume. Egli. in base al quale tutti (almeno tutti gli uomini liberi) dovrebbero essere trattati allo stesso modo. quello dei l'aristocrazia. Alla sua opera presiede Mnémosyné. invece. quando tradizioni e conoscenze erano tramandate oralmente. uomini liberi ma troppo spesso meteci.sia epico che tragico. "fu". legata ad eventi straordinari e cantata accompagnandosi al suono della lira43.pittura. La memoria collettiva. scultura. Caratterizzati dall'armonia sono gli esempi di areté (virtù) che il poeta riporta: il modello di virtù per l'eroe è quello della kalokagathía (bellezza e 81 . la funzione della poesia è stata d'altronde essenziale. A lungo tempo il poeta è maestro di verità. perché troppo simile a quella degli operai e dei contadini sempre più identificati con gli schiavi -. Per tale motivo. allo stesso modo.

Nello stesso periodo notevole è la produzione teatrale. bontà). di valore guerriero e atletico e di autocontrollo. cioè. è l'opera dell'urbanista Ippodamo di Mileto.C. dell'Asia Minore e della Magna Grecia (fra cui Paestum. a testimoniare la straordinaria stagione artistica della città. Inoltre nel periodo segnato dalla tirannide di Pisistrato. da Apelle. il porto di Atene. è l'Acropoli. di sculture e pitture che faranno di Atene dirà orgogliosamente Pericle . Numerose saranno le città della Grecia. come ad esempio gli scultori Policleto e Mirone. si traducono in gloria eterna. i pittori Zeusi e Parrasio.teorico e pratico allo stesso tempo .come dirà molto più tardi Plutarco. 82 . Il poeta diviene rapsodo. L'arte poetica tende a "professionalizzarsi": innanzitutto creatore ed esecutore non coincidono più con la medesima persona. simmetria. Agrigento.). mentre si compiono. non più creatore. che promuovono le arti. seguiti. a cui Aristotele attribuirà l'idea della "divisione delle città". L'armonia coincide con la stessa idea di Bellezza. armonia.Con l'avvento della polis e. investendo vere fortune nella costruzione di opere pubbliche sempre più raffinate e accogliendo nelle loro corti il meglio della cultura dell'epoca. di corpo e spirito. Si tratta di una quantità straordinaria di capolavori architettonici. L'autore parla di sé. Ma nel V secolo. operano molti altri celebri artisti. Inoltre i contenuti della poesia riflettono sempre più problemi ed esperienze dell'individuo. Ad Atene. 44 Il suo intento di fare di Atene la guida della Grecia si esprime non solo attraverso una politica espansionistica ma anche con una grande fioritura di opere che .la scuola dell'Ellade". perfezione.. muovendo ogni mano."una volta compiute. mutano gradualmente anche i caratteri e la funzione della poesia. cioè "cucitore di canti". Una straordinaria stagione artistica infatti si apre con l'avvento delle tirannidi. che tocca il culmine nelle attività promosse. con il Partenone e una corona di edifici dal disegno armonico e ricchi di ornamenti. la misura. da Pericle44.. con l'avvento della civiltà della scrittura. Essenziale. le sue fortune e disgrazie. appunto. un rapporto che esprime ordine. ad Atene e in altre città-stato. in benessere concreto". ma declamatore di poesia. nelle Vite parallele . inoltre. risvegliando ogni arte.C. Alla testa degli artisti di questo periodo è lo scultore Fidia. e nella fondazione della colonia di Thuri (nel 445-444 a. nei cuore dei V sec. si ha uno straordinario sviluppo culturale ed artistico. su di sé riflette e comincia a mettere per iscritto i suoi testi. i suoi odi ed amori. Un'idea che costituisce un essenziale contributo del pitagorismo alla storia dei pensiero: essa si fonda su una rappresentazione della realtà (dell'universo come della società umana) di tipo matematico: riguarda.di organizzazione della vita urbana basato su piante disposte lungo assi ortogonali: idea che viene applicata nella costruzione del Pireo. perché "suscitano attività di ogni genere: e queste. In particolare. e. ad Atene vengono messi per iscritto anche i poemi omerici. danno da mangiare a quasi tutta la città". cioè un modello . ancor più. Napoli e Pompei) il cui disegno risentirà dell'influenza di Ippodamo. nel IV secolo a. con l'affermarsi della democrazia e con la crescita della potenza economica e militare.

esprime un potere della parola che il sofista Gorgia rappresenta nell'Encomio di Elena. con Aristofane.soprattutto relativa alla tragedia. Lo stesso fa Platone: la creazione poetica è. Simonide di Ceo la paragona ad una "pittura che parla". cioè "non sanno niente di ciò che dicono" e neppure "sanno di non sapere". legate al senso dell'esistenza e al destino stesso dell'uomo. e che dominatrice. Egli giustifica la condotta della bella moglie di Menelao. ma che in effetti offre contenuti di cui il poeta non sa nulla e di cui non capisce il significato. dell'arte. è "la poesia nelle sue varie forme": essa è "un discorso di tale musicalità" che "l'anima subisce. per effetto delle sue parole. In origine essa ha il carattere di cerimonia religiosa volta a celebrare il dio Dioniso con danze e canti corali. insieme alla tragedia. In questa epoca la poesia altera la sua funzione e il suo significato. una "forma di delirio" che sembra ispirato dalle Muse. Il culmine della tragedia attica è rappresentato dall'opera di Eschilo. non può essere ritenuta responsabile degli atti compiuti. belle. diventando momento essenziale della loro vita civica. infatti. attraendo e seducendo l'ascoltatore o il lettore. Il filosofo sostiene che l'arte è imitazione 83 . presentandosi invece come sapienti e detentori della verità. nell'Encomio si dice che "la parola è un gran dominatore". INCANTO E INGANNO DELLA POESIA. la potenza dell'incanto. La critica platonica investe lo stesso contenuto di verità della rappresentazione artistica. per questo. o con l'amore. una particolare emozione". la lusinga. Così non è più la verità ma l'illusione il contenuto della poesia e. o con la forza. più in generale. la persuade e la trascina coi suo fascino". per il fatto che Elena. in particolare. per lui. e a temi politici e sociali di attualità. Proprio per questo Socrate attacca i poeti. Un "inganno" che la poesia genera. Sofocle ed Euripide. ma non ne comprendono il significato. poi sempre più è narrazione complessa di eventi quasi sempre ispirati alla tradizione mitica: il senso religioso originario si arricchisce di questioni di carattere morale. Ma. i quali dicono molte cose piacevoli. Ad esempio. aggiungendosi alla disposizione dell'anima. si afferma ad Atene e nelle maggiori città greche. in quanto "costretta" o per volontà degli dei. o con la suggestione delle parole. anche la commedia. ad una raffigurazione della realtà attraverso immagini che seducono e illudono chi legge o ascolta il canto poetico.

LA CATARSI E IL SUBLIME. nelle Leggi. lontanissima dall'essere45. Resta. in quanto coinvolge lo spettatore. secondo le nostre speranze". non l'essere (che invece è costituito. affermandone. Anzi. non un sapiente e un conoscitore della realtà. affermando un concetto che sarà alla base dell'estetica antica (e che rimarrà tale fino al XVIII secolo). ma in senso questa volta svalutativo della qualità delle conoscenze che l'arte consente. Per questo. dal mondo delle idee). sarebbe solo un imitatore. che si limita a descrivere l'apparire delle cose. perché troppo spesso fornisce un'immagine deformata della realtà (ad esempio di quella divina) o dell'ordine dei valori morali e perché è condotta con tecniche tali da confondere la capacità di intendere degli ascoltatori. se si guarda al mondo delle idee e si considera la realtà prodotta dall'uomo come "imitazione" di quel mondo. IL VEROSIMILE. quindi da censurare o addirittura da non ammettere nello Stato ideale. riferendosi alle tragedie. l'arte guarda ad un orizzonte più vasto. il "dramma più bello. Essa possiede inoltre una reale efficacia educativa. Anche per Aristotele l'arte è imitazione della realtà. già formulato da Gorgia. da tutti considerato come l' "educatore dell'Ellade". "la migliore tragedia che sia possibile comporre". determinando così un nuovo equiAnche Omero. in quanto raffigurazione superficiale. si deve considerate l'imitazione che l'artista fa delle cose come un'imitazione dell'imitazione. 45 84 . quindi. Ma Platone afferma anche che quella dell'arte è un'imitazione incapace di cogliere e rappresentare la realtà effettiva delle cose. vive.della realtà. ad esempio. invece. il giudizio sul carattere illusionistico dell'arte. che solo la vera legge può condurre a compimento. Si è discusso se le ragioni di tale atteggiamento platonico siano metafisiche o politiche. lo svilupparsi di emozioni forti. afferma il filosofo rovesciando il giudizio platonico. È imitazione non di ciò che è (perché questo è compito della storia). in qualche misura. considera la "composizione" dello Stato ideale (che è "imitazione della vita migliore e più bella") lo "spettacolo" più bello. fa vivere allo spettatore le vicende rappresentate come fatti che potrebbero accadere a tutti coloro che si trovassero nelle stesse situazioni. cioè in una specie di trasfigurazione delle passioni stesse. ma di ciò che può essere. e favorisce. L'arte è diseducativa. attraverso l'azione scenica. che poi vengono a "sublimarsi" in una catarsi. l'universalità. Certamente Platone. generata in Atene dalle rappresentazioni teatrali o dalle recitazioni pubbliche dei poemi omerici). cioè un'imitazione di secondo grado. legate cioè all'intento di "purificare" la tradizione mitica oppure a quello di "depurare" il modello di "Stato educativo" da ogni forma di corruzione (quella.

Anche Platone aveva considerato l'arte come imitazione. Esse. nell'Età elienistica. 46 Dello svilupparsi di una specifica riflessione estetica sono testimonianza. raccolta e catalogazione delle opere che sono state condotte sistematicamente nel Museo di Alessandria e in altri grandi istituti culturali dell'antichità. di un approccio teorico che costituisce il fondamento dell'Estetica come disciplina filosofica e. Pertanto dall'imitazione artistica si genera piacere. L'arte è per il Filosofo "imitazione". non rinvia cioè a qualcosa che la trascende. sono il frutto di un'analisi concreta e minuziosa dell'esperienza artistica. Per Aristotele. perciò. oggetto di una specifica riflessione teorica. ma ne aveva svalutato la portata conoscitiva. Lo Stagirita si presenta come un innovatore rispetto ai predecessori: uno straordinario riformatore anche nel campo della teoria dell'arte (poetica. quella delle Idee. distinto dagli altri e. anche quando le vicende imitate sono terribili. il quadro di riferimento di artisti e filosofi nelle età successive46. Valore conoscitivo dell'arte e sua accertata funzione educativa e morale: le tesi aristoteliche capovolgono quelle platoniche. La poetica riguarda le attività che hanno come scopo la mìmesis. come avviene nelle tragedie. una nuova armonia nella psiche. le attività di ricerca. ebbero uno straordinario successo nel rinascimento e costituiranno una base concettuale essenziale per la nascita dell'estetica moderna. come tale.librio. pur restando poco note nell'antichità e nel medioevo. Le sue concezioni sull'arte. Altri elementi non meno importanti sono il concetto di verosimiglianza e quello di imitazione dell'universale. proprio perché i suoi prodotti erano visti come una "copia di copia" della vera realtà. la poetica costituisce una forma valida di conoscenza in quanto la realtà che rappresenta non é "apparente". L’IMITAZIONE. invece. estetica). Proprio il concetto di imitazione costituisce uno degli elementi fondamentali dell'estetica aristotelica. 85 . inoltre. in concomitanza con la diffusione della cultura greca nei vasti territori conquistati da Alessandro Magno e con evoluzione delle specializzazioni artistiche connessa all'estendersi della produzione artistica e letteraria. l'imitazione della realtà. La prima delle innovazioni che Aristotele introduce è proprio quella di assegnare per la prima volta al discorso sull'arte e sull'esperienza artistica uno spazio autonomo ed un preciso campo di attività.

Con Aristotele dunque l'opera d'arte è una sorta di organismo vivente. IL BELLO COME ORDINE. Il secondo principio-base dell'estetica aristotelica è. SIMMETRIA E PROPORZIONE. il "bello in sé". li rappresenta come fatti che possono accadere (a tutti coloro che si venissero a trovare in determinate condizioni): quindi li descrive come "fatti universali" che rientrano nell'ambito delle possibilità umane. invece. tale per cui ogni sua parte concorra a realizzare un determinato ordine dell'insieme. Ma che cosa dobbiamo intendere per "verosimiglianza"? Per capire il significato di "verosimiglianza" occorre prima di tutto comprendere la differenza che Aristotele pone tra storia e poesia. Anche per questo aspetto 86 . La storia descrive ciò che è accaduto. senza raggiungere tuttavia la capacità conoscitiva. dal loro reciproco rapportarsi ed equilibrarsi. Platone. in quanto nella poesia la rappresentazione avviene attraverso immagini sensibili e non mediante concetti astratti.LA VEROSIMIGLIANZA. Aristotele invece riconduce "il bello" di un prodotto artistico a un'idea di proporzione e simmetria. quello della verosimiglianza. come sappiamo. in quanto la poesia "tende a rappresentare l'universale. Mentre allora la storia è imitazione del particolare. in altre parole descrive gli eventi così come si sono realizzati. Per Aristotele l'arte ha una ben precisa funzione morale (oltre che conoscitiva). La storia. La poesia. lo Stagirita non si preoccupa di definire il bello in sé. la storia il particolare". gli eventi narrati dalla poesia tendono ad avvicinarla alla scienza (che studia anch'essa gli eventi nella loro generalità). Ora è importante rilevare che per Aristotele la poesia ci fa conoscere i fatti meglio della storia. come abbiamo detto. aveva sollecitato a cercare al di là delle cose sensibili il "bello intelligibile". dunque nella loro concretezza e singolarità. mentre la poesia parla di ciò che potrebbe accadere. l'arte è imitazione dell'universale. è una totalità: la sua validità e la sua bellezza dipende dalla coesione e dalla disposizione delle parti nell'insieme. A differenza di Platone. STORIA E POESIA. Proprio perché universali. FUNZIONE MORALE DELL’ARTE.

le tende al massimo e così le sublima e le purifica. non le elimina. la tragedia "ha l'effetto di sollevare e purificare l'animo da quelle passioni" determinando la kàtharsis. Per Aristotele. ma le trasfigura. Per Platone. Aristotele scrive infatti nella Poetica che "mediante una serie di casi che suscitano pietà e terrore". o catarsi. cioè un'emozione che non è solo di tipo morale. i poeti dovevano essere banditi dalla città: la poesia era diseducativa. cioè le trasforma e le armonizza in un superiore equilibrio. le fa affiorare nella sua coscienza. come sappiamo. Essa procura infatti una "gioia innocente". sollecitando quelle passioni di pietà e di terrore nello spettatore. La catarsi è in un certo senso una purificazione delle passioni. LA CATARSI. cioè la loro trasformazione in emozioni pure e in un puro piacere. nel quale l'anima prova quasi compiacimento: non è quindi catarsi dalle passioni ma catarsi delle passioni. invece. ma quasi di liberazione dalla pena che i sentimenti di angoscia e le tensioni e i drammi quotidiani dell'esistenza determinano in noi. che è quello estetico.Aristotele si distanzia da Platone. 87 . perché favoriva atteggiamenti e passioni irrazionali. Essa non le rimuove. la tragedia (che è la forma più elevata di poesia).

quando egli aveva lasciato la Macedonia dopo che (probabilmente per la condanna a morte di un suo nipote) si erano guastati i rapporti con Alessandro. Tornato ad Atene il filosofo aveva aperto la sua scuola in un parco pubblico. E la democrazia ateniese era stabile anche se. E. e la loro caduta sotto il dominio diretto dei Macedoni era imminente. si era stabilita tra le pòleis greche. quando scrive la Poetica. Aristotele rivaluta l'arte proprio in quanto imitazione. mentre Platone aveva criticato l'arte come suscitatrice di forti emozioni. che per otto anni era stato suo discepolo. 88 . QUADRO CULTURALE. che era insieme piazza d'armi. però. un'alleanza militare di cui Filippo era il capo. da quel momento. nella Battaglia di Cheronea. Il nome di “Liceo” contraddistinguerà. proprio perché suscita sentimenti di paura e di terrore. All'interno di Atene. che si 47 Dopo la disastrosa sconfitta subita da Atene nel 338 a. Ma allora mostrava un'economia in fase di crescita anche se non sarebbe durata molto. C47. ha ormai preso le distanze elaborando il programma di una propria filosofia. inoltre. che indebolivano la parte razionale dell'anima. da cui. quelle produttive o poietiche. La Poetica risale al secondo periodo ateniese di Aristotele. in funzione antipersiana. Il titolo"Poetica" rimanda al terzo genere di scienze definito da Aristotele. vi era un partito filo-macedone. ma era prevalente un atteggiamento di sospetto e di contrapposizione nei confronti della politica espansionista di Filippo e di Alessandro. la "scuola" di Aristotele. ad opera di Filippo il Macedone. la politica era diventata un fatto di politici di professione e il demos si disinteressava delle vicende politiche. ormai. Una datazione approssimativa colloca la stesura dell'opera tra il 334 e il 330 a. Se Platone aveva condannato l'arte perché era imitazione dei mondo del divenire.C. palestra e santuario dedicato ad Apollo. Anche Atene non era più una potenza politica e militare ed era destinata a condividere la stessa sorte delle altre pòleis greche. Inoltre lo scontro sociale tra ricchi e poveri continuava.La Poetica: analisi dell’opera QUADRO STORICO. Aristotele rivendica la capacità purificatrice. il Liceo. Anche sulle questioni dell'estetica il confronto che Aristotele istituisce è quello con il maestro Platone. dopo il periodo dello scontro aperto con la Macedonia e le veementi invettive di Demostene. catartica dell'arte. Aristotele era inviso a gran parte della cittadinanza per l'opera svolta come maestro di Alessandro. Ormai l'autonomia politica delle pòleis era quasi ridotta a zero. dunque copia di una copia delle idee.

"L'imitare è connaturato agli uomini fin dall'infanzia" e la sua funzione. 89 .occupano della produzione di oggetti: è il campo delle tecniche. Dunque. la catarsi è stata considerata il tratto caratteristico dell'arte e soprattutto della sua funzione. Altro aspetto che rende difficile l'analisi dei testo è quello che un suo interprete e curatore di un'edizione recente ha definito la concentrazione teorica. non aliena talvolta da contraddittorietà concettuali oltre che da asperità espositive". serve o per dilettare ("tutti traggono piacere dalle imitazioni") o per apprendere ("procurarsi per mezzo dell'imitazione le nozioni fondamentali"). Comunque. L'ARTE POETICA COME IMITAZIONE. delle "arti". quanto al rilievo e allo spazio che hanno nell'opera. scalette e schemi da usare per le sue 'lezioni" sull'argomento. Caratteristica comune a tutte le forme di attività poetica è l'imitazione. anzi quasi esclusivamente di quella tragica. anche se. STRUTTURA E ANALISI DEL TESTO. Due sono le parole chiave: imitazione (o mimesi) e catarsi. Ma alcune tesi fondamentali sono valide per tutte le arti. Sulla Poetica si sono cimentati schiere di interpreti che hanno incontrato notevoli difficoltà. Ma va detto che. per così dire anche immateriali: è il caso degli oggetti prodotti dalle "arti belle". il carattere "anomalo" dei testo si può notare anche nella qualità espositiva che alterna parti ben rifinite da un punto di vista formale. così come si esplica nell'arte poetica. Gli oggetti che possono essere prodotti non sono solo materiali. con altre segnate da una struttura sintattica spesso oscura e da un uso non omogeneo di termini e concetti. il titolo farebbe pensare ad una trattazione completa delle arti belle. La natura di queste difficoltà può essere fatta risalire alle caratteristiche stesse dello scritto. nelle letture che nel corso dei secoli sono state date della Poetica. mentre nell'opera che è arrivata a noi si parla solo della poesia. ma. che ha la struttura di un promemoria in cui sono contenute le opinioni di Aristotele sull'arte forse per uso personale o come appunti. l'imitazione è di gran lunga prevalente.

avente una sua propria grandezza. che sia unica e intera. esso concerne il fatto che ad una persona di una certa qualità capiti di dire o di fare cose di una certa qualità secondo verosimiglianza e necessità". oggetto di lode ed esaltazione. nel campo degli avvenimenti che possono riguardare i comportamenti umani. La storia racconta ciò che è avvenuto. in quanto tali. LA SUPERIORITÀ DELLA POESIA SULLA STORIA. la quale per mezzo di pietà e paura porti a compimento la depurazione di siffatte emozioni". La tragedia è superiore alle altre forme dell'attività poetica perché più elevato è il suo tasso di mimeticità e perché riguarda l'imitazione di persone migliori e.. Quanto all'universale di cui si occupa l'arte poetica. con le parti che siano fortemente connesse in un tutto organico. la poesia ciò che può avvenire. LA “CATARSI”. di persone che agiscono e non tramite una narrazione. Ma in che consiste 90 . La tragedia è l'imitazione di un'azione seria e compiuta. Può suscitare meraviglia che sia considerata la parolachiave per eccellenza della Poetica proprio la catarsi di cui nell'opera si parla pochissimo e a cui non si dà un grande rilievo. Tale unità e organicità della tragedia fonda la validità dell'unità di azione. Per chiarire che cosa si intenda per verosimiglianza come elemento essenziale di questo modo di intendere l'universale. con parola ornata.] nel campo delle cose che possono essere altrimenti”. distintamente per ognuna delle sue parti. cioè nel campo dei possibile. di tempo e di spazio. IL PRIMATO DELLA TRAGEDIA NELL'ARTE POETICA. è necessario rinviare è a ciò che. attorno alle quali lungamente ruoterà il dibattito nell'Età moderna. alle azioni. al riguardo Aristotele scrive nella Retorica: “il verosimile è ciò che avviene per lo più [ . Essa è imitazione di un'azione. Nella costruzione della tragedia il primato viene attribuito ai fatti. la storia i particolari". "L'arte poetica implica conoscenza e in questo è superiore alla storia perché la poesia dice piuttosto gli universali.In questa nozione di imitazione vi è oscillazione tra l'imitazione come simulazione (far finta di essere altro da ciò che si è) e come rappresentazione (riproduzione di un modello). Catarsi (katharsis) significa rendere puri (puro in greco si dice katharos)..

ALCUNI PASSI TRATTI DALLA POETICA DI ARISTOTELE.la catarsi intesa come decontaminazione. che. cioè non destinate alla pubblicazione. dalla loro "materialità". che direttamente o indirettamente era rivolto ai discepoli di Aristotele. ma piuttosto di purificazione delle passioni. che risponde a intenti didattici ed è dunque rivolta a "studenti" dei Liceo. Pure le notazioni relative alla struttura e allo stile dell'opera.e la pone così in un contesto religioso . Diverge da quel significato . ma si distinguono l'una dalGli interpreti si sono domandati se si debba intendere la catarsi delle passioni. mostra una tale formulazione. La tragedia produce negli spettatori pietà e paura a cui segue un effetto liberatorio e rasserenante48. un moto di distacco spirituale da esse. Originariamente collegati al culto di Dioniso.ci risana o purifica. Ad altri. o. Questi "appunti" dovevano svolgere una funzione di supporto all'insegnamento orale di Aristotele. pensate e scritte in vista dell'insegnamento. L'epica. hanno dato vita alla tragedia. Come altri scritti la Poetica appartiene alle opere esoteriche o acroamatiche. è il frutto dei contesto neoplatonico in cui è stata elaborata e si è perpetuata anche in epoca moderna. Chi siano i destinatari della Poetica non riusciamo a desumerlo da elementi e "segni" presenti nel testo. comunque. 50 Arte di comporre e suonare musica per flauto (aulós. oppure la liberazione dalle passioni. la composizione di ditirambi49 e la maggior parte dell'auletica50 e della citaristica51 nel complesso sono tutte imitazioni52. ma rivolte ai discepoli dei Liceo. fanno pensare ad uno scritto pensato per la "scuola". DESTINATARI. Anche la Poetica. come risultato di azioni rituali. 51 Arte di comporre e suonare musica per cetra. nonché la commedia. 49 Canti corali della lirica greca. di un certo piacere estetico. 48 91 . infine.come pensava Platone . è sembrato di poter concludere che non di liberazione dalle passioni si debba parlare. Si è detto che quest'ultima interpretazione. come sopra si è detto. di carattere più spirituale. la loro purificazione. ma lo ricaviamo da dati esterni ad esso. dunque. invece di nuocerci .questo "rendere puri" che la tragedia produce? La spiegazione più significativa al riguardo è quella contenuta nella definizione di tragedia: la rappresentazione di azioni in cui consiste la tragedia "per mezzo di pietà e paura porta a compimento la depurazione di siffatte emozioni". flauto ad ancia doppia). così come la poesia tragica.

54 L'imitazione genera piacere..] Due cause appaiono in generale aver dato vita all'arte poetica. è chiaro. anche se l'imitazione può variare in base ai mezzi espressivi. che possono produrre conoscenza (quindi "gioia del conoscere"). come per esempio che questo è quello. agli inizi coloro che per natura erano più portati a questo genere di cose.evolutivamente . ci procurano piacere allo sguardo. chi per pratica) e altri usando la voce. ma per la sua fattura. il colore o un'altra ragione simile. non procurerà piacere in quanto imitazione. possono "piacere". soltanto che questi ne partecipano per breve tempo. capiti di non averlo già visto prima. o oggetti diversi. versi. Lo dimostra ciò che avviene nei fatti: le immagini particolarmente esatte di quello che in sé ci dà fastidio vedere. come per esempio le figure degli animali più spregevoli e dei cadaveri. la parola e la musica. ma anche ugualmente per tutti gli altri. ecc. perché accade che guardando si impari e si consideri che cosa sia ogni cosa. particolarmente evidente nell'infanzia. in Aristotele è caratteristica essenziale e positiva per l'arte. elemento nel quale si esprime un tratto tipico dell'uomo.all'imitazione poetica. 52 Viene affermato il carattere imitativo della poesia e della tragedia. o diversamente e non nello stesso modo. Qualora. 53 L'imitazione è un aspetto essenziale della natura umana. Anche le realtà più orribili. poi. dall'altra il fatto che tutti traggono piacere dalle imitazioni54. sia per i contenuti di quell'imitazione. Poiché. Il motivo di ciò è che l'imparare è molto piacevole non solo per i filosofi.l'altra sotto tre aspetti: nell'imitare o con mezzi diversi. nella quale essa diviene mezzo fondamentale di apprendimento. [. fanno parte del ritmo). separatamente oppure in combinazione. Come alcuni imitano riproducendo molti oggetti con colori e figure (chi per arte. così tutte le arti citate compiono l'imitazione con il ritmo. a differenza di ciò che avviene negli animali. con un processo graduale dalle improvvisazioni dettero vita alla poesia55. sia anche per le forme (colori. noi siamo naturalmente in possesso della capacità di imitare. se imitate. 55 Dall'imitazione naturale si è passati . 92 .. entrambe naturali: da una parte il fatto che l'imitare è connaturato agli uomini fin dall'infanzia53 (e in ciò l'uomo si differenzia dagli altri animali. Mentre il carattere imitativo attribuito all'arte e all'opera dell'artista era motivo di condanna da parte di Platone. nell'essere il più portato ad imitare e nel procurarsi per mezzo dell'imitazione le nozioni fondamentali). Perciò vedendo le immagini si prova piacere.) con cui esse vengono espresse. ai temi e ai modi. della musica e del ritmo (i versi. dunque.

con un discorso ornato. imitazione. e dico che gli ornamenti non sono tutti in ciascuna parte perché alcune parti non hanno che il metro. generatrice di passioni forti di pietà e paura. b.. La tragedia non è uno "studio di carattere (studio scientifico come quello che farà un discepolo di Aristotele. avente sue dimensioni. che ottiene una propria grandezza.. seria e compiuta.. sono il fine della tragedia.. ma si assumono i caratteri a motivo delle azioni.]. Da ciò che si è detto è chiaro che compito del poeta non è dire le cose avvenute. pertanto i fatti. mentre altre hanno la musica. capace di sublimare e trasfigurare (“depurare") tali passioni.[. sottolinea ancora Aristotele.] La tragedia è dunque imitazione di qualche azione seria e compiuta.]. perché i caratteri dei personaggi emergono come mezzo per produrre l'azione drammatica 58 il fine morale della tragedia non si raggiunge con discorsi moralistici ben fatti. imitazione di azioni vere e proprie di persone e non narrazione delle azioni stesse. è netto. cioè di composizione di fatti58. ma [dire] quali possono avvenire. f. 57 Il fine della tragedia sta nei fatti che in essa si rappresentano. [. ma con azioni e discorsi (anche discorsi meno perfetti di quelli di un trattato filosofico) capaci di attivare nello spettatore reazioni emotive e intellettuali tali da aiutarlo a ritrovare un orientamento morale nella condotta. g. se si dispongono di seguito discorsi morali ben costruiti per linguaggio e pensiero. Inoltre. cioè il racconto. imitazione non di uomini ma di azioni e di modo di vita57.. e il fine è la cosa più importante di tutte [. e. (e che) in forma drammatica e non narrativa. 93 . c. caratterizzata da un particolare stile poetico. Teofrasto). Poiché è imitazione di un'azione ed è compiuta da personaggi che agiscono56 i quali necessariamente hanno una certa qualità per il carattere e il pensiero (grazie a questi noi diciamo che le azioni sono dotate di una certa qualità ed è in seguito ad esse che tutti hanno successo o falliscono). imitazione dell'azione è il racconto. La tragedia è. non si agisce. la quale è: a. Io chiamo "discorso ornato" quello che unisce il ritmo all'armonia e al canto. per imitare i caratteri. i cui ornamenti appaiono distintamente in ciascuna parte. Qui il distacco da Platone. mentre lo realizzerà molto di più la tragedia che ne adoperi di più scadenti ma sia fornita di racconto. cioè quelle possibili secon56 Questa è la famosa formula definitoria della tragedia.. dalla sua critica dell'arte imitativa. dunque. infatti. non si compirà quello che è l'effetto della tragedia. usa la pietà e la paura per purificare tali emozioni. d.

do verosimiglianza o necessità59. 60 In secondo luogo la poesia descrive situazioni universali. dopo aver composto il racconto sulla base di personaggi verisimili. ma ciò che può avvenire. come quelli del mito. l'altro quali possono avvenire. generalmente a carattere di invettiva o con intonazione satirica. in modo che ciò che accade possa realmente apparire ed essere vissuto dallo spettatore come qualcosa di credibile. Nel caso della tragedia invece si mantengono i nomi già esistenti. mentre ciò che è avvenuto è chiaro che era possibile. i personaggi non sono inventati. è che cosa fece o subì Alcibiade. Lo storico e il poeta non si distinguono nel dire in versi o in prosa (si potrebbero mettere in versi gli scritti di Erodoto e nondimeno sarebbe sempre una storia. impongono loro dei nomi qualsiasi e non fanno come i compositori di giambi61 che compongono su un uomo in particolare. perché se fosse stato impossibile non sarebbe avvenuto. tanto più se. si distinguono. in questo: l'uno dice le cose avvenute. la storia i particolari60. secondo verosimiglianza o necessità. 94 . 61 Componimenti poetici in metro giambico. rafforzando quel processo di identificazione fra spettatore e vicenda che costituisce l'asse dell'esperienza drammatica. come fa la storia. innanzitutto è chiaro che non devono 59 La distinzione fondamentale fra poesia e storia sta innanzitutto nel fatto che la prima descrive non ciò che è avvenuto. e imitativa di fatti paurosi e pietosi (ciò è proprio di questo tipo di imitazione). perché la poesia dice piuttosto gli universali. realmente verificarsi. cioè. che può. Ciò rende possibili e credibili le vicende rappresentate. Perciò la poesia è cosa di maggiore fondamento teorico e più importante della storia. con versi o senza versi). si "crede" che siano esistiti): ciò che è esistito. Il particolare. invece. cose di una certa qualità. come avviene nella tragedia (a differenza della commedia). tali cioè da favorire un processo di identificazione dello spettatore con ciò che è rappresentato. Il motivo è che credibile è il possibile.. ciò che è avvenuto. invece. seguendo il suo carattere. E’ universale il fatto che a una persona capiti di dire o di fare. ma sono realmente esistiti (o. E lo fa con verosimiglianza e necessità. Ciò è divenuto chiaro nel caso della commedia: i poeti comici. mettendo in seguito i nomi.. e noi non crediamo sempre possibile quel che non è avvenuto. e a questo tende la poesia.] Poiché la composizione della migliore tragedia deve essere non semplice ma complessa. mentre la storia è cronaca di vicende particolari. [. non può non apparire possibile.

pertanto ciò che avviene non sarà né pietoso né pauroso. non è volto in disgrazia per vizio e malvagità. perché questo è il massimo di estraneità alla tragedia. la paura a chi ci è simile (pietà per chi non merita. 49b. quando sono il caso e gli imprevisti a giocare un ruolo essenziale. non distinguendosi per virtù e per giustizia. ma nelle situazioni intermedie. Resta dunque il caso intermedio fra questi. 48b. Edipo e gli uomini illustri provenienti da siffatte stirpi. né pietoso. il perfetto malvagio che cade dalla buona sorte nella disgrazia. Poetica. 63 Aristotele. neppure. ma non pietà né paura. tra coloro che si trovano in grande fama e fortuna. il documento seguente. 62 Paura e pietà si generano non quando viene punito un malvagio. ma odioso. 53b 95 . ma per un errore. Ma vedi. e neppure quando un uomo virtuoso precipiti nella sventura. […] anche senza il vedere. la pietà è infatti relativa a colui che è indegnamente tribolato. È di questo tipo colui che. in quanto non presenta nulla di cui c'è bisogno: non è né conforme al senso morale. 47a. come per esempio Tieste. per contro. neppure i malvagi dalla sventura alla buona fortuna. il che si può provare udendo il racconto di Edipo63. lo fa soffrire e compatire. 52a. cioè di purificazione delle passioni e non dalle passioni. o quando un malvagio ha fortuna. operando l'effetto di "trasfigurazione" che nella Politica Aristotele chiamerà di catarsi. che volgano dalla buona sorte alla sventura. il racconto deve essere composto in modo tale che chi ascolta i fatti che si svolgono. perché questo non è pauroso né pietoso. né pauroso. sulla catarsi. per effetto degli avvenimenti. paura per chi ci è simile).essere mostrati gli uomini degni di stima. Tutto questo stringe ancor più lo spettatore alla vicenda. perché una composizione siffatta comporterebbe sì senso morale. sia colto da tremore e pianga62.

ANTOLOGIA CRITICA 96 .

Il dominio di Sparta che ne segue viene contrastato da Atene e dalle città greche sue alleate. Poco dopo (336 a. Il primo anno di regno viene impiegato per riconfermare la supremazia macedone. e in seguito. dagli storici ai filosofi. che culmina con la nascita dell’impero di Alessandro Magno.). dal 334 aI 323 a. che sconfigge Sparta nella battaglia di Leuttra. fonda il Liceo grazie alla sua protezione.QUADRO STORICO E RAPPORTI CON PLATONE Dalla pòlis all’impero Nel periodo in cui vive Aristotele si assiste alla definitiva crisi del modello della pòlis e al predominio macedone. Riassoggettata l’intera penisola balcanica. ne intraprende la conquista. che pone fine all’indipendenza della Grecia e sancisce il predominio macedone.. ai geografi. Filippo Il di Macedonia. C. La decadenza della Grecia classica inizia già con la lunga guerra del Peloponneso. a molti altri uomini di cultura. L’egemonia di Tebe spinge Sparta e Atene ad allearsi. Alessandro organizza la guerra contro l’impero persiano. Alla spedizione associa numerosi studiosi. riuscirà a conquistare un impero. poi con la coalizione sotto la guida di Tebe.C. C.C. messa in discussione dopo la morte di Filippo sia dalle città greche sia dai popoli del nord. gli Sciiti e gli Illiri. sconfiggendola nella battaglia di Mantinea (362 a.. dai topografi per tracciare la pianta dei luoghi.) Filippo viene assassinato e il figlio Alessandro. Tra i filosofi. consapevole della debolezza della Grecia. i Traci. diventato re nel 359 a.. La vita di Aristotele è legata per più aspetti a quella di Alessandro: ne è precettore dal 345 al 335 a. nello spazio di appena dieci anni. La lega tra Atene e Tebe viene sconfitta nella battaglia di Cheronea (338 a. C. dapprima con l’alleanza con i Persiani. contrastato senza successo dagli appelli di Demostene che invitava i Greci all’unità contro «i barbari». particolarmente impor97 .). C. che rappresenta l’apice della guerra civile tra le pòleis greche e insieme l’inizio della loro fine. tornato ad Atene.

dove un esercito così mastodontico era impossibilitato a manovrare in modo efficace. L’avanzata di Alessandro continua senza battaglie. L’esercito persiano conta oltre mezzo milione di uomini (ma non è possibile determinare il numero dei combattenti effettivi e quello degli ausiliari). C. sia per curare i feriti. lasciando Alessandro padrone del campo. forse incoraggiato da questi successi. che avevano anche il compito di spedire materiali e osservazioni ad Aristotele. Dario. e l’isola di Lesbo.tante è il ruolo di Callistene (370-327 a. si dà precipitosamente alla fuga. sia per prevenire epidemie. che contava sulla spedizione per le ricerche condotte all’interno del Liceo. ma Alessandro riesce a ingaggiare battaglia presso la città di Isso. Non mancavano ovviamente sacerdoti e indovini per propiziare le battaglie. zoologi. Dario III (il «Gran Re»). La battaglia di Isso segna una disfatta dei Persiani. Ma nel 333 Dario. e numerosi erano i medici. C’erano anche botanici. per raccogliere e coordinare le molte forze antimacedoni. parte dell’esercito persiano e riuscendo a raggiungere la guardia reale e il carro del Grande Re. decidendo di affrontare Alessandro in battaglia. aggirando personalmente. con un drappello di cavalleria. adotta una tattica temeraria. Alessandro consapevole della propria inferiorità numerica. radunando uno sterminato esercito Babilonia e marciando verso la Siria. quello macedone circa 40. Dopo la vittoria del fiume Granico.000 soldati e probabilmente altrettanti ausiliari. 98 . molte città greche insorgono. C. lasciando che il nemico avanzi ma al tempo stesso invia la flotta con parte dell’esercito in Grecia. adotta una strategia che mette in seria difficoltà Alessandro: non accetta battaglia in Asia Minore. schierandosi dalla sua parte contro i Persiani. capeggiate da Sparta. Alessandro cattura anche l’harem reale.000. colto di sorpresa. Il re dei Persiani. contro i Greci. cambia strategia. Alessandro si presenta come liberatore delle città greche della Ionia e come paladino della Grecia contro i barbari come venivano considerati i Persiani. in una stretta pianura tra le montagne e la costa. geologi. Nel 334 a.) che scrive il diario della spedizione. come Chio. Alessandro attraversa Io stretto dei Dardanelli con un esercito di 35. Riesce in questo modo a conquistare alcune città. riportando una prima vittoria sulla cavalleria persiana sulle sponde del fiume Granico. abbandonando il proprio esercito che si disperde.

Le profezie del sacerdote di Ammone. fonda la città di Alessandria.000 fanti e i 7. occupandolo facilmente perché viene accolto come un liberatore dalla popolazione. a Menfi. intanto. ma comprendeva comunque parecchie centinaia di migliaia di uomini.che comprende. cioè un nobile scelto dal re) orientali e le popolazioni dell’india. raccontate dallo stesso Alessandro. inviando poi due corvi per indicargli il cammino) incominciando a costruire l’immagine di Alessandro come semidio. questa volta in un’ampia pianura. Gli storici parlano un milione di fanti e di circa 40. destinata a diventare il maggior centro cultura dell’età ellenistica. l’esercito persiano. comandate da un satrapo. chiamando in soccorso tutte le satrapie (distretti dell’impero. e riesce a penetrare nel cuore dell’esercito nemico. Probabilmente la consistenza dell’esercito persiano è sovrastimata. Nel 332 a. Alessandro ripete la tattica che gli aveva assicurato la vittoria a Isso: si pone al comando di una parte della cavalleria. Ancora una volta.000 cavalieri di cui dispone Alessandro. Tornato verso la costa. inseguito per un lungo tratto da Alessandro che non riesce a rag99 . che non sopportava la dominazione persiana. lo designavano come figlio di Giove. in questo modo. In quanto faraone era considerato figlio di Ammone. disposta a cuneo. che nella tradizione macedone erano quasi suoi pari. dopo un lungo assedio. C. Calliste ne racconta questo pellegrinaggio con tratti prodigiosi (il dio Ammone avrebbe fatto piovere per salvare il sovrano che si era smarrito nel deserto. aveva riorganizzato un esercito ancora più numeroso del precedente. Alessandro intendeva. puntando al carro del Gran Re. Dario si dà alla fuga. faraone dell’alto e del basso Egitto. Nel 331 Alessandro attraversa il Tigri. Dario. presso Gaugamela. Si reca poi in visita presso l’oracolo di Ammone. oltre il quale si è schierato. Alessandro conquista Tiro. oltre alle moltissime mogli anche tutti i figli di Dario. il quale come figlio di Ammone il quale era assimilato a Zeus. perché secondo la tradizione persiana tutta la famiglia del Grande Re doveva seguirlo in battaglia. Rispettando le tradizioni egizie e utilizzandole a proprio vantaggio.000 cavalieri. aumentare il proprio prestigio nell’esercito e soprattutto tra i propri generali. poi Gaza e da qui passa in Egitto. accetta di essere in coronato. contro i 40. Con pochi cambiamenti.

gli altri generali e ministri di Alessandro . l’Asia64. in seguito alla sua fuga. Ruffaldi. 303-303 100 . Tornato a Babilonia si adopera per una riconciliazione con le città greche. ad iniziare da Atene.iniziano un periodo di scontri e di contrasti . i cosiddetti «regni ellenistici». Concede il perdono a tutti gli esuli. Carelli. nel 323 a.giungerlo. Ormai Dario non ha più un esercito.detti «diadochi» . l’Egitto. 64 E. C. ucciso dai suoi stessi uomini. anche Persepoli cade. Alessandro intraprende una spedizione per sottomettere anche l’india. U. Alessandro conquista facilmente Babilonia e poi Susa. l’ultima città sulla strada per Persepoli. riconoscendolo come figlio di Ammone e quindi di Zeus. che possono tornare in patria. C. Molti satrapi si arrendono e consegnano le proprie città ad Alessandro. Dopo alcuni anni di pausa. Le sue ambizioni vengono però frenate dai suoi stessi soldati. Nel 330 a.C. dove resisteva ancora un partito antimacedone. La maggior parte delle città ubbidisce. attraversa . poi ridotti a tre: la Macedonia. inizialmente cinque. che lo inserisce tra i principali dèi della città. sotto il dominio macedone. L’impero che aveva creato gli sopravvive per poco più di un anno: dopo una breve reggenza da parte del generale Perdicca.l’Indo e sconfigge le truppe del re indiano Poro nella le battaglia dell’ldaspe. con questa nuova impresa. impedire il rinascere delle satrapie orientali e al tempo stesso stabilire il proprio controllo sui ricchi mercati delle spezie e della seta. Intendeva. la capitale della Persia. Alessandro inizia allora un lungo inseguimento per catturare Dario. ma al tempo stesso impone a tutte le città di tributargli onori divini.durati quasi quarant’anni . ricevendo in cambio la possibilità di conservare il proprio potere. pagg. ma quando riesce a raggiungerlo lo trova ormai cadavere. ma che ottiene la vittoria. Mentre sta progettando una nuova spedizione per la conquista dell’india. Loescher. per riorganizzare l’impero conquistato. Nel 326 a. Nicola.che si conclude con la frammentazione dell’impero in una serie di regni. Alessandro muore a Babilonia per febbri malariche (ma alcune fonti parlano di avvelenamento) a soli 33 anni. che rifiutano di proseguire. Il pensiero plurale. si sentono sciolti dalla fedeltà nei suoi confronti. P. dato che i vari satrapi.

il tentativo che l’uomo compie di rispondere alla domanda sul perché ultimo di tutte le cose. ciò che è. questo o quel settore particolare. un solo settore dell’essere. Ma – e questo è un punto particolarmente importante da rilevare – studiare l’essere in quanto essere. studia la realtà in quanto tale. le ragioni che le determinano. ogni scienza è appunto tale nella misura in cui supera il livello della mera constatazione empirica delle cose per scoprire le cause delle cose stesse. Il metafisico. per poi ridurla tosto alle altre. Ecco le cinque risposte. La metafisica è. il tutto. alle cause prime o supreme. sono scienze di cause. ossia studiare l’intero dell’essere.LA METAFISICA ARISTOTELICA Le determinazioni aristoteliche della metafisica Qual è l’oggetto intorno a cui verte il sapere metafisico secondo Aristotele? Anche ad una prima lettura dei quattordici libri che trattano di questo sapere. dunque. ovviamente. le quali sono le cause generali che spiegano non questo o quell’ente. Tutte le scienze. il complesso della realtà. dell’essere in quanto essere. il confronto con le altre scienze torna utilissimo. Ogni scienza particolare studia. ossia l’intero dell’essere. vale a dire nella sua totalità. si nota chiaramente che Aristotele ha dato quattro risposte. una parte sola della realtà. bensí la totalità delle cose. ma. non la realtà in quanto totalità. dunque. come abbiamo già detto. mutando angolatura. E le cause delle cose sono i princípi che le costituiscono. La metafisica si differenzia da tutte le altre perché non mira alle cause particolari ma. 1) La metafisica è una scienza che verte sulle cause e sui princípi primi o supremi. 2) Nel libro IV Aristotele. ossia un essere. invece. più una quinta che egli introduce in un contesto particolare. l’intero. ci parla della metafisica come scienza dell’essere e. vuol dire 101 . Anche in questo caso. appunto. Infatti. più precisamente. di cause particolari di fenomeni particolari.

Ora. e le cause e i princípi della sostanza sono le cause e i princípi dell’essere principale. studiare la sostanza (l’essere come sostanza) significa trovare le cause e i princípi della sostanza. studiando l’essere nel suo significato principe. poi. ossia l’essere della sfera del divino. illuminando secondo una ulteriore prospettiva l’oggetto della metafisica. daccapo. E anche lo studio della sostanza sbocca nella teologia. 3) Nei libri centrali emerge. vale a dire l’intero e i suoi fondamenti. anche domandarsi se esistano solo sostanze di tipo fisico oppure anche altre al di sopra di quelle fisiche e quali queste siano. Il metafisico che studia l’essere in quanto essere (l’intero dell’essere) è diverso dal fisico e “sta più in su del fisico”. giacché “tutti ammettono che Dio sia una causa e un principio”. Come ben si vede. Che anche questa definizione concordi con le precedenti. il senso principale ed essenziale dell’essere. 4) Una quarta definizione (che ritroviamo formalmente espressa nei libri VI e XI. Aristotele stesso dice che. svolta nel XII) caratterizza la metafisica come “teologia” o “scienza teologica”. che è appunto la “sostanza” o “essentità”. la parola “sostanza” traduce il greco ousía che. e Aristotele stesso lo rileva senza mezzi termini. Questa definizione è implicita nelle pieghe di tutte le altre. e. oltre che domandarsi che cosa sia la sostanza in generale o quali siano i suoi princípi in generale. alla lettera. risulterà evidente non appena si rifletta su quanto segue. non solo questa definizione concorda con la prima. le cause della sostanza sono le cause prime o supreme. Studiare le cause prime significa anche cercare Dio. fondamentalmente. ma significa giungere a comprendere “le cause dell’essere in quanto essere”. perché studiare la sostanza significa. avendo l’essere molteplici significati. Pertanto. col che ritroviamo non solo la seconda ma anche la prima definizione. ossia i princípi dell’essere come tale. a fare una fenomenologia dei diversi significati dell’essere. dunque. con le quali questa terza concorda perfettamente. Il che signifi102 . La “sostanza” o ousía sarebbe. vorrebbe dire “essentità”.non solo limitarsi a descrivere l’essere. ma la chiarifica e l’approfondisce. poi. perché fa oggetto della sua indagine non solo il genere fisico dell’essere ma anche il genere dell’essere che è superiore a questo. Inoltre. la risposta adeguata alla domanda che cos’è l’essere si potrà avere. un ulteriore concetto di metafisica come “scienza della sostanza”.

Reale. “ogni cosa possiede tanto di verità quanto possiede di essere”. nel senso di questo contesto. 5) Nel libro II. che è. anche Dio e il Divino. Introduzione ad Aristotele. Le cause più vere sono le cause supreme e. XII-XIII 103 . è termine che copre esattamente quell’area semantica coperta dalle quattro definizioni di metafisica sopra illustrate. infine. e. poi. identificata con l’essere stesso. La verità di cui parla qui Aristotele è. problema teologico. dato che. dunque. quindi. in particolare. Sicché “Verità”. come egli espressamente rileva. pagg. che conoscere la verità metafisica significa conoscere la cause che fanno essere vere le altre cose che da esse dipendono. Milano. appunto. 65 G. Rusconi. la definizione della metafisica come scienza della verità non esprime una nuova definizione ma semplicemente chiarisce che l’oggetto della metafisica non è una particolare verità (come può essere quella delle scienze particolari) ma è la Verità ultima65. 1994. Metafisica. Ma tosto Aristotele precisa che conoscere il vero significa “conoscere la causa” e. la metafisica è definita anche come “scienza della verità”.ca domandarsi se esista o no un divino trascendente.

però. vale a dire impegnare la sua arte o tecnica. La produzione del letto. ma voleva andare oltre per cogliere i motivi che spiegano le ragioni dell’accadere. ad esempio la forma compiuta del letto: il processo tecnico del falegname infatti può dirsi completato quando sia riuscito a realizzare l’oggetto desiderato. Nel nostro esempio. infine. dunque. “ciò in vista di cui” egli lavora). si sviluppano e muoiono? Nella Fisica.Le quattro cause ovvero il perché delle cose La celebre dottrina delle quattro cause costituisce uno dei pilastri dell’aristotelismo. ad esempio la ghianda si trasforma in quercia in virtù di una causa efficiente propria. non si accontentava di conoscere “come” le cose avvengono. Per lui la scienza è essenzialmente una conoscenza delle cause dei fenomeni. è resa possibile dal fatto che l’artigiano ha in mente il fine del suo prodotto (vale a dire. Quali sono. ed è la causa efficiente. che in natura (ad esempio nella generazione biologica) le trasformazioni avvengono spontaneamente.la terza è la forma o essenza della cosa. se non sappiamo lo scopo di una cosa non 104 . per costruire il letto. In altre parole. la causa efficiente è rappresentata dal falegname che ha dovuto lavorare.la quarta. o in altri termini le ragioni per cui le se si generano. Aristotele si chiedeva sempre il “perché” delle cose. un elemento importantissimo. in quanto costituisce il senso di tutto il progetto e dell’impresa. cioè la sua materia. e Aristotele la chiama dunque causa materiale: se il letto su cui dormiamo è fatto di legno. cioè. . . sarà il legno la causa materiale di esso. dunque. . in questo caso il letto. è rappresentata dallo scopo in vista del quale il processo ha luogo ed è la causa finale. che non richiede l’intervento esterno. Aristotele ne identifica quattro fondamentali: . le cause dei processi naturali. che deve precedere la stessa realizzazione del prodotto.la seconda coincide con “ciò a partire da cui” una determinata cosa è divenuta quello che è. La causa finale rappresenta. ovvero la causa formale.la prima dipende da ciò di cui una cosa è fatta. Si noti.

che confermano la regola. in greco. Dalla ghianda si svilupperà sempre una quercia. Ciò lascia capire che. per quanto piccola e apparentemente insignificante. dunque. come l’orecchio o gli occhi tenderanno a sentire e vedere. che confermano tuttavia la regola secondo la quale nell’ordine necessario della natura ogni cosa ha la forma migliore che le condizioni possano permetterle. dal seme dell’uomo nascerà sempre e necessariamente un altro uomo. infatti. Nonostante questo Aristotele non può essere definito un filosofo 66 Finalismo (o teleologia): Aristotele ritiene che tutto quanto accade nel mondo naturale sia governato dalla legge del finalismo. bisogna ammettere un ordine finalistico66 in tutti i processi naturali e biologici.. equivale a “fine”). Le deformità rappresentano dunque per lui delle eccezioni. Secondo Aristotele. che alterano la naturale perfezione dell’uomo e degli animali sono delle eccezioni. a suo avviso. tale scopo si raggiunge spontaneamente. Un ordine finalistico e necessario. la ghianda tenderà a divenire quercia. governa il mondo in ogni sua parte. il quale riteneva che se l’uomo ha la posizione eretta. possiamo dire che la scienza aristotelica sia teleologica (télos.. o teleologia (dal greco télos. Per maggiore completezza. le quali tendono a realizzare la loro forma nel modo migliore possibile. In natura. il bambino tenderà a diventare adulto. con la testa che si eleva sul resto del corpo. Le deformità e le malattie. di albero. di tavolo. che ha impresso al tutto il primo movimento. Una veduta che lo avvicina in un certo senso a Platone. “fine”): tutto ha un fine. Aristotele ritiene che il fine sia iscritto nella natura stessa di ciascuna cosa: si tratta di un impulso spontaneo presente nella stessa struttura delle cose. uno scopo. Si tratta di una visione ottimistica e finalistica del mondo e degli enti che lo abitano. però. A differenza di Platone. il fine o lo scopo per cui una cosa esiste è quello di realizzare nel modo migliore la sua essenza. b) come energia interna alle singole cose o sostanze che tendono a realizzare naturalmente la propria essenza o ragion d’essere.possiamo costruirla. Nella natura aristotelica non c’è posto per il caso. in quanto crede fermamente che nell’universo biologico ogni organo animale esista in funzione di uno scopo. Da questo secondo punto di vista. ciò dipende dalla superiorità dell’uomo rispetto agli altri animali ed è finalizzato alla possibilità di guardare e controllare tutto ciò che avviene nel mondo. Tale finalismo può intendersi in un duplice senso: a) come subordinazione dell’universo a Dio. In termini tecnici. cioè la sua forma di uomo. aggiungiamo che Aristotele tende a identificare la causa formale con la causa finale. 105 .

quando afferma che gli eventi futuri non sono del tutto e per tutto determinati e che l’eccezione è sempre possibile. D. Inoltre. con adattamenti. 67 Cfr. che non è soggetto alla legge della necessità ma è. pag. totalmente libero67. Egli infatti è preoccupato di lasciare spazio alla libertà.determinista. quello delle azioni morali dell’uomo. 284. Massaro. egli ritiene che ci sia un ambito. Paravia. La comunicazione filosofica. 106 . invece.

che rifiuta l’incompiutezza e l’indeterminazione. quali amore e desiderio. In definitiva nella sua perfezione Dio è causa motrice. può rispondere compiutamente alla perfezione cui tende il processo della realtà. all’armonia cosmica. Necessariamente immobile. frutto… Il divenire. per Aristotele l’atto puro assume la funzione di motore di tutta la rimanente realtà. In che modo concluderlo? In base alla priorità della forma sulla materia e dell’atto sulla potenza Aristotele introduce un concetto limite. rischia una sequenza infinita. Per spiegare l’azione motrice di un ente immobile Aristotele. ritorna a essere infatti. che tendono tutti gli enti. infatti. che risolve il suo problema. albero. radicalmente eterogenea al divenire. Diventa così esplicito il residuo platonico di trascendenza nella metafisica aristotelica.Dalla finalità del divenire alla teologia: la concezione aristotelica di Dio L’ordine che regola Io sviluppo delle forme procede da quelle inferiori a quelle superiori. Il Dio di Aristotele. È verso la perfezione. Se l’oggetto 107 . Con la perfezione assoluta si chiude il cammino della metafisica come ontologia e si apre quello della metafisica come teologia. che non aspira più a nulla in quanto non soffre di alcuna privazione. verso la perfezione delle forme: seme. come già Platone. proprio in quanto causa finale. germoglio. Ma per Aristotele. contribuendo così. Solo una realtà immateriale. è costretto a introdurre elementi di tipo allegorico. neanche il susseguirsi di potenza e atto può procedere all’infinito. però. motore immobile. La perfezione di una forma pura. cioè assolutamente priva di possibilità irrealizzate. permane nella sua forma perfetta e conclude la serie del divenire. come in Platone. in quanto puro atto. esente da qualsiasi finalità. attrae il mondo come l’oggetto dell’amore attrae l’amante. in quanto realtà immateriale in sé compiutamente perfetta. Un atto così concepito. per la sua stessa continua evoluzione. trasformandosi continuamente verso il meglio. La materia è dunque quel sostrato che si arricchisce verso la sua piena realizzazione. ciascuno nel proprio ambito e secondo la propria funzione.

ma parte dal nulla. 68 Orizzonti del pensare. né l’infinito68. Egli è per Aristotele pensiero di pensiero. atto puro e motore immobile. Rimanendo costantemente immobile e indifferente. oggetto della teologia è l’ente in quanto perfezione assoluta: Dio.dell’ontologia è “l’ente in quanto ente”. secondo il pensiero cristiano. non è Padre. producendo qualcosa che prima non era. è un atto che non parte dalla materia per plasmarla e modellarla. ne rimarrebbe contaminato: Dio non può dunque pensare ad altro che a sé stesso. in quanto tale. cioè al mondo imperfetto e molteplice. 239 108 . Ma pensiero di che cosa? Quale può essere l’oggetto di questa intelligenza? Se Dio pensasse a qualcosa di diverso da sé. non è Amore. Tale definizione rende evidente la differenza tra la concezione aristotelica e le successive sovrapposizioni della teologia cristiana: il Dio aristotelico non è Giudice. La creazione. essa rimane lontana dall’orizzonte concettuale greco. il Dio di Aristotele non interviene sul mondo. del resto. pag. che non ammette il nulla. Data la sua eterogeneità rispetto alla materia. meno che mai può venire considerato Creatore. il Dio aristotelico non può che caratterizzarsi come pensiero.

studiandola possiamo chiarire aspetti di importanza fondamentale a proposito di tutte le sostanze e dunque questa teologia può essere utile per chiarire la struttura stessa del reale. ma vi si asserisce poi che la teologia è la più elevata delle scienze teoretiche. Dopo aver mostrato che tale essere non solo svolge una funzione fisica. insieme. Dio è atto puro. Se infatti esiste una sostanza immobile e separata fra le cose reali. Dio è pensiero di pensiero. quella delle stelle fisse. Per questa ragione Dio. Essa però. non si esime dal qualificare esplicitamente la propria filosofia come una teologia. è mossa a sua volta da un motore che non è mosso da nient’altro. DIO È ATTO PURO. sostanza e atto” (Metafisica. Aristotele lo definisce esplicitamente come «Dio». I corpi celesti sono a loro volta mossi dalle sfere che li contengono. perché si occupa di entità che hanno esistenza separata e immobile. ma possiede la bellezza e la bontà al massimo grado. l072a 25). Un “qualcosa di eterno che è. LE TRE DEFINIZIONI DELLA DIVINITÀ. per Aristotele siamo condotti a considerare il movimento dei corpi celesti. ossia di piena attuazione della sua potenzialità. Nella Metafisica sono presenti tre definizioni della divinità: Dio è il motore immobile. Nella Metafisica l’oggetto della pròte philosophia (filosofia prima) sono i principi. cioè 109 . essendo perfetto.Dio è Causa Prima Anche Aristotele. Per Aristotele. ossia di mancanza e di privazione. e che appaiono tutti essere volta a volta cause e conseguenze di altri movimenti. Causa di tutto il movimento è pertanto la sfera celeste più esterna. DIO È MOTORE IMMOBILE. Ogni sfera riceve il movimento dalla sfera con cui confina. come Platone. secondo Aristotele. Ciò che si muove o cambia tende a uno stato di perfezione. Nel risalire alla causa dei movimenti che osserviamo. proprio in essa risiede il divino. presupposto del movimento e del cambiamento è uno stato di potenzialità. non può muovere come fanno le realtà fisiche.

Dio possiede già da sempre per intero tutta la sapienza. ben separata dalla natura e dotata di proprietà molto diverse da questa. di amore — è «l’amor che move il Sole e l’altre stelle» di cui parla Dante nella chiusa della Divina Commedia — non tende a nulla e non ama nulla. Dio non può pensare la realtà fisica. 110 . caratteristiche che tuttavia appaiono scarsamente significative per gli scopi di Aristotele. immobile.muovendosi. Esso muove come oggetto di desiderio. L’esistenza di dio dev’essere essenzialmente pensiero (perché pensare è la più elevata attività) che ha se stesso come oggetto (perché è il più elevato oggetto): Dio. anche se poi non mancano di attribuire a Dio caratteristiche attinenti al campo dell’etica (la bontà. o questo pensiero introdurrebbe in lui un elemento di mutamento. di tensione. ci fanno escludere che quella di Aristotele sia solo una teologia naturale. la bellezza). non è la capacità di cogliere tutto (il che ancora una volta conterrebbe un elemento di potenzialità). a loro volta. ma l’effettivo e già da sempre attuato coglimento del tutto. Tutte e tre queste definizioni sorgono ancora una volta da problematiche fisiche. dove le caratteristiche dell’essere si possono cogliere con più facilità e con maggior precisione. DIO È PENSIERO DI PENSIERO. 1074b 36). perché mostrerebbe di contenere una potenzialità e quindi di non essere perfetto Può muovere solo e semplicemente essendoci. sebbene le caratteristiche della divinità. perfetto. quanto un aspetto necessario dell’ontologia aristotelica: lo studio della sostanza richiede infatti che ci si occupi anche della sostanza più elevata. di potenzialità. non manchevole di nulla. Nella sua perfezione esso è necessario. che è in movimento. L’interesse del filosofo nei confronti di Dio sorge dal suo interesse per la sostanza e per il mondo fisico. viene definito “pensiero di pensiero” (Metafisica. Ma allora che ruolo ha la riflessione aristotelica sul divino? Essa appare non tanto una considerazione specifica di ambito teologico. eterno. Proprio per la sua piena e perfetta attualità. in quanto è pensiero che pensa se stesso.

le idee. e se esse sono tutte corruttibili. ci sono tre specie di sostanze. di cui due sono quelle fisiche e la terza è la sostanza immobile. […]. ragion per cui. le sostanze di cui stiamo trattando devono necessariamente essere immateriali. P. come è continuo il tempo. come abbiamo visto. ma è impossibile che il movimento vada soggetto alla generazione e alla corruzione (abbiamo detto. parimenti non ci sarà movimento. in quanto sostanza. Infatti le sostanze hanno il primato tra tutte le cose esistenti. Perciò esse sono atto69. Ma non esiste movimento continuo tranne quello locale. Ecco perché è indispensabile che ci sia un principio tale che la sua stessa sostanza sia atto. ha le stesse caratteristiche delle altre sostanze e anzi può servire a metterle meglio in luce. perché esse devono essere eterne. dobbiamo ora parlare di quest’ultima e dimostrare che necessariamente esiste una sostanza immobile che è eterna. 69 Aristotele. perché ciò che è in-potenza può anche non essere. I. Bruno Mondadori. Ma c’è di più: pur ammettendo che la causa sia in-atto. giacché il prima e il poi non potrebbero esistere se non esistesse il tempo. è un’affezione di questo. Essa è la più elevata. per meglio dire. Poiché. Argomentare. Cfr. se essa non è in-atto. con adattamenti. non ci sarà movimento. tutte le cose sono corruttibili. sebbene esista una causa motrice e produttrice.Leggiamo a questo proposito un passo dello Stagirita. LA SOSTANZA DIVINA. Cade così la gerarchia platonica dei tipi di enti (il Bene. Vidali. vol. così è continuo anche il movimento. Opere. del mondo e a capirlo meglio nella sua interezza. 111 . XII. giacché ciò che ha la potenza di passare all’atto può anche non passare all’atto. in . qualora la sostanza di questa causa sia una potenza: difatti. quella divina. Laterza. sarebbe impossibile l’eternità del moto. se pur v’è qualcosa di eterno al di fuori di loro. pag. infatti. Metafisica. ma. in tal caso. Oltre a ciò. G. Ma. e l’unico movimento locale continuo è quello circolare. 107 ib: trad. 389. Roma-Bari 1973. Boniolo. le realtà sensibili): studiare Dio equivale a studiare una parte dell’essere. tratto dalla Metafisica. it. dove il filosofo indaga le caratteristiche del terzo tipo di sostanza. che esso è eterno) e lo stesso dicasi anche per il tempo. dato che il tempo si identifica col movimento o.

Il passaggio dal divenire all’immutabile Privazione e preesistenza della forma. è pur sempre privo della forma. come già i primi filosofi. diranno i filosofi medioevali. già i primi pensatori affermano che tutto ciò che si genera è già prima nell’arché da cui tutto procede e in cui tutto ritorna. deve essere già prima del suo generarsi. esso non possiede ancora la forma. Orbene. E questo è possibile perché già il pensiero di Platone e lo stesso pensiero aristotelico hanno mostrato. il movente. ne viene che la forma. Ciò da cui la forma è generata è invece il sostrato che. è tale forma. visto che la privazione è non-essere. in potenza. che l’affermazione della molteplicità dell’essere — e quindi di una pluralità di modi di essere —non implica l’affermazione dell’esistenza del niente. Il mosso. — Anche Aristotele. da parte di un sostrato. da un lato. in quanto ne è privo. se la forma non si genera dalla privazione. Dire che la contiene in potenza significa dire appunto che esso ne è privo. proprio perché è soltanto in potenza la forma. La forma si genera dall’essere — ex ente. Aristotele mette a sua volta in luce che la forma non può essere generata dalla privazione: altrimenti. e dall’altro lato il teorema che tutto ciò che diviene deve essere già prima del suo sopraggiungere (proprio perché non può divenire dal nulla). Il divenire è quindi passaggio da essere a essere — da un certo a un cert’altro modo dell’essere. altrimenti il nulla sarebbe l’essere. intendendo il divenire come passaggio dalla privazione alla forma. e. e ogni tipo di sostrato è un essere. contro Parmenide. Tenendo ferma questa situazione. ma dal sostrato in potenza. Per evitare questo assurdo. — Scaturisce da tutto questo una conseguenza decisiva: poiché la forma deve preesistere al suo 112 . La statua (forma) esce dal blocco di marmo (sostrato) — e non dal suo esser privo della statua —. ma il blocco di marmo non contiene già in atto la statua. che viene generata. tien fermo il teorema che “dal nulla non si genera nulla” (ex nihilo nihil fit. D’altra parte. quest’ultimo. ma non può essere già prima nel sostrato da cui essa si genera. la forma (cioè l’essere) si genererebbe dal nulla (ex nihilo). Il nulla non produce l’essere. e prima di loro Lucrezio). il movente immobile.

se il movente possiede in atto la forma. ma la possiede essendo a sua volta passato dalla privazione al possesso di essa . per Aristotele. si dovrebbe affermare che. che possegga attualmente la forma che è sopraggiunta nel mosso e nel movente mosso. ossia lo può far passare dalla privazione al possesso del calore. A questo punto si tratta di comprendere che. della causa efficiente (il movente). E per togliere questa contrad113 . non è possibile procedere all’infinito. Il motivo. Ad esempio. prima di ricevere la forma. è presente la forma (in virtù del teorema dell’ex nihilo nihil) e insieme non è presente (perché il sostrato diveniente. non è contraddittorio. se non se ne affermasse l’esistenza. ora stiamo vedendo. solo in quanto non è semplicemente un passaggio dalla privazione alla forma. il divenire dell’universo sarebbe impossibile. dicono gli aristotelici medioevali). la causa finale — ossia ciò in vista di cui qualcosa è fatto. e Aristotele chiama “motore” o “movente” il sostrato che fa passare un altro sostrato (che Aristotele chiama il “mosso”) dalla privazione al possesso della forma. Aristotele usa il termine aitìa (“causa”) per indicare ciò senza di cui qualcosa sarebbe impossibile. nello stesso sostrato. Questo significa che “tutto ciò che è in movimento è mosso da altro” (omne quod movetur ab alio movetur. della causa materiale (il sostrato) e. per il quale si è introdotta l’esistenza di un secondo sostrato è che. ne è privo). Il “far passare” è“muovere”. è necessario allora affermare l’esistenza di un terzo sostrato. E solo perché quest’altro sostrato possiede attualmente tale forma che esso può far passare il sostrato che la riceve dalla privazione al possesso di tale forma. è ora venuto in chiaro che la non contraddittorietà del divenire esige anche l’esistenza del movente. ma qualcosa senza di cui. solo in quanto il fuoco possiede in atto il calore.sopraggiungere nel sostrato che la riceve. anche qui. Ma vedremo tra poco come l’esistenza della causa finale non sia. Ebbene. esso può far diventar caldo un corpo. ancora una volta. Se il divenire dell’ente. è necessario che essa preesista in un altro sostrato. e poiché non può preesistere nel sostrato stesso che la riceve. infatti. dunque. che la possiede attualmente (= in atto).se cioè il movente è un “movente mosso” -. qualcosa di semplicemente trovato nell’esperienza. Aristotele afferma l’esistenza di una quarta causa del divenire. ma è il sopraggiungere della forma in un sostrato. Orbene. l’ente diveniente è possibile solo se si afferma l’esistenza della causa formale (la forma).

se il rinvio da un sostrato a un altro fosse indefinito. la totalità dell’universo degli enti divenienti. ossia di un ente che. Il Movente Immobile non è causa efficiente. nel sensibile. Ma ciò che muove senza muoversi può essere solo l’oggetto del desiderio e dell’intelligenza. rispetto alla forma considerata. Il Movente Immobile. il toglimento della contraddizione sarebbe indefinitamente rinviato. ma un ente la cui sostanza è il suo esser atto: atto puro. la cui attività è quella suprema: l’attività eterna dell’intelligenza che è eternamente intelligibile a sé stessa. cioè non può muovere nel senso in cui la causa efficiente muove. l’esser sostanza sarebbe qualcosa di potenziale rispetto al suo atto). daccapo. è necessario affermare che ogni forma. ma si considera la totalità del divenire. e cioè la contraddizione non sarebbe tolta. cioè ogni muovere è insieme un essere mosso. ogni muovere è un “commuoversi”. E quindi non un atto diverso dal suo esser sostanza (perché. se esistesse questa diversità. proprio perché immobile. ma causa finale dell’universo. non diviene. cioè non passa dalla potenza all’atto. 130 114 . che non è altro se non sostanza e atto»: il Movente (o Motore) Immobile. ma. Tale contraddizione è quindi tolta solo affermando che la serie dei moventi mossi ha un termine nell’esistenza di un “movente immobile”. Ebbene. Dio è la causa finale. Il Dio non produce il mondo. ma non lo scopo considerato come il contenuto che viene prodotto dall’agire. Esso è il Dio. pag. Bur. Il Dio muove il mondo. bensì lo scopo considerato come ciò a cui l’azione mira e che guida l’azione. preesiste in «qualcosa che muove non mosso. così come l’oggetto dell’amore. muove l’amante. eterno. Esso è lo scopo dell’universo. impassibile. 70 E. impassibile. sono appunto un agire — è anche un patire. Solo atto. che in tale totalità sopraggiunge. non può commuoversi.dizione che si afferma l’esistenza di un altro sostrato. perché se fosse in potenza sarebbe soggetto a divenire. senza commuoversi. Ma nella realtà sensibile ogni agire — e i moventi. Severino. lo attrae a sé come la terraferma attrae a sé chi va navigando sul mare70. Storia della filosofia antica. — Se a questo punto non ci si limita alla considerazione di un divenire particolare.

affronta immediatamente tale questione pregiudiziale. Questo dovrebbe valere anche per la Fisica. tuttavia. la natura aristotelica indica solamente una parte del reale. è stata decisamente negata da taluni filosofi precedenti. in particolare dagli Eleati. I. I. La fisica riguarda insomma la physis. Invece Aristotele. Come infatti il geometra non ha più ragione di disputare con chi gli demolisce i principi. A differenza della natura dei Presocratici. L’eventuale giustificazione dell’oggetto stesso compete perciò ad altra scienza. Ogni scienza particolare presuppone come esistente il proprio oggetto e di questo studia leggi e proprietà. Tale esistenza. La prima questione che occorre risolvere concerne l’esistenza stessa della physis. quanto alle scienze particolari. così accade anche a chi studia i principi fisici» (Fisica.LA FISICA La fisica aristotelica L'ESISTENZA DEL MONDO FISICO. «Da parte nostra noi poniamo che le cose della natura. 2). sia pure con qualche titubanza. quella realtà che ha in sé il principio del movimento e del divenire. appartengono non tanto alla filosofia in senso stretto. Su quale base viene dunque affermata da Aristotele l’esistenza della physis? Non attraverso una dimostrazione. ma ha bisogno di una scienza o diversa o comune a tutte le altre. lo Stagirita tratta nella Fisica. Tuttavia «esaminare se l’essere sia uno e immobile non fa parte delle ricerche fisiche. che è non scienza particolare in senso stretto. che significa la totalità dell’essere. conformemente al significato profondo di questa scienza. Ciò è evidente per intuizione immediata» (Fisica. quella soggetta al divenire. mentre degli aspetti particolari tratta in un complesso imponente di opere che. ma ontologia dell’essere in divenire. o tutte o in parte. quanto ne afferma l’originaria evidenza e quindi la sua indi115 . 2). ma mostrando l’originarietà ed evidenza di tale realtà. Egli non presuppone l’esistenza. Degli aspetti generali di questa realtà. sono mosse. infatti. Questi infatti negano ogni tipo di divenire e insieme riducono tutte le cose all’uno.

ad esempio il non-musico. l’uomo. 8). non indica il non essere assoluto. LA NEGAZIONE DEL DIVENIRE. Il divenire viene ammesso. Né si può dimostrare ciò che è evidente a partire da ciò che evidente non è. Non sono cause invece né la fortuna né il caso. Altre dottrine sono pervenute talvolta alla negazione del divenire soltanto per l’incapacità a fornire di esso una spiegazione adeguata. sostrato. ma semplicemente il non essere in atto di una certa forma. «Sicché è chiaro (. così come è avvenuto in relazione al principio di non contraddizione e alla sua evidenza logica nel IV libro della Metafisica. invece. cioè dalla privazione di una certa forma alla forma stessa o atto. Tale è ancora il divenire. 116 .. invece. «In senso assoluto nulla diviene dal non ente»: quindi non è possibile «sopprimere l’affermazione che ogni cosa o è o non è» (Fisica. sicché il divenire si realizza solo a patto di identificare i due contrari: il bianco è nero. I. infatti. E la privazione. Ma ciò è contraddittorio. Inoltre. rivolto in particolare contro gli Eleati. attraverso un procedimento dialettico. Il medesimo procedimento. ed esso è duplice: da una parte. in quanto esse concepiscono il divenire come passaggio dall’essere o dal non essere in senso assoluto. procedere alla confutazione dei suoi negatori. è il sostrato. come avviene in rapporto ai colori. 7). opposta la mancanza di figura o di forma o di ordine. il bronzo o la pietra o l’oro» (Fisica. dall’altra è l’opposto: e dico opposto l’a-musico. Innanzi tutto. La soluzione del problema è trovata da Aristotele nell’introduzione del sostrato: infatti. è l’uomo che diviene da nonmusico musico. il suo essere in potenza. se esso è ricondotto semplicemente ai contrari. formale. efficiente e finale — già esaminate nella Metafisica. cioè la privazione di quella forma.. e non il non-musico che diviene musico. viene da Aristotele sviluppato nella Fisica. Il divenire si configura pertanto come passaggio del sostrato dalla potenza all’atto.) che tutto ciò che diviene è sempre composto e vi è non solo qualcosa che diviene. il movimento si produce in rapporto alle quattro cause — materiale. ma insieme viene posto come aspetto essenziale di questo il non essere. Esso può essere colto o meno. Si può e si deve. il grande è piccolo.mostrabilità. ma anche l’oggetto che qualcosa diviene. sostrato. I.

IL MOVIMENTO. ma come «atto di una potenza in quanto è potenza» (Fisica. come abbiamo visto. né può concepirsi come corpo sensibile infinito in atto. giacché questo muta. esso non è né forma né materia. Neppure è intervallo.. il mosso. LO SPAZIO E IL TEMPO. Esso inoltre. nella tendenza a porre il limite. sulle aporie che scaturiscono dall’infinito si è fondato Zenone di Elea per negare il divenire.CONTRO IL MECCANICISMO. quantità. Esso indica semplicemente la possibilità della considerazione senza limite propria del pensiero nell’atto della divisione del continuo o nella assunzione di un termine sempre maggiore del termine dato. L’infinito esiste sempre e solo in potenza nelle realtà continue. la natura è intesa come causa finale. Le precondizioni che rendono possibile il movimento sono: il motore. presente anch’essa in natura. limite del corpo contenente (IV. in quanto è alterabile. Perciò negare il finalismo significa negare la stessa natura. i contrari. 4). Né è materia. non è altro che l’elemento materiale presente nella finalità. Inoltre. giacché l’infinito sembra essere necessariamente implicato sia nello spazio. concerne l’essere solo di alcune categorie . il movimento ha luogo solamente da sostrato a sostrato. Nel IV libro della Fisica. Per quanto concerne il luogo. nella perennità del movimento. lo spazio e il tempo. proprio perché forma e materia sono nel luogo. Aristotele affronta e risolve innanzi tutto il problema dell’infinito. l’infinito non esiste come sostanza separata. III. 4). cioè come realtà a sé stante. In contrapposizione al meccanicismo. il luogo non è separabile dai corpi. Esso è quindi primo immobile. giacché mentre questa è separabile. Aristotele analizza lo spazio e il tempo. La necessità. Inoltre. 1): così il movimento qualitativo o alterazione è atto di ciò che è alterabile. come ritengono taluni. Ma non può mai darsi in atto. come spazio. mentre il luogo rimane immutato. Il movimento è definito da Aristotele né come solo atto né come sola potenza. lo stesso deve dirsi in rapporto agli altri tipi di movimento. Questa definizione diverrà famosissima nel 117 . tempo e movimento. luogo non di tutte. qualità. Trattando delle precondizioni del movimento. nel nostro pensiero (Fisica. III.sostanza. L’INFINITO. Per lo Stagirita. come nel tempo.

giacché questo ultimo è nel tempo. Né l’istante è parte del tempo. l’istante è senza grandezza. né come differente. Agostino. Tuttavia il tempo non esiste senza il movimento. Numerare è l’atto di determinazione del movimento introdotto dalla coscienza. Aristotele esamina dapprima le aporie sull’esistenza del tempo. Il concetto di numero è da intendere non come numero astratto. prima e poi. S. che.Medio Evo e verrà fissata nella celebre formula terminus continentis immobilis primus. esso è qualcosa del movimento. S. con una profondità e finezza di analisi presupposta dalle indagini di Plotino. Aristotele si chiede se il tempo potrebbe esistere qualora non esistesse la coscienza. I capitoli finali del IV libro della Fisica affrontano il problema del tempo. che dallo spazio si estende al mobile e quindi al tempo. IL CONTINUO. come sembrava credere 118 . In quanto limite. Tommaso. Hegel. Il tempo è allora «numero del movimento secondo il prima e il poi» (IV.bensì esso è limite del continuo. né come continuo. ma come numero concreto o numero-numerato: ossia numero che sussiste sempre e solo come predicato di cose. e quindi con lo stesso movimento. 2). Proprio per questo. Nel VI libro viene affrontato il problema del continuo: questo non è costituito da elementi indivisibili. elemento discreto che costituisce per sommatoria il tempo. spazio e mobile si implicano reciprocamente. la coscienza gioca un ruolo essenziale nella dottrina aristotelica del tempo. Se infatti si intende il passato come ciò che non è più e il futuro come ciò che non è ancora. Il tempo è determinato dai due istanti. Seguendo il consueto procedimento. esso non si identifica con il vuoto. a partire dal prima e dal poi del movimento. determina anche il tempo. Tempo. Anche l’esistenza dell’istante appare problematica: infatti esso non può intendersi né come identico. Come si vede. Dal momento che il tempo è numero. il luogo esiste solo in relazione al corpo di cui è limite. Ma il tempo non è il movimento. In quanto limite. essi esprimono il prima e il poi. In questo rapportarsi. cioè come mezzo di numerare. solo «sosta» virtuale introdotta nel continuo dalla coscienza che determina. il tempo dovrebbe esistere pur essendo costituito di parti che non sono. e il numero è in rapporto con l’atto del numerare proprio della coscienza. Il tempo è stato spesso identificato con la sfera del tutto.

DIO COME CAUSA ULTIMA DEL DIVENIRE E DELLA PHYSIS. Dio. pertanto. bensì è quantità sempre divisi-bile. da Storia del pensiero occidentale. costituisce il principio ultimo di giustificazione della phiysis71. Aristotele si propone di giungere alla determinazione della causa ultima del divenire. partecipando di entrambi. con adattamenti. Il continuo è quantità nella quale un limite congiunge sempre due punti dati. diretta da Emanuele severino. Il movimento è inconciliabile con una considerazione della grandezza come costituita di elementi indivisibili. Armando Curcio Editore. 71 Tratto. infine. 119 . Nel libro VIII.Zenone nei suoi paradossi.

ad esempio la statua è stata scolpita per adornare il tempio. dove la forma è allo stesso tempo fine. il padre è la causa del bambino. Per comprendere la teoria aristotelica della casua120 . Quest’ultima. ogni attività motrice è quindi in sé teleologica. la natura è un principio di finalità. «l’arte o esegue bene ciò che la natura è incapace di fare o la imita» (Fisica II 8 199 a 15).La dottrina delle quattro cause Per lo Stagirita sapere significa innanzitutto conoscere le cause di ciò che succede. per Aristotele. essa agirebbe come la natura» (Fisica II 8 199 b 26). l’argento la causa della coppa. I 3). Il motore e il fine sono tutt’uno con la forma e. A proposito della casualità nella filosofia di Aristotele. come si vanta di aver fatto lui. ma nell’opera d’arte il motore è esterno a ciò che è mosso: «Se l’arte di costruire vascelli fosse nel legno. di tutto ciò che è vis a tergo». è la causa per eccellenza. a) La causa materiale (é yle) indica ciò di cui una cosa è fatta. dal canto suo. la materia svolge il ruolo di tutto ciò che è necessità e viene dal basso. Studiando la ricerca della causa nei primi filosofi greci (Metafisica. ad esempio la mano dello scultore. È quanto avviene nella creazione di un’opera d’arte. Hamelin ha scritto giustamente: «Tutte le cause si riducono alla forma e alla materia. l’agente è causa di ciò che è fatto. ma non hanno individuato i quattro tipi di cause. In realtà la forma alla fine fa tutt’uno con l’essenza. la causa della passeggiata è la buona salute. con i mezzi che ha a disposizione. in quanto si passeggia per stare bene. ad esempio il bronzo è la causa della statua. poiché spiegare significa innanzitutto poter rispondere alla domanda perché? Tutto ciò si capisce se si tiene presente che. quanto vi è di migliore e più bello. la natura crea. b) la causa formale (tò eidos) è la forma e il modello. Aristotele nota che le varie scuole hanno oscuramente intuito diversi tipi di causa. per Aristotele. tò ou éneka). c) La causa finale (tè télos. in quanto è il motore immanente che dirige ogni cosa verso un fine. b) La causa motrice (tò kinoùn) o efficiente. ad esempio il rapporto due a uno per l’ottavo oppure la forma che lo scultore ha dato al suo blocco di marmo.

forma di un corpo naturale che ha la vita in potenza e che. non bisogna dimenticare che. il più delle volte. principio interno di finalità organizzatrice. in virtù di una forza naturale che li spinge a farlo. Milano. J. parimenti la natura della pianta la porta a produrre le foglie in vista dei frutti e a dirigere le proprie radici verso il basso e non verso l’alto per trovare nutrimento (Fisica II 8 199 a 20). Xenia. con adattamenti. 46. Aristotele. pag. Siamo molto vicini a quanto diremo dell’anima. Per questo Aristotele ripete in continuazione «l’uomo genera l’uomo»72.lità. 72 Cfr. 121 . Aristotele parla come un naturalista. Le rondini fanno il nido e i ragni tessono la tela. Brun. è definita entelechia (L’anima II 1 412 a 20).

Crede che il cervello sia un organo che serve a raffreddare il cuore e gli impedisce di surriscaldarsi grazie alla secrezione della pituita. si limita a parlare di «carne». che ha suscitato l’ammirazione di più di un naturalista. del mantello degli animali (ibid. troviamo errori che a noi possono apparire grossolani. accanto a descrizioni estremamente precise. Le sue descrizioni dell’intestino restano confuse. Aristotele non ha portato delle innovazioni. i pastori.La biologia aristotelica: studi sull’anatomia e sulla riproduzione Non dimentichiamo che Aristotele scrive in un’epoca in cui le dissezioni e le vivisezioni sono rare. i nervi e il cervello. Non distingue le arterie dalle vene e crede che queste ultime contengano sia aria che sangue. della calvizie. e gli organi che chiama «anomoiomere» e che hanno delle funzioni. Per lui i polmoni sono dei mantici che hanno lo scopo di provocare un raffreddamento che mantiene il fuoco vitale. dell’incanutimento. gli uccellatori e i pescatori sono stati per lui maestri preziosi. V 42 e segg). la sua descrizione più precisa tuttavia è quella dello stomaco dei ruminanti (Parti degli animali III 14 673 b 31) e dello sviluppo placentare del «cane dei mari» (il Mustelus laevis). ma si accorge che i reni comunicano con la vescica attraverso gli ureteri. Dà una definizione dell’utero che non è da scartare totalmente. una lunga tradizione medica lo precedeva i sacrificatori. Aristotele distingue i tessuti che chiama «omoiomere» e che hanno delle proprietà. sia per quanto riguarda le osservazioni corrette che gli errori. niente di strano quindi se. ma bisogna dire che egli ha saputo codificare queste osservazioni (nelle opere che sono giunte fino a 122 . Studia il sistema pilifero. Certamente. assi come l’aria fredda prodotta da un mantice tiene accese le braci. Ignora le relazioni che esistono tra gli organi. Ha delle idee abbastanza imprecise sullo scheletro e non sa cosa significhi muscolo. come la lingua e la mano (Generazione degli animali I 39-43). Numerosi restano comunque gli errori di Aristotele. parla della natura dei capelli. i macellai.

Nei suoi mestrui. e il problema della determinazione del sesso nel feto. Ma il tipo di riproduzione a cui si interessa maggiormente è quella sessuale che implica l’accoppiamento di un maschio e di una femmina. ma nessuna delle altre due può esistere senza la prima (L’anima II. La riproduzione (cfr. Studia la formazione dell’embrione nell’uovo della gallina e vede il cuore del pulcino battere a partire dal terzo giorno di vita formato per primo. Generazione degli animali) può avvenire per generazione spontanea e Aristotele cita tutte le leggende diffuse al suo tempo che prende come esempi certi di generazione spontanea di mosche. e il caglio è il principio della coagulazione. ma anche il rappresentante di una linea ben precisa. poiché ciascun genitore non è soltanto un individuo. Aristotele. al pari del seme maschile nella formazione dell’embrione. che possono del resto rimanere interni. poi la testa e poi ancora gli arti inferiori. a seconda delle specie degli animali. come nel caso delle piante. A seconda di quale dei due elementi prevale sull’altro. Agli esseri viventi appartengono soltanto tre funzioni: la riproduzione (e la crescita). la prima può esistere da sola. Aristotele studia parimenti lo stato in cui nascono i piccoli. il cuore dà l’impulso necessario per la formazione degli altri organi: innanzitutto le viscere. la sensazione e la locomozione. vermi. pensa Aristotele. delle piante e degli animali immobili. 123 . La fecondazione può essere paragonata alla produzione del latte cagliato: il latte è la materia della coagulazione. topi eccetera. ma può succedere che uno dei genitori si sottragga a questa regola e il bambino assomiglierà allora ai nonni. LA RIPRODUZIONE. il bambino assomiglierà alla madre o al padre. dove risiede il principio dell’anima. la femmina porta la materia che formerà l’embrione. porta invece la forma. esamina anche quello degli ibridi infecondi come il mulo e spinge le sue ricerche nel campo dell’embriogenesi. il seme del maschio. la natura si serve del seme come strumento per dare forma.noi elenca più di quattrocento specie di animali) e gettare le basi di una anatomofisiologia comparata. al pari del seme femminile nella fecondazione. ha tentato di affrontare il problema dell’ereditarietà. 2 413 a 20). La riproduzione può verificarsi anche da un genitore solo come nel caso. lo vediamo bene.

poiché in essa rimane sempre una privazione che lascia un margine di indeterminazione e la forma è più o meno contrastata dalle potenzialità opposte che la materia contiene. Questo stato di cose è proprio del mondo sublunare. in quante la vita è proprio il campo d’azione per eccellenza delle cause finali care allo Stagirita «Dato che percepiamo numerose cause in tutto il divenire della natura. vale a dire degli individui che non hanno ricevuto la forma per la quale erano stati fatti.Tutte le annotazioni di Aristotele. Non dobbiamo scordare che la sua biologia eserciterà una grande influenza su tutto il Medioevo. La forma. Nulla è dunque perfettamente necessario. infatti. poiché essa è ragione e la ragione è il principio. introduce il contingente e l’accidente (cfr. Meta V 2 1027 a 8 e segg). la materia resiste alla forma. Sembra che la prima sia quella che chiamiamo “in vista di che cosa”. che entrambi spiegano le ragioni e le cause degli atti che compiono e il perché bisogna agire in un certo modo. anche se contengono una parte abbastanza grande di informazioni errate o leggendarie. che ha applicato alla fisica e alla cosmologia la visione del mondo che aveva ricavato dall’osservazione degli esseri viventi. dove non si può parlare di necessità perfetta. Poiché. Ma questo naturalista. ma soltanto di ciò «che accade più spesso». il medico che cos’è la salute. da buon osservatore. vi troverà ugualmente come spiegare la condizione dell’individualità. che vi ha trovato il vitalismo e il finalismo con cui spiegare la situazione degli esseri nel mondo. bisogna determinare ancora quale è. Infatti è dopo avere determinato. per natura. Ma vi è molta più finalità e bellezza nelle opere della natura che in quelle dell’arte» (Parti degli animali I 1 639 b 11). tanto nelle produzioni artistiche che in quelle della natura. la prima e quale la seconda. la Natura non fa niente senza motivo. ma dobbiamo tuttavia sottolineare che essa occupa un posto di eccezionale importanza nella sua filosofia. Da dove viene questo accidente che sembra rimettere in discussione l’intera idea di teleologia? Aristotele risponde: dalla materia. sono ricchissime di dettagli minuziosi. non riesce a informare del tutto la materia. l’architetto che cos’è la casa. Aristotele sa che vi sono dei mostri. ad esempio quella che spiega in vista di che cosa e quella che spiega a partire da che cosa si produce il movimento. con il ragionamento o con l’osservazione. i neoplatonici riprende124 .

66-68 125 . J. Brun. inserendola in una prospettiva etica.ranno questa idea. e in Plotino la materia rappresenterà il male73. Xenia. 73 Cfr. pp. Milano. Aristotele.

poiché non possiede in sé un principio di movimento e di riposo. I pitagorici. l’essenza di un’ascia è la sua sostanza tagliente. vale a dire l’entelechia dl un corpo organizzato» (ibiL IX 1 412 a 27). Per lui l’anima e il corpo non sono due sostanze distinte. Pendiamo per esempio di un’ascia. Preciseremo dunque la definizione dell’anima. mentre altre appartengono anche. Aristotele definisce allora l’anima «un’entelechia prima di un corpo naturale che ha la vita in potenza. ma l’ascia non è un corpo naturale.LA PSICOLOGIA L’anima e le sue funzioni Il trattato L’anima si propone di studiare e conoscere innanzitutto la natura dell’anima e la sua sostanza. delle associazioni di immagini. «e poi le proprietà che possiede e di cui alcune sembrano essere determinazioni proprie dell’anima stessa. ma due elementi inseparabili di un’unica sostanza ed egli dedica il primo libro della sua opera a ricusare le teorie dei suoi predecessori che ritenevano l’anima un elemento automotore o un’armonia. eccezion fatta per l’elemento più elevato dell’anima che è venuto dall’esterno (Generazione degli animali XI 8 786 b 28) e che. L’importanza di questo trattato è fondamentale nella storia delle idee. rimane «immortale ed eterno» (L’anima III 5 430 a 23). L’anima non può esistere al di fuori del corpo. Aristotele insorge contro questo dualismo. dicendo che «è la sostanza nel senso di 126 . DEFINIZIONE DELL’ANIMA. e poi Platone. all’animale» (L’anima II 402 a 7). della relazione delle immagini con le idee e delle origini empiriche della conoscenza è da far risalire ad Aristotele. dell’immaginazione. tutto ciò che gli empiristi hanno potuto dire della sensazione. separato dal corpo. consideravano l’anima una realtà separata dal corpo. ma attraverso l’anima. potremmo dire che quest’essenza è la sua anima. se fosse un corpo naturale.

oltre alla precedente. II 3 414 a 52 e 11 2413 b 12). per questo presiede al nutrimento. II 1 412 b 10). FUNZIONI DELL’ANIMA. Aristotele distingue diverse funzioni (dynameis) dell’anima: la funzione nutritiva (threptiké). la funzione sensitiva (aisthetikè). la funzione pensante (dianoetike). si tratta di una sorta di gerarchia tale per cui ogni facoltà implica quelle che la precedono. è il livello più basso dell’anima. Queste funzioni. II 3 414 a 32) e della funzione motrice (kinetikè) (ibid. È l’unica che possiedono i vegetali. La sensazione era considerata soprattutto una modificazione qualitativa del soggetto che percepisce a opera dell’oggetto percepito. ma Aristotele colloca il problema in una prospettiva vicina a quella che ha utilizzato per parlare del nutrimento: nel nutrimento la materia è assorbita. Aristotele parla anche della funzione desiderante (orektikè) (ibid. non tanto perché ognuno di questi oggetti è detto essere una cosa particolare. così come la cera riceve l’impronta dell’anello. sapore o suono.forma di un corpo di una qualità determinata» (ibid. la possiede l’uomo. mentre nella sensazione gli organi dei sensi ricevono la forma senza ricevere la materia. La possiedono gli animali. è causa del processo di assimilazione che rende simile ciò che all’inizio era dissimile. Così l’anima non è un corpo. che però è dotato anche dell’anima intellettiva. di un’anima sensitiva e di un’anima intellettiva. senza ricevere né il ferro né l’oro. per questo ne condivide le affezioni. se si parla di un’anima vegetativa. in un corpo essa è la forma del corpo. ma non obbligatoriamente quelle che la seguono: 1) L’anima vegetativa. così come una forma condivide le affezioni della sua materia: questa è la soluzione che Aristotele dà al problema dell’unione dell’anima e del corpo che sarà una delle questioni essenziali del cartesianeismo. o facoltà dell’anima. che si possono considerare effetti secondari della sensazione nel senso che il desiderio presuppone l’immaginazione e provoca il movimento. 2) L’anima sensitiva. a) La sensazione. ma anche alla riproduzione. ma in quanto ha una certa qualità e in 127 . Aristotele le ha chiamate talvolta parti dell’anima ma è chiaro che. «Accade lo stesso per il senso: per ogni sensibile esso subisce l’azione di ciò che possiede colore. Ha come fine la preservazione della specie. spinge al nutrimento.

virtù della sua forma» (ibid. il metodo del filosofo socratico è la maieutica che deve permetterci di «partorire» la verità di cui. poiché consiste nella capacità di riprodurre delle immagini che hanno lasciato in noi un’impronta. ad esempio. infine dà al soggetto che sente la coscienza della sensazione. organo principale della percezione. Nella percezione individuale la conoscenza universale è dunque in potenza. l’epistemologia non è mai ispirata dall’escatologia. il numero e l’unità. preme sul cuore. L’immaginazione (phantasìa). In Aristotele. Poi in meno a questi primi concetti universali. 11 6418 a 17). durante il sonno. siamo i depositari. la sensazione porta nondimeno sull’universale: l’uomo. Tuttavia un «senso comune» sottintende questi cinque sensi specializzati. ma si irradia in cinque sensi distinti che rimandano a organi specializzati. Sappiamo che per Platone imparare significa ricordarsi di una verità contemplata un tempo faccia a faccia ma in seguito dimenticata. Già in parecchie occasioni abbiamo sottolineato che la filosofia di Aristotele è una filosofia empiristica. Poiché 128 . le immagini che si ripetono o si fondono permettono di esercitare il pensiero. detto in altro modo il senso comune opera dei paragoni tra i dati dei sensi specializzati. la forma. senza saperlo. la sua funzione è quella di sentire i sensibili comuni come il movimento e il riposo. come un sigillo potrebbe fare con la cera. non l’uomo Callias. che non possiamo più controllare confrontando le sensazioni di un senso con quelle di un altro. La sensibilità è una facoltà unica. ad esempio ci permette di identificare il figlio di Diares nell’oggetto bianco che ho davanti agli occhi. la dimensione (ibid. lo si vede bene nei sogni che altro non sono che un persistere delle immagini (I sogni II 459 a 23). fino a che vi si fermano infine I concetti indivisibili e veramente universali: così una specie di animale è una tappa verso il genere animale. che essi non possono fare in quanto parziali. La memoria è paragonabile all’immaginazione. quest’ultimo concetto è esso stesso una tappa verso un concetto più elevato» (Analitici secondi 1119 100 a l7). un nuovo arresto si produce nell’anima. ma è soprattutto ora che potremo verificarlo. poiché il sangue. per lui la conoscenza inizia con la sensazione e «sebbene l’atto della percezione abbia come oggetto l’individuo. È una sorta di prolungamento della b) sensazione ed entra in gioco quando l’oggetto percepito è scomparso. III 2424a 17). di percepire i «sensibili accidentali». 3) L’anima intellettiva.

Le immagini non costituiscono per questo tutto il pensiero. poiché l’agente ha sempre una dignità superiore al paziente. dall’altra parte. se ci soffermiamo sugli epiteti di cui Aristotele si serve per qualificare l’intelletto agente. 430 a 129 . immortale (athanatos). che le produce tutte. infatti. II 15 430 a 10). soltanto la facoltà noetica pensa le forme nelle immagini. in quanto l’immaginazione sensitiva appartiene agli animali. cit. di conseguenza li crea. A questo punto. bisogna che il pensiero vada a cercare le forme nelle immagini. E questo intelletto è separato. Eccoci ora in presenza di uno dei punti più delicati della psicologia di Aristotele: «Dato che nella natura tutta individuiamo inizialmente qualche cosa che serve da materia per ogni genere (ciò che è in potenza tutti gli esseri del genere) e poi un’altra cosa che è la causa e l’agente che li produce tutti .una situazione di cui l’arte in rapporto alla sua materia è un esempio – è necessario che anche nell’anima si ritrovino queste differenze. da una parte. Aristotele distingue dunque due tipi di intelletto: un «intelletto passivo» (o pathetikòs nous. impassibile e senza mescolanze. ma «soltanto gli animali razionali sono capaci di formare una sola immagine a partire da una pluralità di immagini» (L’anima III 1 1434 a8). L’intelletto paziente è una sorta di ricettacolo che raccoglie gli intelligibili nella sensazione e nell’immagine assimilandosi a loro e rimanendo passivo. è la luce che fa vedere ciò che è visibile.«è dalla memoria che proviene l’esperienza per gli uomini. l’intelletto che è analogo alla causa efficiente. ibid. II 980 b 28). ci troviamo di fronte ai problemi che hanno dovuto affrontare tutti i suoi commentatori:-è separato o separabile (chòristòs) dal corpo. ma che ben interpreta il suo pensiero. senza mescolanze (amighes) (op. l’intelletto che è analogo alla materia. non può pensare senza l’intelletto agente che attualizza gli intelligibili e. infatti una molteplicità di ricordi della stessa cosa alla fine forma una sola esperienza» (Meta. Così dunque la sensazione e l’immaginazione sono la materia dell’intelletto. impassibile (apathes). in un certo senso. e. il principio alla materia (ibid. visto che è una specie di stato analogo alla luce: anche la luce. E infatti nell’anima vi è. termine che Aristotele non utilizza.). 430 a 24) e quello che i commentatori hanno chiamato un «intelletto agente» (o poitikòs noùs). in un certo senso trasforma i colori in potenza in colori in atto. per il fatto che diventa tutte le cose intelligibili. eterno (aidios) (ibid.

69-74 130 . Un buon numero di commentatori vedranno in questo intelletto attivo la presenza nell’uomo dell’intelletto divino. Immortale. l’Atto puro che è Dio. Allora ritroviamo un’altra volta che il pensiero di Aristotele parte dall’individuo che esiste per poi passare all’individuo in sé che è Dio. per quanto la si possa contraddire. Aristotele. I testi di Aristotele non permettono di confermare formalmente una simile interpretazione.22) e viene da fuori per entrare nel feto (Generazione degli animali II 373 6 . pur presente nell’uomo. non gli appartiene dunque pienamente. ma bisogna intendere con ciò che pensa da se stesso. ma è una presenza che si dispiega a partire dalle sue rappresentazioni fino a ciò che la presentifica?74 74 J. ma quest’universale dovrà essere attualizzato da un atto che viene da fuori. certo l’atto puro che è Dio pensa solo a se stesso. ma bisogna riconoscere che. l’atto di questo intelletto. In realtà Aristotele dice che questo intelletto può essere separato così come l’eterno è separato dal corruttibile (L’anima II 2 413 b28).28). proprio come. Xenia. si è fortemente tentati di considerarla molto plausibile. nella sensazione l’individuo va oltre l’universale. Sembra dunque che sia sovrumano. pagg. che è eterno. bisogna dirlo. Brun. Che l’eterno attualizzi il temporale non è il segno che ogni sostanza individuale non è soltanto presente nel mondo.

Ma chi è l’uomo virtuoso? L’uomo buono. uno per difetto. Ma quale misura? Una qualsiasi? Non un uomo qualsiasi. ogni uomo deve cercarsela. scienziato.. Perché la virtù è sempre una via di mezzo tra due vizi. Già uno dei Sette Saggi. Platone. Cleobulo. Tuttavia. altrimenti si profilava all’orizzonte lo spettro dell’imprevedibile.]. 6. l’altro per ec75 Aristotele. non è quella di Aristotele. altruista. Tanto che. Talora gli allievi migliori si allontanano dal cammino che hanno indicato loro i maestri. realista. come voleva Protagora. II. Etica Nicomachea. troppo scontata. Con questo principio fa il suo ingresso tra le dispute ateniesi il grande Aristotele. Sognatore. Aristotele. Parole. il suo opposto. lo fece con un metodo e dei risultati che Platone non avrebbe mai immaginato. azioni. aveva ammonito: «Ottima cosa è la misura». 1106b9 131 . può servire riagganciarsi a un pensatore che precedette Platone: a Protagora e alla sua formula dell’uomo misura di tutte le cose. come la natura più accurata e migliore di ogni arte. avvicinando per la prima volta Aristotele. pragmatico. I Greci non sapevano fare a mezzo del concetto di misura. ma l’uomo virtuoso è la misura delle cose.L’ETICA Aristotele e il canone del giusto mezzo «Se ogni scienza adempie bene al suo compito mirando al giusto mezzo [. passioni andavano tenute al guinzaglio. tutto casa e biblioteca? Questa risposta. Questa idea di Protagora continuava infatti a essere discussa anche dopo la confutazione di Platone. almeno quanto a carattere. la virtù che è. Se non misuravano si sentivano perduti. Per il resto. poeta. dovrà tendere proprio al giusto mezzo»75. entusiasta.. se i buoni artisti lavorano guardando a questo mezzo. Il più eccellente discepolo di Platone fu. Aristotele fu un ottimo allievo di Platone perché sviluppò il suo insegnamento. La virtù non è un ideale bello e pronto. pacifico.

La prospettiva del giusto mezzo può costituire una buona chiave di lettura attraverso cui orientarsi in un pensatore tanto multiforme quale fu Aristotele. Ma non lo sono più se inserisco fra questi due dementi un termine medio. 2001. Cogito Ergo Sum. dicendo ad esempio «I Greci sono civili perché giusti». 76 P. Emanuele. Sino ad allora poeti come Pindaro e filosofi come Platone avevano esaltato chi raggiunge il culmine in ogni cosa. Chi dà vera prova di coraggio? Chi riesce a evitare i due estremi. ma anche per la politica. Vale per la morale.cesso. Salani. la paura e la temerarietà: il difetto e l’eccesso. 132 . a quello ch’egli denomina il «giusto mezzo». E in campo logico? Se mi limito ad attribuire un predicato a un soggetto . il modo migliore per reggere lo Stato è trovare una via di mezzo tra oligarchia e democrazia.sono arbitrario. Egli non lasciò inesplorato quasi nessun settore dello scibile.ad esempio se dico «I Greci sono civili» . Basta con l’incensare gli aristocratici. Aristotele invece celebra chi si ferma a metà strada. ma proprio per questo è utile assumere un angolo visuale da cui osservare le sue teorie76.

come per Platone «identico è il bene per il singolo e per la città». Non si può. appartiene per Aristotele alle scienze dell’agire pratico. «ogni arte e ogni scienza. 2). nella trattazione. Proprio per questo «sembra più importante e più perfetto scegliere e difendere quello della città. e similmente ogni azione e ogni proposito sembrano mirare a qualche bene. alla quale appartiene dunque la ricerca del bene supremo. come pretendeva il tardo Platone nella sua riduzione del Bene al Numero. caratteristica del pensiero greco classico. certo esso è desiderabile anche quando riguarda una sola persona. La politica viene così ad avere il carattere di scienza architettonica o di comando.L’etica aristotelica L’etica. in quanto «essa determina quali scienze sono necessarie nella città e quali ciascuno deve apprendere e fino a che punto». conformemente alla tendenza dello Stagirita di costituire ciascun momento della scienza nella sua differenza e analogamente al processo storico di autonomizzazione dell’individuo. quindi. A differenza dei moderni che scindono la morale dalla politica. partendo dall’esperienza o da ciò che è bene per noi. Questa connessione di etica e politica. non si deve esigere l’esattezza o il rigore delle matematiche. per giungere al principio che lo fonda e lo giustifica. Occorre al contrario rovesciare il procedimento. come fa Platone. I. per Aristotele. Aristotele traccia così alcune indicazioni di metodo: poiché l’oggetto di questa scienza è costituito non dal necessario. assieme alla politica. trova tuttavia in Aristotele il punto di avvio per una reciproca differenziazione e autonomizzazione. l’etica è parte della politica. ma è più bello e più divino se riguarda un popolo e le città» (Etica Nicomachea. Infatti. partire dall’assunzione di un Bene in sé come principio e di qui dedurre le norme e le determinazioni dell’agire. ovvero l’agire dell’individuo da quello della collettività. In questo senso. ma da ciò che può essere diversamente. LA FELICITÀ È IL FINE DELL’UOMO. Scopo essenziale dell’etica è quello di stabilire che cos’è il bene. che si concluderà nell’ellenismo. Il procedimento da adottare sarà invece quello dialettico. perciò a 133 .

altri nella ricchezza e nell’onore. e quindi il raggiungimento del proprio bene. 6). divergono anche in modo sostanziale nel determinare la natura della felicità. e non desideriamo ogni cosa in vista di un’altra cosa singola (così infatti si andrebbe all’infinito. e della giusta misura. né nella «sensa134 . Se così fosse. quanto alla guerra. Infatti il bene «non potrebbe essere un universale comune ed unico: in tal caso infatti non sarebbe espresso in tutte le categorie bensì in una sola» (Etica Nicomachea. Ma l’onore non è fine in sé. v’è la medicina. in quanto dipende «più da chi conferisce l’onore che da chi è onorato». Dunque qual èil bene per l’uomo? Per indagare questo concetto. il bene e la perfezione risiedono nella propria opera. «Dunque il bene non è una qualità comune. Infatti così come per il flautista. ma come mezzo per qualcosa d’altro. Taluni infatti ritengono che essa consista nel piacere. però. I. così se esiste un’opera che è propria dell’uomo in questa consiste la realizzazione dell’eccellenza o virtù. mentre gli altri li vogliamo solo in vista di quello. dovrebbe esistere un’unica scienza di tutti i beni. ma anche esistono più scienze di un’unica categoria. quanto agli aspetti fisici la ginnastica». si dice in molti modi. In conclusione il bene. Qual è il sommo dei beni nell’agire? Comunemente questo bene è detto essere la eudaimonìa. come l’essere. che si esprima sotto una sola idea». quanto all’alimentazione. in tal caso è chiaro che questo deve essere il bene e il bene supremo». il guadagno è ricercato non per se stesso. Le opinioni degli uomini. inoltre. tuttavia occorre distinguere tra quei fini che vengono perseguiti come mezzi per un fine ulteriore e invece quel fine che non rinvia ad altro e che perciò si costituisce come fine ultimo. o qualunque altro artigiano. della medicina. Neppure è accettabile la tesi di Platone che fa del bene un’idea trascendente. cosicché la nostra tendenza sarebbe vuota ed inutile).ragione definirono il bene ciò a cui ogni cosa tende». Se è vero dire che il bene è fine di ogni agire. quanto alla malattia. Mentre non solo si danno diverse scienze in riferimento alle diverse categorie. altri parlano invece dell’esistenza di un bene in sé come fondamento della esistenza di tutti gli altri beni. della strategia. Aristotele prende l’avvio dal concetto di «opera» (érgon) che è peculiare all’uomo e a nessun altro. comune anche alle piante. del pari. «Così dell’occasione v’è la scienza. «Se poi vi è un fine delle nostre azioni che noi vogliàmo di per se stesso. ossia la felicità. Ora quest’opera non risiede semplicemente nel «vivere».

7). bensì possiede il piacere in sé. I. ma ad essa consegue.zione»..) non è buono chi non gioisca delle azioni virtuose né alcuno chiamerebbe giusto un uomo che non goda di agire secondo giustizia». dovremo indagare intorno alle virtù». e questa sia costituita dall’attività dell’anima e dalle azioni razionali. «Poiché la felicità è dunque un’attività dell’anima conforme ad una virtù perfetta.. né un sol giorno. Inoltre. cioè la sua areté o virtù. e se diciamo che questa è l’opera del suo genere e in particolare di quello virtuoso (. comune anche agli altri animali. mentre dell’uomo virtuoso sia proprio ciò. I. compiuto però secondo il bene e il bello. «Questa qualità sarà dunque presente all’uomo felice ed egli sarà tale per tutta la sua vita. Infatti una sola rondine non fa primavera. come si è visto nella psicologia.. realizza dunque il bene. In questo nesso consiste il legame che unisce psicologia ed etica. e se molteplici sono le virtù. la felicità richiede una vita compiuta e una perfetta virtù. VIRTÙ E PARTI DELL’ANIMA. così neppure una sola giornata o un breve tempo rendono la beatitudine o la felicità» (Etica Nicomachea. «se propria dell’uomo è l’attività dell’anima secondo ragione. così la realizzazione della felicità richiede anche i beni esteriori sebbene non sia riducibile ad essi né ne dipenda essenzialmente. «La vita delle persone virtuose non richiede il piacere come qualcosa di accessorio. se è così. «Resta dunque una vita attiva propria di un essere razionale».. Dunque. o meglio. la virtù deve essere scelta per se stessa. Infatti (. Ora solo nell’attività secondo virtù si dà continuità e stabilità. «Infatti noi intendiamo studiare il bene umano e la felicità umana». 10). in modo che ciascun atto si compia bene secondo la propria virtù. La perfezione di questa attività. Così come il piacere non è la virtù. Dunque. allora il bene proprio dell’uomo è l’attività dell’anima secondo virtù. ma questo non significa alcun disprezzo per i beni accessori della vita. Se dunque è così. secondo la migliore e la più perfetta. E ciò vale anche per tutta una vita completa. o non senza ragione.). Sempre infatti o più di ogni cosa egli farà o contemplerà le cose virtuose. ed egli sopporterà i casi della sorte ottimamente e in ogni maniera degnamente. Ora l’anima presenta tre funzioni: 135 . noi supponiamo che dell’uomo sia proprio un dato genere di vita. se è veramente buono» (Etica Nicomachea. intorno alla virtù umana.

una vegetativa, una sensitiva e una razionale. Ciascuna di queste attività dunque si esprime in una peculiare “virtù”. Inoltre, anche la parte appetitiva o concupiscibile partecipa in qualche modo della parte razionale, in quanto essa deve obbedire alla ragione. Abbiamo cioè a che fare con l’appetito razionale o con la razionalità appetitiva. E poiché l’anima consta di due tipi di attività, quella irrazionale e quella razionale, anche le virtù corrispondenti saranno di due tipi: le virtù etiche e le virtù dianoetiche. Le virtù dianoetiche o razionali sono ad esempio la sapienza, l’intelletto, la ragione discorsiva, la saggezza. Virtù etiche sono ad esempio la generosità, la moderazione, il coraggio. LE VIRTÙ ETICHE. Come si produce la virtù etica? Secondo Aristotele, «essa deriva dall’abitudine, da cui trae anche il suo nome (éthos)». Queste virtù non sorgono in noi per natura, né contro natura, «bensì esse nascono in noi, che, atti per natura ad accoglierle, ci perfezioniamo attraverso l’abitudine». Per acquistare queste virtù, noi dobbiamo esercitarle, così come avviene anche nel campo delle tecniche: infatti, così come diventiamo costruttori con il costruire le case, ed è col suonare la cetra che diventiamo citaredi, «così altrettanto compiendo cose giuste diventiamo giusti, compiendo cose moderate diventiamo moderati, facendo cose coraggiose coraggiosi». In negativo, è facendo cose viziose che diventiamo viziosi. Quindi la disposizione presente in noi si realizza attraverso l’attività fino a divenire abitudine positiva o negativa, cioè virtù o vizio. «Segno delle disposizioni acquisite dev’essere il piacere o il dolore che sopraggiunge a seconda delle nostre azioni: così chi si astiene dai piaceri del corpo e gode proprio di ciò, è davvero moderato, chi invece se ne cruccia, è intemperante; e chi affronta i pericoli e ne gode o non se ne addolora è coraggioso, chi se ne addolora è vile. Infatti la virtù etica è in relazione con i sentimenti di piacere e di dolore». Con la pena e il dolore si corregge insieme l’azione viziosa. Tale tendenza in sé non è né buona né cattiva, ma va subordinata alla giusta regola imposta dalla parte razionale dell’anima. Riprendendo l’apparente paradosso, secondo cui per diventare giusti occorre praticare la giustizia, ma insieme sembra che occorra già essere giusti per fare azioni giuste, Aristotele chiarisce che, a differenza delle tecniche, dove i prodotti, ovvero il risultato
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dell’attività, hanno valore in se stessi, «invece nel caso delle virtù non è sufficiente che alcune azioni siano di una data qualità, che si agisca con giustizia o con moderazione, bensì occorre che chi le compie lo faccia in una determinata disposizione d’animo, cioè anzitutto che siano compiute consapevolmente, quindi di proposito, e di proposito a causa di se stesse, in terzo luogo con volontà ferma e immutabile». Solo a queste condizioni si tratta di virtù. Che cos’è allora la virtù? Intanto essa non è un sentimento, come il desiderio del piacere, dov’è assente la scelta; né è semplicemente una capacità, giacché questa potrebbe anche non essere sviluppata. La virtù fa invece parte delle disposizioni. In generale, «ogni virtù, a seconda della qualità di cui essa è virtù, perfeziona questa e rende buono il risultato». Per questo, essa deve tendere al giusto mezzo, che non indica una via media empirica, quanto il raggiungimento del termine perfetto di equilibrio, cioè il culmine e l’eccellenza. Così, «se noi proviamo quelle passioni quando si deve, in ciò che si deve, verso chi si deve, allo scopo e nel modo che si deve, allora saremo nel mezzo e nell’eccellenza, che son propri della virtù (...). Dunque la virtù è una certa medietà, che ha come scopo il giusto mezzo (...). La virtù è quindi una disposizione del proponimento, consistente nella medietà rispetto a noi stessi, definita dalla ragione e come l’uomo saggio la determinerebbe (...). Perciò secondo la sua essenza e secondo la ragione che stabilisce la sua natura, la virtù è una medietà, ma rispetto al bene e alla perfezione, essa è al punto più elevato» (Etica Nicomachea, II, 6). L’introduzione della ragione nella definizione mette in evidenza che la virtù etica non è in sé completa e perciò deve fare riferimento alla virtù intellettuale o dianoetica della saggezza. Nel mentre il concetto di giusto mezzo evidenzia la presenza di relazioni quantitative che sfociano nella qualità. Infine occorre guardarsi dal vizio che è più opposto alla corrispondente virtù, e dal vizio al quale tendiamo con più facilità. Analisi delle virtù etiche. Dopo aver delineato le caratteristiche generali della virtù, a partire dal III libro Aristotele procede ad un’analisi dettagliata delle diverse virtù etiche. Poiché queste fanno riferimento a sentimenti e azioni, esse vengono esaminate ora in riferimento ai primi ora alle se137

conde. Fra i sentimenti dobbiamo ricordare ad esempio la paura, la confidenza, l’ira, la vergogna. Tra le azioni, vengono analizzate quelle in rapporto con la ricchezza (donazione del denaro o acquisizione della ricchezza), e il perseguimento dell’onore. Lo Stagirita si sforza di delineare con precisione gli ambiti delle singole virtù, senza una deduzione rigorosa e con un ordine spesso accidentale. Si tratta di un’analisi fenomenologica, che offre un quadro vivace dei comportamenti vigenti nei costumi e nella società del suo tempo. LA GIUSTIZIA. Aristotele dedica un intero libro, il V dell’Etica Nicomachea, alla trattazione della giustizia. Che cos’è il giusto? Con giusto noi intendiamo da un lato ciò che è legale, dall’altro ciò che è corretto ed equo. La giustizia, inoltre, si presenta come «virtù perfetta», giacché di essa ci si serve non solo nei riguardi di se stesso, ma anche in relazione agli altri. Del pari l’ingiustizia costituisce il vizio completo. Aristotele si sofferma a lungo nella trattazione della giustizia particolare. Questa si divide in due parti, a seconda che tratti del giusto nella distribuzione dell’onore e della ricchezza fra i cittadini, oppure della giustizia correttiva nelle relazioni fra gli uomini. La giustizia distributiva riguarda il rapporto fra due persone e due oggetti, distribuisce i beni in rapporto al merito delle persone, così da considerare il giusto come una proporzione geometrica. La giustizia commutativa si presenta nelle relazioni sociali, sia che queste siano volontarie o involontarie. In essa prevale la proporzione aritmetica. Qui non si tratta di accertare il rapporto di merito fra due persone, bensì si considerano i due soggetti come eguali. La legge non chiede se è un buono che ha defraudato un cattivo o viceversa, ma bada soltanto alla natura del torto, alla volontarietà o meno dell’atto, al danno prodotto, determinando chi ha perduto o guadagnato. «Cosicché l’equo è il medio tra il più e il meno». La giustizia, in questo senso, è reciprocità. La reciprocità è la regola essenziale che tiene unita la comunità statuale, conservata dallo scambio reciproco dei servizi e dei beni tra gli uomini. Ma poiché i beni che si scambiano hanno diversa natura e qualità, cioè diverso valore, essi devono essere eguagliati, prima che avvenga lo scambio, attraverso una comune unità di misura per la loro valutazione. In questa analisi, Aristotele esamina le diverse relazioni economiche 138

scambio, moneta, valore, bisogno - non considerate a sé stanti, bensì come momento delle relazioni sociali e politiche. La giustizia è disposizione ad agire per scelta deliberata. Pertanto, occorre affrontare il problema della volontarietà degli atti, sulla cui base è possibile valutare il problema della responsabilità. Infine, l’equità deve intervenire nella correzione della legge, giacché «ogni legge è universale, mentre non è possibile in universale prescrivere rettamente intorno ad alcune cose particolari». Perciò esiste uno squilibrio tra l’universalità della legge e la particolarità e variabilità dei casi che mal sopportano una norma fissa e rigida. «Infatti, di ciò che è indeterminato, anche la norma dev’essere indeterminata». LE VIRTÙ DIANOETICHE. Si è visto in precedenza che la virtù etica consiste nel giusto mezzo quale prescrive la «retta ragione». Si tratta ora di esaminare più da vicino le virtù della parte razionale dell’anima. Quest’ultima, secondo Aristotele, ha due funzioni a seconda che si riferisca alla conoscenza delle realtà necessarie oppure a quella delle realtà contingenti, che non solo possono essere o non essere, ma anche essere diversamente. La prima parte o funzione dell’anima razionale costituisce la ragione teoretica, l’altra la ragione pratica. Della prima fanno parte la sapienza, l’intelletto, la scienza. La parte pratica concerne per un verso la pràxis in senso stretto ossia l’agire etico e politico, per altro la pòiesis, cioè l’agire produttivo. Dei tre elementi che sono nell’anima, sensazione, ragione, desiderio, la sensazione non determina mai l’azione, mentre appetito e ragione la determinano in modi differenti. Infatti la virtù morale è disposizione a scegliere, e la scelta è un desiderio deliberato. Quindi l’azione comporta il desiderio di un fine, mentre la ragione calcola e sceglie i mezzi che sono necessari al raggiungimento di un fine. Tuttavia entrambe le parti dell’anima razionale hanno per oggetto la verità, l’una la teoretica, l’altra la pratica. Quest’ultima consiste nel giusto appetire. L’uomo in quanto espressione di desiderio e di ragione produce quindi l’agire. Virtù della parte pratica è la saggezza (phrònesis). Essa consiste «nel saper deliberare bene intorno alle cose che sono per lui buone e giovevoli non in particolare (ad esempio, quali cose siano buone o giovevoli per la salute
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e la forza), bensì quali lo siano in generale per vivere bene (...). Resta che essa sia una disposizione pratica, accompagnata da ragione verace, intorno a ciò che è bene e male per l’uomo» (Etica.Nicomachea, VI, 5). Quindi occorre conoscere quale sia il fine per l’uomo, mentre la saggezza delibera solo in riferimento ai mezzi per giungere al fine. «La virtù rende corretto lo scopo, mentre la saggezza rende retti i mezzi» (Etica Nicomachea, VI, 12). Ora senza la saggezza non vi può essere virtù etica, ma nello stesso tempo non v’è saggezza senza la virtù etica, proprio perché la saggezza si rivolge ai mezzi per conseguire il bene morale. LA SAPIENZA (sophia), che risulta essere sintesi di intelletto e di scienza, costituisce la virtù più elevata, in quanto ha per oggetto la realtà più elevata e divina. La felicità consiste dunque nell’attività conforme alla virtù più elevata, cioè nella vita contemplativa. «Quest’attività è infatti la più alta: infatti l’intelletto è tra le cose che sono in noi quella superiore, e tra le cose conoscibili le più alte sono quelle cui si riferisce il pensiero. Ed è anche l’attività più continua (...). Pensiamo poi che alla felicità debba essere congiunto il piacere e si conviene che la migliore delle attività conformi a virtù è quella relativa alla sapienza; sembra infatti che la filosofia apporti piaceri meravigliosi per la loro purezza e solidità; ed è logico che il corso della vita sia più piacevole per chi conosce che non per chi ancora ricerca il vero. E l’autosufficienza di cui abbiamo parlato si troverà soprattutto nell’attività contemplativa (...). Inoltre, sembra che l’attività contemplativa sia la sola ad essere amata per se stessa; infatti da essa non deriva alcun altro risultato all’infuori del contemplare, mentre dalle attività pratiche ricaviamo sempre qualcosa, più o meno importante, oltre all’azione stessa (...). Se dunque in confronto alla natura dell’uomo l’intelletto è qualcosa di divino, anche la vita conforme ad esso sarà divina in confronto alla vita umana». Dunque questo modo di vita sarà il più felice: e di tanto si estende la speculazione, di tanto si estende anche la felicità. Conformemente all’ideale greco che privilegia il vedere sull’agire, la teoria sulla prassi, la vita speculativa del

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77 L. cioè nella pòlis77. Armando Curcio Editore. Ma questo fine si realizza solo nel vivere comune. 141 . Ruggiu in “Filosofia”.filosofo costituisce il più alto raggiungimento del fine proprio dell’uomo. Enciclopedia diretta da Emanuele Severino.

Aristotele ne scarta subito una: quella di Platone. A questo. oggetto semplicemente di contemplazione. 142 . altri con gli onori. è dedicata l’intera Etica Nicomachea. sia la felicità è per Aristotele fuori discussione il problema è di vedere in che cosa la felicità consista. che si presenta come ricerca del fine ultimo delle azioni umane. Che il più alto dei beni praticabili (prakton) dall’uomo. altri ancora con la conoscenza (theoria). infatti. mentre al presente noi cerchiamo qualcosa di simile. filosofia e politica Aristotele è colui che più esplicitamente di ogni altro filosofo formula il problema della felicità. oppure è separato ed è in sé una qualche cosa. anche se lo fa con un certo rammarico per l’amicizia che lo lega al maestro: da cui il motto amicus Plato. esso non può essere un’Idea trascendente. altri con la virtù. ed è predicato in comune. e se vi è un bene unico. Riservandosi di esaminare tutte queste posizioni. identificato con il bene supremo dell’uomo. secondo cui il bene supremo saebbe l’Idea del Bene. I motivi per cui Aristotele non può accettare la tesi della Repubblica sono due: anzitutto non vi è un unico bene. né tale che l’uomo lo possa fare proprio. ma deve essere in qualche modo praticabile dall’uomo. In secondo luogo. uguale per tutti. Quest’ultimo costituisce non soltanto l’oggetto dell’etica. altri con la ricchezza. cioè realizzabili mediante l’azione umana. sed magis amica veritas. poiché il bene supremo deve essere la felicità. Alcuni la identificano col piacere. ma vi sono tanti beni quante sono le categorie dell’essere e ciascuno di essi è oggetto di una scienza diversa.LA POLITICA La relazione tra felicità. è chiaro che non potrà essere un bene realizzabile (prakton). poiché il bene del singolo fa parte del bene della città (polis). ma anche della politica. Insomma.

perché questa è comune an143 . così anche per l’uomo si può porre una qualche opera propria. possibile definire che cos’è la felicità se non si coglierà qual è l’agire tipico (ergon) dell’uomo. della mano. ed egli sia inattivo per natura? O. al di là di tutte quelle particolari? La nozione di «agire tipico». e dell’uomo non ve ne sia nessuna. Ma è dunque possibile che vi siano opere e attività proprie di un falegname e di un calzolaio. «operare proprio». perché per natura l’uomo è animale politico”. giacché l’uomo è costituito in modo tale da poter realizzare la propria felicità solo nella polis. per uno scultore. perché questo è comune anche alle piante. L’agire tipico dell’uomo non sarà né il semplice vivere. proprio come appare evidente che dell’occhio. o l’uomo meglio di qualunque altro ente. del piede e’ più in generale. così si può credere che ciò valga anche per l’uomo. “Noi non usiamo . ossia indica ciò che l’uomo soltanto. come si è già detto poc’anzi. desiderato in vista di se stesso e non di altro. non è che una parte della politica. cioè la dottrina del bene individuale. la ragione di questo risiede nella natura politica dell’uomo. ed «autosufficiente» (autarkhes). per ogni artigiano. In questo Aristotele concorda con Platone: la felicità non è un fatto soltanto individuale. Il punto di partenza della ricerca aristotelica della felicità è lo stesso di Platone.Ciò non esclude che. Per questo. fine). Infatti. infatti. ma è un bene sociale a cui tutti devono poter partecipare.scrive Aristotele . «opera». cioè fine a se stesso (da telos. sebbene in un senso diverso da quello con cui d’abitudine si intende questo termine. cioè la ricerca della funzione propria (ergon) dell’uomo. Non è. ma in relazione anche a genitori. riesce a fare.il termine autosufficiente in relazione a un singolo individuo che vive una vita solitaria. secondo Aristotele. né una vita fatta di sensazioni. e in generale per coloro che hanno un proprio operare ed agire. di ciascuna delle parti del corpo vi è evidentemente un operare tipico. il bene e il successo sembrano consistere nell’opera stessa. anche per Aristotele. figli. esso debba essere un bene «perfetto» (teleion) . il bene è oggetto della politica e l’etica. moglie e in genere agli amici e concittadini. se è vero che anche l’uomo ha un qualche operare suo proprio. equivale a quella di «funzione» in Platone. come per un flautista.

se gli capitano figli o amici degeneri. non è altro che la virtù (areté). cioè non solo di una fase di essa. ma nello svolgerla bene. denaro o potere politico. non solo in alcuni momenti di essa: «come una rondine non fa primavera. una buona famiglia. ancor meno. 144 . al bue e a tutti gli animali. come buona nascita. sembrerebbe che la felicità abbia bisogno anche di una simile prosperità esterna. usandoli come strumenti. la nostra beatitudine ne risulta intaccata. cioè capacità di svolgere le funzioni che gli appartengono. né al corpo. o se ne ha di buoni. né la fa un solo giorno di sole. buona discendenza. o un breve spazio di tempo. anche se quelli dell’anima (le virtù) sono i più importanti. Come abbiamo detto prima. Infatti si compiono molte azioni per mezzo di amici.egli scrive . e della vita intera. bellezza. poiché l’eccellenza. ma muoiono. Un primo segno del carattere inclusivo che la felicità possiede per Aristotele è l’accenno alla durata della vita. o. non fanno felice e beato nessuno» Apparentemente siamo di fronte alla stessa definizione di Platone. così un solo giorno. Il bene inoltre non consiste solo nello svolgere la propria funzione. cioè che per la felicità sono necessari anche i beni esterni (una certa ricchezza. Tale virtù dovrà essere esercitata per l’intera vita. o non facile. Perciò è lontano dall’essere felice chi è del tutto sgradevole a vedersi o di bassa stirpe o solitario e senza figli. Aristotele definisce la felicità come «attività dell’anima secondo virtù». cioè della vita vissuta in questo mondo. e se siamo privati di certe cose.che al cavallo.che la felicità ha bisogno dei beni esteriori. degli amici) e i beni del corpo (salute. un aspetto gradevole). che sono in essa comprese. o dell’anima razionale. di cui l’anima è «atto primo». Ora. ma riguarderà l’uso della ragione. con anima e corpo. compiere azioni belle se si è sprovvisti di risorse. La felicità è una caratteristica della vita umana. come abbiamo già visto. come abbiamo già detto: è impossibile. Appare evidente . cioè in modo eccellente. per esempio è proprio del citarista suonare la cetra e del citarista eccellente suonarla bene. ma in realtà Aristotele non contrappone l’anima razionale né alle altre parti dell’anima (vegetativa e sensitiva). Un altro segno dello stesso carattere è l’affermazione che Aristotele fa subito dopo.

perciò divenne il simbolo della precarietà. quindi non ha propriamente alcuna virtù. Sull’importanza della fortuna per la felicità Aristotele insiste per un intero capitolo. quella vegetativa. Dopo avere individuato nella virtù la componente principale. nessuno direbbe felice chi ha sopportato tali sventure ed è morto in modo così miserabile. Questa componente dell’anima corrisponde all’«impeto» (thumos) di cui aveva parlato Platone e che Aristotele preferisce chiamare «desiderio» (orexis). Si tratta di osservazioni condivisibili ancora oggi. ma in una vita completa». Non è un caso che. nel senso che è capace di obbedirle. cioè della fortuna. partecipa della ragione. ed alla fine conclude che è felice «colui che agisce secondo virtù completa ed è provvisto a sufficienza di beni esterni. perciò è capace di virtù. perché l’anima umana è una realtà complessa. a questo proposito. uno dei re più potenti della terra. anche se non completamente sufficiente. ebbe distrutta la famiglia e la città. in cui chi nasceva schiavo non poteva certamente essere felice. Aristotele dedica il resto dell’Etica Nicomachea all’illustrazione delle virtù. Dalle parole citate. una seconda invece. Una parte di essa. cioè delle capacità di svolgere bene le proprie funzioni. anche se non manca di osservare che «l’uomo veramente buono e saggio saprà sopportare in modo decoroso tutti gli eventi della sorte». pur non essendo essa stessa la ragione. inoltre. La terza parte dell’anima è la ragione vera e propria (dianoia). dotata anch’essa di alcune virtù. che perciò si poteva presumere felice. proprio come altri la identificano con la virtù. Queste. intese come capacità di svolgere secondo ragione funzioni proprie dell’anima umana. risultano essere molte. della felicità. della sventura. con l’eccezione forse della buona nascita. si può desumere quanto Aristotele tenesse conto della sorte. della fragilità. epici e tragici. poiché non viviamo più in una società schiavistica. non in qualsiasi periodo di tempo. infatti. Le virtù del desiderio sono chiamate «virtù eti145 . egli ricordi il destino occorso a Priamo: è possibile che la persona più prospera cada in terribili sventure durante la vecchiaia. come accadeva nella concezione della vita espressa dai grandi poeti. è del tutto priva di ragione.A partire da ciò. alcuni fanno una cosa sola della felicità e della buona fortuna. Priamo. come si narra a proposito di Priamo nei poemi eroici.

vale a dire compiendo più volte azioni buone. e anche la sua opera. secondo Aristotele. si può parlare a questo proposito di virtù «morali». si acquisiscono compiendo più volte azioni cattive. Ciò va tenuto presente. Secondo Aristotele. La sua differenza specifica. cioè ethos-. Se quindi per tutte le virtù le cose stanno così. anche per Aristotele. Allo stesso modo. Perciò. ogni virtù etica è il «giusto mezzo» (meson) tra due vizi opposti. anche la virtù dell’uomo verrà a essere lo stato abituale per cui un uomo è buono e compie bene la sua opera.che in greco ha un nome simile a quello del carattere. da cui deriva «etica». o «intellettuali». che non ha riscontro nella modernità. Le virtù in generale. come per Platone e per i Greci in generale. che insieme col genere costituisce per Aristotele la definizione della virtù. si acquisiscono per mezzo dell’abitudine . virtù significa eccellenza in generale e non ha un significato soltanto morale. ossia ciò che la accomuna ad ogni altra abitudine. è invece la seguente: Ogni virtù ha l’effetto di portare alla buona realizzazione ciò di cui è virtù. cioè l’eccesso e il difetto. Sia le virtù che i vizi sono «stati abituali dell’anima.che». Allo stesso modo la virtù del cavallo rende eccellente un cavallo e buono per correre. «carattere» e «costume». Questo è il genere della virtù. se si vuole capire bene l’identificazione della felicità con la virtù. Come si vede. o anche «abiti» (hexeis). le leggi rendono virtuosi i cittadini facendo contrarre loro buone abitudini: di qui l’importanza della politica per l’etica. dato che vediamo bene perla virtù dell’occhio. per esempio la capacità di nutrirsi bene è il giusto mezzo tra il mangiare troppo e il mangiare troppo poco. La determinazione di questo giusto mezzo. secondo Aristotele. le quali corrispondono alla nozione moderna di virtù. Invece le virtù della ragione sono dette «virtù dianoetiche». Poiché in latino i costumi sono detti mores. o 146 . così come lo sono quelle che potremmo chiamare le virtù del corpo. gli opposti delle virtù. in greco si chiamano ethos. e sono una nozione tipica della filosofia antica. perché una volta acquisite formano il carattere del singolo individuo e i costumi della comunità: entrambi questi termini. come per esempio la virtù dell’occhio rende eccellente l’occhio. cioè i vizi. e di far si che eserciti bene la sua opera. per portare il cavaliere o per star fermo di fronte al nemico.

Presa in un’accezione più particolare. La virtù della ragione. A ciascuna di queste egli dedica poi una trattazione particolareggiata. e le parti di essa. la mitezza. Ma che cosa sostiene Aristotele a proposito della giustizia. nel qual caso assume la forma di una proporzione (per esempio gli onori devono essere proporzionali ai meriti). Come esempi di virtù etiche Aristotele cita il coraggio. giusto mezzo tra temerarietà e codardia. è la saggezza (phronesis). In tal senso. giusto mezzo tra intemperanza e insensibilità. detta anche «scientifica». la sincerità. o comunque per chi governa secondo virtù o secondo qualche altro criterio consimile.come la giusta quantità di cibo varia secondo le dimensioni del corpo . Alle virtù dianoetiche Aristotele dedica il VI libro dell’Etica Nicomachea. giusto mezzo tra prodigalità ed avarizia. nell’interesse della comunità politica. non è tuttavia meccanica. la giustizia è anch’essa una forma di «medietà» e può applicarsi o alla distribuzione di beni pubblici. o collettivo. aver per fine la pura conoscenza (theòria). capace di fare questo. di modo che.«medietà» (mesotes). nel qual caso assume la forma di un’uguaglianza (un bene deve essere scambiato con un bene di uguale valore. indipendentemente dai meriti delle persone). ma varia da individuo a individuo . egli dichiara anzitutto che essere giusti significa sapersi comportare sempre bene verso gli altri. soprattutto obbedendo alle leggi. cioè la virtù dianoetica. in uno dei sensi del termine. La prima forma di giustizia è stata chiamata «distributiva» e la seconda «commutativa». dove tra l’altro distingue tra la ragione «teoretica». la giustizia è la virtù che rende felice la società politica. che costituisce uno degli aspetti più interessanti della sua opera. cioè di quella virtù che per il suo maestro Platone riassumeva tutte le altre? A questo argomento Aristotele dedica l’intero libro V dell’Etica Nicomachea. ecc.si pronunciano su tutto e tendono all’utile comune. per tutti o per i migliori. In sintonia con Platone. la generosità. o «moderazione». che Platone espone nella Repubblica. la fierezza. la temperanza.afferma infatti Aristotele . Si tratta della stessa concezione della felicità come bene comune. Le leggi .perciò deve essere calcolata caso per caso dalla ragione. noi diciamo «giusto» ciò che produce e preserva la felicità. o allo scambio di beni privati. e la ragione «prati147 .

dedicando ad ogni ambito della ragione un’indagine specifica. In secondo luogo la sapienza costituisce il fine dell’uomo. è anche la capacità di determinare esattamente qual è il giusto mezzo tra due vizi opposti. La saggezza. di tutte le cose. Tra le due virtù dianoetiche. e quindi rende possibile le virtù etiche. 148 . Aristotele reputa la prima superiore alla seconda per due motivi. come abbiamo già detto. mentre la sapienza ha per oggetto i principi. che è l’insieme dei due abiti precedenti. perché il desiderio non controllato può offuscare il giudizio. cioè la conoscenza dei principi e la capacità di dimostrare a partire da essi. Poiché per Aristotele il bene dell’uomo consiste non nella produzione. e la «saggezza» (phronesis). cioè l’abito più alto. mentre la saggezza ha per oggetto i mezzi. La ragione teoretica possiede. per essere esercitata. Per Aristotele. Come tale. Invece la ragione pratica possiede due abiti: l’arte (tekhné). o della propria famiglia. cioè di deliberare bene quali azioni si devono compiere e quali si devono evitare per conseguire il bene proprio. detta anche «calcolativa». ma non come medicina produce la salute. e quindi superiori all’uomo58. ma l’uomo non è la cosa migliore che esista nell’universo. la saggezza. osserva Aristotele. compresi gli astri («le brillanti luci di cui si compone il cielo»). la saggezza ha per oggetto il bene dell’uomo.ca». la quale ha per fine un oggetto diverso. che è la conoscenza stabile dei principi e la «sapienza» (sophia). Anzitutto. la quale ha per fine la propria perfezione la saggezza è superiore all’arte e costituisce la virtù. ma nell’azione. cioè le azioni. della ragione pratica. perché calcola i mezzi in relazione al fine. ossia la sapienza e la saggezza. o della propria città. Ciononostante. che per Aristotele sono realtà divine. cioè la virtù di questa. l’intelligenza (nous). Sia la saggezza che la sapienza. Kant riproporrà la stessa distinzione. tre «abiti» o stati abituali: la scienza vera e propria (episteme). «teoretico» e «pratico» sono due aspetti dell’unica ragione parecchi secoli dopo. che è la capacità di compiere buone azioni (praxeis). la sapienza è l’abito più alto della ragione teoretica. richiede il possesso di certe virtù etiche. attraverso cui si consegue tale fine. quali la temperanza. intitolata rispettivamente Critica della ragione pura e Critica della ragione pratica. «producono. cioè le cause prime. secondo Aristotele. avente per fine l’azione (praxis). che è la capacità di produrre oggetti (poiesis) in modo razionale. che è la capacità di dimostrare a partire da principi.

Da questa differenza Aristotele desume che “la saggezza non ha autorità [letteralmente «non è signora»] sulla sapienza. ma vede come possa generarsi. Questa concezione è stata giudicata eccessivamente intellettualistica e proponibile solo ai filosofi. Inoltre l’operare proprio dell’uomo giunge a compimento secondo saggezza e la virtù morale: infatti la virtù rende corretto il fine.bensì nel modo in cui lo fa la salute: così la sapienza produce la felicità. e la saggezza ciò che porta a esso». come quelle di cui abbiamo parlato (salute. deve includere anche il piacere. anche se ciò richiede. tutta una serie di altre virtù. a differenza di Platone. essendo la virtù della ragione teoretica. oltre che tutta una serie di condizioni esterne. e perciò costituisce la felicità. e questa attività è la conoscenza dei principi. cioè delle cause prime. sostenendo che esso è certamente uno dei beni più importanti per l’uomo e che una vita felice è necessariamente anche piacevole. di tutte le cose (altrove detta anche «filosofia prima»). non ad essa”. vale a dire ciò che indica i mezzi per conseguire il fine ultimo. La sapienza. sia con il suo agire. Il fine dell’uomo. Ma. secondo il quale il piacere è il bene supremo. infatti. Aristotele lo concepisce ora come «l’attività dell’abito naturale». secondo il quale il piacere non è un bene. né sulla parte migliore. le virtù etiche e la virtù dianoetica della saggezza. proprio come la medicina non ha autorità sulla salute. essendo parte della virtù intera. ora come un perfezionamento dell’attività. Aristotele infatti si oppone sia a Speusippo. infatti non si serve di essa. vale a dire il fine ultimo. ricchezza.). cioè come «una perfezione sopraggiungente. La felicità suprema dell’uomo consiste dunque essenzialmente nel fare filosofia. oltre a richiedere l’esercizio di tutte le virtù e a presuppone delle condizioni esterne. è per Aristotele l’elemento più importante della felicità. quale ad esempio lo splendore nella gio149 . sia a Eudosso. rende felici sia con il fatto di essere posseduta. che concepiva il piacere come un processo. Il carattere non intellettualistico della felicità è provato anzitutto dal fatto che essa. invece la saggezza è per l’anima l’analogo della medicina per il corpo. come sosteneva Platone nel Filebo. come abbiamo visto. ma non è così. persone amiche. La sapienza dunque è per l’anima l’analogo della salute per il corpo. ecc. ovvero la sua felicità. consiste nello svolgere bene l’attività che lui solo o lui meglio di chiunque altro è in grado di svo1gere. Quindi dà ordini in vista di essa.

altri fanno ginnastica in comune o vanno a caccia. per questo vi è chi beve insieme. essa si realizza più compiutamente grazie alla percezione della vicinanza dell’amico: «ciò potrà verificarsi per meno della vita in comune. Un’altra prova del carattere non intellettualistico della felicità è la trattazione che Aristotele compie dell’amicizia. di collaborazione e di affetto. vi è un solo tipo di piacere.ventù». Negli dèi invece. l’VIII e il IX. conclude Aristotele. a quello che deve intercorrere tra i cittadini di una stessa città (ovvero l’amicizia civica). quello intellettuale. Infine Aristotele osserva che l’amicizia fa parte della felicità. cioè un quinto dell’intera opera. Dato che l’amico è come un altro se stesso e che la felicità è il fine della vita di ognuno. egli è bisognoso di aiuto. per essere felice. Anzi. ma qualunque forma di affetto. anche se naturalmente l’amicizia fondata sul valore delle persone è superiore a quella fondata sull’interesse e a quella fondata sul piacere. da quello dei coniugi a quello degli amanti. normalmente tradotto con «amicizia». ma soprattutto umana. che sono superiori ai primi. A questo proposito bisogna precisare che col termine philia. da quello tra genitori e figli a quello tra i veri e propri amici. Esistono perciò piaceri corporei. Ciò significa che proviamo piacere ogniqualvolta compiamo un’attività in cui si esprime la nostra natura. deve essere circondato da amici. “ciò per cui [gli uomini] desiderano vivere è proprio ciò in cui vogliono passare il loro tempo con gli amici. cioè una forma di eccellenza. i piaceri corporei e quelli intellettuali nell’uomo devono «stare in equilibrio». ma immobilità. e che il piacere è il segno che stiamo compiendo un’attività naturale. o fanno insieme filosofia (sumphiloso150 . inoltre. perché è essenzialmente un animale politico. anzi è un perfezionamento di questa. e piaceri intellettuali. la cui natura è semplice. alla quale dedica due interi libri dell’Etica Nicomachea. Ma. altri giocano a dadi. e della comunità di ragionamento e di pensiero» (koinonein logòn kai dianoias). Secondo Aristotele. che non implica movimento. L’uomo. che vanno gustati con moderazione. l’amicizia è una virtù. Aristotele non intendeva soltanto ciò che noi intendiamo per amicizia. poiché la natura umana è complessa. cioè non autosufficiente visto che «per natura tende a vivere in comune». un bene. anche animale.

il più possibile autosufficiente. concetto nato col cristianesimo. Anche se in questo passo il verbo sumphilosophein. ha bisogno di più strumenti. Nella stessa direzione si muove anche il libro X dell’Etica Nicomachea. perché dipende maggiormente dagli altri. presuppone che qualcuno si dedichi ad altri tipi di vita. o che lo stesso individuo che la pratica si dedichi in altri momenti della sua vita ad altri generi di attività. tra tutte quelle che compongono una vita”. e perciò spurii. Ciò risulta chiaro dal confronto tra la vita teoretica e la vita politica. nella quale si assumono delle cariche pubbliche e si esercitano tutte le altre virtù. significa svolgere insieme attività intellettuali che abbiano come fine il conoscere in generale. È vero. o residui di un platonismo giovanile. Dunque la felicità consiste nel praticare questa attività non da soli. secondo Aristotele. infatti. non c’è dubbio che la condizione qui descritta da Aristotele si applichi anche alla filosofia in senso stretto. interpretato da alcuni come l’espressione estrema dell’intellettualismo aristotelico. significa ricerca allo scopo di conoscere. che qui compare per la prima volta nella letteratura greca. bensì con gli amici. Ma questa tesi richiede alcune precisazioni. Quest’ultima. ma ci sono delle cause prime da ricercare. la vita che oggi diremmo propria dello scienziato. e la identifica con la vita teoretica. la vita teoretica è la vita dedita alla ricerca. dopo avere ricordato che anche chi si dedica 151 . in particolare con gli ordini monastici dediti alla vita contemplativa. cioè con le persone più care. cioè alla ricerca delle cause prime. non è completamente fine a se stessa68. perché per Aristotele non c’è un Dio da contemplare. e tutti passano la loro giornata facendo quella cosa che amano sopra ogni altra. A questo riguardo. Tuttavia. esercitando la quale gli uomini possono rendersi il più possibile simili agli dèi. la studiosa americana Martha Nussbaum ha perfino sostenuto che i capitoli in cui la felicità è identificata con la vita teoretica sono in contrasto con i libri precedenti. cioè immortali67. il termine theoria.phousin). comporta una felicità di secondo grado. continua e piacevole. o conoscenza fine a se stessa in tal senso. Anzitutto per «vita teoretica» non si deve intendere una vita dedita alla pura contemplazione. che in essi Aristotele considera la felicità come un’attività scelta per se stessa. In secondo luogo la vita teoretica. spesso tradotto con «contemplazione». pur essendo in sé preferibile a qualsiasi altra.

non va ricercata solo nell’Etica Nicomachea. nei particolari. forse è meglio esaminarlo in dettaglio.alla vita teoretica ha bisogno dei beni materiali (la salute. cioè la felicità. In tal modo lo Stagirita mostra di interessarsi non solo del «giusto». Aristotele dichiara a conduzione dell’opera: “dato che i nostri predecessori hanno tralasciato di esaminare il campo della legislazione. o delle preferenze. e quindi alla felicità. In queste parole è contenuta l’intera struttura della Politica. cioè di ciò in cui veramente l’uomo realizza se stesso e quanto vi è in lui di migliore. come ogni costituzione è strutturata e di quali leggi e costumi si serve”. Sulla necessità di una buona legislazione e di buoni sistemi di governo per raggiungere una felicità piena. Nell’Etica Nicomachea Aristotele . e i vari tipi di costituzioni. e quindi trattare della costituzione in generale. dai nostri predecessori. Per questo motivo.la identifica nella realizzazione delle capacità proprie dell’uomo. forse potremo comprendere meglio qual è la costituzione migliore. vedremo quali cose salvano le città.). Per prima cosa ci sforzeremo di esaminare quello che è stato detto bene. per quanto possiamo. in modo che sia portata a compimento. il cibo. indicando quali sono queste capacità. ecc. e per quali ragioni alcune città sono governate bene e altre tutto il contrario. è quello di formare buoni legislatori. Il fatto che Aristotele affidi alle leggi il compito di formare i cittadini alla virtù. o delle libere decisioni degli individui di progettare la propria vita .lungi dal considerare la felicità come soddisfazione dei desideri. il cui oggetto è il bene supremo dell’uomo. il compito della scienza politica. di cui l’Etica Nicomachea ha esposto la prima parte. poi. per poterla effettivamente esercitare. partendo dalla raccolta delle costituzioni. La concezione aristotelica della felicità. e quindi presupponendo un’antropologia. e completata. ma sono necessarie le leggi. la filosofia pratica (o scienza politica). ma anche del «bene». non significa che egli 152 . la filosofia dell’uomo. cioè dei modi in cui assicurare a tutti la libertà di scegliere un bene qualsiasi. cioè dell’altra opera di Aristotele in cui viene esposta. ma nel complesso Etica-Politica. Aristotele osserva che. quali le distruggono. dove appunto la Politica dissipa completamente la falsa impressione di intellettualismo che un’errata lettura dell’Etica può suscitare. insomma. non bastano i discorsi. Dopo aver esaminato questo.

di piacere e di benessere. abitazione). Locke. fornendo tuttavia almeno una motivazione per sceglierla. cioè il fine dell’uomo. che sono già felici. che non hanno felicità.. 153 . la più importante di tutte e quella che tutte le comprende. Per questa sua composizione la famiglia ha come fine la soddisfazione dei bisogni quotidiani (alimentazione. Ovviamente l’uomo. Aristotele garantisce ad ognuno la libertà di sceglierla o non sceglierla. se dev’esserci una città. perciò essa è la società perfetta. Rousseau). appartiene alla famiglia. una motivazione forte anche dal punto di vista psicologico. prima di appartenere alla città. che è l’unione di più famiglie avente come fine la soddisfazione dei bisogni non quotidiani (commercio. ma che le leggi devono creare per tutti le condizioni in cui poter liberamente realizzare se stessi. e gli dèi. l’unione tra l’uomo e la donna in vista della procreazione.che la città non è comunanza di luogo né esiste per evitare aggressioni e in vista di scambi: tutto questo necessariamente c’è. che si riuniscono sino a raggiungere l’autosufficienza. A differenza della famiglia e del villaggio.scrive Aristotele . La città invece è l’insieme di più villaggi. anziché di dovere e di obbligo morale. difesa). Lo stesso vale per il villaggio. cioè semplicemente il «vivere».voglia imporre a tutti un particolare tipo di felicità. cioè la felicità. antecedente alla nascita dello Stato.]. che per Aristotele è la prima società naturale. formata da due tipi di relazione. Per questo l’uomo realizza la sua natura solo nella città. la città non ha per fine soltanto il vivere. ma il pieno compimento. e fuori della città possono vivere solo le bestie. ma nel senso che può realizzare completamente la propria umanità solo nella città. Per «natura» infatti egli non intende la condizione primitiva. e quindi di più famiglie. ad esempio la vita teoretica. e l’unione del padrone e dello schiavo in vista della sopravvivenza. bensì anche il «vivere bene» (eu zen).. Presentando la felicità in termini di fine ultimo. per Aristotele è «per natura un animale politico». Abbiamo visto che l’uomo. però non basta perché ci sia una città: la città è comunanza di famiglie e di stirpi nel viver bene: il suo oggetto è una esistenza pienamente realizzata e indipendente [. non nel senso che nasca necessariamente nella città (polis). È chiaro perciò . come i maggiori filosofi moderni (Hobbes.

per sopravvivere. che gli dica che cosa deve fare. fatti per vivere nella città e quindi per governarsi da sé. ma la sola manodopera. che si serve delle macchine. come è detto all’inizio della Metafisica. quali erano le società antiche. secondo cui tutti gli esseri umani appartengono alla medesima specie e tra gli individui della stessa specie non possono esservi differenze di natura. desiderano conoscere. perché il tutto è superiore alla parte. Invece dal punto di vista della genesi la famiglia precede la città e. per il modo in cui era organizzata nella società greca antica. Dal punto di vista del valore. perché il modo di produzione ad esse strutturale non era la produzione industriale. D’altra parte la schiavitù era un’istituzione necessaria in tutte le società pre-capitalistiche. Tutti gli uomini. essa rappresentava un dato di fatto. per tutti i filosofi precedenti. Come si è già accennato. Questa affermazione è chiaramente in contrasto con la sua antropologia. infatti. E proprio in grazie delle opere belle e non della vita assodata si deve ammettere l’esistenza della comunità politica». e il bene della città è superiore al bene della famiglia. la città precede la famiglia. Di questo si rese conto lo stesso Aristotele. la famiglia ha per fine la sopravvivenza. come ha visto bene Marx. La città è comunanza di stirpi e di villaggi in una vita pienamente realizzata e indipendente: è questo. di essi non vi sarebbe bisogno se gli strumenti inanimati riuscissero a compiere la propria funzione da soli. Aristotele cerca di giustificare questa discriminazione. Per questo motivo l’esistenza della schiavitù pone ad Aristotele un problema. affermando che alcuni uomini non sanno governarsi da sé e quindi sono per natura schiavi. e tutti gli uomini sono animali politici. indispensabili per provvedere alle cose necessarie (ta anankaia). il quale definì gli schiavi «strumenti animati». che non richiedeva nemmeno di essere messo in discussione. La prima e la più grave discriminazione è quella tra padrone e schiavo. invece. come diciamo. 154 . che faccia quello che il padrone gli comanda. nel senso che lo schiavo. fine della città è il vivere bene e tutte queste cose sono in vista del fine. comporta tutta una serie di discriminazioni tra gli esseri umani. ha bisogno del padrone.Dunque. per esempio «se le spole tessessero da sé». Si tratta evidentemente di un’ipotesi irreale per quell’epoca. e il padrone ha bisogno dello schiavo. il vivere in modo felice e bello.

che coincide col padrone. il tempo di coltivare le virtù dianoetiche.che tuttavia rivela come Aristotele fosse consapevole della funzione di sostituto delle macchine svolta dagli schiavi. non per decisione di qualcuno. anzi addirittura di tipo «aristocratico». L’autorità paterna del resto è destinata ad esaurirsi quando i figli raggiungono la maggiore età. ci sono il marito. bensì il bene dei sudditi. schiavi.ma solo in quanto sono in grado di comprendere gli ordini e di obbedire ad essi: per questo motivo. esercitata tra liberi ed uguali. devono sottostare all’autorità del marito-padre. non perché non sappiano comandare. cioè simile a quella del re sui suoi sudditi: essa si esercita su disuguali. infatti. oltre al padrone e agli schiavi. avendo come fine non il vantaggio del re. si trovano gli artigiani e gli operai. della parziale e contraddittoria giustificazione della schiavitù tentata da Aristotele. quella del marito è un’autorità di tipo «politico». Per Aristotele. la quale era notoriamente maschilista. uno degli Stati più sviluppati del mondo. La moglie e i figli. quindi. dunque. sono liberi -in latino «figli» si dice appunto liberi. essa è stata abolita solo alla fine dell’Ottocento al prezzo di una sanguinosa guerra civile. non le virtù dianoetiche. perché hanno sì la ragione . nelle quali soprattutto consiste la felicità. Nella famiglia. Nella stessa condizione degli.altrimenti non sarebbero uomini . Anche questo è un carattere della famiglia dovuto alla struttura della società antica. osservando che l’autorità del marito sulla moglie anzitutto ammette eccezioni. le sole virtù che essi possono praticare sono le virtù etiche. la moglie per natura e i figli per età: entrambi. a causa del lavoro a cui sono costretti. ma per necessità oggettiva. dovremmo ricordarci che essa è sopravvissuta in tutti gli Stati moderni sino alla rivoluzione industriale e che negli Stati Uniti d’America. la moglie e i figli. gli schiavi non possono essere felici. Aristotele tuttavia cerca di attenuarlo. è tuttavia diversa da quella degli schiavi. . pur non essendo pari a quella del marito e padre. L’autorità del padre sui figli invece è di tipo «regale». ma perché non hanno. perché ammette una distribuzione di compiti. perché in alcune famiglie la moglie è più adatta a comandare del marito. Una buona parte degli abitanti della città viene in tal modo esclusa dalla felicità. In secondo luogo.ma non sono adatti ad esercitare il comando. Si deve pensare 155 . La posizione di questi. Anziché scandalizzarci. del resto.

deve essere inteso non in senso collettivo. Di questa egli critica soprattutto l’abolizione della famiglia e della proprietà privata per la categoria dei «custodi». Aristotele intraprende nella Politica l’analisi delle costituzioni. aristocrazia e politia. in cui chi governa mira solo al proprio interesse. chi altro lo sarà? Non certo gli operai. Questo passo dimostra che per Aristotele la città è felice solo se lo sono i cittadini. per la felicità ciò è impossibile. ma in senso distributivo. La condizione necessaria affinché tutti i cittadini sviluppino le virtù e quindi raggiungano la felicità è l’educazione (paideia). la quale dipende dalle leggi. 3) rende infelici coloro che vi sono coinvolti.2) fa sì che nessuno si curi più dei figli e dei beni.afferma Aristotele riferendosi a Platone . sostiene che il legislatore deve rendere felice la città tutta quanta: ma è impossibile che sia felice il tutto se tutte le sue parti o moltissime o alcune. Non è questo il luogo per esporre l’intera teoria aristotelica delle costituzioni: basti ricordare che Aristotele riprende la classificazione tradizionale di monarchia. confondendo in tal modo i ruoli dei due tipi di società. distinguendo per ciascun tipo di costituzione una forma buona. cioè dalla costituzione (politeia). non è dello stesso ordine del numero pari: l’essere pari può essere propietà del totale. discutendo tra l’altro quella proposta da Platone nella Repubblica. invero.dunque che le mogli e i figli possano sviluppare tutte le virtù e quindi realizzare la felicità. se i custodi non sono felici.pur togliendola felicità ai custodi. Inoltre . Pertanto. ma ciascuna può essere più adatta delle altre alla situazione particolare in cui si applica. cioè regno. non ce n’è una migliore in senso assoluto. pur essendo superiore al bene dell’individuo. cioè consiste nel creare le condizioni in cui ciascuno possa realizzare il proprio bene individuale. almeno. e quindi che il bene della città. Egli poi sostiene che tra le costituzioni buone. Poiché le costituzioni più diffuse sono l’oligarchia (gover156 . né la massa dei lavoratori meccanici . senza esserlo di alcuna delle sue parti. La felicità. non hanno felicità. Dopo avere definito in generale la città e la famiglia. perché ciò che appartiene a tutti non è riconosciuto come proprio da nessuno. che sono diversi. osservando che essa:1) trasforma la città in un’unica famiglia. cioè i custodi. e una forma degenere. in cui chi governa mira al bene dei governati. oligarchia e democrazia.

la maggior parte della popolazione è costituita da cittadini né troppo ricchi né troppo poveri. Alla posizione presumibilmente sostenuta da Aristippo egli obietta che “esaltare l’inazione più che l’azione non risponde a verità. attraverso l’educazione. mentre nessuno è giusto o temperante per caso o in forza del caso).no dei ricchi) e la democrazia (governo dei poveri). Aristotele osserva che i primi due tipi di beni dipendono dalla fortuna e gli ultimi dall’uomo stesso. dei beni del corpo e dei beni dell’anima. perché la felicità è attività e le azioni degli uomini giusti e temperanti riescono a molti e nobili risultati”. ad Aristippo. solo al tipo di governo in cui una costituzione si attua. Da ciò consegue che la vita teoretica proposta da Aristotele non esclude la partecipazione alla vita politica. Aristotele tuttavia non è interessato. come i filosofi politici moderni. ma non per qualche bene esterno. il quale è felice e beato. infatti. ma anche al tipo di vita che una costituzione può garantire: gli ultimi due libri della Politica sono dedicati alla trattazione della costituzione migliore sotto questo profilo. Dopo avere ricordato che la felicità comprende dei beni esterni. che alcuni dicono essere l’unica propria del filosofo». essa non può venire identificata con quella esposta da lui stesso nel libro X dell’Etica Nicomachea. 157 . A questo punto Aristotele si chiede se è preferibile la vita che comporta la partecipazione attiva alla città e alle cariche pubbliche o piuttosto quella che si estrania e si ritira da tale partecipazione attiva. attraverso quella che oggi chiameremmo la politica economica e sanitaria. cioè delle virtù dei cittadini. «come ad esempio una qualche forma di vita teoretica. La città deve prendersi cura sia dei beni esterni e del corpo. cioè nelle virtù. cioè la «costituzione media». Poiché nel seguito egli critica quest’ultima concezione. sia dei beni dell’anima. ma consiste soprattutto in questi ultimi. ed è per questo che necessariamente la buona fortuna è diversa dalla felicità (ché dei beni esterni all’anima causa è il caso e la fortuna. sarà la migliore in base ad essa. Si ammetta dunque di comune accordo che a ognuno tocca tanta felicità quanta virtù: ed appelliamo alla testimonianza del dio. il «giusto mezzo» tra queste due. alcuni studiosi la attribuiscono. ma «liberi ed uguali»50. bensì per se stesso e per avere una determinata natura.

Uomini uguali devono avere a turno quel che è nobile e giusto. è giusto che governino a turno. Perciò è buona la vita attiva. Dunque Aristotele riconferma la tesi dell’Etica Nicomachea. ma non è detto che essa sia la vita migliore in assoluto. in cui tutti a turno partecipano al governo. e porta come esempio di questa vita quella «del dio e dell’universo. come poteva sembrare. «la vita dell’uomo libero è superiore a quella del padrone. come pensano alcuni. perché non c’è niente di elevato nell’usare uno schiavo in quanto schiavo. essendo «direzione 158 . cioè quella che persegue la conoscenza fine a se stessa e che consiste nell’esercizio della virtù dianoetica più alta. ma piuttosto quei ragionamenti e quei pensieri (theorias kai dianoeseis) che hanno in se stessi il fine e sono realizzati per se stessi: in realtà lo «star bene» è fine e perciò una certa forma di azione. né solo pratici sono quei pensieri che dall’agire sono realizzati in vista di risultati concreti. quelli che dirigono l’azione coi pensieri. la sapienza. mentre è contro natura che uomini pari abbiano ciò che non è pari e uomini uguali quel che non è uguale. Facendo eco alla critica platonica della tirannide. secondo la quale la vita migliore in assoluto è la vita teoretica. tuttavia la vita attiva non è necessario che sia tale in rapporto agli altri. Inoltre.Ma nemmeno la posizione opposta soddisfa completamente Aristotele. contenuta in quest’ultima. Ma accanto alla vita teoretica. nel caso di Callide nel Gorgia o di Trasimaco nella Repubblica. Soprattutto poi diciamo che agiscono in senso proprio. e niente di quel che è contro natura è bello. altrimenti gli usurpatori e i violenti sarebbero gli uomini più felici di tutti. È vero. Aristotele afferma che il dominio sugli altri come tale non produce nessuna felicità. anzi in alternanza con essa. e dare ordini riguardanti le cose necessarie alla vita non ha niente di bello». perché questo risponde a un criterio di parità e di uguaglianza. infatti. specialmente quando viene intesa come desiderio di dominare sugli altri. ad esempio. anche se non è rivolta verso gli altri. che la felicità sta nell’azione piuttosto che nel non fare nulla. Egli anzi la presenta come la forma suprema di azione. che non hanno attività esterne oltre a quelle che sono loro proprie». È giusto quindi che tutti i cittadini governino. ma poiché non possono governare tutti insieme. infatti. egli raccomanda la partecipazione attiva al governo della città: la vita politica. anche nel caso di azioni esterne.

E poiché le virtù dipendono . sia quelle etiche sia le dianoetiche. è chiaro di conseguenza che nella città retta nel modo migliore e formata da uomini giusti assolutamente e non sotto un certo rapporto i cittadini non devono vivere la vita del meccanico o del mercante (un tal genere di vita è ignobile e contrario a virtù) e neppure essere contadini quelli che vogliono diventare cittadini in realtà c’è bisogno di ozio (skholé) e per far sviluppare la virtù e per le attività politiche. Non si deve credere. Per questo motivo. cioè fini a se stesse.oltre che dalla natura.dell’azione coi pensieri». ossia la sapienza e la saggezza. cioè della saggezza. sarà compito della città che vuole essere felice creare le abitudini virtuose mediante l’educazione. che la vita teoretica sia riservata soltanto ai filosofi. inteso positivamente come libertà dal bisogno e buon uso del tempo libero. In qualche misura essa deve essere accessibile a tutti. A questo punto Aristotele richiama la distinzione tra le parti dell’anima e della ragione stabilita nell’Etica Nicomachea. tuttavia.anche dall’abitudine. perché la città felice è quella che assicura la felicità a tutti i cittadini. cioè. la cosa sopra tutte preferibile per ciascuno è sempre ciò che rappresenta il termine più alto da raggiungersi. comporta l’esercizio della seconda virtù dianoetica. La decisione in favore della felicità. Aristotele infatti afferma: Ma poiché ci troviamo a studiare la costituzione migliore. dichiarando che la ragione è superiore alla parte priva di ragione e la ragione teoretica è superiore a quella pratica. sotto la quale la città è massimamente felice. e s’è già detto che non può esserci felicità senza virtù. è necessario anzitutto per svolgere le attività politiche. che Aristotele assegna rispettivamente ai giovani e agli anziani ma esso deve essere impiegato anche per svolgere attività di tipo teoretico. quella. cioè l’acquisizione delle virtù. L’ozio. cioè dalla libera scelta. cioè dall’indole. le attività della parte superiore devono essere preferibili per quanti sono in grado di raggiungere o tutte le attività dell’anima o due: in effetti. Ciò significa che chi può deve cercare di realizzare tutte le virtù. e dalla ragione. spetta ai singoli ed alla città. Chi invece non può realizzarle tutte deve realizzare almeno le due che vengono 159 . cioè il servizio militare e il governo della città.

soprattutto quando si è in pace e in ozio. il legislatore deve mirare. sia per quanto riguarda le parti dell’anima che le loro azioni. cioè fini a se stesse. Ci vuole dunque coraggio e forza per il lavoro. praticata soltanto dai filosofi veri e propri. si riassume pertanto in queste parole. ma indica 160 . L’uomo politico deve legiferare guardando a tutto questo. La parola philosophia. quante han bisogno di educazione. non c’è ozio per gli schiavi e quelli che non riescono ad affrontare il pericolo con valore sono schiavi degli aggressori. Ora la vita tutta si divide in lavoro (askholia) e ozio (skhole). altre belle. in guerra e pace. Le virtù etiche. si devono educare gli uomini e quando sono ancora ragazzi e poi nelle altre età. come vuole il proverbio.ci devono essere molte cose necessarie perché si possa stare in ozio.dice Aristotele . per questo motivo è bene che la città sia temperante. ma molto più starsene in pace e in ozio. L’intera concezione aristotelica della felicità. e specialmente ai beni più grandi e ai fini. mentre per l’ozio è necessario l’«amore di sapienza». la temperanza. amore di sapienza (philosophia) per l’ozio. il lavoro in vista dell’ozio. non deve essere intesa come «filosofia prima». per mezzo dell’educazione. perché. come il coraggio. Tutti devono svolgere le attività necessarie. A loro riguardo si deve fare la stessa distinzione che s’è fatta per le parti dell’anima e per le loro attività: la guerra dev’essere inviata della pace. temperanza e giustizia in entrambe le condizioni. guardando a questi scopi. ma molto più quelle belle. valorosa e forte. ossia le virtù etiche e la saggezza. e delle azioni alcune sono necessarie e utili. come il lavoro e la guerra. tua con l’obiettivo di passare in seguito alle attività belle. sia dell’individuo che della città. a realizzare le condizioni in cui tutti quelli che lo vogliono possano svolgere entrambi i tipi di attività. quali l’ozio e la pace. ovvero come ricerca delle cause prime. Nello stesso modo agirà riguardo ai modi di vita e alla scelta della condotta: bisogna sì lavorare e combattere. e così fare le cose necessarie e utili. sono necessarie per il lavoro. impiegata da Aristotele in questo passaggio.subito dopo la sapienza. Di conseguenza. Di ciò deve tenere conto il legislatore nel programmare l’educazione alla virtù. le cose necessarie e utili vista di quelle belle. dal canto suo. la giustizia. Infatti . Ma l’ozio richiede molte condizioni.

dà la felicità e per di più forma il carattere. termine con cui egli indica tutte le attività a cui presiedono le Muse (canto. che tutti sentono (perché la musica ha in sé un piacere naturale per cui il ricorrere ad essa è gradito a tutte le età e a tutti i caratteri). è utile al riposo. ma anche perché. Naturalmente alla base dell’educazione pubblica deve esserci la ginnastica. musica strumentale. e si deve quindi trarne non soltanto il comune piacere. la prima preoccupazione del legislatore. Dunque la musica serve per il riposo. prodotta dal piacere che si prova nella musica. anzi addirittura dall’entusiasmo e dal delirio a cui essa può condurre. nella Poetica. Su queste considerazioni si chiude la Politica e con essa la trattazione della teo161 .scrive Aristotele . Si potrebbe a ragione supporre . deve inoltre essere unica e uguale per tutti. Nondimeno si potrebbe indagare se ciò non sia accidentale. di carattere intellettuale. Sulla «catarsi» Aristotele ritorna. pubblica e non privata. secondo Aristotele. cioè per tutte le attività fini a se stesse.che questa è la causa per cui gli uomini cercano di procurarsi la felicità mediante tali piaceri: quanto al darsi alla musica. che serve a educare il corpo e a sviluppare la virtù del coraggio. che vengono praticate non per ricavarne qualcosa d’altro. ecc. Dunque tutti devono essere messi nelle condizioni di esercitare tutte le virtù e di essere in tal modo felici. ma vedere se per caso il suo influsso non si eserciti anche sul carattere e sull’anima. in totale disaccordo con la condanna dell’arte pronunciata da Platone nella Repubblica. Ma il vertice dell’educazione deve essere costituito. non si può spiegare solo con questa ragione. Poi devono essere impartiti la grammatica e il disegno. ma belle. ma in perfetta sintonia con la sua teoria dell’amore come delirio divino esposta nel Simposio e nel Fedro. come abbiamo visto. Questa deve essere. cioè fini a se stesse. poesia. dove assegna alla tragedia il compito educativo ed etico di purificare passioni come la pietà e il terrore. Quest’ultimo effetto corrisponde alla purificazione delle passioni. ma per il piacere che procurano di per se stesse.più in generale l’amore per tutto ciò che si compie nell’ozio. dalla «musica». secondo Aristotele. danza. Queste non sono attività utili. mentre la natura della musica è più elevata di quanto non lasci supporre l’uso predetto. che sono utili alla vita e di vasto impiego. come pare.). interamente dedicato all’educazione. Ciò è confermato dal libro VIII della Politica.

In principio era la meraviglia. Bari. 78 E. che pertanto non può certamente essere considerata intellettualistica78.ria aristotelica della felicità. Laterza. 162 . Berti. 2007.

quella di cui gode la stessa divinità che è pura contemplazione. infine. è sovraordinata da Aristotele alla vita edonistica e alla stessa vita politica che deve garantire al cittadino una tranquillità finanziaria e una libertà dai bisogni e consentirgli di attingere la forma più alta di libertà. Possiamo ricordare il Politico in due libri. lo scopo ultimo dell'organizzazione politica secondo Aristotele: essendo l'uomo. in “Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche”. L'ordine tramandato dalla tradizione. la subordinazione della politica all'etica e il primato assoluto dell'eudaimonia. Aristotele. essenzialmente. Aristotele. Rendendosi conto dell'impossibilità di una forma politica perfetta. dove si dice che il bene è la misura di tutte le cose. che molti noti aristotelisti hanno messo in discussione. fa appello ad una classe politica "di centro" che è l'equivalente della mesòtes. la sua destinazione più profonda consiste nell'esercizio della contemplazione quale disinteressata conoscenza. del quale ci è stato conservato un frammento molto interessante da Siriano. Come si colloca la Politica nel quadro delle opere di Aristotele? La Politica di Aristotele. In tal modo risulta chiara. in Aristotele. se si pensa che era stato discepolo di Platone. secondo Laurenti. 15/1/1991. fornisce un raggruppamento diverso delle varie forme di costituzioni e. razionalità. come tutte le grandi opere del Corpus aristotelicum.Lo Stato e il cittadino nella Politica di Aristotele79 Dopo aver collocato la Politica di Aristotele all'interno del corpus aristotelicum. del "giusto mezzo" come virtù etica e su cui ritiene di poter realizzare una sorta di "repubblica temperata" che dia stabilità alla polis. soprattutto. non compiute. illustrando. Laurenti si sofferma sulla concezione aristotelca del cittadino. però. è il più logico e risponde ad una coerenza interna. Si tratta di un frammento estremamente complesso. in cui i seguaci del metodo genetico vorrebbero vedere 79 Intervista a Renato Laurenti. Non è un caso che Aristotele scrisse molto su questo tema prima di arrivare a questa che possiamo definire la sua opera fondamentale. ad esempio la Fisica o la Metafisica. consiste in una serie di lezioni che poi sono state raccolte in otto libri. Renato Laurenti ne illustra la composizione. dà una spiegazione diversa della loro degenerazione. un'esperienza estremamente vasta. In esse Aristotele riversa tutta la sua esperienza. così. La vita teoretica. secondo Laurenti. e che Platone e i suoi seguaci avevano fatto della politica uno dei cardini del loro insegnamento. 163 .

. come ad esempio. e finisce con un breve accenno alla costituzione degli Ateniesi. al dominio perverso di più persone. dei Cretesi. il quale ha scritto gli ultimi due libri e li ha completati supponendo e divinando quello che Aristotele avrebbe potuto dire. come quella degli Spartani. Il secondo libro si avvicina al tema. un'aristocrazia o una politeìa. si giunge al dominio perverso dell'uno. i cui titoli sono indicati dal catalogo di Diogene Laerzio. e non è compiuta. vi vedono un Aristotele che comincia a interpretare secondo la propria personalità certe posizioni. ad esempio quelle di Platone. e parla tanto delle costituzioni elaborate dai filosofi. è la monarchia. 164 . è costituita da otto libri. Il primo libro è dedicato all'"economia" ovvero modo di condurre la casa. nelle Leggi e nella Repubblica. dei Cartaginesi. si avrà una monarchia. È un libro che. secondo uno degli schemi di classificazione aristotelici. i pochi. sia pure usando espressioni platoniche. sono stati rifusi nella Politica. come ho detto. che è la tirannide. e altre opere. quanto delle costituzioni vigenti. che Aristotele curò insieme ai suoi allievi. Quando poi si verifica la degenerazione di queste tre forme. che cos'è una costituzione. e come si possono raggruppare le costituzioni. L'ordine degli otto libri è uno dei problemi discussi. Lo schema che domina in questo libro è uno schema fondato sulla quantità. Fra esse si trovano delle epitomi alla Repubblica ed alle Leggi di Platone. oggi perduta. o i molti dominino. Del resto il libro VIII è un libro sull'educazione. e non è quindi difficile tentare di completare quello che Aristotele aveva cominciato a dire. Dopo il Politico Aristotele scrisse molte altre opere. gli stessi argomenti sono ripresi nella vasta raccolta di costituzioni. C'è stato qualcuno che ha voluta completarla: ricordo il tentativo di Ciriaco Strozzi. non avrebbe molto a che fare con la Politica vera e propria. mentre altri. che è l'oligarchia. a parere di alcuni. un professore di Pisa. Düring. a seconda che l'uno. che. Quali sono i temi affrontati da Aristotele nella Politica ? La Politica. in qualche modo. Si comincia studiando la prima costituzione che.una prova della loro interpretazione aristotelica. di cui abbiamo però soltanto frammenti. Il libro III affronta le questioni propriamente politiche: che cos'è il cittadino. vale a dire che.

Molto probabilmente il gruppo dei libri IV-VI risponde a esigenze diverse. fondato sulle due costituzioni fondamentali. Il gruppo di libri dal IV al VI continua l'esame delle costituzioni. ed è dedicato alla critica delle costituzioni vigenti o di quelle ipotizzate dai filosofi. e più villaggi formano la polis. il terzo libro si avvicina al tema. ma va detto che alla sua base non si trova più il primo schema di classificazione. Il libro II si avvicina al tema da un punto di vista storico e quindi recensisce. abbiamo detto. Quest'ordine è stato accettato o respinto. che parla della politeìa ideale. della polis ideale. e due insigni studiosi. non è concluso. perché si credeva che questo fosse l'ordine più logico. abbiamo detto. e continua nel quarto blocco. Il primo libro parla della casa: più case formano il villaggio. l'opera può essere divisa in cinque blocchi. vediamo che l'ordine tràdito è in realtà il migliore. per così dire strutturale. Riassumendo. e possiamo dire che gli studiosi recenti sono del tutto concordi su questo. Quindi. anche se Aristotele aveva già inserito parte di questo materiale in altri libri. lo hanno intesto diversamente. in alcune edizioni dell'inizio del secolo si aveva la successione di libri I-II-III-VII-VIII-IV-V-VI.e al dominio perverso dei molti. si termina con il gruppo VII-VIII. il primo. e affronta vari problemi più propriamente politici. resta vero che il libro I rappresenta un avvicinamento. è chiaro che possiamo dire tranquillamente che la Politica presenta un ordine e un'unità. le varie costituzioni. per cui ha Aristotele sfruttato un raggruppamento diverso. La Politica termina infine con l'ultimo blocco. che per Aristotele sono la democrazia e l'oligarchia. Il libro III comincia a prendere in esame due costituzioni. Se pensiamo al concetto di unità di un'opera letteraria degli antichi. segue il gruppo di libri IV-VI. ma un altro. il secondo ha carattere storico. e teniamo soprattutto presente che la Politica è una serie di lezioni. In realtà. costituito dai libri IV-VI. concerne l'economia. 165 . il von Armin e lo Jaeger. in cui vengono commentate le varie costituzioni. L'ottavo. e i pareri degli studiosi sono molto diversi. Si è molto discusso su questa diversità degli schemi classificatori. che tratteggia la politeìa ideale. e rientra nella Politica. che è la democrazia. all'argomento. se studiamo più a fondo tutto lo svolgimento. Infatti. I libri VII e VIII parlano della politeìa.

discutere. e quindi costruisce una politeìa che considera quanto di meglio le costituzioni vigenti o ideate da filosofi potessero offrire. Troviamo un accenno a questo modello. o i molti governino. Credo che la rotazione delle cariche .fosse l'unico modo che Aristotele potesse escogitare per permettere ai suoi veri cittadini di partecipare al governo dello stato. in Erodoto. ma il termine è usato nel senso di voto ideale.Il libro termina con la trattazione della polis ideale. permetteva ai suoi cittadini. i più. anche qui. Lo studio della parola euché è illuminante. una virtù propria di ogni costituzione. Aristotele parla spesso. occorre capire che questa polis non è un qualcosa di ideale nel senso di non esistere nella realtà. parlare. desiderio. ovvero a coloro che venivano riconosciuti come tali. ed un altro in Pindaro. e di essere perlomeno per un giorno o per più giorni il capo dello stato. 166 . Dal punto di vista politico si ha la famosa rotazione delle cariche. a seconda che l'uno. dal punto di vista urbanistico. per questo Aristotele accosta al numero una qualità. ad esempio. di cui parla nella Politica. dove questi cittadini possono raccogliersi. soprattutto nel libro VII. come sappiamo. solo nel libro VII. fino ai più recenti. Ce ne può parlare? Abbiamo detto che il libro III della Politica è fondato su un tipo di classificazione delle costituzioni molto comune. Ma è chiaro che il numero di per sé non può qualificare una costituzione. da Jaeger a De Sanctis. che. Euché significa "preghiera": Aristotele ha scritto un Perì euchés. allo Stato . Nella Politica Aristotele elabora una teoria delle costituzioni e della loro degenerazione. e. Il fatto che la polis sia collocata nell'ultima parte dell'opera significa che Aristotele fa tesoro di tutto quello che ha detto. della politéia kat'euchèn. Non solo: bisogna fare anche una considerazione filologica. Dunque il libro VII vuole creare la polis adatta a quel determinato tipo di cittadino che egli idealizza. Esso si basa sulla quantità. Aristotele si rifaceva in qualche modo alla costituzione di Atene. Aristotele consacra nella sua polis una piazza ai liberi.che è stata esaltata da tutti gli studiosi. di partecipare al governo. cioè un De oratione. Per offrire un esempio. come una forma di partecipazione del cittadino alla polis.

il monarca persegue il suo bene e non pensa più ai sudditi. ed è necessario venire a patti con la virtù. la democrazia. Era un problema che anche Platone si era posto. questo primo raggruppamento è fondato sul numero-qualità. oligarchia. la politeìa diventa democrazia perché i molti. si avranno le tre forme corrotte: nella tirannide. derivato da due forme deviate. fondato sulle due forme della democrazia e dell'oligarchia. le varie forme. parlando della politeìa. In terzo luogo. Questo è lo schema che domina nel libro III. più comprensiva di quello che è l'atteggiamento dell'uomo verso gli altri. questi fanno il bene di chi è governato. aristocrazia. che non sono ovviamente forme rette. si generino. Ci si potrebbe chiedere come. I pochi. gli aristoi. la terza forma retta del primo schema. l'oligarchia. cercano di fare il proprio utile. Perché Aristotele ricorre a questo nuovo criterio? Uno dei motivi può essere il fatto che egli si rese conto che un governo in cui la virtù domini sovrana è estremamente difficile da realizzare. e democrazia. Dunque. seguono la politeìa. che è la migliore. nel blocco di libri IV-VI. Nei libri IV-VI troviamo un altro schema. i migliori. Per Aristotele. affermi che si tratta di un misto. ammessa una costituzione ottimale. fanno il proprio. anche storiche. derivino l'una dall'altra. In base a questo criterio egli si concentra sulla democrazia e sull'oligarchia. c'è una visione più umana. seguendo una ispirazione socratico-platonica. e distingue monarchia. e il governante fa il proprio bene. In questo Aristotele non faceva altro che colle167 . e si ha così l'oligarchia. in questi due schemi.Dunque questo primo gruppo. e politeìa. La discriminante fra le forme normali e quelle degradate delle costituzioni consiste nel fatto che nella prima domina la virtù. tutte le altre si producono da questa in quanto perdono quella virtù essenziale che nella prima risplende nel modo più vasto. che compaiano come forme deviate nel primo schema. e cioè dalla democrazia e dall'oligarchia. Quando il rapporto si rovescia. invece di fare il bene di tutti. Non è strano pertanto che Aristotele. proprio nel libro IV. accanto alle loro forme degenerate: tirannide. In conclusione. di costituzione si producono via via allontanandosi dalla prima. ed è l'aristocrazia nel senso più alto. le costituzioni si producano. risolvendolo diversamente da Aristotele. ma sono in grado di avvicinarsi alla forma retta.

pieni di tutto. Proprio perché si rende conto della difficoltà della creazione di una politéia ideale. e vuole che entrambe concordino su un piano che è quello del ceto medio. Basti ricordare Esiodo. della costituzione. e cioè una classe di poveri e una classe di ricchi. è una costituzione di centro. invece. cogliere quello che nella polis è assolutamente necessario. e Aristotele scrive che se i ricchi fossero intelligenti aiuterebbero i poveri. a chi possa ricoprire una delle tante funzioni di cui ha bisogno la polis. non avendo bisogno di niente. è la classe che garantisce alla costituzione una vita sicura.avremo concluso la nostra discussione. che domina l'etica e. molto acutamente. Aristotele ritiene dunque indispensabile una divisione fra poveri e ricchi. soprattutto nella Costituzione degli Ateniesi. Aristotele ripiega su quella costituzione che.di medi poveri. ma vuole che non sia esasperata. potremmo dire. quella classe di centro che. Che cos'è. il méson. praticamente. Questa secondo me è una constatazione fondamentale di Aristotele. nel senso che deve avere una certa tranquillità finanziaria . in cui il male domina. nella quale gli uomini vivevano felici.garsi alla visione antropologica che i Greci avevano del loro divenire storico. E qui Aristotele non fa altro che appellarsi a una delle categorie più comuni del suo filosofare. afferma che è difficile cercare di costruire una politeìa pensando a chi possa essere fabbro. chi è il cittadino per Aristotele? Una volta stabilito chi è il cittadino . è. che costituisce la base. perché la si ritrova oltre che in altre opere. il famoso tò méson. Questo è quanto il legislatore deve cercare di realizzare. Non è difficile. proprio per essere di centro. il quale parla di una età dell'oro.e sappiamo già che questo cittadino deve essere della classe media. a chi possa essere architetto. perché una classe media. alla quale egli dovette credere con molta forza. ma per motivi strettamente economici e politici. permette la stabilità della costituzione. in sede politica. quasi tutti i campi del suo pensiero. Per 168 . e degenerò lentamente fino all'età del ferro. Anche in Atene c'era una classe di poveri e una classe di ricchi. che è formata quindi di medi ricchi o che è lo stesso . E Aristotele. non certo per spirito altruistico. poi l'età dell'oro divenne d'argento. Il mesótes.

cioè la felicità.Aristotele. l'uomo il quale vive dandosi alla speculazione. 1277 b 35). è formato dai cittadini veri e dalle parti. consigliare e giudicare . e di tutti gli altri i quali lavorano con le braccia (Politica. dunque. A questo proposito egli afferma che la questione può essere risolta facendo appello a una distinzione molto comune. e che Platone aveva già usato: quella fra il cittadino vero. in secondo luogo. proprio perché la costituzione di mezzo. la polis che Aristotele cerca di costruire. Queste tre funzioni sono anche scandite nel tempo: il servizio militare spetta ai giovani. sine quibus. che può assolvere queste tre mansioni e che ha una certa indipendenza finanziaria. Tutti gli altri possono essere cittadini. in greco. È chiaro che in questi tre criteri si riflette molto di quella che era la costituzione ateniese. e l'aristocrazia ne ha un'altra. tra virgolette. chiamiamole così. che poi è il fine che tutti i Greci assegnano alla polis. È chiaro che a dominare su tutti è il libero. ma sono cittadini in un altro senso. Il termine libero. Allora il cittadino vero. ad esempio. ma la costituzione che ad Aristotele preme di imporre è questa costituzione di mezzo. giudicano e consigliano. è colui sul quale si fonda questa politeìa temperata. ha un significato molto preciso e specifico: l'uomo liberale. È chiaro che ogni costituzione ha un suo cittadino. per vivere una vita di contemplazione. Questo è. per la polis. coloro che possono consigliare e giudicare. in rapidissima sintesi. Lo Stato. del contadino. cioè del meccanico. cioè della costituzione più comune ed accettabile nel mondo greco: a questo proposito Aristotele afferma con molta chiarezza che cittadini sono coloro i quali prestano servizio militare. per gli amici. ma noi parliamo del cittadino della repubblica.quindi consigliare su quello che lo stato deve fare e giudicare in tribunale . che può studiare. Aristotele si pone la questione. e coloro senza i quali la polis non può vivere. Per questo si parla di "etica eude169 . ripeto. è la eudaimonía.spetta agli uomini più anziani. che può "perdere il tempo". del bánausos. che è "parte" dello Stato. Qual è il fine della società secondo Aristotele? Il fine della società. e. cittadini sono coloro che prestano servizio militare. e tra queste parti sine quibus possiamo annoverare anche i teti e gli schiavi. è quella che dà più stabilità alla polis. È chiaro che la monarchia ha una sua costituzione.

proprio in quanto questa tranquillità finanziaria gli permette di dedicarsi alla vita degna dell'uomo libero. se l'anima "noetica" è la più alta. ma c'è qualcosa di più: l'anima "noetica". bisogna distinguere varie parti. in altri termini.l'anima vegetativa. è qualcosa di più. sentono. hanno delle sensazioni. al di là dei piaceri e degli onori. In realtà. Di qui si intende perché molto spesso Aristotele dica che l'uomo libero deve avere una certa tranquillità finanziaria. e in rapporto a questa reazione si stabilisce il ruolo della famosa areté come héxis proairetiké. Ora. che è l'anima noetica. che è il culmine di tutte le altre. la sede delle passioni. ed il suo fine non può essere identico a quello delle piante. una vita spesa per gli amici. quella che tende alla theoría. La vita edonistica è la vita dei piaceri. che è la vita 170 . e cioè ad una vita di studio. ma. cioè del logos.chiamiamole così. giusta. C'è poi l'anima "passionale". ci sono per Aristotele la vita edonistica e la vita politica. sulla quale Aristotele stesso era molto dubbio. ma nel corpo. che è presente anche nella piante. Ma l'uomo ha qualche cosa di più. è chiaro che il logos dovrà in qualche modo dominarle tutte. Se è vero che tutte le altre anime di cui si è parlato . cioè come "abito adatto alla scelta" e che consiste nella mesòn. reagisce agli eventi. c'è quest'ultima vita. come l'uomo. Non c'è solo l'anima passionale. e soprattutto nell'anima. C'è poi l'anima "sensitiva": i cani. e per theoría si intende contemplazione. La vita politica è la vita degli onori. e non solo nel De anima. Aristotele torna molto spesso. studio. Si distingue quindi un'anima "vegetativa". o di determinati uomini. Sicchè l’eudaimonía l'uomo la raggiunge sfruttando precisamente questo tipo di anima. la vita filosofica. ai quali Aristotele dà la parte che devono avere necessariamente nella vita di un uomo.monistica". migliore. accanto a questa vita. sensitiva. è chiaro che una vita vissuta a tale livello è una vita quanto mai vera. di contemplazione. su queste distinzioni. studiate nell'etica: l'uomo ha delle passioni. senza però enfatizzarne l'importanza. gli animali in genere. ed essa deve avere il suo posto nella vita dell'uomo. con questa parola. appetibile.sono in funzione dell'anima logistica. Ed egli risolve il problema rifacendosi alla psicologia del tempo: l'uomo è corpo e anima. ma l'uomo non è una pianta. penetrazione di cose. Che cos'è l'uomo? Questa è una domanda che Aristotele si fa spesso. passionale . Ma anche l'anima passionale non è la più elevata delle parti .

comporta piacere. Quindi la felicità è la realizzazione più piena della vita noetica alla quale consegue il piacere. quando è eseguita come si deve. Questa è la vita migliore. contemplare se stesso.della contemplazione. continuamente. quindi. perché è la vita stessa di Dio. quello che Dio fa sempre. per quel principio per cui ogni azione. dove si parla appunto della vita di Dio. si afferma che Dio non fa altro che intendere. la vita stessa di Dio. È. Ed è chiaro che in questo suo raccogliersi e penetrare le cose l'uomo gode di un piacere. in piccolo. Nel famoso libro Lambda della Metafisica. e ad essa è dedicata l'ultima parte dell'Etica Nicomachea. l'uomo lo fa talvolta. 171 .

7). come gli elementi semplici che si ritrovano scomponendo quel complesso che è lo Stato non siano costituiti da individui. poiché per natura l’uomo è un essere politico» (Eth. nella famiglia si dà la relazione tra padri e figli. Aristotele sottolinea il carattere intrinseco alla più profonda natura dell’uomo che riveste lo Stato.La Politica aristotelica Trattando del rapporto tra etica e politica. che esaltano l’auto-sufficienza del saggio e insieme la sua antipoliticità. ma determinazione «naturale». I. «Noi intendiamo per autosufficienza non il bastare a sé solo di un individuo. 2). La stessa felicità si raggiunge solo in quanto si pervenga all’autosufficienza. ma anche il bastare ai suoi parenti. che conduce una vita solitaria. Infatti.Nic. il limite dell’autosufficienza completa: formato bensì per rendere possibile la vi172 . per così dire. I. cioè il padrone e lo schiavo. affrontando il problema della genesi dello Stato. Contro le tesi di sofisti come Licofrone o Trasimaco. Aristotele pone in evidenza. ai figli. Quindi la vita dell’uomo nella comunità non è frutto di scelta o di convenzione. per esempio la femmina e il maschio in vista della riproduzione (e questo non per proponimento. bensì sempre e soltanto da forme più elementari di comunità. che intendono lo Stato come costruzione artificiale e convenzionale fondata sulla scelta del singolo.. assicurando la prima la riproduzione. la seconda il sostentamento. Inoltre. Ora la comunità perfetta è lo Stato. Le famiglie si uniscono fra di loro per costituire il villaggio. Contro ogni forma di individualismo. Queste due comunità quindi si costituiscono e si intrecciano fino a formare la famiglia. nel quale sono comprese e realizzate tutte le altre forme di comunità. ma come negli altri animali e nelle piante è impulso naturale desiderare di lasciare dopo di sé un altro simile a sé) e chi per natura comanda e chi è comandato al fine della conservazione» (Politica. alla moglie e infine agli amici e concittadini. e contro le concezioni anticomunitarie dei cinici. «è necessario in primo luogo che si uniscano gli esseri che non sono in grado di esistere separati l’uno dall’altro. lo Stagirita indica chiaramente come quest’ultima si ponga come la scienza più elevata e dominante. mentre «la comunità che risulta di più villaggi è lo Stato perfetto. in quanto risponde alla natura o essenza dell’uomo. che raggiunge ormai.

173 .. e di conseguenza è o bestia o dio» (Pol. come dice Ross. soppresso il tutto. Quest’ultimo concetto inoltre orienta il processo..). lo Stato non nega né la famiglia né le altre forme di comunità. in quanto fine e forma che sorregge e guida l’intero processo. quel che ogni cosa è quando ha compiuto il suo sviluppo. in realtà esiste per rendere possibile una vita felice. e quindi chi non è in grado di entrare nella comunità o per la sua auto-sufficienza non ne sente il bisogno. d’una casa. cioè al vivere. bensì al «vivere bene». sia d’un uomo. ciò per cui una cosa esiste. L’ECONOMIA. cioè ad una vita completa secondo le più elevate esigenze intellettuali e morali dell’individuo. il fine è il meglio e l’autosufficienza è il fine e il meglio. Inoltre. Tale è anche in virtù del suo essere forma totale della quale le parti sono solo momenti. Inoltre. ogni individuo separato sarà nella stessa condizione delle altre parti rispetto al tutto. non è parte dello Stato. noi lo diciamo la sua natura.. che dal punto di vista storico-genetico compare alla fine del processo che prende l’avvio dalle comunità elementari. bensì ciò che consente il pieno realizzarsi e il massimo sviluppo storicamente possibile della libertà dell’individuo. Lo Stato quindi. L’autosufficienza a sua volta consiste non semplicemente nella capacità di dare risposta ai bisogni elementari. bensì esso sussiste. non ci sarà più né piede né mano se non per analogia verbale (. se non è autosufficiente... 2). individui e comunità elementari. Da queste considerazioni è evidente che lo Stato è un prodotto naturale e che l’uomo per natura è un essere socievole: quindi chi vive fuori della comunità statale per natura e non per qualche caso o è un abietto o è superiore all’uomo (. Quindi ogni Stato esiste per natura.ta. Si è visto che della famiglia fa parte anche lo schiavo. «come comunità di comunità». è ontologicamente primo. d’un cavallo. solo nel tutto possono esistere: infatti solo in esso acquistano la loro autosufficienza. Lo Stato pertanto non è né costrizione né limitazione. Questi momenti. 1.) E per natura lo Stato è anteriore alla famiglia e a ciascuno di noi perché il tutto deve essere necessariamente anteriore alla parte: infatti. che si compie solo in quanto si realizza l’autosufficienza. se per natura esistono anche le prime comunità: infatti esso è il loro fine e la natura è il fine: per esempio. È evidente dunque che lo Stato esiste per natura e che è anteriore a ciascun individuo: difatti.

La relazione servo-padrone costituisce anch’essa una forma di comunità elementare naturale. proprio in quanto il servo. e ha il compito di provvedere a procurare i beni necessari alla vita e utili alla comunità della casa e dello Stato. I beni vengono cioè acquisiti esclusivamente in funzione dei bisogni. Ancora una volta viene sottolineato il primato del valore di uso. non dal lato della piena umanità. pur essendo uomo. e oggetto di proprietà è uno strumento ordinato all’azione e separato» (Pol. Il primato compete alla scienza dell’uso. come in generale per il mondo antico. I. non il risultato di una convenzione o della forza.. L’esistenza della schiavitù costituisce per Aristotele. che è dunque subordinata e parte della prima. 5). è oggetto di proprietà. e appartiene a un altro chi. infatti. esso si interpone tra l’uomo libero e la natura. non all’arte dell’acquisizione. non essendo autosufficiente perché privo della capacità deliberativo-intellettiva. in quanto può a sua volta servirsi di altri strumenti. 4). procaccia i beni. per rendere l’uomo autosufficiente. conséntendo così all’uomo libero di sottrarsi all’assoggettamento alla natura. Per quanto concerne il problema dell’acquisizione e della gestione dei beni. un fatto di natura. in quanto naturale. In quanto strumento. Vi è tuttavia una seconda forma di crematistica. I. al pari di qualunque animale di cui ci serviamo. Esso è «strumento» animato del quale il padrone si serve: «anche lo schiavo è un oggetto di proprietà animato e ogni servitore è come uno strumento che ha precedenza sugli altri strumenti» (Pol. Vi sono tuttavia due forme di crematistica: l’una è naturale. la quale ha per scopo quello di acquisire ricchez174 . Aristotele traccia una differenza tra arte dell’amministrazione domestica (oikonomia) e arte dell’acquisizione delle ricchezze (crematistica): quest’ultima. Questa è un aspetto dell’arte dell’amministrazione della casa (oikonomia). Di qui la definizione dello schiavo come «un essere che per natura non appartiene a se stesso ma a un altro. Essa deve essere considerata dal lato della natura. quella non naturale.. ma solamente la prima possiede la capacità di servirsene in funzione del raggiungimento del fine. pur essendo uomo. è giusta. deve necessariamente unirsi al padrone e a lui essere subordinato.che costituisce il mezzo per l’acquisizione di ciò che è necessario alla riproduzione. L’arte che il padrone in quanto capo della casa (oikos) deve esercitare per l’acquisizione dei beni si chiama crematistica. questo è per natura schiavo. Pertanto la schiavitù.

di amicizia fra i cittadini. cioè in rapporto alle qualità naturali o artificiali per le quali esso è stato prodotto . «Perciò si ha pienissima ragione a detestare l’usura. è naturale. Si compra cioè solo per vendere.. i guadagni provengono dal denaro stesso e non da ciò per cui il denaro è stato inventato. La crematistica utilizza lo scambio. In questo senso lo scambio. Ari175 . nel quale si realizza il guadagno che deriva dallo squilibrio che sussiste tra il valore reale del prodotto e quello possibile sulla base dello scambio.. che è legittimo solo in quanto esso deve consentire di procurare ciò di cui l’uomo è naturalmente privo. Funzione essenziale in questa trasformazione svolge il commercio al minuto. in tal caso.ad esempio il camminare per la scarpa . Ma. mentre l’interesse lo fa crescere sempre di più (. cioè sullo scambio eguale.za senza fine. trascura il limite dell’autosufficienza per ricercare il modo infinito di accumulare ricchezza. è stato possibile scindere i diversi momenti dello scambio e utilizzare il rapporto tra scambio e moneta come strumento per acquisire ricchezza senza fine. Questa forma non naturale sorge dal fatto che ogni bene può essere considerato o in relazione al suo uso. da acquisire mediante lo scambio con ciò che egli possiede in abbondanza. cioè ricchezza monetaria non più vincolata ai bisogni naturali. La crematistica non naturale abbandona così il primato del valore d’uso e del concetto di bisogno. sia nel commercio come nell’usura o prestito ad interesse. E allora possibile un incremento della ricchezza non più fondato sull’incremento dei beni. utilizzando il denaro quindi non più come mezzo di scambio che mette in relazione due prodotti. per il fatto che. con l’introduzione dell’uso della moneta. prima adottata come semplice mezzo per rendere più facili gli scambi. cioè indipendentemente e oltre la pura esigenza della soddisfazione dei bisogni. Con ciò lo scambio viene ad essere finalizzato al guadagno e al profitto.).oppure lo si può considerare in rapporto al suo valore di scambio. 10).. che si fonda essenzialmente sulla reciprocità. in modo da collocare i beni in rapporto ai bisogni. rendendo produttivo lo stesso denaro. cioè al valore che ad esso bene viene attribuito per il fatto di essere scambiato. ma come inizio e fine dello scambio stesso. Il guadagno viene in tal modo a spezzare il rapporto di philia. in quanto si muove lungo la linea dell’autosufficienza voluta da natura per ciascun vivente. sicché questa è tra le forme di guadagno la più contraria a natura» (Pol. I. Perché fu introdotto in vista dello scambio.

. chi fosse in grado di realizzare un tale tipo di unità. Sicché non si devono mutare con leggerezza le leggi. mentre la virtù farà sì che nell’uso le proprietà degli amici siano comuni». «In realtà. II. 7). la proprietà dev’essere comune in qualche modo. sarà piuttosto uno stimolo. come regola generale. privata: così la separazione degli interessi non darà luogo a rimostranze reciproche. Ma Aristotele è più in generale contrario alla impostazione della politica platonica: al suo tentativo di una 176 . occorre allora «equilibrare i desideri più che le sostanze e ciò non è possibile se non a chi è convenientemente educato dalle leggi» (II. Educare a ciò è compito del legislatore. ma fondata su elementi specificamente diversi. il legislatore deve tener conto dell’incidenza della proprietà sulle relazioni sociali e politiche. «Eppure è chiaro che se uno Stato nel suo processo di unificazione diventa sempre più uno. Proprio per questo.. La legge si fonda sul costume e questo si realizza soltanto in un lungo lasso di tempo. ad una forma nella quale l’economia tende a svincolarsi. come se non vi fosse alcuna distinzione di natura nel concetto di una grande casa e in quello di un piccolo Stato. La differenza tra queste realtà non è di ordine quantitativo ma di specie. a porsi come momento autonomo e quindi a subordinare a sé la totalità delle relazioni umane. Innanzi tutto Aristotele critica Platone per non aver distinto il rapporto politico che intercorre tra governante e governato e quello istituito tra padrone e schiavo o quello presente nelle relazioni familiari. 1). perché lo Stato è per sua natura pluralità e diventando sempre più uno si ridurrà a famiglia da Stato e a uomo da famiglia» (Pol. che è sì unità. (Ib. Del pari critico è nei confronti dell’accentuazione del concetto di unità dello Stato. Dunque.stotele delinea così il passaggio da una forma sociale nella quale l’economia è subordinata alle relazioni sociali e politiche. e deve mirare a raggiungere un certo equilibrio. giacché ciascuno bada a quel che è suo. in realtà verrebbe a distruggere lo Stato. Del pari. 5). Aristotele è contrario alla proprietà comune. È opportuno un raffronto tra l’impostazione aristotelica della politica e quella platonica. Con le leggi e la educazione. LE CRITICHE ALLE CONCEZIONI POLITICHE DI PLATONE. ma. che in Platone per realizzarsi deve passare attraverso l’abolizione della famiglia e della proprietà privata. non sarà neppure uno Stato. II.

Solo in essa. in quanto lo Stato risulta da individui differenti. La prassi politica compete solo a quanti sono liberi in questo senso. al potere affidato a filosofi e guerrieri. i liberi partecipano direttamente a tutte le funzioni di governo. Dopo avere risposto alla domanda circa il cittadino. almeno nella Repubblica. L’identità di uno Stato non è data dal fatto che i cittadini vivano in un identico luogo. A funzioni diverse. da quella giudiziaria a quelle legislativa ed esecutiva. III. alla storia e alle consuetudini. Sicché «uno Stato è lo stesso guardando alla costituzione». lo Stato è diverso. per rispondere alla domanda su che cos’è lo Stato. alla rigida scissione tra le classi. Egli cioè deve sapere comandare. La virtù del buon cittadino deve necessariamente essere in tutti i cittadini.. non dipendono da altri e possono perciò avere il proprio fine in se stessi. compete a uomini libe177 . La virtù del buon cittadino è «la capacità di comandare e di obbedire». se svolge una funzione di governo. in quanto svolgono funzioni che li assoggetta-no alle necessità della natura e quindi ciò fa di essi dei subordinati e non dei liberi. E questa che determina la forma e la natura dell’unione che si realizza in un certo Stato. Solo costoro. ma anche gli agricoltori e i lavoratori manuali. infatti. Altra questione sorge circa l’identità o meno della virtù dell’uomo buono con quella del buon cittadino. Aristotele passa a rispondere alla domanda circa lo Stato. occorre preliminarmente rispondere alla domanda su chi è il cittadino. Tale definizione si applica soprattutto al cittadino della polis democratica. 1). se muta questa. cioè dalla partecipazione all’assemblea che governa la città. corrispondono virtù diverse. «Cittadino in senso assoluto non è definito da altro che dalla partecipazione alle funzioni di giudice e alle cariche» (Pol. la virtù del buon cittadino è necessariamente correlata con la costituzione. infatti. STATO E CITTADINO. poiché non tutti i cittadini sono uguali. ma è determinata essenzialmente dalla costituzione. Poiché lo Stato risulta costituito da una pluralità di cittadini. infatti. Ora.quella adeguata al suo essere e alla sua attività . Tale questione viene affrontata sul versante dell’identità dello Stato. Dalla cittadinanza sono esclusi non solo gli schiavi e i meteci.deduzione astratta delle norme. e obbedire nel caso contrario: il comando. allora la virtù dell’uomo buono . al contrario. alla scarsa attenzione dedicata.è altra da quella del buon cittadino.

. prese nella loro totalità e non singolarmente.. Che cos’è la costituzione? «La costituzione è l’ordinamento delle varie magistrature di uno Stato e specialmente di quella che è sovrana suprema di tutto: infatti. Ora lo Stato esiste solo in vista dell’interesse comune. nel senso sopra precisato. «In realtà. III.). Esistono pertanto diverse forme di costituzioni giuste. Pertanto. Qui si allude a una comunità politica che vede la partecipazione dei molti al potere. la politia. Le forme di costituzione. sovrano è il popolo. nelle oligarchie. però non basta perché ci sia uno Stato: lo Stato è comunanza di famiglie e di stirpi nel vivere bene: il suo oggetto è un’esistenza pienamente realizzata e indipendente (. l’aristocrazia. 6). III. la politici. l’oligarchia privilegia l’interesse dei ricchi.. l’oligarchia e la democrazia nel senso deteriore. né allo scopo di commerciare. come avviene nella forma da Aristotele privilegiata. A differenza di Platone. prevale l’interesse del monarca. mirano solo all’interesse personale dei capi sono sbagliate tutte e rappresentano una deviazione dalle rette costituzioni: sono pervase da spirito di dispotismo. mentre lo Stato è comunità di liberi» (Pol. se deve esserci uno Stato. ciascuno ha una parte di virtù e di saggezza e come quando si rac178 . né per semplice comunanza di luogo: «tutto questo necessariamente c’è. loro degenerazioni sono rispettivamente la tirannide. occorre che nello Stato sia prevalente la classe media. 6). Nelle democrazie. invece. 7). 9). sovrana suprema è dovunque la suprema autorità dello Stato e la suprema autorità è la costituzione» (Pol. essendo molti. Molte persone. la democrazia l’interesse dei poveri: al vantaggio della comunità invece non bada nessuna di queste forme costituzionali.. E proprio in grazia delle opere belle e non della vita associata che si deve ammettere l’esistenza della comunità politica» (III. perché vi sia una forma costituzionale adeguata. «quando poi la massa regge lo Stato badando all’interesse comune» (III. né solo come alleanza militare.ri sotto entrambi gli aspetti. Si ha invece la politia. Nella tirannide. sono infatti superiori ai pochi eccellenti. «E evidente quindi che quante costituzioni mirano all’interesse comune sono giuste in rapporto al giusto in assoluto. Queste sono: la monarchia. quante. Aristotele difende la forma democratica corretta. la sovranità spetta a pochi ricchi. Lo Stato è stato costituito non in vista della ricchezza.

Per simili uomini non c’è vincolo o subordinazione alla legge. A ciò deve aggiungersi il pericolo dell’esclusione della massa dalle cariche. sia uno o siano più. per quanto è possibile. Inoltre. Questo ceto evita i pericoli di quegli Stati dominati o da chi possiede troppo o da chi non possiede niente. è sovrano in tutti quei casi in cui le leggi non possono pronunciarsi con esattezza. in massa. Certo. Aristotele prende in esame le cause che portano alla trasformazione o alla rovina delle rette costituzioni. il che succede soprattutto con le persone di ceto medio». Perciò.colgono insieme. diventano un uomo con molti piedi. l’oligarchia dalla supposizione che quanti sono disuguali sotto un certo rispetto siano del tutto disuguali (e in realtà essendo disuguali nel possesso della proprietà suppongono di essere assolutamente disuguali). Le trasformazioni dello Stato. con molte mani. Solo il ceto medio consente di mantenere l’uguaglianza. con molti sensi. della oligarchia o della democrazia sfrenata. «sono essi la legge e sarebbe ridicolo chi cercasse di redigere una legislazione per loro» (III. Stati per questo motivo esposti ai pericoli della tirannide. 179 . siano assolutamente uguali (e in realtà. «lo Stato vuole essere costituito. 12). Così. Ed è proprio per questo che gli Stati retti a democrazia hanno l’ostracismo: perseguono infatti l’eguaglianza e per questo bandiscono quanti mostrano di possedere eccessivo potere o a causa della ricchezza o per altri motivi. se tutti sono d’accordo nel porre alla base degli Stati un concetto di eguaglianza proporzionale. 13). tuttavia lo applicano in modo scorretto. servendosi di una grande! mole di informazioni storiche. occorre operare per favorire nello Stato la presenza di una classe media. perché non è facile emanare norme generali per tutti i casi» (III. la democrazia demagogica sorge «dall’idea che quanti sono uguali per un certo rispetto. Nel V libro della Politica. così diventano un uomo con molte eccellenti doti di carattere e d’intelligenza». «le leggi rettamente emanate devono essere sovrane e chi detiene il potere. se esistesse uno (o pochi) «tanto diverso per virtù o per capacità politica: come un dio tra gli uomini è naturalmente un uomo siffatto». soggiunge Aristotele. La causa generale viene ravvisata nel fatto che. Infatti. conclude Aristotele. di elementi uguali e simili. per il fatto che sono tutti ugualmente liberi pensano di essere assolutamente uguali).

Lo Stato deve avere. occorre innanzi tutto tener conto della popolazione. Ma l’elemento di gran lunga più importante. Ma lo Stato si mantiene stabile se si conserva lo spirito di obbedienza alla legge e se non si consente a nessuna classe in particolare di diventare troppo forte. ma non essere così esteso da spingere al lusso. Così il territorio deve consentire una vita libera e piacevole. La democrazia. 7).Perciò gli uni. 1). Gli abitanti dovrebbero avere il carattere degli Elleni. Infatti. E poiché in questo Stato tutti devono partecipare alla vita e alle cariche politiche. sacerdoti e giudici. artigiani. per raggiungere le proprie finalità. e quindi anche per lo Stato. «Dovunque la ribellione nasce da disuguaglianza». cioè non essere troppo vasto. mentre la costituzione fondata sulla classe media è quella più sicura di tutte. sotto questo rispetto. è più solida e maggiormente al riparo dalle ribellioni. ritengono giusto partecipare in ugual misura di ogni cosa. qualora raggiunga l’unità costituzionale» (VII. e il di più è diseguale» (V. anche l’educazione dovrà incen180 . essendo uguali. Così i lavoratori manuali non hanno la virtù politica. mentre gli altri. e dunque quest’ultima è da considerarsi la causa dell’instabilità degli Stati. essendo diseguali. che possiedono il coraggio dei popoli del Nord e l’intelligenza dei popoli dell’Asia. Fra le condizioni dello Stato ideale. militari. L’educazione concerne l’abitudine e la ragione. Ma non tutto ciò che è indispensabile per la vita dello Stato è insieme parte dello Stato. coltivatori. L’ultima parte della Politica è interamente dedicata all’educazione. perciò questa gente «vive continuamente libera. la virtù dipende da tre fattori: natura. abitudine e ragione. Il problema della costituzione migliore è da Aristotele affrontato in connessione con la questione della migliore vita desiderabile. cercano di aver sempre di più. La cosa più importante per l’individuo. provvista dei mezzi adatti a compiere azioni virtuose. Lo Stato ideale. ha le migliori istituzioni politiche e la possibilità di dominare tutti. tale Stato deve avere «un numero tale di abitanti che sia il minimo indispensabile in vista dell’autosufficienza per un’esistenza agiata in conformità delle esigenze di una comunità civile». afferma Aristotele. mentre i coltivatori non hanno il tempo per esercitarla. è dato dal sistema di educazione rispondente alla costituzione. E poiché lo Stato è costituito da chi comanda e da chi è comandato. esso deve poter essere abbracciato in un unico sguardo. è la vita secondo virtù.

Ruggiu. Enciclopedia diretta da Emanuele Severino. l’educazione dovrà essere impartita dallo Stato. per avere il suo coronamento con la formazione della ragione80. 80 Cfr. Infine. prendere il suo avvio dall’educazione del corpo. L. in “Filosofia”.trarsi su questo aspetto essenziale. e proseguire con l’educazione degli impulsi e degli appetiti. L’educazione dovrà pertanto formare uomini buoni e buoni cittadini. secondo l’ideale già delineato nell’Etica. Ogni cittadino deve imparare innanzi tutto ad obbedire e quindi a comandare. Armando Curcio Editore. 181 .

e questa è la (scienza) “politica”. comprende a sua volta due capacità. quella 182 . anche pratica.Per “bene supremo” si intende “il bene dell’uomo”. o attività. o meglio di intelligenza pratica. ma un tipo diverso di disposizione intellettuale. e scienze – o filosofie – pratiche. appare “più grande e più perfetto”. e quelle che hanno “poietiche”. ugualmente teorizzata da Aristotele. le posizioni di Platone e di Aristotele divergono sotto molteplici aspetti. Il fine al quale tutti gli altri sono subordinati è il bene supremo (to aristòn). La saggezza perciò. quella della “scienza” (epistéme) politica e quella della “saggezza” (phrònesis) politica. Benché sia una scienza pratica. pur nella comune identificazione della scienza politica con l’etica. non fa dimostrazioni. la quale però non è una scienza. nel senso che alcune sono subordinate ad altre. quelle “pratiche” che hanno per fine l’azione (praxìs). a differenza della scienza. che in Platone è del tutto assente. che hanno per fine la pura conoscenza (theorìa). dette perciò “architettoniche”. il quale è l’oggetto della scienza “più dominante e più architettonica” di tutte. Ma. cioè la “saggezza” o “prudenza” (phrònesis). cioè ci sono le scienze (o filosofie) “teoretiche”. Aristotele indica diverse disposizioni. nella sua concezione della scienza politica. Per Aristotele ci sono vari tipi di scienza. secondo Aristotele. Ma il bene della città. che hanno per fine la produzione (pòiesis) di un oggetto. è oggetto della scienza “politica”.La scienza politica in Aristotele Con l’aggettivo “politica” (politiké). La saggezza politica. C’è una gerarchia tra le “arti” e le “scienze” (epistèmai). Anzitutto Aristotele introduce . la distinzione tra scienze – o filosofie – teoretiche. ma considerato come bene della città. in particolare a quelle di Platone. è l’unico tipo di argomentazione di cui si serve è il cosiddetto sillogismo pratico. Questa caratterizzazione della scienza politica come conoscenza del bene permette di situare storicamente la posizione di Aristotele in rapporto alla filosofia a lui precedente. come dice la parola pòlis. il quale conclude direttamente all’azione. che possono essere raggruppate in due grandi categorie. o “virtù dianoietica”. spesso sostantivato. la scienza politica non va tuttavia confusa con un'altra forma di sapere pratico. cioè appunto il calcolo dei mezzi in vista di un fine già dato.

quello di valutare le diverse costituzioni per individuare tra esse la migliore81. coincidente con la scienza politica. però. non coincidono con quelle che operano a partire da queste. sia pure di carattere sommario ed approssimativo. cioè norme di carattere generale.pur essendo anch’essa. 81 Riassunto di Enrico Berti.di fare buone leggi. cit. si serve tuttavia. cioè le competenze. una distinzione tra quella che potremmo chiamare la scienza politica rivolta all’individuo. e quali sono adatte a determinate situazioni. Aristotele osserva che nell’ambito della politica. e quella di deliberare bene. Con queste indicazioni Aristotele non solo si discosta da Platone. ossia le diverse forme di governo. come invece accada per medici e pittori. anche di procedimenti classificatori. quale è la migliore. allo scopo di insegnare ai legislatori quali sono buone e quali non lo sono. all’interno della scienza politica intesa in senso lato. è dunque quello di indagare sulle costituzioni. una scienza pratica. e quindi di agire bene nella situazioni particolari. Nel campo della politica – prosegue Aristotele – ci sono alcuni che dichiarano di insegnarla. ma introduce. ed Aristotele li designa come “sofisti”. come l’etica.). mirante a istaurare una specie di etica collettiva. cioè della scienza del bene supremo dell’uomo. senza metterla in pratica. le persone che trasmettono le capacità. e quella che potremmo chiamare la scienza politica rivolta ai governanti. cioè della filosofia pratica. La scienza politica in senso stretto. Aristotele (in “I pensatori politici”. simili a quelli adottati da Aristotele nella zoologia. 183 . oltre che di procedimenti dimostrativi. Anche la tipologia costruita in tal modo è tuttavia finalizzata a uno scopo pratico. op. A questo punto. cioè di fare buoni decreti. che si chiama saggezza legislativa ed è “architettonica” nel campo della saggezza politica. a differenza di quanto accade nelle altre arti. che si indica comunemente con il termine di saggezza politica. Il compito della filosofia concernente le cose umane.

a definire la realtà delle cose. una volta conosciuto ontologicamente l’oggetto. Aristotele. ad esprimere le caratteristiche essenziali dell’essere. che tra il piano della realtà e quello del discorso ci sia uno stretto rapporto. Infatti nella mia mente ci sono i contenuti mentali della realtà (possibilità di corrispondenza tra il piano logico e quello ontologico). si pensi ad esempio a Parmenide o a Zenone. occorrerà fondare una scienza che ponga delle regole ben chiare a cui i discorsi debbano soggiacere. anche se. cioè accettando che. posta la meraviglia a fondamento del conoscere. Analitici primi. in effetti. La scienza prima giunge a conoscere la realtà dell’essere. ebbene. questa è la logica. De interpretatione.La logica formale e il sillogismo scientifico DAL CONCETTO DI VERITÀ A QUELLO DI VALIDITÀ. anzi rivalutandole in un tutto organico e sistematico. ma. posso avviarmi a studiare le regole che mi permettono di esprimere in modo corretto i vari concetti che sono nella mia mente. io possa esprimerlo a parole predicando qualche cosa di lui. ha fondato una scienza prima che ricerca le cause. dove espone la dottrina dei termini. colleghiamo tra loro i vari termini in proposizioni. senza per questo rifiutare le altre scienze particolari che si avvalgono del metodo induttivo. ma comunque nessuno codificò la logica come fece Aristotele (in una raccolta che i posteri chiamarono Organon) nelle pagine di: Categorie. ora occorre esprimerli col linguaggio. e le proposizioni le colleghiamo tra loro in giudizi. nei pensatori a lui precedenti si trova una certa consapevolezza sui modi di procedere della ragione e sulle leggi che la governano. Prima di Aristotele non furono scritte opere dedicate esclusivamente alla logica. con termini verbali che abbiano uno stretto rapporto con quelli mentali (possibilità di corrispondenza tra il piano logico e quello linguistico). siccome quando esponiamo qualche cosa. 184 . dove espone i canoni della proposizione. definito dal Nostro “l’inventore della dialettica”. nei quali fonda la dottrina del sillogismo. partendo da un presupposto tutto aristotelico.

ma di giudizi che hanno un carattere assertorio (apofantico). se invece ci interessiamo della possibilità che un ragionamento sia plausibile. in cui affronta il problema dell’argomentazione. Se Aristotele si fosse interessato al contenuto. dove. se cioè sia vero o falso all’interno di una logica formale. tratta degli argomenti sofistici. essa considera cioè la forma del ragionamento. Elenchi sofistici. La logica è sia arte della dimostrazione (cioè capacità di provare che una certa tesi è vera) sia arte dell’invenzione (cioè capacità di scoprire qualche cosa di nuovo). avrebbe dovuto affrontare il discorso sulla verità della premessa iniziale. Consideriamo la dif185 . che guarda invece ai meccanismi interni del ragionare umano e. per farli risaltare meglio. La logica non si interessa tanto della verità dei contenuti delle affermazioni (ad esempio se Dio esista. cioè delle relazioni che intercorrono tra le proposizioni: se siano logicamente concatenate e concatenabili. di segni convenzionali (pensiamo a quelli di tipo algebrico) che evidenziano in misura migliore se un ragionamento sia corretto o errato. allora siamo all’interno di un tipo di ragionamento. quanto della validità del puro ragionamento. allora stiamo utilizzando un sillogismo dialettico (quando invece vogliamo confutare le tesi dell’avversario con argomenti non fondati siamo nel sillogismo eristico. se la mamma abbia o no comperato le uova andando al mercato). ecco perché con Aristotele si parla di logica formale. preghiere. manifestando implicitamente il suo pensiero nei confronti dei sofisti. è arte di dimostrare e di provare se un discorso è vero o falso. comandi. utilizzato dai sofisti). cioè alla parte “materiale” del ragionamento.Analitici secondi. che attestano qualche cosa. si avvale spesso di simboli che stanno al posto delle parole. se l’anima sia immortale. che enunciano. se ciò che si afferma o che si nega porta a delle conclusioni valide. ma questo esula dal campo della logica. dove parla della teoria della scienza deduttiva. Topici. non il suo contenuto. perciò essa non si servirà di domande. Proprio per non cadere in una confusione di termini Aristotele precisa che quando fondiamo il nostro discorso sulla verità delle premesse iniziali. chiamato sillogismo dimostrativo o scientifico. Nell’affermare o nel negare si usano le proposizioni che asseriscono.

ferenza tra i due sillogismi prima di addentrarci nei meandri delle tecniche del ragionamento.

IL SILLOGISMO SCIENTIFICO “Chiamo dimostrazione il sillogismo scientifico, e chiamo scientifico il sillogismo rispetto al quale, per il fatto di esserne in possesso, noi abbiamo la scienza. Se dunque il sapere è tale quale abbiamo posto che sia, di necessità anche la scienza dimostrativa consta di premesse vere, prime, immediate, più note, anteriori e cause della conclusione. [...] Un sillogismo si potrà infatti costruire anche senza premesse di questo tipo, ma non sarà una dimostrazione, perché non produrrà scienza. Le premesse devono essere dunque vere, perché non è possibile avere scienza di ciò che non è, per esempio che la diagonale sia commensurabile. Deve derivare da premesse prime e indimostrabili, perché non si avrà scienza se si possiede la dimostrazione di esse: infatti, l’aver scienza delle cose di cui c’è dimostrazione in maniera non accidentale è possederne la dimostrazione. Le premesse devono essere cause ed essere più note e anteriori rispetto alla conclusione: cause, perché abbiamo scienza quando conosciamo la causa, anteriori in quanto appunto sono cause e conosciute prima non solo nell’altro senso di comprendere che cosa sono, ma anche di sapere che sono. E sono anteriori e più note in due sensi: infatti, ciò che è anteriore per natura e ciò che è anteriore rispetto a noi non sono la stessa cosa, così come non sono la stessa cosa ciò che è più conoscibile e ciò che è più conoscibile rispetto noi. Chiamo anteriore e più conoscibile rispetto a noi ciò che è più vicino alla sensazione, e anteriore e più conoscibile in senso assoluto ciò che ne è più lontano. In assoluto più lontane sono le cose massimamente universali, in assoluto più vicine le cose individuali: esse sono anche contrapposte le une alle altre. Constare poi di premesse prime è constare di principi propri: per primo e principio intende infatti la stessa cosa. Principio è la premessa immediata di una dimostrazione, ed è immediata la premessa della quale non c’è altra premessa che sia anteriore. Premessa è una delle due parti di un’enunciazione nella quale un termine è predicato di un altro. È dialettica la premessa che assume allo stesso modo qualsivoglia dei due termini; è invece dimostrativa la premessa che assume uno dei due ter186

mini in modo definito, in quanto vero. Enunciazione è una qualunque delle due parti di una contraddizione; contraddizione è l’antitesi che non ha di per sé un termine intermedio, e parte di una contraddizione è da un lato l’affermare qualcosa di qualcosa, e dall’altro negare qualcosa di qualcosa”82. Il sillogismo, quando parte da premesse prime e vere, è dimostrativo; quando invece parte da premesse che non sono vere, ma sono solo fondate sull’opinione, è da considerarsi dialettico; mentre al primo interessa la scientificità o la dimostrazione della verità, al secondo interessa maggiormente la probabilità o la veridicità. In campo gnoseologico la differenza tra verità ed opinioni sta nel fatto che mentre la prima riguarda la stabilità dell’essere, le seconde tendono ad essere rappresentate come affermazioni accreditate dal consenso di tutti, o di una grande maggioranza, o dei sapienti in generale; con questa interpretazione Aristotele si distacca da quella del suo maestro per il quale le opinioni erano illusioni o apparenze in grado di generare solo una conoscenza instabile. Inoltre, la grande differenza tra scienza (epistéme) e opinione (dòxa), sta nell’oggetto della ricerca, la prima ha di mira il necessario, la seconda il contingente83.

82 83

Aristotele, Analitici secondi, 1, 2, 71b 17 - 72 a 14 A. Girotti, La filosofia di Aristotele, Polaris, 1999.

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RETORICA E POETICA

Diavolo di un Aristotele
Secondo Umberto Eco il Filosofo ha il merito di aver definito per primo la metafora, sia nella Poetica sia nella Retorica, e in quelle sue definizioni sosteneva che essa non è puro ornamento bensì una forma di conoscenza84.

È appena uscito in italiano un curioso libro di Peter Leeson, “L’economia secondo i pirati. Il fascino segreto del capitalismo” dove l’autore, storico americano del capitalismo, spiega i principi fondamentali dell’economia e della democrazia moderne prendendo come modello gli equipaggi delle navi pirata del XVII secolo (sì, proprio quelle del Corsaro Nero o di Pietro l’Olonese, con la bandiera col teschio che, all’inizio, non era nera bensì rossa, da cui il nome “Jolie rouge” che in inglese era stato poi storpiato “come Jolly Ròger”). Leeson dimostra che, con le sue leggi ferree, a cui ogni pirata per bene si atteneva, la filibusta era un’organizzazione “illuminata”, democratica, egualitaria e aperta alla diversità: in poche parole era un modello perfetto di società capitalistica. Su questi temi ricama anche Giulio Giorello nella sua prefazione e pertanto non mi occuperò di quanto dice il libro di Leeson, bensì di una associazione di idee che mi ha fatto sorgere. Perbacco, chi, anche senza poter sapere niente del capitalismo, aveva tracciato un parallelo tra pirati e mercanti (vale a dire imprenditori liberi, modelli del capitalismo futuro) era stato Aristotele. Aristotele ha il merito di aver definito per primo la metafora, sia nella Poetica sia nella Retorica, e in quelle sue definizioni inaugurali sosteneva che essa non è puro ornamento bensì una forma di conoscenza. Non sembri cosa da poco perché nei secoli successivi la metafora è stata

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Umberto Eco, La bustina di Minerva, L’Espresso, Ottobre 2010

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vista a lungo solo come un modo di abbellire il discorso senza tuttavia cambiarne la sostanza. E ancor oggi c’è qualcuno che la pensa così. Nella Poetica diceva che capire le buone metafore vuole dire «sapere scorgere il simile o il concetto affine». Il verbo che usava era “theorein”, che vale per scorgere, investigare, paragonare, giudicare. Su questa funzione conoscitiva della metafora Aristotele tornava con maggiore ampiezza nella Retorica dove diceva che è gradevole ciò che suscita ammirazione perché ci fa scoprire una analogia insospettata, vale a dire ci “mette sotto gli occhi” (così si esprimeva) qualcosa che non avevamo mai notato, per cui si è portati a dire « guarda, è proprio così, eppure non lo sapevo». Come si vede in tal modo Aristotele assegnava alle buone metafore una funzione quasi scientifica, anche se si trattava di una scienza che non consisteva nello scoprire qualcosa che era già là, bensì, per così dire, nel farlo apparire là per la prima volta, nel creare un modo nuovo di guardare le cose. Il filosofo ha il merito di aver definito per primo la metafora, sia nella Poetica sia nella Retorica, e in quelle sue definizioni sosteneva che essa non è puro ornamento bensì una forma di conoscenza. E quale era uno degli esempi più convincenti di metafora che ci mette qualcosa sotto gli occhi per la prima volta? Una metafora (che non so dove Aristotele avesse trovato) per cui i pirati venivano detti “provveditori” o “fornitori”. Come per altre metafore Aristotele suggeriva che si individuasse, per due cose apparentemente diverse e inconciliabili, almeno una proprietà comune, e poi si vedessero le due cose diverse come specie di quel genere. Anche se i mercanti erano di solito considerati brave persone che andavano per mare a trasportare e vendere legalmente le loro merci, mentre i pirati erano dei mascalzoni che assalivano e depredavano le navi di quegli stessi mercanti, la metafora suggeriva che pirati e mercanti avessero in comune il fatto di operare il passaggio di merci da una fonte al consumatore. Indubbiamente una volta che avevano depredato le loro vittime, i pirati andavano a vendere i beni conquistati da qualche parte e quindi erano dei trasportatori, provveditori e fornitori di merci anche se i loro clienti erano probabilmente imputabili di incauto acquisto. In ogni caso quella fulminea somiglianza tra mercanti e predatori creava tutta una serie di sospetti- così che il lettore era indotto a dire:
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«Così era, e prima mi sbagliavo». Da un lato la metafora obbligava a riconsiderare il ruolo del pirata nell’economia mediterranea, ma dall’altro induceva a qualche sospettosa riflessione sul ruolo e i metodi dei mercanti. Insomma, quella metafora, agli occhi di Aristotele, anticipava quello che poi avrebbe detto Brecht, che il vero crimine non è rapinare una banca bensì possederla - e naturalmente il buon Stagirita non poteva sapere che l’apparente boutade di Brecht sarebbe apparsa tremendamente inquietante alla luce di quanto è accaduto negli ultimi tempi nel mercato finanziario internazionale. Insomma, non occorre far finta che Aristotele la pensasse come Marx, lui che faceva il consigliere di un monarca, ma capirete come mi ha divertito questa storiella dei pirati. Diavolo di un Aristotele.

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queste scienze non dicono se il genere di essere del quale trattano esista realmente o no. anche la scienza fisica tratta di un genere particolare dell'essere: tratta. Ora. in generale. ma partono da essa – le une. principi ed elementi anche degli oggetti matematici e. le altre. invece.Antologia di testi aristotelici L’ENCICLOPEDIA DELLE SCIENZE E LA METAFISICA La suddivisione delle scienze: il sapere teoretico “Oggetto della nostra ricerca sono i principi e le cause degli esseri. ma (che di queste dovrà esserci) un altro tipo di conoscenza. di quel genere di sostanza che contiene in sé medesima il principio del movimento e della quiete. ci sono cause. assumendola per via di ipotesi – e dimostrano con più o meno rigore le proprietà che di per sé competono al genere che esse hanno per oggetto. esse non si occupano dell'essenza. che da tale procedimento induttivo non può derivare una conoscenza dimostrativa della sostanza né dell’essenza. intesi appunto in quanto esseri. perciò. Ebbene. desumendola dall'esperienza. e che in qualche misura fa uso del ragionamento. precisamente. Parimenti. ma non intorno all'essere considerato in senso assoluto ed in quanto essere. È evidente. c'è una causa della salute e del benessere. tutte queste scienze sono limitate ad un determinato settore o genere dell'essere e svolgono la loro indagine intorno a questo. perché il procedimento razionale che porta alla conoscenza dell'essenza di una cosa è lo stesso che porta anche alla conoscenza della esistenza di una cosa. Inoltre. è evidente che la fisica non è scienza pratica né scienza poietica: 191 . tratta di cause e principi più o meno esatti. Infatti. Tuttavia. ogni scienza che si fonda sul ragionamento.

la ricerca è assolutamente vana. Se. e neppure alla matematica. altre. non è possibile dare definizione di nessuna di queste cose senza il movimento. carne. immobile e separato. come. Ora. è chiaro che alcune branche della matematica considerano i loro oggetti come immobili e non separati. la fisica dovrà essere conoscenza teoretica. ma queste in modo particolare: infatti. Per altro. è evidente che la conoscenza di esso spetterà certamente ad una scienza teoretica. corteccia. naso. Pertanto. come il camuso. orecchio. D'altra parte. bensì immanenti alla materia. ed è o l'intelletto o l'arte o altra facoltà. le cose che sono oggetto di definizione. Ma. perché la fisica si occupa di esseri in movimento. la fisica riguarda realtà separate ma non immobili. in quanto l'oggetto dell'azione pratica e della volizione coincidono. che la fisica è una scienza teoretica. ed il principio delle azioni pratiche è nell'agente ed è la volizione. ma conoscenza teoretica di quel genere di essere che ha potenza di muoversi e della sostanza intesa secondo la forma. sono alcune. ma prevalentemente considerata come non separabile dalla materia. è un naso concavo). è necessario che tutte le cause siano eterne.Tre sono. alcune delle scienze matematiche riguardano realtà che sono immobili ma non separate. che risulti chiaro anche il modo di essere dell’essenza e della forma. viso. mentre la concavità è scevra di materia sensibile. Ora. ed è chiaro altresì perché sia compito del fisico speculare anche su una parte dell'anima. È necessario. se ogni conoscenza razionale è o pratica o poietica o teoretica. infatti. però. ma esse hanno sempre materia). ossia le essenze. foglia. occhio. Queste differiscono tra loro per il fatto che il camuso è sempre unito alla materia (il camuso. allora è chiaro che si debba ricercare e definire l'essenza in sede di ricerca fisica. per ora ci resta oscuro. Pertanto. come la concavità. animale in genere. essa sia scienza di esseri immobili e separati. invece. perché. bensì ad una scienza anteriore all'una ed all'altra. poi. di 192 . anche la matematica è scienza teoretica. radice. se non è chiaro questo. queste sono le cause di quegli esseri divini che a noi sono manifesti. dunque. se tutti gli oggetti della fisica si intendono in modo simile al camuso. invece la filosofia prima riguarda realtà che sono separate ed immobili. per esempio. pianta in generale (infatti. e precisamente su quella parte dell'anima che non esiste senza la materia. Da tutto questo risulta evidente. se esiste qualcosa di eterno.infatti il principio delle produzioni è in colui che produce. ma non alla fisica. Infatti.

Metafisica. infatti. 193 . le branche della filosofia teoretica: la matematica. Non è dubbio. e. a sua volta. traduzione di G. se. E mentre le scienze teoretiche sono di gran lunga preferibili alle altre scienze. gli appartengono”85. Si potrebbe. ora. esiste in una realtà di quel tipo. Infatti. la scienza di questa sarà anteriore (alle altre scienze) e sarà filosofia prima. E non è dubbio. di gran lunga preferibile alle altre due scienze teoretiche. se non esistesse un'altra sostanza oltre quelle che costituiscono la natura. nello stesso ambito delle matematiche c'è diversità: la geometria e la astronomia riguardano una determinata realtà. a questo riguardo. Reale. la fisica sarebbe la scienza prima. questa è. e ad essa spetterà il compito di studiare l'essere in quanto essere. cioè in quanto è prima. Orbene. esiste una sostanza immobile. mentre la matematica generale è comune a tutte. 1.conseguenza. anche. VI. porre il problema se la filosofia prima sia universale oppure se riguardi un genere determinato ed una realtà particolare. 85 Aristotele. che se mai il divino esiste. in questo modo. invece. essa sarà universale. che la scienza più alta deve avere come oggetto il genere più alto di realtà. cioè che cosa l'essere sia e quali gli attributi che. la fisica e la teologia. in quanto essere.

E il motivo sta nel fatto che la vista ci fa conoscere più di tutte le altre sensazioni e ci rende manifeste numerose differenze fra le cose. L’arte si genera quando. Negli uomini. mentre l’inesperienza produce il puro caso. posseggono anche il senso dell’udito. gli uomini acquistano scienza e arte attraverso l’esperienza.. in alcuni. più solida. da molte osservazioni di esperienza. 1 [980a] [. che significa propriamente “conoscenza che si pone al di sopra” (epí-ístemi). non solo ai fini dell’azione. quindi piú generale. in altri. e. tutti quelli che. Sono intelligenti.Tutti gli uomini desiderano naturalmente il sapere La filosofia è la forma più alta (e più inutile) di sapere: essa è infatti scienza86 dei principi primi e delle cause ultime. ma senza capacità di imparare. il genere umano vive. produce l’arte. anche d’arte e di ragionamenti. [981a] L’esperienza. più di tutte. ma. anche indipendentemente dalla loro utilità. sembra essere alquanto simile alla scienza e all’arte: in effetti. nasce. essi amano le sensazioni per se stesse. invece. noi preferiamo il vedere. in certo senso.. l’esperienza deriva dalla memoria: infatti. [. e poco partecipano dell’esperienza. 86 194 . 2 Gli animali sono naturalmente forniti di sensazione. dalla sensazione non nasce la memoria. amano la sensazione della vista: in effetti. tutti quegli animali che non hanno facoltà di udire i suoni (per esempio l’ape e ogni altro genere di animali di questo tipo). molti ricordi dello stesso oggetto giungono a costituire un’esperienza unica. imparano. oltre la memoria. ma anche senza avere alcuna intenzione di agire.. L’esperienza. infatti.].] Tutti gli uomini per natura tendono al sapere [toû eidénai]. Segno ne è l’amore per le sensazioni: infatti.. si forma un giudizio generale ed unico riferibile a tutti i casi simili. invece. Attenzione alla parola “scienza”: si tratta di un tentativo di tradurre la parola greca epistéme. invece. mentre gli altri animali vivono con immagini sensibili e con ricordi. [980b] Per tale motivo questi ultimi sono più intelligenti e più atti ad imparare rispetto a quelli che non hanno capacità di ricordare. poi. piú profonda. 3 Orbene. a tutte le altre sensazioni.

invece i manovali agiscono. perché ciò cui è diretta la cura è. Dunque. 195 . 6 Perciò noi riteniamo che coloro che hanno la direzione nelle singole arti siano più degni di onore e posseggano maggiore conoscenza e siano più sapienti dei manovali. il carattere che distingue chi sa rispetto a chi non sa. al quale.[. E. è l’essere capace di insegnare: per questo noi riteniamo che l’arte sia soprattutto la scienza [epistéme] e non l’esperienza. infatti coloro che posseggono l’arte sono capaci di insegnare. 7 In generale. perché i primi sanno la causa. così come il fuoco brucia: ciascuno di questi esseri inanimati agisce per un certo impulso naturale.] 4 Orbene. l’esperienza non sembra differire in nulla dall’arte. ma guarisce Callia o Socrate o qualche altro individuo che porta un nome come questi. così come agiscono alcuni degli esseri inanimati. gli empirici riescono anche meglio di coloro che posseggono la teoria senza la pratica. mentre i manovali agiscono per abitudine. questo. corrisponda al loro grado di conoscere [tèn sophían]. Gli empirici sanno il puro dato di fatto. in quanto siamo convinti che la sapienza [tò eidénai]. Perciò consideriamo i primi come più sapienti. tutte le azioni e le produzioni riguardano il particolare: infatti il medico non guarisce l’uomo se non per accidente. 5 E. mentre l’arte è conoscenza degli universali. invece gli altri conoscono il perché e la causa. appunto. se uno possiede la teoria senza l’esperienza e conosce l’universale ma non conosce il particolare che vi è contenuto. non perché capaci di fare. mentre gli empirici non ne sono capaci. mentre gli altri non la sanno. per esempio. E la ragione sta in questo: l’esperienza è conoscenza dei particolari. noi riteniamo che il sapere e l’intendere siano propri più all’arte che all’esperienza. ma perché in possesso di un sapere concettuale e perché conoscono le cause. ai fini dell’attività pratica. [981b] in quanto conoscono le cause delle cose che vengon fatte.. in ciascuno degli uomini. l’individuo particolare. e giudichiamo coloro che posseggono l’arte più sapienti di coloro che posseggono la sola esperienza.. appunto accade di essere uomo. ma non il perché di esso. ora. più volte sbaglierà la cura. ma senza sapere ciò che fanno. anzi. tuttavia.

Inoltre. noi riteniamo che nessuna delle sensazioni sia sapienza [sophía]: infatti. 12 Ora. che il sapiente conosca tutte le cose. ma solamente segnalano il fatto che esso è caldo. Ed è anche logico che. reputiamo che. si passò alla scoperta di quelle scienze che non sono dirette né al piacere né alle necessità della vita. chi dirige più del manovale e le scienze teoretiche più delle pratiche. 11 [982a] È evidente. reputiamo sapiente chi è capace di conoscere le cose difficili o non facilmente comprensibili per l’uomo (infatti la conoscenza sensibile è comune a tutti. sia più sapiente chi possiede maggiore conoscenza delle cause e chi è più capace di insegnarle ad altri. e ciò avvenne dapprima in quei luoghi in cui gli uomini erano liberi da occupazioni pratiche. si siano sempre giudicati più sapienti gli scopritori di queste che non gli scopritori di quelle. Di qui. dunque. per quanto ciò è possibile: non evidentemente che egli abbia scienza di ciascuna cosa singolarmente considerata. il perché di nulla: non dicono. sia stato oggetto di ammirazione da parte degli uomini. però. e non solo per l’utilità di qualcuna delle sue scoperte.] 10 E lo scopo per cui noi ora facciamo questo ragionamento è di mostrare che col nome di sapienza [sophía] tutti intendono la ricerca delle cause prime e dei princípi. [. e. che chi per primo scoprí una qualunque arte.8 Inoltre. per eccellenza. Ritenia196 . se si considereranno le concezioni che abbiamo del sapiente [sophós]. come si è detto sopra. in ciascuna scienza. per la ragione che le loro conoscenze non erano rivolte all’utile. è facile e non è affatto sapienza). chi ha esperienza è ritenuto più sapiente di chi possiede soltanto una qualunque conoscenza sensibile: chi ha l’arte più di chi ha esperienza. Ancora. che la sapienza [sophía] è una scienza [epistéme] che riguarda certi princípi e certe cause.. per esempio. quando già si erano costituite tutte le arti di questo tipo. proprio in quanto sapiente e superiore agli altri. dunque. pertanto. dovremo esaminare di quali cause e di quali princípi sia scienza la sapienza. Noi riteniamo. perché il fuoco è caldo. non ci dicono. gli strumenti di conoscenza [gnósis] dei particolari. superando le comuni conoscenze sensibili. essendo state scoperte numerose arti. 9 È logico. E forse questo diventerà chiaro. se anche le sensazioni sono.. poiché noi ricerchiamo proprio questa scienza. le une dirette alle necessità della vita e le altre al benessere. Ed è per questo che. in primo luogo.

mo anche. dunque. le più difficili da conoscere per gli uomini: sono. né egli deve ubbidire ad altri. 14 Da tutto ciò che si è detto. quella che più deve comandare sulle dipendenti. è la scienza che conosce il fine per cui vien fatta ogni cosa. appunto. Ma è anche maggiormente capace di insegnare. conoscibili in massimo grado sono i primi princípi e le cause. Ora. E riteniamo che sia in maggior grado sapienza la scienza che è gerarchicamente sopraordinata rispetto a quella che è subordinata: infatti. E le cose più universali sono. altresí. insegnano coloro che dicono quali sono le cause di ciascuna cosa. il fine è il sommo bene. essi non si conoscono mediante le cose che sono loro soggette. mentre. si trovano soprattutto nella scienza di ciò che è in massimo grado conoscibile: infatti. mediante essi e muovendo da essi si conoscono tutte le altre cose. viceversa. in ogni cosa. E le più esatte fra le scienze sono quelle soprattutto che vertono intorno ai primi princípi: infatti. il primo di questi caratteri – il conoscere ogni cosa – deve necessariamente appartenere soprattutto a chi possiede la scienza dell’universale: costui. 13 Di tale natura e di tal numero sono. le più lontane dalle apprensioni sensibili. la scienza di ciò che è in massimo grado conoscibile. il sapere ed il conoscere che hanno come fine il sapere e il conoscere medesimi. la scienza che maggiormente indaga le cause: infatti. desidera soprattutto quella che è scienza in massimo grado. e. ma a lui deve ubbidire chi è meno sapiente. in quanto queste sono> soggette <all’universale>. dunque. infatti. sa. e il fine. infatti. come ad esempio l’aritmetica rispetto alla geometria. risulta che il nome che è oggetto della nostra indagine si riferisce ad una unica e medesima scienza: 197 . il sapiente non deve essere comandato ma deve comandare. E la più elevata delle scienze. Inoltre. tra le scienze. [982b] Ora. le concezioni generalmente condivise intorno alla sapienza e intorno ai sapienti. l’aggiunta <di ulteriori princípi>. in generale. che. e tale è. infatti. appunto. rispetto a quella che è scelta in vista dei benefici che da essa derivano. nella natura tutta. le scienze che presuppongono un minor numero di princípi sono più esatte di quelle che presuppongono. sotto un certo rispetto. tutte le cose <particolari. sia in maggior grado sapienza quella che è scelta per sé al puro fine di sapere. colui che desidera la scienza per se medesima. è il bene.

risulta chiaramente anche dalle affermazioni di coloro che per primi hanno coltivato filosofia. così questa sola. 16 Per questo. ora come in origine. (b) o. fra tutte. i poeti dicono molte bugie. chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere. è fine a se stessa. E il modo stesso in cui si sono svolti i fatti lo dimostra: quando già c’era pressoché tutto ciò che necessitava alla vita ed anche all’agiatezza ed al benessere. infatti. in certo qual modo. ma. 15 Che. anche il bene e il fine delle cose è una causa.essa deve speculare intorno ai princípi primi e alle cause: infatti. e se la divinità fosse veramente invidiosa. giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della Luna e quelli del Sole e degli astri. infatti. che noi non la ricerchiamo per nessun vantaggio che sia estraneo ad essa. anche. e che dovrebbero essere sventurati tutti quelli che eccellono nel sapere. poi. se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall’ignoranza. in seguito. Ora. come afferma il proverbio. [983a] In realtà. anzi. non è possibile che la divinità sia invidiosa. È evidente. filosofo: il mito. e che non è conveniente che l’uomo ricerchi se non una scienza a lui adeguata. Ma una scienza può essere divina solo in questi due sensi: (a) o perché essa è scienza che Dio possiede in grado supremo. dunque. a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici. Cosicché. e. E se i poeti dicessero il vero. né bisogna pensare che esista altra scienza più degna di onore. tra tutte le altre scienze. perché essa ha come oggetto le 198 . è logico che se ne dovrebbero vedere gli effetti soprattutto in questo caso. Infatti gli uomini hanno cominciato a filosofare. Essa. anche. e perciò Simonide dice che “Dio solo può avere un tale privilegio”. allora si incominciò a ricercare questa forma di conoscenza. infatti. come diciamo uomo libero colui che è fine a se stesso e non è asservito ad altri. è la più divina e la più degna di onore. la diciamo libera: essa sola. progredendo a poco a poco. è evidente che. o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo. a ragione si potrebbe pensare che il possesso di essa non sia proprio dell’uomo. è evidente che ricercano il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica. essa non tenda a realizzare qualcosa. per molti aspetti la natura degli uomini è schiava. è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia. ed è per questo che anche colui che ama il mito è. infatti.

bisogna pervenire allo stato di animo contrario. Metafisica. tutti cominciano dal meravigliarsi che le cose stiano in un determinato modo: così. è convinzione a tutti comune che Dio sia una causa e un principio. solo la sapienza possiede ambedue questi caratteri: infatti. Ora. appunto. fa meraviglia che fra l’una e l’altro non vi sia una unità minima di misura comune. il possesso di questa scienza deve porci in uno stato contrario a quello in cui eravamo all’inizio delle ricerche. come abbiamo detto. Rusconi. e. anche. 17 D’altra parte. Tutte le altre scienze saranno più necessarie di questa. 980a 21-983a 21 199 . quale sia la natura della scienza ricercata. o di fronte alle rivoluzioni del Sole o alle incommensurabilità della diagonale al lato: infatti. o esclusivamente o in grado supremo. ad esempio. a tutti coloro che non hanno ancora conosciuto la causa. Metafisica. Milano. 87 Aristotele. E così avviene. una volta che si sia imparato: di nulla un geometra si meraviglierebbe di più che se la diagonale fosse commensurabile al lato. dunque. 1994. 3-15 – Cfr. di fronte alle marionette che si muovono da sé nelle rappresentazioni. per restare agli esempi fatti. il quale è anche il migliore. Invece. ma nessuna sarà superiore. 18 Si è detto. Infatti.cose divine. abbia questo tipo di scienza. e quale sia lo scopo che la nostra ricerca e l’intera trattazione devono raggiungere87. che Dio. secondo quanto dice il proverbio. pagg.

Pertanto. a) I due significati di accidente (Metafisica. noi diciamo che è un accidente.. o preso dai pirati. ma che non rientrano nella sostanza stessa della cosa. se uno scava una fossa per piantare un albero e trova un tesoro. l’una cosa non deriva dall’altra né fa seguito all’altra necessariamente. allora tutti gli attributi che appartengono ad un soggetto. l’accidente è prodotto ed esiste non per se stesso ma per altro: la tempesta. e poiché alcuni di questi attributi appartengono al soggetto solo in certi luoghi e in certi tempi. ma. ma se è giunto perché spinto dalla tempesta. E un musico può anche essere bianco. ma ci sarà solo una causa fortuita: e questa è indeterminata. Questo ritrovamento del tesoro è. è stata causa che si giungesse dove non voleva giungere. Dell’accidente non ci sarà quindi neppure una causa determinata. Dunque. poiché ci sono attributi che appartengono ad un soggetto. Per esempio.. un accidente per chi scava una fossa: infatti. cioè ad Egina.] Accidente significa ciò che appartiene ad una cosa e che può essere affermato con verità della cosa. accidente in questo senso è la proprietà di un triangolo di avere la somma degli angoli uguale a due 200 . dunque. ma non in quanto il soggetto è questo soggetto e il tempo questo determinato tempo e il luogo questo determinato luogo. 1025a 15-34) 1 [1025a] [. ma non sempre né per lo più: per esempio.Sostanza e accidente Ecco alcuni passi tratti da diverse opere aristoteliche in cui lo Stagirita delinea i modi in cui possono essere definiti l’accidente e la sostanza. infatti. saranno accidenti. È per accidente che uno giunge ad Egina. 2 Accidente si dice anche in un altro senso. poiché questo non avviene né sempre né per lo più. Tali sono tutti gli attributi che appartengono a ciascuna cosa di per sé. se non è partito con l’intento di giungere in tal luogo. e nemmeno per lo più chi pianta un albero trova un tesoro.

non ci sarebbe più nulla. si dice sostanza di ciascuna cosa anche l’essenza. perché. Per esempio. Gli accidenti di questo tipo possono essere eterni. 88 89 Aristotele. pagg. può anche essere separabile. 4 Inoltre. Rusconi. 1017b 1025) 1 [1017b] [. terra e tutti gli altri corpi come questi. sono detti i corpi semplici – per esempio fuoco. essendo un alcunché di determinato. invece.] Sostanza. in questo senso. e tale è la struttura e la forma di ciascuna cosa89. il quale non viene più predicato di altra cosa e (b) ciò che..retti. perché non vengono predicate di un sostrato. se si eliminasse il numero. Rusconi. sostanza si dice ciò che è immanente a queste cose che non si predicano di un sostrato ed è causa del loro essere: per esempio l’anima negli animali. 3 Inoltre. acqua. e se si eliminasse la linea.. 215-217 201 . sostanze sono dette anche quelle parti che sono immanenti a queste cose. 19942. se si eliminasse la superficie – secondo alcuni filosofi – si eliminerebbe il corpo. Milano. 2 In un altro senso. nessuno degli accidenti dell’altro tipo. lo può essere88. Metafisica. che delimitano queste stesse cose. Milano. si eliminerebbe la superficie. Tutte queste cose si dicono sostanze. 5 Ne risulta che la sostanza si intende secondo due significati: (a) ciò che è sostrato ultimo. b) Quattro sensi e due significati di sostanza (Metafisica. pagg. che esprimono un alcunché di determinato e la cui eliminazione comporterebbe l’eliminazione del tutto. e in generale tutti i corpi e le cose composte di essi: per esempio animali ed esseri divini e le parti di questi.263-265 Aristotele. E in generale questi filosofi ritengono che il numero sia una realtà di questo tipo e che determini tutto. 19942. Metafisica. la cui nozione è definizione della cosa. mentre di esse vien predicato tutto il resto.

ossia un riparo [. 3 [1043a] [.] E sostanza è il sostrato. e. che per altro rispetto ha una notevole rilevanza. né è in un qualche sostrato. sostanze seconde si dicono le specie.. pagg.]Dalle cose dette risulta chiaro che cosa sia la sostanza sensibile e quale sia il suo modo di essere: essa è. ad esempio. 19942. ma un alcunché di determinato solo in potenza).. in un senso. in un terzo senso. 2b 1517. o un determinato cavallo. il quale.]. D’altro canto. 1042a 26-30. è quella che non si dice di un qualche sostrato. in relazione alla ricerca della sostanza sensibile non ne ha alcuna: infatti l’essenza appartiene alla forma e all’atto90. Metafisica. ed essa è la sostanza che esiste in potenza. 4 Non bisogna ignorare che. essendo un alcunché di determinato. talora. Rusconi.. e. cui sono 90 Aristotele... 2b 30-3a 7) 1 [2a] [. ossia un riparo fatto di mattoni e di pietre disposte in questo determinato modo.] “Sostanza” nel senso più proprio. [1043b] Ma questo. materia.. in primo luogo e nella più grande misura. un determinato uomo.. 1043a 26-1043b 1) 1 [1042a] [.]. 371-377 202 . d) Sostanze prime e sostanze seconde (Categorie. Per esempio. in un secondo senso significa l’essenza e la forma (la quale. 1042b 9-11. può essere separata con il pensiero). non è chiaro se il nome indichi la sostanza come composto.. 2 [1042b] [. oppure l’atto e la forma. significa il composto di materia e di forma [. rimane da dire che cosa sia la sostanza delle cose sensibili come atto. per un terzo. non è chiaro se “casa” indichi il composto di materia e forma. per un verso.. Milano. 2a 11-18. significa la materia (dico materia ciò che non è un alcunché di determinato in atto. oppure se significhi l’atto e la forma. per un altro...c) Sostanza e sostrato (Metafisica.] la sostanza nel significato di sostrato e di materia [ýle] viene concordemente ammessa da tutti.. forma e atto. è l’insieme di materia e di forma.

così si comportano rispetto a tutti i rimanenti le specie e i generi delle sostanze prime. deve spiegare che cos’è un determinato uomo. 1973. Tu dirai infatti di un determinato uomo che è “grammatico”..] 3 È così giustificato..] la ragione per cui le sostanze prime si dicono sostanze in massimo grado consiste nel fatto che esse stanno alla base di tutti gli altri oggetti. dicendo ad esempio che un determinato uomo è “bianco” o “corre”. oppure sussistono in esse. pagg. in effetti.] Ci sono tre sostanze <di genere diverso>. Laterza. che le specie e i generi siano i soli tra gli oggetti a dirsi “sostanze seconde”: tra i predicati. cioè alla nozione di uomo. Nel caso invece che costui fornisca una qualche altra nozione. 8-10 203 . 91 Aristotele. Lo stesso vale per gli altri casi91... [. e quindi dirai pure di uomo e di animale che è “grammatico”. vol. È di conseguenza giustificato che tra gli altri oggetti soltanto quelli nominati si dicano sostanze. [3a] Oltre a ciò. e d’altra parte il genere di tale specie è la nozione di animale.. tutti i rimanenti oggetti vengono predicati delle specie e dei generi. In realtà.. Opere.immanenti le sostanze che si dicono prime. e che tutti gli altri oggetti si predicano di esse.. [. invero. Se qualcuno. d’altra parte. essi solo rivelano la sostanza prima. le sostanze prime sono sostanze nel senso più proprio in quanto stanno alla base di tutti gli altri oggetti. lo rende più noto di quanto non faccia dichiarando che è “animale”. precisamente allo stesso modo con cui le sostanze prime si comportano rispetto a tutti gli altri oggetti. avrà dato una spiegazione estranea all’oggetto. oppure facendo una qualsiasi altra dichiarazione consimile. ed oltre alle specie. i generi di queste.] 2 [2b] [. Ad esempio. un determinato uomo è immanente ad una specie. 1069a 30-1069b 2) 1 [1069a] [. prescindendo dalle sostanze prime. I. dà una spiegazione appropriata fornendo la specie oppure il genere. dichiarando che tale oggetto è “uomo”. Orbene.. Bari. e) Sostanza sensibile e sostanza divina (Metafisica.

altri riducendo a una identica natura le Forme e gli Enti matematici. sia che questi si riducano ad uno solo. alcuni filosofi affermano che è separata: certuni distinguendola ulteriormente in due tipi. è oggetto di un’altra scienza. e. questa. [1069b] la terza. la quale si distingue in (a) eterna e in (b) corruttibile (e questa è la sostanza che tutti ammettono: per esempio le piante e gli animali. invece. Rusconi. Milano. di essa è necessario comprendere quali siano gli elementi costitutivi. 543-545 204 . invece. (c) L’altra sostanza è. altri ancora ammettendo solo gli Enti matematici. pagg. perché sono soggette a movimento. 92 Aristotele. sia che siano molti). Metafisica. 19942. 3 Le prime due specie di sostanze costituiscono l’oggetto della fisica.2 Una è la sostanza sensibile. immobile. dal momento che non c’è alcun principio comune ad essa e alle altre due92.

ma ne parlarono a ragione: infatti. 3 D’altra parte. riguardo alla quale non si può cadere in inganno. i tentativi. 1005b 8-34 1 Dobbiamo dire. competerà a colui che studia l’essere in quanto essere anche lo studio di questi assiomi. studiare quelli che in matematica sono detti “assiomi” e anche la sostanza. sulla quale il relativismo non può far breccia: è infatti impossibile dubitare del principio che sta a fondamento del modo di procedere della ragione umana. 4 Per quanto riguarda. ebbene. poiché è evidente che gli assiomi appartengono a tutte le cose in quanto tutte sono esseri (l’essere è. Orbene. ma non è la prima sapienza. poiché c’è qualcuno che è ancora al di sopra del fisico (infatti la natura è solamente un genere dell’essere). Di conseguenza. Ne parlarono. essi ritenevano di essere i soli a fare indagine di tutta quanta la realtà e dell’essere. però. ad esclusione degli altri. infatti. e non sono proprietà peculiari di qualche genere particolare di essere. fatti da alcuni di coloro che trattano la verità. 2 Per questa ragione. Ciascuno. si preoccupa di dire qualcosa intorno agli assiomi. ciò che è comune in tutto). se siano veri o no: non il geometra e non il matematico. è evidente che l’indagine di questi “assiomi” rientra nell’ambito di quell’unica scienza. E tutti quanti si servono di questi assiomi. e che è noto come “principio di non contraddizione”. ora. e ogni genere di realtà è essere. Infatti essi valgono per tutti quanti gli esseri. alcuni fisici. sì. poi. di determinare a quale condizione si debba accogliere 205 . invece. si serve di essi nella misura in cui gli conviene. a) Metafisica.Il principio di non contraddizione Aristotele è certo che esiste negli esseri umani qualcosa di cui è impossibile dubitare. se sia compito di una unica scienza. perché essi sono propri dell’essere in quanto essere. una sapienza. oppure di scienze differenti. competerà anche lo studio degli assiomi. cioè della scienza del filosofo. a costui che studia l’universale e la sostanza prima. nessuno di coloro che si limitano all’indagine di una parte dell’essere. ossia nella misura in cui si estende il genere intorno al quale vertono le sue dimostrazioni. La fisica è.

deve essere in grado di dire quali sono i principi più sicuri dell’oggetto di cui fa indagine. È evidente. possiede la conoscenza più elevata. È impossibile che la stessa cosa. quel principio che di necessità deve possedere colui che voglia conoscere qualsivoglia cosa deve già essere posseduto prima che si apprenda qualsiasi cosa. 5 È evidente. appartenga e non appartenga a una medesima cosa. tutti coloro che dimostrano qualcosa si rifanno a questa nozione ultima. che la stessa persona ammetta veramente che una stessa cosa esista e. In effetti. dunque. [. 6 [1005b] Colui che. infatti. anche. E il principio più sicuro di tutti è quello intorno al quale è impossibile cadere in errore: questo principio deve essere il principio più noto (infatti. avrebbe ad un tempo opinioni contraddittorie. come. possiede quei caratteri sopra precisati. È questo il più sicuro di tutti i principi: esso. avrebbe detto Eraclito. non è necessario che uno ammetta veramente tutto ciò che dice. in qualsiasi genere di cose. perché essa. dunque. a un tempo. deve poter dire quali sono i principi più sicuri di tutti gli esseri. secondo lo stesso rispetto (e si aggiungano pure anche tutte le altre determinazioni che si possono aggiungere. tutti cadono in errore circa le cose che non sono note) e deve essere un principio non ipotetico. Infatti. di conseguenza. far indagine anche intorno ai principi dei sillogismi. secondo alcuni. che questo principio è il più sicuro di tutti. Pertanto. costituisce il principio di tutti gli altri assiomi. ad un tempo. Costui è il filosofo. e se un’opinione che è in contraddizione con un’altra è il contrario di questa. è impossibile a chicchessia di credere che una stessa cosa sia e non sia.. Infatti. 7 Dopo quanto si è detto. anche colui che possiede la conoscenza degli esseri in quanto esseri..] 206 . che non esista: infatti.qualcosa come vero. chi si ingannasse su questo punto. per sua natura. e non che le ricerchino mentre ascoltano queste lezioni. bisogna dire che essi nascono dall’ignoranza degli Analitici. è evidente che è impossibile. dobbiamo precisare quale esso sia. al fine di evitare difficoltà di indole dialettica). E se non è possibile che i contrari sussistano insieme in un identico soggetto (e si aggiungano a questa premessa le precisazioni solite). che è compito del filosofo e di colui che specula intorno alla sostanza tutta e alla natura di essa.

anche se questo sembrerebbe. queste altre. è impossibile che tanto l’affermazione quanto la negazione siano. false: una sola delle sue proposizioni contraddittorie è falsa.8 Dopo queste precisazioni. perché colui che afferma che tutto è vero e tutto è falso. l’altro che è tutto falso tranne la propria tesi. invece. assurde saranno. saranno.che tutte le affermazioni siano false allo stesso modo dell’affermazione che la diagonale è commensurabile). 9 (a) Infatti questi ragionamenti equivalgono. afferma anche separatamente ciascuna di queste dottrine. e incominciando dallo stabilire che cosa significhi vero e falso. 10 (b) Inoltre. Ora. come pretendono coloro che dicono che nulla è vero (nulla. ci sono proposizioni che sono manifestamente contraddittorie e che non possono essere vere insieme. entrambe. come si è detto nei precedenti ragionamenti. in modo che si possa discutere partendo da una definizione. Infatti. e così si procederà all’infinito. vieta . chi dice che tutto è vero. a quelli di Eraclito. se è necessario o affermare o negare ogni cosa. colui che dice che una proposizione è vera. Inoltre. ma che dia significato alle sue parole. cionondimeno. essere maggiormente possibile in base a ciò che si è detto. sicché. e d’altra parte ve ne sono altre che non possono essere tutte false. E se vorranno ammettere delle eccezioni. oppure coloro che dicono che tutto è vero. se ciò che è vero affermare altro non è che ciò che è falso negare. afferma un’altra proposizione vera. infatti. dal che consegue che la sua non è vera (dato che l’avversario dice che la tesi di lui non è vera). viene a dire che è falsa anche la tesi che egli stesso afferma. non pretendere che l’avversario dica che qualcosa è o non è. in fondo. se è assurda la dottrina di Eraclito. è impossibile che tutte le cose siano false: infatti è necessario che uno dei due membri della contraddizione sia vero. E colui che dice che tutto è falso. anche. 11 (c) Tutte queste dottrine cadono poi nell’inconveniente di distruggere sé medesime. 207 . viene ad affermare come vera anche la tesi opposta alla sua. Ma per confutare tutte codeste dottrine bisogna.essi asseriscono . obbligati ad ammettere infinite proposizioni vere e false: infatti. risulta chiaro che le affermazioni unilaterali ed estese a tutto non possono reggere. l’uno dicendo che tutto è vero tranne la tesi contraria alla sua.

ma si è dimostrato che ciò è impossibile. nulla sarà vero. 19942. invece. necessariamente. Se. di per sè. un tempo non esisteva e. Metafisica. Inoltre. 1061b 34-1062a 23 1 [1061b] Esiste negli esseri un principio rispetto al quale non è possibile che ci si inganni. 2 [1062a] Dei principi di questo tipo non c’è una dimostrazione vera e propria. le medesime cose saranno sempre vere e sempre false. b) Metafisica. 143-145 208 . infatti. di nuovo. tutto è in quiete. infatti. Milano. ma c’è solamente una dimostrazione ad hominem. e quindi tutto sarà falso. poi. che le cose mutano: la stessa persona che sostiene questa tesi. C’è qualcosa. ha luogo a partire da qualcosa e verso qualcosa. questo sarebbe necessario. ma che però non sembri essere identica. deve assumere come punto di partenza una affermazione che sia identica al principio per cui non è possibile che la medesima cosa sia e non sia in un solo e medesimo tempo. pagg. in seguito. invece. è necessario che si sia sempre nel vero: è questo il principio che afferma che non è possibile che la medesima cosa in un unico e medesimo tempo sia e non sia. e che non esista nulla di eterno. né coloro che dicono che tutto è in movimento. Infatti. al contrario. 13 (b) E neppure è vero che tutto sia talora in quiete e talaltra in movimento. Infatti. non è possibile dedurre questo principio da un ulteriore principio più certo. se ci fosse dimostrazione vera e propria. è evidente. Rusconi.12 È evidente. contro chi afferma proposizioni contraddittorie. (a) che non dicono il vero né coloro i quali affermano che tutto è in quiete. è questa l’unica dimostrazione che si può addurre contro chi afferma la possibilità che siano vere affermazioni contraddittorie riferite al medesimo soggetto. che sempre muove ciò che è in movimento. non esisterà. e il motore primo è. Se. ma rispetto al quale. ciò che muta è un essere: il mutamento. immobile93. e che lo stesso vale anche per gli altri attributi che sono fra loro opposti in questo modo. infatti. 93 Aristotele. Ora. colui che intende mostrare che ciò è falso. tutto è in movimento.

e se il termine significa molte cose. allora. lo stesso vale anche se sono prese insieme e se sono considerate come costituenti una affer209 . una dimostrazione che confuta colui che sostiene queste teorie. in generale. se si fosse interrogato in questo modo lo stesso Eraclito. Infatti. così come l’affermazione e la negazione. di questi principi non c’è alcuna dimostrazione vera e propria. è impossibile che sia vera l’affermazione contraddittoria. chi dice: “questo è e non è”. Conseguentemente. se fosse vero ciò che egli dice. rispetto alle medesime cose. come potrebbe esserci fra loro un discorso comune? Dunque. possano essere vere. sarà nel vero anche colui che dice “l’uomo è un cavallo”. chi dice di qualcosa “è un uomo” non sarà per nulla maggiormente nel vero rispetto a chi dice “è non-uomo”. infatti. insieme. 6 Dunque. Risulta. 5 Inoltre. o. Dunque. comunque. se ciò non avvenisse. Egli abbracciò questa dottrina senza darsi ragione di ciò che diceva. egli sarebbe stato costretto ad ammettere che non è mai possibile che le proposizioni contraddittorie siano vere insieme. se sono separate fra loro. e di conseguenza nega che la parola significhi ciò che significa. bisogna chiarire bene a quali di queste cose ci si riferisca. Ed è probabile che. dato che si era affermato che i contraddittori sono entrambi ugualmente veri. cioè le affermazioni e le negazioni.3 Orbene. che la medesima cosa è uomo e cavallo e qualsiasi altro animale. c’è. invece. cioè che la medesima cosa in un solo e medesimo tempo può essere e non essere. Ma questo è impossibile. non è possibile che le asserzioni contraddittorie. Sicché se l’espressione: “questa data cosa è” significa qualcosa. ma ciò che è di necessità non è possibile che talora non sia. bisogna che ciascuno dei termini che essi usano sia loro comprensibile e bisogna che significhi qualcosa e non molte cose ma una sola cosa. ciò deve essere di necessità. allora non potrebbe più essere vera neppure questa sua stessa affermazione. 4 Inoltre. coloro che intendono discutere insieme devono pure intendersi su qualche punto. Ora. Ma può sembrare che chi dice “l’uomo è non-cavallo” sia più nel vero. se l’affermazione non è per nulla più vera della negazione. non sono una più vera dell’altra. se una parola significa qualcosa e se ciò che significa è vero. nega esattamente ciò che afferma. E. non sia meno nel vero. rispetto a chi dice “l’uomo è non-uomo”. di un medesimo soggetto.

le affermazioni contraddittorie intorno alle cose in movimento non potranno essere vere ad un tempo. se esiste movimento... 11 E similmente non è neppure possibile predicare alcuno dei termini intermedi (insieme ad uno dei contrari) di un solo e medesimo oggetto. ad esempio. Questi. e. esiste una affermazione vera. ma sono sempre identici e non sono suscettibili di alcun mutamento. Ora. bisogna perseguire il vero partendo da quegli esseri che si trovano sempre nelle stesse condizioni e che non sono passibili di alcun mutamento. successivamente. i corpi celesti. poi. saremo nel falso affermando che esso non è né bianco né nero: in tal caso. si trovi in ciò a partire dal quale sarà mosso. lo stesso oggetto risulterebbe essere ad un tempo bianco e non-bianco. prima. perché verrebbe ad essere vero di esso anche uno dei termini che forma l’espressione composta che indica il 210 . Se. quali sono. 9 Inoltre.] 10 Dunque. perché in ogni contrarietà un termine è privazione dell’altro. esiste anche qualcosa che è mosso. e neppure possono essere veri i contrari. dunque. il che risulta chiaro se si riportano al loro principio le nozioni dei contrari. allora sarà falsa anche questa affermazione: sarà cioè falso il dire che non esiste alcuna affermazione vera. ogni cosa che si muove parte da qualcosa e tende verso qualcosa: bisogna. se non è possibile affermare nulla di vero. come vorrebbero quei pensatori. che ciò che è mosso. infatti. se l’oggetto è bianco. non si trovi più in esso e si muova verso altro e venga a trovarsi in questo. [. [. risulta evidente da tutte queste cose che è impossibile che le affermazioni contraddittorie riguardo al medesimo oggetto e nel medesimo tempo siano vere.] 8 In generale. 7 Infine. Infatti. invece. non appaiono talora con determinati caratteri e talaltra con caratteri diversi.. allora si potrà confutare la dottrina di coloro che sollevano obiezioni di questo genere e che distruggono interamente la possibilità del ragionamento.. è assurdo voler giudicare della verità partendo dal fatto che le cose di quaggiù sono soggette a mutamento e non permangono mai nelle medesime condizioni: infatti.mazione unica: questo insieme preso come affermazione non sarà per nulla più vero che la negazione dello stesso insieme. Dunque.

12 Dunque.medio. altrimenti si verrebbero ad affermare i contrari del medesimo soggetto. il contraddittorio del bianco. quando Anassagora dice che tutto è in tutto. se tutte le affermazioni sono false. dice che nulla è dolce più che non amaro. non possono essere nel vero né coloro che condividono l’opinione di Eraclito. 19942. Metafisica. non è neppure possibile che le affermazioni siano tutte false o tutte vere: e non è possibile. o che qualsivoglia degli altri contrari. Rusconi. se è vero che tutto è in tutto non solo in potenza. oltre che a causa di numerose altre difficoltà che ne conseguono. 499-501 211 . né nero). Infatti. Nello stesso modo. pagg. appunto. Milano. il qual termine è. chi dice che tutte le affermazioni sono false non dirà il falso94. (né bianco. e se invece tutte le affermazioni sono vere. anche perché. 94 Aristotele. ma in atto ed in modo distinto. né coloro che condividono l’opinione di Anassagora. neppure chi afferma questo potrà dire il vero.

che per altro rispetto ha una notevole rilevanza.. e.] la sostanza nel significato di sostrato e di materia [le] viene concordemente ammessa da tutti. ma un alcunché di determinato solo in potenza). per un terzo. in un secondo senso significa l'essenza e la forma (la quale. per un altro. ossia un riparo fatto di mattoni e di pietre disposte in questo determinato modo. significa la materia (dico materia ciò che non è un alcunché di determinato in atto..] E sostanza è il sostrato. non è chiaro se il nome indichi la sostanza come composto. forma e atto. [1042b] [.. in un senso. [1043a] [. Rusconi.].. [1043b] Ma questo. rimane da dire che cosa sia la sostanza delle cose sensibili come atto. Milano.. ed essa è la sostanza che esiste in potenza. essendo un alcunché di determinato. è l'insieme di materia e di forma. per un verso. significa il composto di materia e di forma [. talora. Non bisogna ignorare che. oppure l'atto e la forma.. oppure se significhi l'atto e la forma.. non è chiaro se “casa” indichi il composto di materia e forma. in relazione alla ricerca della sostanza sensibile non ne ha alcuna: infatti l'essenza appartiene alla forma e all'atto95. il quale. può essere separata con il pensiero). materia.. 19942. e.] Dalle cose dette risulta chiaro che cosa sia la sostanza sensibile e quale sia il suo modo di essere: essa è. Per esempio.Sostanza e sostrato [1042a] [.. Metafisica. 371-377 212 . 95 Aristotele. in un terzo senso. ossia un riparo [.. pagg.].

2 Le cose. le parole che usa Aristotele sono enérgheia ed entelécheia) è fondamentale nella definizione aristotelica del movimento e del divenire: esso indica ciò che è. 1049a 5-27 1 [1049a] [. Riferito ad albero o a foglio. in cui la carta è trasformata in pagina: anche per questa fase di trasformazione si può parlare di atto (proprio nel senso di azione). Nella trasformazione. quando siano volute e non intervengano ostacoli dal di fuori. quando non vi siano impedimenti provenienti dall’esterno. Il momento a) corrisponde alla potenza. di colui che deve essere guarito. c) quando la trasformazione è avvenuta (la pagina realizzata all’interno del libro). poi. in atto. perché deve essere deposto in altro essere e subire mutamento. in virtù del principio suo proprio.] Per quanto concerne le cose che dipendono dalla ragione. è. con questo significato atto traduce il termine aristotelico enérgheia. con determinate caratteristiche. nel caso. E diremo che anche una casa è potenza allo stesso modo: quando negli elementi materiali non ci sia nulla che ad essi impedisca di diventare casa. invece quando.Atto e potenza Aristotele pone la distinzione fra ciò che ha il principio della sua generazione fuori di sé e ciò che lo ha in sé.. nel presente: il foglio che ho davanti in questo momento. Così dovrà dirsi per tutti gli altri casi. ad esempio. cioè nel momento in cui indica qualcosa di definito che è nel presente. ma in b) si tratta di enérgheia. Lo sperma.. Il concetto di atto (dal latino actus. la pagina di un libro. sia già passato in 213 . durante la lavorazione in tipografia. in cui il principio della generazione proviene dal di fuori. un albero) che comunque poteva diventare una pagina: era una pagina in potenza. invece. prima ancora. che hanno in sé il principio della generazione saranno in potenza per virtù propria. non è ancora l’uomo in potenza. e quando non vi sia più nulla che ad essi si debba ulteriormente aggiungere o togliere o mutare. Ma questa pagina nel passato era qualcosa di diverso (un foglio di carta nella tipografia o. che fa diventare un foglio di carta una pagina di libro. Metafisica. atto traduce il termine entelécheia. il momento b) e il momento c) corrispondono all’atto. nel divenire o nel muoversi di qualsiasi ente si possono quindi schematicamente individuare tre momenti: a) quando la trasformazione è possibile ma non avviene (la carta nel magazzino del tipografo). b) quando la trasformazione avviene (la lavorazione della pagina da parte del tipografo). Ma c’è un momento. quando non ci siano impedimenti interni. allora si ha la casa in potenza. la questione può così definirsi: esse passano dall’essere in potenza all’essere in atto. in c) di entelécheia.

appare evidente che quest’ultimo termine è sempre in potenza. la terra non è ancora la statua in potenza. a sua volta. Per esempio. 3 Quando diciamo che un essere non è una determinata cosa ma “fatto di una certa cosa” (per esempio. né il legno è terra. armadio in potenza. infatti. l’armadio non è legno. allora esso sarà l’uomo in potenza: nel precedente stadio esso ha bisogno di un altro principio. Rusconi. pagg. il legno è. prima. Metafisica. la quale non è un alcunché di determinato96. né è terra. ed il legno in generale è materia dell’armadio in generale. mentre di questo dato armadio è materia questo dato legno. Così. Milano. ma fatta di fuoco. 19942. essa deve. ma è fatto di legno.tale stadio. E se c’è qualcosa di originario che non possa più riferirsi ad altro come fatto di quest’altro. il fuoco sarà la materia prima. 96 Aristotele. la terra. e come tale è materia dell’armadio. ma è di legno. Per esempio. non è quest’altro. quello che immediatamente segue. 414-415 214 . e. se deriva in questo modo da altro. ma fatto di terra. allora questo sarà la materia prima. se la terra è fatta di aria e se l’aria non è fuoco. l’armadio non è fatto di terra. mutare per diventare bronzo. per esempio. ma fatta di quest’altro). in senso proprio.

la causa materiale è così ciò di cui un oggetto è fatto. Il primo significato di causa è quello legato alla materialità dell’oggetto. d’altra parte. Inoltre. 22 215 . è ovvio che noi dobbiamo fare la medesima indagine anche a proposito del nascere e del divenire e di ogni cambiamento fisico. Leggiamo a questo proposito tre passi presi da due opere diverse di Aristotele. vale a dire la definizione del concetto e i generi di essa (come del diapason il rapporto di due a uno e. cioè ne ricerca le cause intime.La dottrina delle quattro cause e i vari significati del termine “causa” Come abbiamo visto. quali e quante di numero esse siano. sapendo i principi di queste cose. per Aristotele la “filosofia prima” studia l’essere in quanto tale. ha bisogno e dell’idea che informa oggetto e della materia che deve essere informata da quello. Ciò stabilito. insomma. come è causa chi dà un precetto o come il padre è causa del figlio o 97 Tratto – con adattamenti – da A. per essere tale. E come la materia senza la forma sarebbe un niente informale. come il bronzo alla statua e l’argento alla coppa. in un senso si dice causa ciò da cui proviene l’oggetto e che è da esso immanente. l’idea di sedia che informa la sedia e la rende tale (la forma o causa formale)97. un certo mutamento (causa efficiente). invero. bisogna indagare sulle cause. ecco allora il secondo significato di causa che è l’idea presente nell’oggetto. ad esempio. il numero) e le parti inerenti alla definizione. affinché. o anche i vari generi del bronzo e dell’argento. pag. un certo effetto. Soffermiamo ora la nostra attenzione sul concetto di causa definendo anche quali esse siano. in un altro senso sono causa la forma e il modello. ogni nostra azione. al “questo qui” come punto di partenza del conoscere. esso sarebbe una cosa non definita. Ma senza l’idea che informi quell’oggetto. è cioè la causa da cui nasce un certo fatto. la nostra ricerca ha per fine la nostra conoscenza e. noi possiamo tentare di ricondurre ad essi ogni nostra ricerca. noi crediamo di non conoscere nulla se prima non abbiamo posto il perché di ciascuna cosa (e ciò significa porre la causa prima). la forma senza la materia sarebbe un contenitore vuoto. Pertanto. Polaris. La filosofia di Aristotele. è causa ciò donde è inizio del cangiamento o della quiete. causa materiale e causa formale possono essere isolate solo nel pensiero come momento logico e non reale. Poiché. Il terzo significato è ciò che noi normalmente intendiamo per causa quando la leghiamo al suo effetto. Girotti. l’individuo. L’ultimo significato di causa è la causa finale cui tende.

3. E “causa in questo senso” sono anche le parti che rientrano nella nozione dell’essenza. ossia il sostrato. giacché una di esse affermiamo che e la sostanza o essenza (difatti la ragion d’essere di un oggetto si riconduce. 23-983h. in un senso. Se ci si domanda. alla definizione. ossia la nozione dell’essenza e i generi di essa: per esempio. Inoltre la causa significa il fine. E della causa finale fan parte tutte le altre cose le quali. anche se mosse da altri. Causa. e la primaria ragion d’essere è causa e principio). I. il padre è causa del figlio. un’altra causa è la materia. come per la salute il dimagrire o il purgante o i farmaci o gli attrezzi ginnici: tutte queste cose sono in virtù del fine e differiscono tra loro solo in quanto alcune sono azioni altre sono strumenti98. in generale. il bronzo della statua. e si parla di cause in quattro sensi. nell’ottava la causa formale è il rapporto di due a uno e.195 a 25.come in generale chi fa è causa del fatto. vale a dire lo scopo delle cose: per esempio lo 98 . e. in generale. Russo. causa significa il principio primo del mutamento o del riposo. e una quarta causa è quella che è opposta ad essa. l’argento della tazza e i generi di questi. il numero. chi fa è causa di ciò che vien fatto e ciò che è capace di produrre mutamento è causa di ciò che produce mutamento. Nei trattati di Fisica noi abbiamo condotto un sufficiente esame su questo argomento99. trad. la causa è come fine ed è questa la causa finale. per esempio. trad. significa la materia di cui sono fatte le cose: per esempio. chi muta del mutato. Inoltre. Russo 216 . A. Laterza.Fisica 11. 983a. Bari 1973 99 Aristotele. in ultima istanza. infatti: “perché quel tale passeggia?” noi rispondiamo: “per star bene”: e così dicendo noi crediamo di aver data la causa. In un altro senso. una terza causa e ciò che dà inizio al movimento. come del passeggiare è la salute. si trovano in mezzo tra il motore e il fine. 194 b 16 . Inoltre. È ovviamente indispensabile l’acquisizione scientifica delle cause originarie (giacché noi affermiamo di conoscere un oggetto particolare solo quando reputiamo di conoscerne la prima causa). è causa chi ha preso una decisione. ossia il fine e il bene (infatti è questo il termine di ogni generazione e di ogni movimento). causa significa la forma e il modello. Metafisica.

l’altra. che. E ne viene di conseguenza. è causa del contrario: l’assenza del pilota. ma proprio in quanto statua. Vita e Pensiero. Inoltre. come principio di movimento. però. tutti i significati di causa. Le cause di cui abbiamo detto si riducono tutte a quattro tipi100. con la sua presenza. E. Infatti. G. anche. è causa del naufragio. gli strumenti medici sono tutte quante cause della salute: tutte. Milano 1993 217 . sono in funzione del fine e differiscono tra loro in quanto sono. altre. cause nello stesso modo. E. invece. dicendo così. ma la vigoria è causa in quanto fine. per esempio. Questi sono. nello stesso modo. il dimagrire. 100 Aristotele. il purgarsi. sono cause della statua sia l’arte dello scolpire sia il bronzo. appunto perché causa si intende in molteplici significati. 1013a . invece. noi riteniamo di aver dedotto la causa del suo passeggiare.1013b. Metafisica V. esse non sono. diciamo. e non della statua considerata secondo differenti aspetti. come principio del movimento. tuttavia. ciò che. ne viene di conseguenza che ci siano molte cause del medesimo oggetto. è causa di vigoria e questa è causa di quello: non. le medicine. alcune. Reale. per esempio. e non per accidente: per esempio. trad. ma una è causa come materia. una medesima cosa può essere causa dei contrari: infatti. che ci siano cause reciproche: l’esercizio fisico. l’altro. azioni.e la presenza e l’assenza . E lo stesso si dica di tutte quelle cose che sono mosse da altro e sono intermediarie fra il motore e il fine: per esempio. la presenza di lui.sono cause motrici. è causa di una determinata cosa. strumenti. infatti.scopo del passeggiare è la salute. talvolta. con la sua assenza. è causa della salvezza. Ambedue poi . per quale ragione uno passeggia? Rispondiamo: per essere sano. probabilmente. invece.

sorgono alcune difficoltà. o qualcosa sempre diverso. dunque. Se. Infatti. che cosa pensa? O pensa sé medesima. Inoltre. o pensa sempre la medesima cosa. infatti. e non potrà essere la sostanza più eccellente: dal pensare deriva. sia nell’ipotesi che la sua sostanza sia l’atto dell’intendere. se pensa qualcosa di diverso. se questa è. non vedere certe cose. come tali. se non pensasse nulla. ciò che costituisce la sua sostanza non sarà l’atto del pensare ma la potenza.Dio è pensiero di pensiero (nóesis noéseos) 1 [1074b] Per quanto concerne l’intelligenza. 3 Inoltre. 2 Infatti. è evidente che qualcos’altro sarebbe più degno di onore che non l’Intelligenza: ossia l’Intelligibile. la capacità di pensare e l’attività di pensiero appartengono anche a colui che pensa la cosa più indegna: sicché. il comprendere quale sia la sua condizione per esser tale. dunque. cosa da evitare (è meglio. oppure qualcosa di diverso. sia nell’ipotesi che la sua sostanza sia la capacità di intendere. se non è pensiero in atto ma in potenza. ma questo suo pensare dipende da qualcosa di superiore a lei. infatti. infatti. oppure una cosa qualsiasi? O non è assurdo che essa pensi certune cose? È pertanto evidente che essa pensa ciò che è più divino e più degno di onore e che l’oggetto del suo pensare non muta: il mutamento. e questo mutamento costituisce pur sempre una forma di movimento. è sempre verso il peggio. costituirebbe una fatica. il suo pregio. e. è o non è cosa ben differente il pensare ciò che è bello. ma. 4 In primo luogo. ciò che c’è di più eccellente non può essere il pensiero. logicamente la continuità del pensare. Essa pare. che vederle). pensa se stessa e il suo pensiero è pensiero di pensiero. infatti. per essa. 218 . invece. ma si troverebbe nella stessa condizione di chi dorme. a noi si manifestano. Ma. non potrebbe essere cosa divina. presenta alcune difficoltà. l’Intelligenza divina è ciò che c’è di più eccellente. E se pensa. la più divina delle cose che.

l’opinione e il ragionamento abbiano sempre come oggetto qualcosa di altro da sé. in alcuni casi. la sensazione. Ed ecco la risposta al problema. 6 Resta ancora un problema: se ciò che è pensato dall’Intelligenza divina sia composto. da quale dei due deriva all’Intelligenza la sua eccellenza? Infatti. Dunque. pensando sé medesima per tutta l’eternità101. E così come l’intelligenza umana – l’intelligenza. Metafisica. essa non ha il suo bene in questa o quella parte. ma ha il suo bene supremo in ciò che è un tutto indivisibile. 19942. 101 Aristotele. che non pensa dei composti – si comporta in qualche momento (infatti. l’oggetto è la sostanza immateriale e l’essenza. infatti. pagg. 575-579 219 . [1075a] In realtà. coincideranno. In tal caso. almeno. l’essenza del pensare e l’essenza del pensato non coincidono. e che abbiano sé medesimi come oggetto solo di riflesso. sembra che la scienza. se altro è il pensare e altro ciò che viene pensato. in questo stesso modo si comporta anche l’Intelligenza divina. non essendo diversi il pensiero e l’oggetto del pensiero. Milano. l’Intelligenza divina muterebbe. Inoltre.5 Tuttavia. per esempio. passando da una all’altra delle parti che costituiscono l’insieme del suo oggetto di pensiero. il quale è qualcosa di diverso dalle parti): ebbene. la scienza stessa costituisce l’oggetto: nelle scienze poetiche. Rusconi. Tutto ciò che non ha materia non ha parti. per queste cose che non hanno materia. e nelle scienze teoretiche l’oggetto è dato dalla nozione e dal pensiero stesso. e l’Intelligenza divina sarà una cosa sola con l’oggetto del suo pensare.

infatti. 1967. o. pag. come non vi è alcuna differenza del nulla. ma il trasporto naturale comporta delle differenze. o perché l’aria spinta spinge con movimento più celere di quello del trasporto del corpo spinto. Fisica. non esiste vuoto. o per antiperístasis.102 102 Aristotele. da cui è trasportato verso il luogo suo proprio. L’antiperístasis sarebbe il fenomeno della compressione dell’aria intorno all’oggetto da parte dell’oggetto stesso in movimento.FISICA Il movimento naturale Siamo di fronte ad un altro esempio di come Aristotele tenda ad orientare la ricerca scientifica verso gli schemi propri della metafisica. non vi sarà alto né basso né centro. come taluni dicono. Invece nel vuoto non è possibile che avvenga nulla di simile. laddove vi è vuoto. se non come ciò che è trasportato a mezzo di un veicolo. poiché. così anche non ve n’è alcuna del non-essere: ed il vuoto sembra essere un non-essere ed una privazione. Napoli.. Loffredo. per nulla l’alto differirà dal basso. La Fisica. se vi è. Inoltre i corpi lanciati si muovono. quando chi li ha lanciati non li tocca più. 215a 5-15 Laddove v’è infinito. e nulla potrà essere trasportato. Quindi. o non vi è trasporto naturale per nessuna cosa in alcun luogo. 98 220 . sicché anche le cose che si muovono per natura comporteranno delle differenze.

sicché neppure in quello per alterazione né in quello per accrescimento. sia per tempo il perfetto è anteriore all’imperfetto. o è circolare o su linea retta o misto. il movimento si distrugge. ritornando indietro. poiché è più semplice e più perfetto. Ragionevolmente accade che il movimento circolare sia uno e continuo e non lo sia quello sulla retta. quello circolare poi è anteriore al rettilineo. che le cose scorrono sempre e si distruggono ed inoltre anche la generazione e la distruzione chiamano alterazione. né alcun altro può esserlo: infatti si deve produrre un arresto e. mentre degli altri né trasporto. difatti. all’infuori che nel movimento circolare. ed è necessario che i primi due siano anteriori a questo. Inoltre il movimento che può essere eterno è anteriore a quello che non può esserlo: il movimento circolare può essere eterno. infatti. alcunché vi si potrebbe muovere. Quanto è stato detto basti a dimostrare che nessun mutamento è infinito né continuo. che in nessun movimento è possibile che un mobile si muova continuamente. la fine e il centro ed ha in sé tutti gli ele221 . ad eccezione del trasporto circolare. Infatti di quello sulla retta è ben definito il principio. poiché esso consta di quelli. 2 Ora.Movimento circolare e movimento rettilineo Fisica. poiché l’infinito in tal senso non esiste. Non è possibile. se si produce un arresto. il movimento sulla retta finita. 265a 11-265b 8 1 [265a] È chiaro dunque da ciò che neppure i naturalisti hanno ragione. dal momento che si muovono di qualcuno di questi movimenti e soprattutto secondo loro avvengono le alterazioni: dicono. 3 È chiaro pertanto che il trasporto circolare è il primo dei trasporti. infatti. allorquando sostengono che tutte le cose sensibili sono sempre in movimento. sia per definizione. ma neppure se esistesse. il presente ragionamento ha dimostrato in generale. circa ogni specie di movimento. l’incorruttibile al corruttibile. Ogni trasporto. risulta composto e forma due movimenti: non ritornando indietro è imperfetto e soggetto a distruzione. D’altra parte. che un mobile infinito sia trasportato su una linea retta. come anche prima abbiamo detto. Ma sia per natura. poiché l’impossibile non si può verificare ed è impossibile percorrere l’infinito.

103 Aristotele. difatti. Perciò in certo qual modo la sfera si muove e sta in quiete. Infatti le cose mosse su una retta non sono trasportate uniformemente dal principio e verso la fine. 5 Ed avviene reciprocamente: e poiché il movimento circolare è misura dei movimenti. dopo aver compiuto il suo percorso: esso è sempre trasportato. poiché occupa il medesimo luogo: e ne è causa il fatto che tutte queste proprietà appartengono al centro. bensì al di fuori di sé103. La Fisica. quanto più si allontanano dal loro stato di quiete. è necessario che esso sia primo (poiché tutte le cose si misurano col primo) e. cosicché un movimento si trova sempre sul principio e sulla fine e non vi si trova mai. invece. tutto è in quiete. 1967. proprio perché è primo. per natura. poiché tutte. trovandosi esso fuori della circonferenza. e non in direzione dell’estremità. giacché esso è principio e centro della grandezza e fine. non v’è un punto in cui il mobile trasportato si trovi in quiete. Napoli. infatti. è misura degli altri movimenti. 6 Inoltre soltanto il movimento circolare può essere anche uniforme. 4 E per questo motivo la massa totale resta al suo posto e sta sempre in quiete in certo qual modo e si muove continuamente. infatti. intorno al centro. pagg. i limiti sono indefiniti: perché. sicché esiste un punto donde il corpo mosso comincerà a muoversi e uno dove cesserà di muoversi (ai punti estremi. né principio né fine in sé. mentre il solo trasporto circolare non ha. Loffredo. tra i punti che sono sulla linea uno piuttosto che un altro dovrebbe essere limite? [265b] Giacché ciascuno è ugualmente inizio e centro e fine. sia al punto iniziale sia a quello finale). Del movimento circolare. 237-239 222 . tanto più velocemente sono trasportate.menti. sicché.

è mosso da qualcosa. se CB non è mosso. poiché se fosse mosso. qualora KL muovesse LM e fosse esso stesso mosso. AB stia in quiete. sia mosso da qualcosa. e. perché qualcosa non si muove. se una cosa è mossa di movimento locale da un’altra che a sua volta sia mossa. qualora la parte non sia mossa. che KM sia mosso da qualcosa perché non risulta evidente quale è il motore e quale il mosso. AB non sarà mosso. è stato riconosciuto che è mosso da qualche cosa. sicché AB non risulterà mosso per se stesso e primieramente. poiché tutto ciò che si muove è divisibile. si prenda AB. Per prima cosa dunque il supporre che AB sia mosso da se stesso perché è mosso tutto intero e da nulla di esterno è lo stesso che se si negasse. difatti. sicché è necessario che tutto ciò che si muove. Lo si divida in C: orbene. tutto ciò che si muove risulterà mosso da qualcosa. è chiaro che AC sarebbe mosso mentre BC starebbe in quiete. di qui la necessità che.Il Primo motore immobile come spiegazione del movimento fisico [241b] È necessario che tutto ciò che si muove sia mosso da qualcosa. e il motore a sua volta è mosso da un altro 223 . che si muova per se stesso. [242a] ma se una cosa è in quiete perché un’altra ha cessato di esser mossa. D’altra parte è stato ammesso che ciò che è in quiete. è necessario che anche l’intero resti in quiete. D’altra parte ciò che è in riposo perché qualche cosa non si muove. ammesso questo. difatti se non ha in sé il principio del movimento. Ma si supponeva che si muovesse per se stesso e primieramente. ma non perché si muova una delle sue parti. è necessario che essa sia mossa da qualcosa. se invece l’ha in sé. Inoltre ciò che non è mosso da qualcosa non è necessario che cessi di esser mosso perché un’altra cosa è in quiete. difatti ciò che si muove sarà sempre divisibile. qualora CB non sia mosso. è evidente che è mosso da altro. Infatti. è necessario che esso sia divisibile. Ma. poiché è necessario che tutto ciò che si muove sia mosso da qualcosa. poiché un altro sarà il motore. poiché si è supposto AB mosso.

È evidente che sarà contemporaneo il movimento di A. 104 Aristotele. F quello di B. B da C. per specie quello che va dall’identico per la specie all’identico per la specie. e così di seguito. di C e di ciascuno dei motori e dei mossi. ad esempio. Si ammetta infatti che non sia così. difatti se fosse in un altro tempo. 179-181 – rif. 241b 20-242b 5. bensí per specie104. dal bianco al nero o dal buono al cattivo. infatti contemporaneamente il movente muove e il mosso vien mosso. Un movimento infatti può essere identico per genere. G e H quelli di C e D. ma che il procedimento divenga infinito. Fisica. difatti se ciascuno è mosso sempre da ciascuno. per specie e per numero: è identico per genere quello che appartiene alla medesima categoria. di B. di sostanza o di qualità. qualora non sia differente per la specie. La Fisica. 1967. è necessario che il movimento del mosso e quello del motore avvengano contemporaneamente.anch’esso mosso e questo da un altro. Si prenda ora il movimento di ciascuno e sia E quello di A. per numero quello che va da ciò che è uno per il numero a ciò che è uno per il numero nel medesimo tempo. Napoli. poiché ogni movimento procede da un termine ad un altro e non è infinito nelle estremità. ad esempio. Sia A mosso da B. è necessario che vi sia un primo motore e che non si proceda all’infinito. da questo bianco a quel nero oppure da questo luogo a quel luogo in questo tempo. Poiché si suppone che il motore muova perché mosso. ad esempio. 224 . C da D e sempre il contiguo dal contiguo. Dico pertanto che è uno numericamente un movimento che si effettua da ciò che è identico in ciò che è identico numericamente nel tempo identico numericamente. Loffredo. pagg. tuttavia si potrà nondimeno prendere il movimento di ciascuno come uno numericamente. il movimento non sarebbe più uno per numero.

. Ora tutti gli animali possiedono almeno un senso. come dicevamo. appetitiva. razionale) è considerato da Aristotele la via maestra per comprendere la natura dell’anima degli esseri viventi. Ma chi ha la sensazione possiede pure il piacere e il dolore e ciò che è piacevole e doloroso.. [. 1 [414a] [. locomotoria. L’uomo è l’unico fra i mortali che possiede la facoltà razionale. e chi li percepisce è il tatto. Ora fame e sete sono desideri. Abbiamo chiamato facoltà la nutritiva. sensitiva. Difatti l’appetizione può essere desiderio. mentre nelle piante la facoltà nutritiva esiste indipendente225 .PSICOLOGIA Le facoltà dell’anima e l’intelletto Lo studio delle facoltà dell’anima (nutritiva. mentre gli altri sensibili il tatto li coglie accidentalmente. giacché il tatto è il senso dell’alimento. appartengono tutte. il colore e l’odore non contribuiscono in nulla al nutrimento. mentre il sapore è una delle qualità percepibili dal tatto.] Tra le suddette facoltà dell’anima ad alcuni viventi. ad altri ancora una sola.. l’appetitiva. ad altri alcune. c’è anche l’appetitiva. di secco e caldo la fame. L’intelletto teoretico è la facoltà che unifica le diverse percezioni sensibili conferendo loro un significato.. In realtà il suono. perché esso è la tendenza verso ciò che piace. Alle piante appartiene soltanto la facoltà nutritiva... mentre agli altri viventi questa ed anche la sensitiva.] 2 [415a] [. di umido e freddo la sete. In effetti tutti gli esseri viventi si nutrono di elementi secchi ed umidi. il tatto. per così dire.] In realtà senza la facoltà nutritiva non esiste quella sensitiva. impulso e volontà. la sensitiva. [414b] Se poi vi è la facoltà sensitiva. Inoltre gli animali possiedono la sensazione dell’alimento. caldi e freddi. ed il sapore è. e chi ha questi ultimi ha anche il desiderio. che è lo strumento indispensabile per unificare i dati che provengono dalle sensazioni. dalle piante all’uomo. la locomotoria e la razionale. il condimento di questi sensibili.

pertanto. sarebbe chiaro che sono diversi tra loro. e come lo dice così anche lo pensa e lo percepisce. infine. 414a 30-414b 14. È chiaro. mentre non tutti coloro che possiedono una di questa facoltà hanno la ragione. Difatti gli esseri corruttibili dotati di ragione hanno anche tutte le altre facoltà.. anzi alcuni non possiedono neppure l’immaginazione. 428b 18-24 (Þ pag. 415a 2-14. anche se io percepissi l’uno e tu l’altro.mente da quella sensitiva. mentre dev’esserci una sola cosa a dire che sono diversi. Dunque è una stessa cosa che lo dice.. In questo caso infatti. Tra gli esseri. È quindi evidente che non è possibile giudicare sensibili separati mediante sensi separati105. A sua volta senza il tatto non è presente nessun altro senso. [. 105 Aristotele. L’intelletto teoretico esige però un altro discorso. capaci di sensazione. 128) 226 .] 3 [428b] Ora non è possibile giudicare per mezzo di sensi separati che il dolce è diverso dal bianco. De anima. che la trattazione di ciascuna di questa facoltà è la più appropriata per la conoscenza dell’anima. poi. poiché molti animali non possiedono né la vista né l’udito né la percezione dell’odore. mentre esso esiste senza gli altri. mentre altri vivono soltanto con questa. giacché il dolce è diverso dal bianco. alcuni hanno la facoltà locomotoria ed altri no. ma entrambi gli oggetti devono manifestarsi a qualcosa di unico. Pochissimi. possiedono la ragione e il pensiero.

se non per voler sostenere a tutti i costi la propria tesi. Infatti è opinione comune che esso dipende più da coloro che onorano che da chi è onorato. invece noi presentiamo che il bene è qualcosa di personale e di difficilmente perdibile. la vita politica e. E difatti cercano di essere onorati dalle persone sagge. [1096a] E chi vive in questo modo nessuno direbbe felice. e presso coloro dai quali sono conosciuti. infatti è ordinariamente questo il fine della vita politica. 3 Le persone raffinate e portate ad agire prediligono invece l’onore. Infatti tre sono esattamente i principali generi di vita: quello che ora s’è detto.ETICA Il fine della morale è la felicità 1 [1095b] [. la massa si mostra del tutto simile agli schiavi. Per questo essi amano la vita che è dedita al godimento.. tuttavia trova una giustificazione per il fatto che molti di coloro che rivestono cariche direttive hanno gusti uguali a Sardanapalo. Ma anche questa risulta troppo poco perfetta. Ma risulta essere una cosa più superficiale di ciò che cerchiamo. Dunque è chiaro che almeno secondo questi uomini la virtù è superiore.. la vita contemplativa. 2 Ebbene. Inoltre gli uomini sembrano perseguire l’onore per avere motivo di credere che essi sono persone dabbene. scegliendo una vita propria degli animali. 4 Forse allora si potrebbe supporre che questa piuttosto costituisce il fine della vita politica. 227 . Infatti ad avviso di tutti è anche possibile che una persona che possiede la virtù dorma o resti inattiva nel corso della vita. e per la loro virtù. in terzo luogo. e che oltre a ciò patisca mali ed abbia in sorte le sventure più grandi.] Infatti dai loro modi di vivere non a torto il volgo e le persone rozze sembrano concepire il bene e la felicità come il piacere.

in strategia la vittoria. ma in ogni azione ed intenzione è il fine. questo sarà il bene che cerchiamo. intorno alla quale faremo la ricerca in seguito. infatti sono amati per se stessi. 8 [1097a] Ritorniamo di nuovo al bene che è l’oggetto della nostra ricerca. 10 Poiché i fini sono manifestamente molteplici e di questi noi scegliamo alcuni a motivo di altro (ad esempio la ricchezza. Ma è evidente che non lo sono neppure quelli. in strategia e così di seguito nelle restanti arti. ma questo risultato bisogna sforzarci di chiarire ancora di più. Ora. i flauti e in generale gli strumenti). se vi è un fine soltanto che è perfetto. invece il bene supremo è manifestamente qualcosa di perfetto. in un’altra un’altra. se sono molti.5 Ma intorno a questi generi di vita basti così: di essi infatti si è detto a sufficienza anche nei trattati dati a pubblica conoscenza. Che cosa mai può essere? Infatti appare come una cosa in un’azione e in un’arte. Infatti è in vista di questo che tutti compiono il resto. se qualcosa è fine di tutto ciò che è oggetto d’azione. come un’altra in un’altra azione e in un’altra arte: infatti è altro in medicina. anche se molti argomenti sono stati diffusi in loro favore. Per questo si potrebbe supporre che piuttosto i beni precedentemente detti siano fini. in ingegneria la casa. 6 La vita di lucro è una vita di costrizione e la ricchezza non è in tutta evidenza il bene ricercato: infatti essa è soltanto una cosa utile ed un mezzo in vista di altro. Il terzo è la vita contemplativa. in un’arte una cosa. e se vi sono più cose. e pertanto diciamo che è perfetto in senso assoluto ciò che è sempre sceglibile per se stesso e non mai a motivo di altro. 9 Pertanto il discorso. questo sarà il bene realizzabile nella prassi. saranno queste. Di conseguenza. 7 Si tralascino dunque questi beni. il più perfetto di questi. talvolta a motivo di quell’altro. Che cos’è dunque il bene di ciascuna? Non è forse ciò in vista del quale si compie il resto? Questo in medicina è la salute. passando da un’istanza all’altra. una tale cosa tutti ritengono che è so228 . e ciò che non è mai sceglibile a motivo di altro diciamo che è più perfetto delle cose che sono sceglibili talvolta per se stesse. è evidente che non sono tutti perfetti. 11 Ciò che è degno di perseguirsi di per se stesso diciamo che è più perfetto di ciò che lo è in ragione di altro. perviene allo stesso risultato di partenza. Di conseguenza.

fra due beni. 103-105 229 . 106 Aristotele. che viva una vita solitaria. in generale. è chiaro che sarebbe più degna di scelta in unione con il più piccolo dei beni: infatti l’unione rende superiore la somma dei beni e. quello più grande è sempre più degno di scelta. Milano. 1986. essendo il fine delle cose che sono oggetto d’azione106. 93-95. per i suoi figli. Rizzoli. Ma bisogna assumere un limite di queste persone: infatti per chi le estende agli avi e ai discendenti e agli amici degli amici. [1096b] Questa infatti noi scegliamo sempre per se stessa e non mai a motivo di altro. in generale. il piacere. 1095b 14-1096a 10.prattutto la felicità. poiché per natura l’uomo è un essere politico. 12 In tutta evidenza la stessa conclusione deriva anche partendo dall’autosufficienza: infatti – ad avviso comune – il bene perfetto è sufficiente in sé. per i suoi amici e per i concittadini. Etica nicomachea. Per il momento poniamo che ciò che è sufficiente in se stesso è ciò che. Intendiamo quello che è sufficiente in sé non per un individuo singolo. si va all’infinito. ma li scegliamo anche in vista della felicità. né. Ma questo problema dev’essere esaminato in seguito. per sua moglie e. vol. Invece nessuno sceglie la felicità in vista di questi beni. a motivo di altro. pagg. ora una cosa di questo genere noi riteniamo che è la felicità. invece l’onore. I. Pertanto la felicità è manifestamente alcunché di perfetto e di autosufficiente. in Etica Nicomachea. Inoltre riteniamo che è la più degna di scelta di tutte le cose senza che sia sommata ad altro – se poi fosse sommata. supponendo che mediante essi saremo felici. pagg. pur essendo da solo. ma anche per i suoi genitori. l’intelligenza ed ogni virtù li scegliamo sì anche per se stessi (infatti sceglieremmo ciascuno di essi anche se non ci pervenisse alcun vantaggio). 1097a 30-1097b 6. rende la vita sceglibile e non bisognosa di nulla.

Parimenti è per la corsa e per la lotta. Questo medio è secondo la proporzione aritmetica. e i buoni artigiani. o poca per la persona che l’assorbe.Che cos’è la virtù? Per Aristotele la virtù è sempre “una via di mezzo”. il maestro di ginnastica non gli prescriverà sei mine. punto che è unico ed identico per tutti. se ogni scienza così esegue bene il suo compito. Ma il medio rispetto a noi non va preso così: infatti se per un uomo mangiare dieci mine è troppo e due mine è poco. 2 Ora. come diciamo. forse infatti anche questa quantità è troppa. si prende il sei come medio secondo la cosa: infatti supera ed è superato di un’uguale quantità. supponendo che eccesso e difetto rovinano la perfezione. In230 . lavorano fissando lo sguardo sul medio). ma per un principiante di esercizi ginnici è troppa. e queste determinazioni possono essere o secondo l’oggetto stesso o in relazione a noi. ma in più sarà chiaro anche in questo modo: se considereremo di che specie è la natura della virtù. mentre la via di mezzo la salvaguarda. [1106b] se il dieci è troppo e il due è poco. già l’abbiamo detto. si può prendere il più. ma in rapporto a noi. Per Milone infatti è poca. 1 [1106a] Come questo sarà. 5 Pertanto. Ad esempio. come pure la natura. Questo non è unico né identico per tutti. invece è il giusto mezzo che cerca ed è questo che sceglie: il mezzo non dell’oggetto. fissando lo sguardo sul mezzo ed indirizzando ad esso le sue opere (donde siamo soliti dire per le opere ben riuscite che non vi è nulla da togliere e nulla da aggiungere. 4 Così pertanto ogni persona che ha conoscenza fugge l’eccesso e il difetto. in tutto ciò che è continuo. 3 L’uguale è una sorta di medio tra l’eccesso e il difetto. Chiamo medio della cosa il punto che dista ugualmente da ciascuno dei due estremi. chiamo invece medio rispetto a noi ciò che né eccede né difetta. allora essa tenderà al medio. ovvero prima di tutto il rifiuto degli opposti estremismi. vale a dire divisibile. e se la virtù è più esatta di ogni arte ed è migliore. il meno e l’uguale.

”. dunque. l’adulterio. desiderare. 6 Parimenti anche per ciò che concerne le azioni vi sono eccesso. È una medietà tra due vizi.tendo la virtù etica: questa infatti ha per oggetto le passioni e le azioni. mentre la virtù e ricerca e sceglie deliberatamente il medio. caratteristiche della virtù.. nelle quali l’eccesso costituisce un errore e il difetto è biasimato. il secondo è difficile: è facile fallire il bersaglio. come immaginavano i Pitagorici. ma è difficile l’andare a segno. per il fatto che alcuni vizi difettano. mentre il bene in quella del limitato). avere pietà. 7 D’altronde la virtù ha per oggetto passioni ed azioni. e in queste vi sono eccesso. difetto e il mezzo.. nel caso delle azioni. ed ambedue non vanno bene. avere paura. vale a dire nel modo in cui la determinerebbe l’uomo saggio. inoltre. ad esempio la malevolenza. 12 Però non ogni azione né ogni passione ammette la via di mezzo: per alcune infatti già il nome implica la malvagità. uno per eccesso e l’altro per difetto. esser coraggiosi. La virtù è dunque una sorta di medietà. l’errare ha molte forme (infatti il male si trova nella colonna dell’illimitato. l’impudenza. ma secondo l’eccellenza e la perfezione è un estremo. E lo è. [. ambedue. invece il riuscire ne ha una sola – per questo il primo è facile. 8 Inoltre. consistente in una via di mezzo rispetto a noi. cattivi in modi svariati . la medietà della virtù: 9 “Buoni infatti si è in un unico modo. Ma provare queste passioni quando si deve e nelle circostanze in cui si deve e verso le persone che si deve in vista del fine che si deve e come si deve. Infatti tutte queste passioni e azioni. determinata dalla regola. perché appunto tende al mezzo. Anche per queste ragioni. difetto ed il mezzo. l’omicidio. è realizzabile il medio e al tempo stesso l’eccellenza: il che è proprio della virtù. altri eccedono ciò che si deve sia nel campo delle passioni che delle azioni. Ad esempio. l’eccesso e il difetto sono propri del vizio. adirarsi. e quelle del medesimo 231 . 11 Perciò secondo la sua sostanza e la definizione che ne esprime l’essenza la virtù è una medietà.] 10 La virtù è dunque una disposizione che orienta la scelta deliberata. in generale provare delle sensazioni e provare dolore ammettono un troppo e un poco.. l’invidia e.. mentre il mezzo è lodato ed ha successo: e queste sono. il furto.

genere. 163-167. Etica Nicomachea. 107 Aristotele. hanno quei nomi per il fatto di essere in se stesse cattive. pagg. Rizzoli. 1106a 26-1106b 35 232 . Etica nicomachea. non i loro eccessi né i loro difetti107. I. 1986. Milano. Cfr. vol.

è evidente: per il fatto che le bestie hanno sí sensazione. poiché la virtù è una disposizione che dirige la scelta. 2 Prima dunque si disse che vi sono due parti dell’anima. per questo bisogna che il calcolo sia vero e il desiderio retto. Del pensiero teoretico.Le virtù dianoetiche 1 [1139a] Quando abbiamo distinto le virtù dell’anima. Ora per l’anima razionale dobbiamo compiere la medesima divisione. dopo aver parlato per prima cosa dell’anima. 5 Tre sono nell’anima i fattori che determinano l’azione e la verità: la sensazione. in relazione ad oggetti che differiscono per il genere. abbiamo detto che alcune sono del carattere. altre del pensiero. 4 Dunque si deve comprendere qual è la disposizione migliore di ciascuna della due parti: questa infatti è la virtù di ciascuna. E si ponga che due sono le parti razionali. Di questi la sensazione non è principio di nessun’azione morale. e nessuno delibera sulle cose che non possono essere diversamente da quelle che sono. 7 Dunque questo pensiero e questa verità sono di ordine pratico. se è per una certa somiglianza ed affinità che ad esse appartiene la conoscenza. l’intelletto ed il desiderio. Di quelle del carattere abbiamo trattato. 3 Chiamiamo una di queste parti “scientifica”. che non è né pratico né poietico. infatti calcolare e deliberare sono la stessa cosa. l’altra “calcolatrice”. diciamo in questo modo. il buono e il cat233 . nel desiderio sono ricerca e repulsione. una con la quale conosciamo quel genere di enti i cui princìpi non possono essere diversamente da quelli che sono. e la virtù di una cosa è relativa all’opera che le è propria. 6 Quello che nel pensiero sono affermazione e negazione. e che ci sia identità tra quello che il calcolo enuncia e il desiderio persegue. delle altre. e la scelta è un desiderio deliberato. l’altra con cui conosciamo gli enti che lo possono. quella razionale e quella irrazionale. Di conseguenza quella calcolatrice è soltanto una parte della parte razionale. Infatti. è diversa per il genere anche quella delle parti dell’anima che è naturalmente relativa all’uno o all’altro di quegli oggetti. ma non partecipano dell’azione morale. Di conseguenza. se la scelta è buona.

né senza una disposizione morale. Perciò dice giustamente Agatone: “di una sola cosa anche Dio stesso è privato. 12 In conclusione. Per questo la scelta non è né senza intelletto e pensiero. vol. e ciò che è oggetto di produzione non è fine in senso assoluto (ma fine relativo e di qualcosa di determinato). 10 Per questo la scelta è o un intelletto desiderante o un desiderio ragionante. produce in vista di un fine. Infatti la buona condotta è fine in senso assoluto e il desiderio ha questo fine per oggetto. Etica Nicomachea.tivo stato sono il vero e il falso (questo infatti è il compito di tutta la parte razionale). Sul passato infatti neppure si delibera. per l’una e per l’altra parte. vale a dire pratico. fare che ciò che è stato fatto non possa esistere”. 1986. le loro virtù108. ma su ciò che sarà e che è possibile. 587-591 234 . Infatti la condotta buona ed il suo contrario nella prassi non esistono senza pensiero e senza carattere. e il passato non può non essere stato. bensì lo è ciò che è oggetto dell’azione morale. pagg. II. 9 Ma il pensiero di per sé non muove nulla. ed i princípi della scelta sono il desiderio e il calcolo indirizzato a un fine. infatti chiunque produce. Milano. Bur. 8 Il principio dell’azione morale è dunque la scelta – principio nel senso di causa efficiente non di causa finale –. ma il buono stato della parte pratica e razionale è la verità corrispondente alla rettitudine del desiderio. 108 Aristotele. la funzione di ambedue le parti razionali è la verità. pertanto le disposizioni secondo cui ciascuna di esse coglierà il vero al massimo grado saranno. bensì il pensiero indirizzato a un fine. e un tale principio è l’uomo. [1139b] Questo comanda anche sull’attività poietica. 11 Nulla poi di ciò che è passato è oggetto di scelta: ad esempio nessuno sceglie d’aver saccheggiato Troia.

non meno dell’uomo di altissimo rango. 3 Di più. delle cose che sono oggetto di conoscenza. e questa sarà la virtù di ciò che vi è di migliore. anche uno schiavo. La felicità infatti non risiede in tali svaghi. Ora. 6 Infatti questa attività è la più alta: giacché anche l’intelletto. la più piacevole è. quella secondo la sapienza. per unanime consenso. noi sosteniamo che le cose serie sono migliori di quelle che muovono il riso e s’accompagnano al gioco. che questa attività sia un’attività contemplativa è stato detto. 7 In secondo luogo è la più continua: infatti possiamo contemplare con più continuità che compiere una qualsiasi azione. e che l’attività più seriamente impegnata è sempre quella della parte migliore dell’anima e quella dell’uomo migliore.tutti lo ammetteranno . è logico che sia secondo la virtù più alta. ora. per natura comanda e dirige e ha conoscenza delle realtà belle e divine: o perché è in se stessa divina. a meno che non ne ammetta la partecipazione anche ad una vita degna di un uomo. e questa s’accompagna ad un impegno serio e non consiste nel gioco. fra le attività secondo virtù. le più alte sono quelle intorno alle quali verte l’intelletto. 4 Se la felicità è attività secondo virtù. è quel che vi è di più alto e. dei piaceri del corpo qualunque persona può godere. ma nessuno ammette la partecipazione di uno schiavo alla felicità.La vita contemplativa avvicina l’uomo agli Dei 1 [1177a] E concordemente si ritiene che la vita felice sia conforme a virtù. 5 Tanto dunque che questo sia l’intelletto. Questa conclusione . 8 Inoltre noi riteniamo che il piacere dev’essere mescolato con la felicità: ora.s’accorda sia con i risultati precedentemente guadagnati che con la verità. o qualcos’altro – qualcosa che. ma nelle attività conformi a virtù. l’attività di ciò che è migliore è più valida e senz’altro più capace di dare la felicità. ad avviso di tutti. di ciò che è in noi. 2 Inoltre. o perché è la cosa più divina di ciò che è in noi – l’attività di questa parte secondo la virtù che le è propria costituirà la felicità perfetta. Il certo è che tutti riconoscono che 235 . come anche prima si è detto.

e tendono ad un fine. per sé e per i cittadini: felicità che è diversa dall’attività politica e che anche noi ricerchiamo evidentemente come una cosa che è diversa. Le azioni di guerra in modo assoluto (giacché nessuno sceglie la guerra per la guerra. passerebbe per essere assolutamente sanguinario). se invece l’attività dell’intelletto. fra coloro che sono sufficientemente provvisti di tali cose. poiché. la quale è attività contemplativa. ma. ma ad avviso di tutti le azioni che concernono queste faccende sono la negazione del tempo libero da occupazioni. da essa infatti non deriva nulla al di fuori del contemplare. eccelle – ad av236 . il giusto ha bisogno di persone verso le quali e con le quali agirà con giustizia. Ora.. né prepara una guerra fine a se stessa: ché. ma queste azioni sono la negazione del tempo libero da occupazioni. invece il sapiente.] Pertanto se fra le azioni conformi alle virtù quelle politiche e militari occupano il primo posto per bellezza ed importanza. Ma anche l’attività dell’uomo politico è la negazione del tempo libero da occupazioni. o quanto meno la felicità. e non sono desiderabili per se stesse. mentre dalle attività pratiche ricaviamo. anche restando solo con se stesso. se uno si facesse nemici gli amici perché abbiano luogo scontri ed uccisioni.la filosofia possiede piaceri meravigliosi per purezza e per certezza ed è logico che trascorrere il tempo sia più piacevole per chi conosce che per chi ricerca. ma in ogni caso è pienamente bastevole a se stesso. l’attività delle virtù pratiche si esplica nelle faccende politiche o nelle faccende militari. e facciamo guerra per trascorrere i nostri giorni in pace. si procura potere e cariche onorifiche. al di fuori dell’azione. 12 [1177b] [.. 9 Di più. e similmente anche il saggio ed il valoroso e ciascuno degli altri uomini virtuosi. 10 [1177b] Inoltre tutti convengono che essa sola è amata per se stessa. Senza dubbio è meglio se ha dei collaboratori. 11 In più è comunemente ammesso che la felicità risiede nella vita lontana dagli affari: infatti ci applichiamo intensamente a delle occupazioni al fine d’avere del tempo libero da affari. e ne è più capace quanto più è sapiente. quella che vien detta “autosufficienza” riguarderà soprattutto l’attività contemplativa: infatti sia il sapiente che il giusto che gli altri uomini hanno bisogno delle cose necessarie per vivere. è capace di contemplare. un vantaggio più o meno grande. al di fuori del puro fatto del governare lo stato.

Etica Nicomachea. E per l’uomo. per quanto è possibile. 14 Non si deve dare ascolto a coloro che consigliano di porre mente. Di conseguenza. quando prende la lunghezza completa della vita. ma quella di un altro essere.viso di tutti – per la serietà e non tende a nessun fine all’infuori di se medesima. essendo mortali. per potenza e dignità è di gran lunga superiore a tutte le cose. II. Seppure infatti essa è piccola per la massa. E di quanto questo eccelle sul composto. 109 Aristotele. in tutta chiarezza. i caratteri che si realizzano secondo questa attività: ebbene. se infine l’autosufficienza. 15 E si converrà anche che ciascun uomo è questa cosa. 1986. di tanto anche la sua attività eccelle su quella secondo l’altra specie di virtù. dunque. Infatti nessuna delle caratteristiche della felicità è incompleta. vol. se l’intelletto è una cosa divina rispetto all’uomo. se è vero che quest’elemento è soprattutto l’uomo. si deve diventare immortale e compiere ogni cosa per vivere in modo conforme a quella che. sarà la vita secondo l’intelletto. il tempo libero da occupazioni. ma in quanto in lui è presente qualcosa di divino. 237 . Milano. e tutti gli altri caratteri che si attribuiscono all’uomo beato sono. quest’ultima sarà la felicità perfetta dell’uomo. anche la vita secondo l’intelletto sarà divina rispetto alla vita dell’uomo. 16 Quello che abbiamo detto più sopra s’adatterà anche qui: infatti ciò che è proprio a ciascuno è per natura ciò che per ciascuno vi è di più alto e di più piacevole. ed ha il suo proprio piacere (e questo incrementerà l’attività). Bur. se è vero che essa è l’elemento principale e migliore. a cose immortali. a cose umane e non. Di conseguenza questa vita è anche la più felice109. essendo uomini. 861-869. è la più alta. la mancanza di fatiche per quel che è possibile all’uomo. Sarebbe dunque un assurdo se l’uomo non si scegliesse la vita che ci è propria. tra le cose che sono nell’individuo. pagg. 13 Però una vita siffatta sarà superiore alla condizione dell’uomo: infatti non è in quanto è uomo che vivrà in questo modo. ma.

proprio dell’uomo rispetto agli altri animali.] La comunità che risulta di più villaggi è lo stato. del giusto e dell’ingiusto e degli altri valori: il possesso comune di questi costituisce la famiglia e lo stato. infatti. di avere la sensazione di quanto è doloroso e gioioso. di leggi. il giusto e l’ingiusto: questo è. di focolare”: tale è per natura costui e. È chiaro quindi per quale ragione l’uomo è un essere socievole molto più di ogni ape e di ogni capo d’armento. proprio come quello biasimato da Omero “privo di fratria110.POLITICA La politica è un fatto naturale [1252b] [. di conseguenza. noi lo diciamo la sua natura.. Quindi ogni stato esiste per natura. 238 . d’un cavallo. ha la parola: la voce indica quel che è doloroso e gioioso e pertanto l’hanno anche gli altri animali (e. perfetto. non fa niente senza scopo e l’uomo. E per natura lo stato è anteriore alla famiglia e a 110 Gruppo di appartenenza. il fine. egli solo.. sia d’un uomo. e di indicarselo a vicenda). solo tra gli animali. la percezione del bene e del male. per così dire. in effetti. giacché è isolato. in realtà esiste per render possibile una vita felice. è il meglio e l’autosufficienza è il fine e il meglio. Da queste considerazioni è evidente che lo stato è un prodotto naturale e che l’uomo per natura è un essere socievole: quindi chi vive fuori della comunità statale per natura e non per qualche caso o è un abietto o è superiore all’uomo. se per natura esistono anche le prime comunità: infatti esso è il loro fine e la natura è il fine: per esempio quel che ogni cosa è quando ha compiuto il suo sviluppo. che raggiunge ormai. di avere. fin qui giunge la loro natura. insieme anche bramoso di guerra. come diciamo. come una pedina al gioco dei dadi. d’una casa. Perché la natura. ma la parola è fatta per esprimere ciò che è giovevole e ciò che è nocivo e. [1253a] Inoltre. il limite dell’autosufficienza completa: formato bensì per rendere possibile la vita. ciò per cui una cosa esiste.

ciascuno di noi perché il tutto dev’essere necessariamente anteriore alla parte: infatti. se non è autosufficiente. come se si dicesse una mano di pietra (tale sarà senz’altro una volta distrutta): ora. e di conseguenza è o bestia o dio111. Bari. vol. non si deve dire che sono le stesse. non è parte dello stato. bensì che hanno il medesimo nome. e quindi chi non è in grado di entrare nella comunità o per la sua autosufficienza non ne sente il bisogno.1253a 29 in Opere. 6-7 239 . Politica. quando non sono più tali. 1252b 28. 1973. È evidente dunque e che lo stato esiste per natura e che è anteriore a ciascun individuo: difatti. tutte le cose sono definite dalla loro funzione e capacità. Laterza. pagg. soppresso il tutto non ci sarà più né piede né mano se non per analogia verbale. IX. sicché. 111 Aristotele. ogni individuo separato sarà nella stessa condizione delle altre parti rispetto al tutto.

L’uomo e la centralità della politica
1 [1180b] Verosimilmente anche chi vuol rendere migliori gli uomini, molti o pochi che siano, mediante la sua cura, deve cercare di diventare esperto della scienza del legislatore, se è per mezzo delle leggi che possiamo divenire uomini dabbene. Infatti mettere una qualunque persona, di fatto colui che ci è proposto, in una condizione moralmente buona non è alla portata del primo venuto; ma, se spetta a qualcuno, spetta a chi possiede scienza, come in medicina e nelle altre discipline di cui vi sono una certa cura e saggezza. 2 Non bisogna dunque esaminare, dopo ciò, da quale fonte e come si può diventare esperti della scienza del legislatore? 3 Non è forse, come nel caso delle altre scienze, dagli uomini politici? Infatti, come abbiamo visto, tutti ammettono che la scienza legislativa è parte della scienza politica. 4 Ma non è forse evidente che non è uguale la situazione della politica e delle altre scienze e capacità? Infatti nelle altre scienze sono in tutta chiarezza le stesse persone che trasmettono le capacità e da esse esercitano un’attività: ad esempio i medici, i pittori; invece le cose della politica sono i Sofisti che professano di insegnare, [1181a] ma nessuno di loro le pratica, piuttosto coloro che fanno politica, i quali – tutti ne converranno – praticano questo compito per una certa capacità e per esperienza più che per un pensiero astratto: ché manifestamente essi né trattano per iscritto né trattano oralmente di tali argomenti (eppure sarebbe senz’altro più bello che pronunciare discorsi davanti ai tribunali e all’assemblea del popolo), né inoltre hanno reso uomini politici i loro figli o quelli di qualche loro amico. E sarebbe stato ben logico che l’avessero fatto, se avessero potuto: né infatti alle loro città avrebbero lasciato niente di migliore, né a se stessi avrebbero potuto scegliere che nulla appartenesse più di siffatta capacità, né di conseguenza alle persone che sono loro più care. 5 Ma tuttavia non sembra che l’esperienza apporti un aiuto di poco conto: ché essi non sarebbero diventati uomini politici senza una con240

suetudine con la politica. Per questo coloro che aspirano ad avere conoscenza della politica sembra che abbiano inoltre bisogno di esperienza. 6 Quelli dei Sofisti che lo professano, sono in tutta chiarezza molto distanti dall’insegnare la politica, giacché in generale non sanno né qual è la sua natura né quali sono i suoi oggetti. Infatti non la porrebbero identica alla retorica né ad un rango inferiore, né penserebbero che è cosa facile il legiferare, raccogliendo quelle leggi che hanno trovato l’approvazione pubblica. Ché – essi dicono – è possibile scegliere le leggi migliori, come se la scelta non fosse opera d’intelligenza ed il discernere correttamente non fosse cosa di grandissima importanza, come avviene nelle faccende di musica. Sono infatti i competenti che in ogni campo discernono correttamente le opere e capiscono con quali mezzi e come sono portate a perfezione, e quali s’accordano con quali persone. Invece i non competenti devono esser già contenti del fatto che non sfugga loro se l’opera è stata fatta bene o male, come nella pittura. Ora, le leggi assomigliano ad opere della politica. [1181b] Come dunque da queste si potrebbe diventare esperti nella scienza del legislatore, o discernere quelle che sono le migliori? Ché non risulta che neppure si diventa medici dalle raccolte dei trattati. Eppure essi si sforzano di dire non soltanto i trattamenti terapeutici, ma anche come si guarisce e come si devono curare le diverse specie di malati, distinguendo le differenti disposizioni. Ma questi procedimenti – tutti ne convengono – sono utili per coloro che sono competenti, mentre sono inutili per coloro che non sono competenti. Senza dubbio, dunque, anche le raccolte delle leggi e delle costituzioni saranno ben utili per coloro che sono capaci di studiarle e di discernere che cosa è buono e il contrario e quali prescrizioni sono adatte a quali persone; ma a coloro che percorrono questo genere di raccolte senza la disposizione richiesta non competerà il discernere bene, a meno che non sia per caso, ma verosimilmente diventeranno più capaci di comprendere in questa materia. 7 Poiché dunque i nostri predecessori hanno lasciato inesplorato ciò che concerne la scienza della legislazione, è senz’altro molto meglio fare noi stessi questa ricerca, ed indagare dunque sul problema complessivo del regime politico, perché, secondo le nostre capacità, sia portata a compimento la filosofia delle cose dell’uomo. In primo luogo, quindi, se da coloro che ci hanno preceduto qualcosa è stato in parte
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detto bene, cercheremo di accostarcene. In seguito dalle costituzioni che abbiamo raccolto cercheremo di vedere quali cose conservano e rovinano le città e quali ciascun tipo di costituzione, e per quali cause alcune città sono ben governate, altre il contrario. Infatti quando siano state viste queste cose, forse comprenderemo meglio quale costituzione è la migliore, come ciascuna deve essere ordinata, di quali leggi e costumi deve far uso112.

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Aristotele, Etica Nicomachea, Bur, Milano, 1986, vol. II, pagg. 887-891

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La schiavitù è un fatto naturale
1 [1254a] [...] Il termine “oggetto di proprietà” si usa allo stesso modo che il termine “parte”: la parte non è solo parte d’un’altra cosa, ma appartiene interamente a un’altra cosa: così pure l’oggetto di proprietà. Per ciò, mentre il padrone è solo padrone dello schiavo e non appartiene allo schiavo, lo schiavo non è solo schiavo del padrone, ma appartiene interamente a lui. 2 Dunque, quale sia la natura dello schiavo e quali le sue capacità, è chiaro da queste considerazioni: un essere che per natura non appartiene a se stesso ma a un altro, pur essendo uomo, questo è per natura schiavo: e appartiene a un altro chi, pur essendo uomo, è oggetto di proprietà: e oggetto di proprietà è uno strumento ordinato all’azione e separato. [...] 3 Se esista per natura un essere siffatto o no, e se sia meglio e giusto per qualcuno essere schiavo o no, e se anzi ogni schiavitù sia contro natura è quel che appresso si deve esaminare. Non è difficile farsene un’idea con il ragionamento e capirlo da quel che accade. Comandare ed essere comandato non solo sono tra le cose necessarie, ma anzi tra le giovevoli e certi esseri, subito dalla nascita, sono distinti, parte a essere comandati, parte a comandare. E ci sono molte specie sia di chi comanda, sia di chi è comandato (e il comando migliore è sempre quello che si esercita sui migliori comandati, per esempio su un uomo anziché su un animale selvaggio, perché l’opera realizzata dai migliori è migliore e dove c’è da una parte chi comanda, dall’altra chi è comandato, allora si ha davvero un’opera di costoro). In realtà in tutte le cose che risultano di una pluralità di parti e formano un’unica entità comune, siano tali parti continue o separate, si vede comandante e comandato: questo viene nelle creature animate dalla natura nella sua totalità e, in effetti, anche negli esseri che non partecipano di vita, c’è un principio dominatore, ad esempio nel modo musicale. Ma ciò probabilmente appartiene a una ricerca che esula dal nostro intento: il vivente, comunque, in primo luogo, è composto di anima e di corpo, e di questi la prima per natura comanda,
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l’altro è comandato. Bisogna esaminare quel che è naturale di preferenza negli esseri che stanno in condizione naturale e non nei degenerati, sicché, anche qui, si deve considerare l’uomo che sta nelle migliori condizioni e di corpo e d’anima, e in lui il principio fissato apparirà chiaro, [1254b] mentre negli esseri viziati e che stanno in una condizione viziata si potrebbe vedere che spesso il corpo comanda sull’anima, proprio per tale condizione abietta e contro natura. 4 Dunque, nell’essere vivente, in primo luogo, è possibile cogliere, come diciamo, l’autorità del padrone e dell’uomo di stato perché l’anima domina il corpo con l’autorità del padrone, l’intelligenza domina l’appetito con l’autorità dell’uomo di stato o del re, ed è chiaro in questi casi che è naturale e giovevole per il corpo essere soggetto all’anima, per la parte affettiva all’intelligenza e alla parte fornita di ragione, mentre una condizione di parità o inversa è nociva a tutti. Ora gli stessi rapporti esistono tra gli uomini e gli altri animali: gli animali domestici sono per natura migliori dei selvatici e a questi tutti è giovevole essere soggetti all’uomo, perché in tal modo hanno la loro sicurezza. Così pure nelle relazioni del maschio verso la femmina, l’uno è per natura superiore, l’altra inferiore, l’uno comanda, l’altra è comandata – ed è necessario che tra tutti gli uomini sia proprio in questo modo. Quindi quelli che differiscono tra loro quanto l’anima dal corpo o l’uomo dalla bestia (e si trovano in tale condizione coloro la cui attività si riduce all’impiego delle forze fisiche ed è questo il meglio che se ne può trarre), costoro sono per natura schiavi, e il meglio per essi è star soggetti a questa forma di autorità, proprio come nei casi citati. In effetti è schiavo per natura chi può appartenere a un altro (per cui è di un altro) e chi in tanto partecipa di ragione in quanto può apprenderla, ma non averla: gli altri animali non sono soggetti alla ragione, ma alle impressioni. Quanto all’utilità, la differenza è minima: entrambi prestano aiuto con le forze fisiche per la necessità della vita, sia gli schiavi, sia gli animali domestici. Perciò la natura vuol segnare una differenza nel corpo dei liberi e degli schiavi: gli uni l’hanno robusto per i servizi necessari, gli altri eretto e inutile a siffatte attività, ma adatto alla vita politica (e questa si trova distinta tra le occupazioni di guerra e di pace): spesso però accade anche il contrario, taluni, cioè, hanno il corpo di liberi, altri l’anima, ché certo, se i liberi avessero un fisico tanto diverso quanto le statue degli dèi, tutti, è evidente,
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vol. Politica. [1255a] Dunque. chi in quello. agli altri l’essere padroni e gli uni devono obbedire. un’amicizia reciproca tra schiavo e padrone nel caso che hanno meritato di essere tali da natura: quando invece tali rapporti sono determinati non in questo modo. 1973.] Tuttavia non è difficile vedere che quanti ammettono il contrario in qualche modo dicono bene. Bari.. gli altri esercitare quella forma di autorità a cui da natura sono stati disposti e quindi essere effettivamente padroni: al contrario esercitare male l’autorità comporta un danno per tutt’e due (la parte e il tutto. dall’altra i liberi e che in certi casi la distinzione esiste e che allora agli uni giova l’essere schiavi. altri schiavi. Ora questo diritto molti giuristi accusano d’illegalità come si accusa un oratore: essi trovano strano che. Laterza.. tanto più giusto sarebbe porlo nei riguardi dell’anima: invece non è ugualmente facile vedere la bellezza dell’anima e quella del corpo. hanno gli stessi interessi e lo schiavo è una parte del padrone. la vittima.. 1255b 5-15 in Opere. 113 Aristotele.] 6 [1255b] [. [. [. 1255a 5-12... e che per costoro è giusto essere schiavi. ma solo in forza della legge e della violenza. IX 245 ..ammetterebbero che gli altri meritano di essere loro schiavi: e se questo è vero nei riguardi del corpo. è tutto il contrario113. E anche tra i dotti c’è chi la pensa in questo modo. è come se fosse una parte del corpo viva ma separata: per ciò esiste un interesse. è evidente che taluni sono per natura liberi. “Schiavitù” e “schiavo” sono presi in due sensi: c’è in realtà uno schiavo e una schiavitù anche secondo la legge e questa legge è un accordo per cui ciò che si è vinto in guerra dicono appartenere al vincitore. come il corpo e l’anima. 1254a 8-1255a 2..] È chiaro dunque che la discussione ha un certo motivo e non sempre ci sono da una parte gli schiavi per natura..] 5 [1255a] [. sia schiavo e soggetto. se uno è in grado di esercitare violenza ed è superiore in forza. l’altro.

qualche elemento più fondato di quelli adesso accettati. dunque. C’è poi un elemento che per taluni costituisce l’amministrazione domestica. vol. è necessario in primo luogo parlare dell’amministrazione familiare: infatti ogni stato è composto di famiglie. IX. pag. Politica.I rapporti gerarchici sono naturali [1253b] Poiché è chiaro di quali parti risulta lo stato. Elementi dell’amministrazione familiare sono quelli da cui. mentre per natura non esiste tra loro differenza alcuna): per ciò non è affatto giusta. in quanto fondata sulla violenza114. 1253b 1-23 in Opere. nei loro riguardi. Bari. dunque. Siano. se riusciamo a fissare. padre e figli. matrimoniale (manca un termine preciso per indicare la relazione tra uomo e donna) e. intorno a questi tre rapporti si ha da ricercare quali devono essere la natura e le qualità di ciascuno: si tratta del rapporto padronale. del padrone e del servo per vedere ciò che concerne i bisogni necessari e. questi <i> tre rapporti di cui abbiamo parlato. 1973. 8 246 . in primo luogo. A taluni pare che il governo del padrone sia una scienza determinata e che l’amministrazione della casa. a sua volta. Laterza. come abbiamo detto all’inizio: per altri l’autorità padronale è contro natura (giacché la condizione di schiavo e di libero esistono per legge. per altri l’elemento più importante di essa: e come stanno le cose conviene esaminare – alludo alla cosiddetta crematistica. Parliamo. 114 Aristotele. il governo del padrone dell’uomo di stato e del re siano la stessa cosa. marito e moglie. Siccome ogni cosa dev’essere studiata prima di tutto nei suoi elementi più semplici e gli elementi primi e più semplici della famiglia sono padrone e servo. in terzo luogo. inoltre. quello risultante dalla procreazione di figli (perché anche questo non è denominato con denominazione propria). risulta la famiglia e la famiglia perfetta si compone di schiavi e di liberi.

Politica. I figli di chi è avanti negli anni. se ne rimanga in completa rilassatezza. o per la salute.1336a 1 in Opere.. 258259 115 116 247 .I suggerimenti per la costituzione della famiglia [1335b] [.] Le donne incinte devono prendersi cura del corpo. perché i bambini sono evidentemente influenzati dalla madre che li porta. 1335b 14. deve apertamente ricorrere a tale unione. 1973. si stabilisca pure per quanto tempo conviene che servano lo stato nell’ufficio di prolificare. Quanto all’esposizione e all’allevamento dei piccoli nati sia legge di non allevare nessun bimbo deforme. sia punito con l’atimia115 proporzionata alla colpa116. Per ciò chi oltrepassa di quattro o cinque anni quest’età. Ma lo spirito conviene che. quelli di chi è vecchio vengono deboli. IX. finché permane il titolo di coniuge: se poi uno si mostri a far ciò durante il tempo [1136a] riservato alla procreazione dei figli.. pagg. o per un altro motivo del genere. a causa dell’eccessivo numero dei figli: si deve però fissare un limite alla procreazione e se alcune coppie sono feconde oltre tale limite. E dal momento che è stato definito e per l’uomo e per la donna quando comincia l’età in cui devono dare inizio alla loro unione. come le piante dalla terra. al contrario del corpo. Bari. Quanto ai rapporti con altra persona. donna o uomo. ma anche privazione dei diritti civili Aristotele. Atimía significa disonore. per qualunque motivo. Laterza. Perciò tale periodo è in rapporto al massimo vigore della mente – e questo nella maggior parte degli uomini. bisogna procurare l’aborto. prima che nel feto siano sviluppate la sensibilità e la vita. si ha intorno ai cinquanta anni. senza darsi all’inerzia né attenersi a una dieta scarsa: e questo il legislatore lo può facilmente ottenere ordinando di fare ogni giorno una passeggiata come atto di culto verso le dee che hanno avuto in sorte di presiedere alla nascita. mentre le disposizioni consacrate dal costume impongono di non esporne nessuno. vol. sia in ogni caso condannato chi ha apertamente tali relazioni. conviene si astenga dal metter al mondo figli: del resto. come di chi è giovane. vengono imperfetti e nel corpo e nello spirito. in qualunque modo. come han detto alcuni poeti che misurano la vita in settenni. perché è la sensibilità e la vita che determinano la colpevolezza e la non colpevolezza dell’atto.

il falso ed il vero consistono nella congiunzione e nella separazione. essi sono ad esempio i termini uomo.LA LOGICA Il significato delle parole Quali siano i significati delle parole? Da una parte esse sono “simboli” delle affezioni che hanno luogo nell’anima. anzitutto. che cosa sia nome e che cosa sia verbo. In sé. e talvolta invece sussiste qualcosa. i suoni della voce sono simboli delle affezioni che hanno luogo nell’anima. con una determinazione assoluta o temporale. in seguito. che il termine beccocervo significa bensì qualcosa. D’altro canto. ad esempio. giudizio e discorso. cui spetta necessariamente o di essere vero o di essere falso. così avviene pure per quanto si trova nel suono della voce. o: bianco. il 248 . già identici per tutti. Orbene. come nell’anima talvolta sussiste una nozione. se non è stato aggiunto l’essere oppure il non essere. i nomi ed i verbi assomigliano dunque alle nozioni. In effetti. quando queste non siano congiunte a nulla né separate da nulla. significativo per convenzione. ma non indica ancora alcunché di vero o di falso. dall’altra sono “suoni di voce significativi per convenzione”. 1 [16a] Occorre stabilire. affermazione. 2 Ordunque. che prescinde dal vero o dal falso. e le lettere scritte sono simboli dei suoni della voce. Ciò è provato dal fatto. tuttavia. che cosa sia negazione. quando manchi una qualche precisazione. poiché in tal caso non sussiste ancora né falsità né verità. che sono le medesime per tutti e costituiscono le immagini di oggetti. 3 Il nome è così suono della voce. così neppure i suoni sono i medesimi. suoni e lettere risultano segni. anzitutto. delle affezioni dell’anima. Allo stesso modo poi che le lettere non sono le medesime per tutti. di questi argomenti si è parlato nei libri che riguardano l’anima: essi appartengono infatti ad una disciplina differente.

I. in Organon. 57- 58 249 . 1984. 16a 1-20. De interpretatione. se considerata separatamente117. Laterza. Bari. 117 Aristotele.quale prescinde dal tempo ed in cui nessuna parte è significativa. vol. pag.

se non l’intuizione. ad esempio. d’altro canto. [100b] poi rispetto a questi oggetti si verifica in noi un ulteriore acquietarsi. È dunque evidentemente necessario che noi giungiamo a far conoscere gli elementi primi con l’induzione. all’uomo. Tutto ciò risulta provato. ma la sensazione si rivolge all’universale. cioè l’intuizione intellettuale.] Questo è stato già detto da noi or ora. sarà invece l’intuizione ad avere come oggetto i principi. tanto se si considerano gli argomenti che precedono. quanto dal fatto che il principio della dimostrazione non è 250 . e poi rispetto a quest’ultimo avviene lo stesso. e val la pena di ripeterlo ancora. ogni scienza si presenta congiunta alla ragione discorsiva. altri invece possono accogliere l’errore. Essi sono conoscibili solo per mezzo dell’unica facoltà della ragione che è superiore alla scienza. e poiché non può sussistere nulla di più verace della scienza. tra questi ultimi sono. perché “il principio della dimostrazione non è una dimostrazione”. chiamata significativamente anche “facoltà dei principi”. alcuni risultano sempre veraci. e non sussiste alcun altro genere di conoscenza superiore alla scienza. sino a che nell’anima si arrestano gli oggetti che non hanno parti e gli universali. Ciò posto. ma non in modo chiaro. già la sensazione produce a questo modo l’universale. In effetti.. partendo da un certo animale. cui non possono applicarsi differenze.. si procede sino all’animale. all’infuori dell’intuizione. per esempio. e che. In realtà. Ad esempio. e dato che i principi risultano più evidenti delle dimostrazioni. Ora. si arresta in noi. non sono oggetto di scienza (del ragionamento discorsivo).Sapere epistemico e sapere noetico (Analitici secondi) La scienza si fonda su principi che. Analitici secondi. non già all’uomo Callia). mentre i possessi sempre veraci sono la scienza e l’intuizione. tra i possessi che riguardano il pensiero e con i quali cogliamo la verità. quando un solo oggetto. l’opinione e il ragionamento. 100a 15-100b 16 [100a] [. in tal caso i principi non saranno oggetto di scienza. allora per la prima volta si presenta nell’anima l’universale (poiché si percepisce bensì l’oggetto singolo. in quanto tali.

neppure il principio della scienza risulterà una scienza. E allora. vol.una dimostrazione: di conseguenza. se oltre alla scienza non possediamo alcun altro genere di conoscenza verace. e d’altro lato la scienza nel suo complesso sarà in questo stesso rapporto rispetto alla totalità degli oggetti118. da un lato l’intuizione risulterà il principio del principio. 372-373 251 . l’intuizione dovrà essere il principio della scienza. 118 Aristotele. pagg. I. 1973. Opere. Bari. Laterza. Così.

è impossibile che chi non possiede sensazione venga guidato induttivamente. vol. mentre l’induzione si fonda su proposizioni particolari.. poiché anche le nozioni ottenute per astrazione saranno rese note mediante l’induzione. la dimostrazione parte [81b] da proposizioni universali. Bari. 300-301 252 . I. e che mediante l’induzione non la si può raggiungere senza la sensazione. Opere. sia il processo deduttivo. se non attraverso l’induzione. non è possibile acquistare la scienza di questi oggetti.. quando cioè si provi che alcune determinazioni appartengono ad un singolo genere in quanto tale. Analitici secondi. dato che da proposizioni universali non la si può trarre senza induzione.119 119 Aristotele. Orbene. 81a 40-81b 9 [81a] [. o mediante dimostrazione. D’altro canto. 1973.Induzione e deduzione (Analitici secondi) Nella conoscenza sono importanti sia il processo induttivo. Laterza. sebbene non risultino separabili dagli oggetti della sensazione. che segue il procedimento inverso e si fonda sulla dimostrazione. non è tuttavia possibile cogliere le proposizioni universali. che parte dalle sensazioni e tende all’universale.] noi impariamo o per induzione. pagg. La sensazione si rivolge infatti agli oggetti singolari: in tal caso.

è eristica quando prende come punto di partenza idee che hanno l’aria di essere degli endossa. non perché siano fondate su qualche altro ragionamento (infatti. Sono vere e prime le affermazioni che ci convincono di per sé. o da coloro che consideriamo più autorevoli e. mentre accade che il ragionamento eristico lo si riconosce 253 . Ora. quindi. a partire da endossa. deve essere totalmente convincente). Non possiamo infatti pensare che tutto ciò che ci si presenta come endossa lo sia davvero: non abbiamo elementi per riconoscere a prima vista gli endossa autentici. E’ questo l’oggetto specifico delle ricerche condotte nel nostro trattato. per il fatto stesso che sono state poste. su tutti i temi che ci si possono presentare. sono invece endossa le opinioni condivise da tutti gli uomini. poste alcune cose. la deduzione eristica.I tre usi della dialettica (Topici) Nei "Topici" Aristotele distingue tre diversi usi della dialettica: 1) la dialettica è strumento utile ad esercitare la mente al ragionamento. poi. 3) è utile alla ricerca filosofica. condivise da tutti o quasi. Un ragionamento deduttivo è una forma di argomentazione in cui. Si tratta di un dimostrazione quando i punti di partenza della deduzione sono affermazioni vere e prime. così quando dovremo affrontare un argomento non diremo nulla che sia contrario. per poter comprendere la natura della deduzione dialettica dobbiamo cominciare col dire che cos’è un ragionamento deduttivo e quali tipi ve ne siano. quando ci troviamo di fronte ai prìncipi primi della conoscenza non possiamo porre ulteriormente la domanda sul loro fondamento: ciascuno di essi. o da coloro di cui abbiamo ragione di fidarci di più. ne deriva necessariamente una cosa diversa da quelle che sono state poste. in sé considerato. o quasi da tutti. ma non lo è affatto. ma non lo sono realmente. ha l’aria di essere una deduzione dialettica. o almeno affermazioni che conosciamo perché derivano da certe affermazioni prime e vere. tra questi ultimi. 2) è utile a dialogare con gli altri. Questo trattato si propone di trovare un metodo che ci renda capaci di ragionare deduttivamente. Una deduzione. si tratta invece di una deduzione dialettica quando i punti di partenza della deduzione sono endossa.

o quasi da tutti. Ai diversi tipi di ragionamenti deduttivi che abbiamo indicato è necessario aggiungere i paralogismi. infatti. poi ci fermeremo e non andremo oltre: il nostro obiettivo. dialogare con gli altri. perché pensiamo che questo sia ampiamente sufficiente. condivise da tutti o quasi. mentre chiameremo la seconda deduzione eristica. solo che si tratta di considerazioni errate. come per quelle che faremo in seguito. Ora. Dopo quanto abbiamo detto. infatti. Dobbiamo subito osservare che. fare ricerca filosofica. o da coloro che consideriamo più autorevoli e. ma allo stesso tempo anche deduzione dialettica vera e propria. I paralogismi sono ragionamenti ben distinti da quelli che abbiamo prima descritto perché chi ragiona a partire da una figura che contiene un errore non parte né da affermazioni vere e prime né da endossa (il suo punto di partenza è diverso: non parte da opinioni condivise da tutti gli uomini. infatti. tracciando dei semicerchi in modo sbagliato. Che la dialettica possa servire a tenere la mente in esercizio deriva dalla sua natura: infatti. vogliamo soltanto presentarle sommariamente. In questo tipo di ragionamento. Nel suo ragionamento parte piuttosto da considerazioni che sono proprie delle scienze considerate. ma non anche deduzione dialettica. per tutte le distinzioni che abbiamo fatto. i vari tipi di ragionamento deduttivo. o da coloro di cui abbiamo ragione di fidarci di più). si finisce col fare dei paralogismi. perché sembra esserlo ma non lo è affatto. possiamo più facilmente ragionare su qualsiasi argomento ci si presenti. per esempio della geometria o delle discipline dello stesso tipo. E’ utile per dialogare con gli altri perché ci 254 . non è di dare per ciascuno degli oggetti delle nostre distinzioni una descrizione rigorosa e del tutto esatta. o disegnando delle linee in modo diverso da come si dovrebbe. è che si possa riconoscere subito di che tipo di ragionamento si tratta. L’obiettivo che vogliamo raggiungere. per sommi capi. la natura dell’inganno è subito chiara con grande evidenza se si è in grado di osservare le cose con finezza.più facilmente. sarà bene indicare il numero e la natura dei vantaggi che è legittimo attendersi dal presente trattato. la dialettica consente di fare bene tre cose: tenere la mente in esercizio. Sono questi quindi. approfondiremo il discorso fino al punto in cui lo abbiamo fatto fin qui. che sono forme di ragionamento proprie di determinate scienze. una volta imparato il metodo. tra questi ultimi. Delle due forme qui distinte possiamo chiamare la prima deduzione eristica. Infatti.

Infatti gli elementi costitutivi del ragionamento sono le premesse. non partiremo da convinzioni che sono loro estranee. Questo compito è proprio della dialettica. mentre gli oggetti sui quali vertono le deduzioni sono i problemi. c’è una identità di numero e di natura tra gli elementi costitutivi dei ragionamenti e gli oggetti propri delle deduzioni dialettiche. allora potremo considerare davvero concluso il nostro programma di lavoro. della medicina e delle altre scienze. poi. mostra o il genere. e saremo quindi in grado di distinguere su ciascun argomento il vero e il falso. se potremo imparare come si fa a non essere mai a corto di argomentazioni. e neppure che il medico guarisce sempre l’ammalato: ma se l’oratore e il medico hanno fatto tutto quello che potevano fare con i mezzi a loro disposizione. E’ impossibile infatti dire su che cosa si fondino i principi specifici di una scienza che vogliamo studiare. adesso. come ogni problema. e talvolta accade che non la esprima. Ci saremo pienamente impadroniti del metodo quando ne avremo la stessa padronanza che altri hanno della retorica. che con essa diveniamo capaci di mettere in luce una aporia argomentando in una direzione e nell’altra. può esserci di utilità anche in un’altra cosa. o almeno è soprattutto della dialettica: infatti la sua vocazione alla ricerca la rende adatta a studiare i principi di tutte le scienze. Ora. Se potremo conoscere il numero e la natura degli oggetti su cui è possibile costruire i nostri ragionamenti e identificare i loro elementi costitutivi. La dialettica. Ma poiché accade talvolta che il proprio esprima ciò che conta dell’essenza di un oggetto. Per prima cosa. o il proprio o un accidente (non aggiungiamo la differenza. a proposito delle nozioni prime di ciascuna scienza.rende capaci di conoscere a fondo le opinioni degli uomini: e così quando parleremo con le altre persone per convincerle a rinunciare ad affermazioni che ci sembrano del tutto inaccettabili. Ogni premessa. dobbiamo esaminare quali sono gli elementi costitutivi del nostro metodo. dividiamo il proprio nelle due parti corrispon255 . perché i principi sono proprio ciò che viene prima di ogni altra cosa per quella scienza: devono quindi essere definiti a partire dagli endossa. ma partiremo proprio dalle loro idee. Non possiamo infatti dire che l’oratore convince sempre il suo pubblico. possiamo certamente dire che essi hanno il pieno possesso del sapere della loro arte. perché essendo di natura generica deve essere compresa nel genere). Che la dialettica sia utile per fare ricerca filosofica deriva da questo.

considerare ogni premessa e ogni problema come dialettici. Una premessa dialettica nasce dal mettere in forma interrogativa un’idea ammessa da tutti. per comparazione con un enunciato dato. lo sono infine tutte le opinioni in accordo con le scienze e le tecniche ben consolidate. e non porrebbe come problema una questione perfettamente chiara per tutti. quella che enuncia il contrario a proposito del contrario: per esempio. ma se si dà 256 . oppure: "L’essere animale è il genere dell’uomo?" questa è una premessa. Per conseguenza è del tutto ovvio che problemi e premesse siano in numero uguale. ma in forma negativa. o dei più noti. ma non deve essere un paradosso. in generale. bisogna trattare male i propri nemici. diciamo soltanto che è all’origine dei problemi e delle premesse. e di questi ultimi l’opinione di tutti o di quasi tutti. in quest’ultimo caso non c’è alcuna ragione di dubbio e nel caso precedente non c’è nessun motivo di far quella scelta. Infatti se si dice: "Animale terrestre bipede è la definizione dell’uomo?". infatti. Sarebbe un errore. lo sono anche quelle contrarie alle idee accolte. definizione. (…) Cominciamo quindi col determinare che cos’è una premessa dialettica e che cos’è un problema dialettico. genere. Tra un problema e una premessa c’è una differenza nel modo in cui li esprimiamo. C’è però apparentemente un contrasto tra il trattare bene i propri amici e il trattare male i propri nemici. perché da ogni premessa si può formare un problema. Sono ancora premesse dialettiche gli enunciati che somigliano alle idee accolte. è chiaro che le distinzioni che stiamo facendo portano a quattro termini in tutto: proprio. A causa di queste considerazioni. Tuttavia attenzione: noi non sosteniamo che ciascuno di questi quattro termini costituisca in sé una premessa o un problema. sostituendo semplicemente una espressione con un’altra. infatti un’idea che fa parte di una opinione condivisa ha tutte le possibilità di essere accolta sempre che non contraddica l’opinione comune.denti e lo chiamiamo "definizione" quando esprime l’essenza. accidente. ma se si dice: "Possiamo o no dire che animale terrestre bipede sia una definizione dell’uomo?" allora è un problema. o da quasi tutti o da coloro che rappresentano l’opinione più accreditata. ( …) Si presenterà poi come un’idea egualmente accolta. infatti nessuna persona ragionevole proporrebbe come premessa un’opinione universalmente rifiutata. se bisogna trattare bene i propri amici. mentre nell’altro caso lo chiamiamo semplicemente "proprio". e così è per casi analoghi.

sia come mezzo che permetta di risolvere una questione distinta da essa. una questione. infine. e su cui riteniamo difficile motivare le nostre scelte. E’ chiaro infine che tutte le opinioni in accordo con le scienze e le tecniche sono delle premesse dialettiche perché le opinioni di coloro che hanno studiato queste materie hanno ogni possibilità di essere accettate. come dice Melisso (va notato che se fosse il primo venuto a proporre paradossi simili sarebbe assurdo prestarvi attenzione). per esempio sapere se il mondo è eterno o no. Alcuni problemi infatti è utile risolverli soprattutto per sapere se vanno presi o lasciati.veramente questo caso o no. per esempio quelle dei medici in materia di medicina. sia l’acquisizione di una verità e di una conoscenza. sono tesi anche gli enunciati paradossali in favore dei quali di257 . argomenti di questo genere possono diventare l’oggetto di una ricerca. quelle dei geometri in materia di geometria e così gli altri. che è impossibile contraddire. per esempio il problema di sapere se il piacere deve o no essere scelto. o che l’essere è uno. ma sono degli strumenti che permettono di risolvere problemi di un tipo o dell’altro." Un problema dialettico è una questione il cui obiettivo può essere sia l’alternativa pratica tra la scelta e un rifiuto. La tesi dialettica Una tesi è un pensiero paradossale. come dice Eraclito. per conoscere altre cose grazie ad esse. che tratti un argomento su cui non ci sono opinioni in un senso o nell’altro. Altri ancora non hanno in sé nessuno di questi due caratteri. tanto sono vasti. o su cui l’opinione media contraddica l’opinione più qualificata. una questione che sia tale sia in se stessa. lo diremo quando tratteremo espressamente dei contrari. poi vi sono le questioni a proposito delle quali non abbiamo argomenti da dare. nell’uno o nell’altro di questo generi. Sono problemi dialettici anche le questioni sulle quali esistono argomentazioni deduttive di segno opposto (si esita allora a rispondere mediante un’affermazione o una negazione perché esistono per entrambi delle argomentazioni persuasive). e infatti vi sono cose che noi speriamo di conoscere non in se stesse ma in vista di altro. Diamo dunque per acquisite le definizioni che abbiamo appena dato sui problemi e le premesse. sostenuto da qualche filosofo molto noto: per esempio. o che tutte le cose sono in movimento. altri sono utili a fini di pura conoscenza come sapere se il mondo è eterno o no. come ha detto Antistene. o in cui l’opinione più qualificata contraddica l’opinione media o in cui ciascuna delle due sia in se stessa contraddittoria.

ma non ogni problema è una tesi. si chiamano tesi tutti i problemi dialettici. Non vanno poi esaminati i casi in cui la dimostrazione sarebbe immediata. Topici. o essere eterno. I. in fondo.sponiamo di una argomentazione. ecco una conclusione che alcuni rifiutano. è chiaro. perché se distinguiamo come abbiamo fatto le due nozioni. perché i primi non mettono in imbarazzo nessuno. sia tra le opinioni comuni e quelle degli esperti. non meritano che di essere rinviati all’esperienza. né quelli in cui sarebbe troppo lunga. e non soltanto che lo si corregga o lo si rimandi all’esperienza. perché ha un argomento a suo favore. un problema. né in un senso né in un altro. 10-11 258 . ma che ha dei numeri per essere accettata. 1-4. infatti. perché una tesi è un pensiero paradossale. per esempio quello che dichiara falso che tutto ciò che è deve necessariamente o essere divenuto. infatti se uno è grammatico ed è anche musicista non è né divenuto né eterno. poco importa d’altra parte che li si chiami in un modo o nell’altro. mentre i secondi sollevano questioni tali che non possono essere trattati nei limiti di un esercizio dialettico120. attualmente. va necessariamente ammesso che la tesi sia oggetto di uno scontro di opinioni. Anche una tesi è dunque. Che una tesi sia anche un problema. non è per volontà di creare un vocabolo nuovo. 120 Aristotele. Non bisogna indagare qualsiasi problema e qualsiasi tesi. ma soltanto quelle che potrebbero mettere in imbarazzo un interlocutore che merita da noi una risposta razionale. coloro infatti che sollevano la questione se la neve è bianca o meno. come hanno sostenuto i sofisti. Ma in pratica. perché alcuni problemi sono questioni di natura tale che non abbiamo alcuna opinione. sia all’interno dell’uno o dell’altro di questi gruppi. dopo quanto abbiamo detto. ma perché le differenze che possono realmente esistere tra loro non ci sfuggano.

Se il sapere è dunque tale. pure i principi risulteranno propri dell’oggetto provato. per il fatto che questi oggetti sussistono. intendo dire che non occorre aggiungere alcun termine esterno per sviluppare la deduzione necessaria. il conoscere . […] Il sillogismo scientifico deve inoltre costituirsi sulla base di proposizioni prime. consiste nel possedere la dimostrazione. immediate. indimostrabili. è un discorso in cui. infatti. più note della conclusione. intendo il sillogismo scientifico. posti taluni oggetti. per il fatto di possederlo. Con l’espressione: per il fatto che questi oggetti sussistono. alcunché di diverso dagli oggetti stabiliti risulta necessariamente. sarà pure necessario che la scienza dimostrativa si costituisca sulla base di premesse vere. d’altra parte.Sul sillogismo Il sillogismo. noi sappiamo. poiché altrimenti non si avrebbe sapere. prime. quale abbiamo stabilito. e d’altra parte con l’espressione: per mezzo di questi oggetti discende qualcosa. e scientifico chiamo poi il sillogismo in virtù del quale. inoltre.gli oggetti la cui dimostrazione è possibile. non possedendosi dimostrazione di esse. e che siano cause di essa: a questo modo. anteriori ad essa. intendo dire che per mezzo di questi oggetti discende qualcosa. (Analitici secondi) 259 . (Analitici primi) Per dimostrazione. In realtà.non accidentalmente .

Dichiarativi sono. Il dire ciò spetta tuttavia ad una diversa trattazione. Prescindiamo dunque dagli altri discorsi. significativo per quanto riguarda l’eventuale appartenenza o non appartenenza di qual260 . che sia unitario. sarà dunque da considerarsi semplicemente come un termine detto. sia poi che una persona lo interroghi. quando non sia stato aggiunto: è. La dichiarazione semplice. d’altro canto. o qualcosa di simile. è un discorso. È del resto necessario. ed egli stesso si esprima spontaneamente. non già un’unità. non potendosi sostenere che faccia una dichiarazione colui che rivela a questo modo qualcosa con la voce. non certo per il fatto che i suoi termini siano stati enunciati in una successione immediata. o era. non già alla maniera di uno strumento naturale. oppure quanto essi mancano di un collegamento. e non invece una molteplicità. I discorsi dichiarativi unitari. Il nome. o il verbo. è suono della voce. anche il discorso definitorio dell’uomo. in realtà. come nel caso di un discorso già composto. dal momento che l’indagine al riguardo è più pertinente alla retorica o alla poetica. 2 Il primo discorso dichiarativo. però. che ogni discorso dichiarativo derivi da un verbo o da una flessione del verbo. se ad esempio qualcosa viene attribuito a qualcosa. quando questi rivelano. oppure che ciò non avvenga. ogni altro discorso è invece unitario per un collegamento. non risulta ancora un discorso dichiarativo. bensí. ad esempio. Per tale ragione inoltre l’espressione: animale terrestre bipede. si distinguono in dichiarazioni semplici. mentre si hanno molti discorsi dichiarativi. bensí molti oggetti. se rivela un’unità oppure se risulta unitario per un collegamento. per convenzione. in realtà. o qualcosa viene separato da qualcosa. giudizi. Tale enunciazione non sussiste certo in tutti: la preghiera. è l’affermazione. costituisce un’unità.Le proposizioni apofantiche 1 Ogni discorso è poi significativo. Essa risulterà una. ma non risulta né vera né falsa. ed in dichiarazioni formate da più dichiarazioni semplici. o sarà. Il discorso dichiarativo spetta invece alla presente considerazione. secondo quanto si è detto. Il discorso dichiarativo è comunque uno solo. in seguito viene la negazione. orbene. ma quelli in cui sussiste un’enunciazione vera oppure falsa. non già tutti i discorsi.

pagg. II. La negazione è invece il giudizio. che separa qualcosa da qualcosa. e ad ogni negazione un’affermazione121. sia affermare tutto ciò che qualcuno ha negato. D’altra parte. in Organon. 17a 1-32. 3 L’affermazione è il giudizio. È dunque evidente. 60-61 261 .cosa. e poiché lo stesso si può dire rispetto ai tempi all’infuori del presente. sia che ciò che non appartiene a qualcosa vi appartiene. De Interpretatione. poiché si può dichiarare. secondo le divisioni del tempo. che attribuisce qualcosa a qualcosa. 121 Aristotele. Laterza. vol. risulterà così possibile sia negare tutto ciò che qualcuno ha affermato. Bari. 1970. sia che ciò che non appartiene a qualcosa non vi appartiene. che ad ogni affermazione risulta contrapposta una negazione. sia che ciò che appartiene a qualcosa non vi appartiene. sia che ciò che appartiene a qualcosa vi appartiene.

un determinato uomo. 122 Aristotele. I.] “Sostanza” nel senso più proprio. cui sono immanenti le sostanze che si dicono prime. avrà dato una spiegazione estranea all'oggetto. in effetti. Se qualcuno.] È così giustificato. oppure facendo una qualsiasi altra dichiarazione consimile. in Opere. Orbene. deve spiegare che cos'è un determinato uomo. precisamente allo stesso modo con cui le sostanze prime si comportano rispetto a tutti gli altri oggetti. d'altra parte. sostanze seconde si dicono le specie. che le specie e i generi siano i soli tra gli oggetti a dirsi “sostanze seconde”: tra i predicati. Tu dirai infatti di un determinato uomo che è “grammatico”. [. tutti i rimanenti oggetti vengono predicati delle specie e dei generi. né è in un qualche sostrato. e quindi dirai pure di uomo e di animale che è “grammatico”.] [2b] [. Ad esempio... i generi di queste. 2b 15-17. e che tutti gli altri oggetti si predicano di esse.] la ragione per cui le sostanze prime si dicono sostanze in massimo grado consiste nel fatto che esse stanno alla base di tutti gli altri oggetti. dicendo ad esempio che un determinato uomo è “bianco” o “corre”. In realtà.. 2a 11-18. ed oltre alle specie. e d'altra parte il genere di tale specie è la nozione di animale. [. invero. dà una spiegazione appropriata fornendo la specie oppure il genere.Le Categorie: sostanze prime e sostanze seconde [2a] [. le sostanze prime sono sostanze nel senso più proprio in quanto stanno alla base di tutti gli altri oggetti.. Categorie. così si comportano rispetto a tutti i rimanenti le specie e i generi delle sostanze prime. o un determinato cavallo. Nel caso invece che costui fornisca una qualche altra nozione. prescindendo dalle sostanze prime. cioè alla nozione di uomo. essi solo rivelano la sostanza prima. Lo stesso vale per gli altri casi122. oppure sussistono in esse. lo rende più noto di quanto non faccia dichiarando che è “animale”.. é di conseguenza giustificato che tra gli altri oggetti soltanto quelli nominati si dicano sostanze. Laterza. D'altro canto.. vol. 1973. un determinato uomo è immanente a una specie. [3a] Oltre a ciò. pagg. Bari. è quella che non si dice di un qualche sostrato. dichiarando che tale oggetto è “uomo”. in primo luogo e nella più grande misura... 2b 30-3a 7. ad esempio. 8-10 262 .

con una certa estensione. Valgimigli 263 . Poetica. in un linguaggio abbellito di varie specie di abbellimenti.POETICA E RETORICA La catarsi Tragedia dunque è mimesi di un’azione seria e compiuta in se stessa. 1449b 24-28. ma ciascuno a suo luogo nelle parti diverse. di M. 6. mediante una serie di casi che suscitano pietà e terrore. ha per effetto di sollevare e purificare l’animo da siffatte passioni123. in forma drammatica e non narrativa. trad. 123 Aristotele. la quale.

264 .

................... 97 LE DETERMINAZIONI ARISTOTELICHE DELLA METAFISICA .............................. 57 LA PSICOLOGIA ............................................................................................... 65 LA POLITICA.............................................................................4 IL CONFRONTO CON IL MAESTRO PLATONE E LA QUESTIONE DELLA CRITICA ALLA TEORIA DELLE IDEE....................................................................................................................................................3 VITA E OPERE...................................................3 QUADRO STORICO CULTURALE ................................................................................ 71 LA RETORICA......................................................................................................................................................................................... 101 LE QUATTRO CAUSE OVVERO IL PERCHÉ DELLE COSE ........................................................................ 107 DIO È CAUSA PRIMA .................................................. ................................................................................................................................................... 68 LA LOGICA ......................................................... 96 DALLA PÒLIS ALL’IMPERO ......................................................................................................................... 51 LA BIOLOGIA ....................................................................................14 IL PRIMATO DELLA METAFISICA................................................................................................................................... 45 LA COSMOLOGIA ...................................................................SOMMARIO INTRODUZIONE ............... 109 265 .................................................................... 19 LA FISICA ..................................... 79 LA POETICA .............................8 LA FILOSOFIA COME “SCIENZA PRIMA” E LA CLASSIFICAZIONE DELLE SCIENZE.................................................................................................................................................................. 81 ANTOLOGIA CRITICA........................................................................................................................................... 17 LA METAFISICA............................. 104 DALLA FINALITÀ DEL DIVENIRE ALLA TEOLOGIA: LA CONCEZIONE ARISTOTELICA DI DIO ..............59 LA MATEMATICA .... 62 L'ETICA...........................................................

.......................................... 115 LA DOTTRINA DELLE QUATTRO CAUSE .....IL PASSAGGIO DAL DIVENIRE ALL’IMMUTABILE .......................................................................................................... 213 LA DOTTRINA DELLE QUATTRO CAUSE E I VARI SIGNIFICATI DEL TERMINE “CAUSA”....... 223 LE FACOLTÀ DELL’ANIMA E L’INTELLETTO....................................................................................................................................................................................................... 191 TUTTI GLI UOMINI DESIDERANO NATURALMENTE IL SAPERE ......................................................................................................................................................... 188 ANTOLOGIA DI TESTI ARISTOTELICI............................................................ 182 LA LOGICA FORMALE E IL SILLOGISMO SCIENTIFICO ............. 184 DIAVOLO DI UN ARISTOTELE ............................................. 142 LO STATO E IL CITTADINO NELLA POLITICA DI ARISTOTELE ............................................... 221 IL PRIMO MOTORE IMMOBILE COME SPIEGAZIONE DEL MOVIMENTO FISICO ............................................. 215 DIO È PENSIERO DI PENSIERO (NÓESIS NOÉSEOS)............................................................................................................ 133 LA RELAZIONE TRA FELICITÀ.................................................. 212 ATTO E POTENZA ..................................................... 200 IL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE . 163 LA POLITICA ARISTOTELICA .......................................................... 120 LA BIOLOGIA ARISTOTELICA: STUDI SULL’ANATOMIA E SULLA RIPRODUZIONE .................................................... 243 266 ................................ 225 IL FINE DELLA MORALE È LA FELICITÀ .............................................. 194 SOSTANZA E ACCIDENTE ..... 172 LA SCIENZA POLITICA IN ARISTOTELE ............................................................................................................................ 230 LE VIRTÙ DIANOETICHE ................................... FILOSOFIA E POLITICA .................................................... 205 SOSTANZA E SOSTRATO ....... 122 L’ANIMA E LE SUE FUNZIONI ..................... 233 LA VITA CONTEMPLATIVA AVVICINA L’UOMO AGLI DEI ........................................................................................................... 131 L’ETICA ARISTOTELICA ........................................... 218 IL MOVIMENTO NATURALE .......................................... 227 CHE COS’È LA VIRTÙ?..... 126 ARISTOTELE E IL CANONE DEL GIUSTO MEZZO .............................................................................. 240 LA SCHIAVITÙ È UN FATTO NATURALE ........................ 220 MOVIMENTO CIRCOLARE E MOVIMENTO RETTILINEO ............................................. 191 LA SUDDIVISIONE DELLE SCIENZE: IL SAPERE TEORETICO ...................................................................................................................................................... 238 L’UOMO E LA CENTRALITÀ DELLA POLITICA ....... 235 LA POLITICA È UN FATTO NATURALE . 112 LA FISICA ARISTOTELICA .........................................................................................................................

. 253 SUL SILLOGISMO .. 262 LA CATARSI .................................................................................................. 248 SAPERE EPISTEMICO E SAPERE NOETICO (ANALITICI SECONDI) ......................................................................................................................................................................................................................................... 250 INDUZIONE E DEDUZIONE (ANALITICI SECONDI) .... 260 LE CATEGORIE: SOSTANZE PRIME E SOSTANZE SECONDE ............. 252 I TRE USI DELLA DIALETTICA (TOPICI).......... 247 IL SIGNIFICATO DELLE PAROLE ...................................... 263 267 ........................................ 246 I SUGGERIMENTI PER LA COSTITUZIONE DELLA FAMIGLIA ......................... 259 LE PROPOSIZIONI APOFANTICHE ..........................................I RAPPORTI GERARCHICI SONO NATURALI .................................................................